Archivi per la categoria ‘Ecologia & filosofia’

Il catalogo degli schemi retorici più usati contro i vegetariani

Si può essere vegetariani incoerenti. Ma anche onnivori incoerenti. E allora?

Per correttezza mettiamo le carte in tavola, e lo facciamo nel primo rigo di questo intervento: chi scrive segue una dieta vegetariana. Nessun giudizio su chi non lo fa. Al contrario: spesso il nostro problema è solo quello di difenderci, in quanto, psicologicamente, essere vegetariani può rappresentare per alcune categorie di onnivori (per fortuna limitate) una sorta di accusa implicita alle altrui abitudini, e provoca spesso reazioni. Queste reazioni sono poi condizionate dalla madre di tutti gli errori: la dissonanza cognitiva. L’impossibilità, per i più,  di convivere con la propria naturale ed inestinguibile incoerenza, o con un qualsiasi senso di colpa, ci costringe a cambiare i fatti che ci circondano. Quindi accade che se io non riesco a cambiare il mio comportamento (per sanare contraddizioni e sensi di colpa), allora devono essere i fatti che mi fanno star male ad essere sbagliati. Ci accaniamo contro dei fatti, come fa la volpe con l’uva, distorcendoli per accontentare le nostre esigenze psicologiche. Ma a proposito di reazioni:  su facebook ed internet in generale, però, le accuse si fanno pesanti: pullulano giudizi molto severi (è doveroso dirlo, da entrambe le parti): gruppi, gruppetti, sette e “controsette” in lotta continua fra loro. I meccanismi da social network estremizzano le idee e le posizioni, creano continuamente e strumentalmente false dicotomie, polarizzazioni e partiti, semplificano la realtà, fomentano estremizzazioni spesso per fini solamente economici e pubblicitari (i siti internet vivono di click e banner pubblicitari, i gruppi su facebook più scatenano risse e più aumentano di popolarità). La nostra mente, come scriveva l’antropologo Lévi-Strauss, funziona già per opposizioni  binarie come crudo/cotto, la rete non fa che sfruttare questa tendenza. Uno dei temi più “semplificati” in rete con la creazione di false dicotomie è appunto un argomento che meriterebbe più rispetto ed un dibattito serio: l’alimentazione vegetariana/vegana. Questo intervento, che vuole essere un cantiere aperto, cerca di problematizzare alcune semplificazioni in cui ci si imbatte non solo su internet, ma vivendo quotidianamente. Cominciamo col dire che prossimamente pubblicheremo un vademecum della retorica di vegani e vegetariani. Per ora, iniziamo dall’altra parte. Questi schemi nella stragrande maggioranza delle volte non sono usati consapevolmente, nel senso che è la nostra mente, la nostra cultura e il nostro linguaggio che funziona così. E questo non solo quando vegetariani, vegani, onnivori e carnivori litigano fra loro, ma in tanti altri argomenti e casi argomentativi. Usiamo schemi retorici nella stragrande maggioranza delle volte perché la comunicazione spesso ci “obbliga” a difendere una argomentazione e sminuire quella del nostro avversario, e per far questo usiamo non mezzi razionali (argomentazioni), ma irrazionali (spesso più efficaci). E lo facciamo senza averli studiati. Nelle seguenti frasi, che analizzeremo come exemplum di casi simili, spesso ci sono più combinazioni di fallacie. Saranno analizzati solo gli stereotipi retorici più comuni usati contro vegetariani /vegani, non certo le tante affermazioni usate da alcuni onnivori per difendere le proprie posizioni, come può esserlo la frase “mangio carne perché gli animali  non sono soggetti morali”. Certo, il confine fra i due casi può divenire labile. Ma il secondo  tipo di lavoro meriterebbe un libro a parte e non è nel nostro interesse scriverlo.
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Mente e natura, Gregory Bateson e l’approccio sistemico

Nel prossimo brano, tratto da “Mente e natura”, il filosofo, psicologo, antropologo e biologo Gregory Bateson crea un fecondo parallelismo  fra come funzionano i nostri organi di senso e come funziona la conoscenza: gli organi di senso umani possono ricevere “soltanto” notizie di differenze, e per essere percettibili le differenze devono essere codificate in eventi temporali (cioè in ‘cambiamenti’). La “scienza”, e la “conoscenza”, non è altro che una ricerca delle invarianze, in natura come nel mondo storico. Trovare e definire linguisticamente qualcosa che non cambia (le invarianze), a sua volta, significa trovare le “differenze“. Ma ci sono metodi e metodi nella scienza. Gregory Bateson, un pioniere del pensiero complesso, sistemico, gerarchico e pluridisciplinare, contro ogni approccio riduzionistico, in “Mente e natura” ci invita a “conoscere” e a fare scienza prendendo esempio dal funzionamento dei nostri occhi, dalla visione binoculare. Descrivere un fenomeno da due punti di vista differenti, con due elaborazioni diverse, aumenta infine la comprensione e la descrizione del fenomeno nella relativa e inevitabile sintesi fra i due dati diversi. Come la visione binoculare fornisce la possibilità evolutiva di una nuova informazione (la profondità spaziale) così la comprensione dei fenomeni attraverso la “relazione” è in grado di  fornire un ordine nuovo di comprensione e una pedagogia nuova. Dalla visione combinata dei due organi e dai due emisferi cerebrali si ottiene un genere d’informazione che si potrebbe ottenere da un solo occhio soltanto impiegando speciali conoscenze collaterali (ad esempio, sulla sovrapposizione degli oggetti nel campo visivo); si ottiene, appunto, la percezione della profondità. Questa informazione riguarda una dimensione diversa (come direbbe il fisico), o un’informazione di tipo logico diverso (come direbbe Bateson). Per Bateson, però, questa della visione binoculare non è una semplice metafora: è un meccanismo generale provato dall’evoluzione darwiniana, dalla biologia, dal funzionamento della nostra mente. Di questa “metafora”, l’autore, nel corso del libro, dipana una raffinata spiegazione logica, ricca di esempi tecnici ma comprensibili anche per non addetti ai lavori, visto che, come direbbe Gould, la scienza ha bisogno delle giuste metafore per progredire. Nel metodo di Bateson, il “tutto” è sempre qualcosa in più della  somma delle parti.

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Ilva. Futuro. Casa.

C’era una volta un libro di Felix Guattari. Si chiamava “Le Tre Ecologie” (1989). In questo libro il coautore di Millepiani tracciava una cornice e la fissava bene alle pareti della storia con tre chiodi (decisamente eco-friendly): ecologia ambientale, ecologia sociale ed ecologia mentale. Questa la cornice, quindi. Il quadro che ne viene fuori, oggi, rimanda ad un mosaico interdisciplinare che parla di tutto perchè tutto parla. E potremmo anche provare a definire questo “tutto” come Ecosofia. Riducendo il discorso all’essenziale si potrebbe dire che, quello a cui siamo realmente interessati, sia l’Essere umano in rapporto al suo ambiente molteplice (fisico, sociale e mentale). Le Comunità ed i Territori si costituiscono in mezzo a questi processi di soggettivazione e territorializzazione ed è questo che ci interessa indagare.

Quello che sta accadendo a Taranto è emblematico. Non a caso si parla di Taranto, del Territorio e della Comunità che ospita, e non semplicemente dell’ex Italsider (ora ILVA). Il focus di tutta la vicenda è proprio questo. Perchè tutto parla. Da una parte c’è il ciclo produttivo novecentesco ed una concezione esclusivamente lavoristica delle organizzazioni “democratiche” che dovrebbero difendere la dignità degli Esseri umani; dall’altra c’è il Territorio che chiede di mettere radicalmente in discussione questa concezione e, di conseguenza, anche se stesso perchè scorre nelle sue vene il sangue malato della fabbrica. Non c’è “classe” che tenga a questa lacerazione. E’ l’ultimo passaggio verso la trasformazione radicale del nostro Mondo. Il nuovo Mondo è qui ed ora. La catastrofe è che in questa lacerazione bisogna prendere parte.

Due articoli di Girolamo De Michele per focalizzare la questione e provare a “prendere parte”: “Taranto: la città che non vuole morire a norma di legge” e “Risvegliarsi dal Giorno della marmotta. Chiudere l’Ilva, uscire dal Novecento“.

Darwin e l’incendio nella fabbrica di stoffe, di Stephen J. Gould

Herbert Spencer, e alcune operaie dei primi anni del Novecento

Cosa ha a che fare la terribile sorte delle 146 operaie morte nel 1911 a New York con una disputa accademica sul darwinismo? Ce lo racconta Stephen J. Gould, toccando temi come il paradigma del darwinismo sociale (o meglio, “spencerismo” sociale), e cioè l’estensione sistematica delle leggi dell’evoluzione biologica all’ “evoluzione” culturale. Secondo Gould, l’accettazione acritica di tale paradigma ebbe un ruolo teorico e pratico fondamentale nel ritardo con cui vennero approvate le leggi di tutela sociale dei lavoratori e delle lavoratrici nel mondo. Il seguente articolo è apparso, inedito, in Micromega (n. 3, maggio 2008), tradotto da Libero Sosio.

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Christopher Wren, il principale architetto della ricostruzione di Londra dopo il grande incendio del 1666, è sepolto sotto il pavimento dell’edificio più famoso da lui ricostruito, la cattedrale di St. Paul. La chiesa non contiene un suo elaborato monumento sepolcrale, ma solo una semplice tomba nella cripta. Su una lastra di marmo, sul pavimento, si legge il famoso epitaffio scritto da suo figlio: «Si monumentum requiris, circumspice» (Se cerchi il suo monumento, guardati intorno). C’è forse un po’ di magniloquenza, ma io non ho mai letto una testimonianza più bella dell’importanza centrale – si potrebbe dire della sacralità – dei luoghi autentici, rispetto alle repliche, ai simboli o ad altre forme di somiglianza vicaria. Una strana coincidenza della mia vita professionale fece tornare il mio pensiero a questo famosissimo epitaffio quando, per la seconda volta, mi fu assegnato un ufficio in un luogo ricco di storia: un luogo in cui si sentiva ancora la presenza di fantasmi di eventi del passato che avevano un’importanza centrale per la nostra cultura comune e che al tempo stesso erano particolarmente significativi per la mia vita e le mie scelte. Nel 1971 trascorsi un semestre come ricercatore ospite all’Università di Oxford. Ricevetti un piccolo spazio in un ufficio al piano superiore del museo dell’università. Mentre sistemavo i miei libri, le mie chiocciole fossili e il mio microscopio, notai una placca metallica affissa alla parete, dalla quale appresi che quello spazio riconfigurato di scaffali e cubicoli era stato, in origine, il luogo del confronto pubblico più famoso all’inizio della storia del darwinismo. In quello stesso luogo, nel 1860, pochi mesi dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin, Thomas Henry Huxley aveva estratto la sua spada retorica, infilzando clamorosamente il campione astuto ma superficiale del creazionismo: il vescovo Wilberforce, noto anche come il «saponoso Sam».

Come nella maggior parte delle leggende, la versione ufficiale si presenta come un semplice schizzo sommario di contro a una verità molto più complessa e sfaccettata. Wilberforce e Huxley diedero vita a uno spettacolo splendido e in gran parte spontaneo, ma dallo scontro non emerse un chiaro vincitore, e Joseph Hooke, l’altro campione di Darwin, diede al vescovo una risposta molto più efficace, purtroppo dimenticata dalla storia. In proposito si può vedere il mio saggio Chi ha vinto?, pubblicato nel volume Risplendi grande lucciola (1). Non posso dire che la persistente presenza di tali giganti vittoriani abbia accresciuto il mio impegno o migliorato il mio lavoro, ma mi piaceva il senso di continuità che mi veniva garantito da quella felice circostanza. Apprezzai molto anche le implicazioni etimologiche, poiché circostanza significa «stare intorno» (così come il circumspice di Wren significa «guardati intorno»), e io ero proprio là, forse proprio nello stesso punto in cui Huxley aveva detto, secondo la leggenda, che preferiva essere disceso da un scimmia onesta, piuttosto che da un vescovo che distorceva una verità nota per trarne un vantaggio retorico.

Non molto tempo fa, ricevetti un incarico part-time come visiting professor di biologia e ricercatore all’Università di New York. Mi fu assegnato un ufficio al decimo piano del Brown Building a Washington Place, una struttura indefinibile dell’inizio del Novecento oggi piena di laboratori e altri locali con finalità accademiche. Mentre il decano mi guidava in una visita informale conducendomi al mio nuovo alloggio, fece un’osservazione en passant che nelle sue intenzioni doveva essere poco più che una semplice notazione «turistica», ma che produsse in me una scossa elettrica. Sapevo, mi domandò, che nell’edificio aveva avuto luogo il famigerato incendio del 1911 alla Triangle Shirtwaist Company e che il mio ufficio occupava proprio una posizione d’angolo in uno dei piani in cui si era diffuso l’incendio? Addirittura, come scoprii in seguito, proprio vicino alla via di fuga usata da molte lavoranti della fabbrica di bluse per cercare scampo sul tetto. Il decano mi disse anche che ogni anno il 25 marzo, anniversario dell’incendio, l’International Ladies’ Garment Workers Union tiene ancora una cerimonia in quel luogo e depone corone per commemorare le 146 operaie, in gran parte immigrate, perite nell’incendio.
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Peter Singer, Una sinistra darwiniana. Una recensione critica

Se ordini il libro tramite il nostro link hai diritto ad uno sconto significativo (Amazon): Una sinistra darwiniana. Politica, evoluzione e cooperazione (Edizioni di Comunità)

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Il darwinismo è di destra o di sinistra? Piegare il darwinismo al progetto di una fondazione di valori laici è uno sogno (e in qualche caso è stato un vero incubo, si ricordi, per esempio, Herbert Spencer  o Francis Galton)  che ha una lunga storia. La sociobiologia, dal dopoguerra ad oggi,  ha percorso una lunga strada. Con l’ausilio di quella disciplina che nei paesi anglosassoni è chiamata “psicologia evolutiva”,  afferma di essere non solo un valido campo d’indagine, ma molto di più, una sintesi completa di biologia e filosofia, una guida per l’etica e la politica. Questo campo di studi, in realtà, si rivela duttile a qualsiasi credo socio-politico, capace di supportare una vasta gamma di conclusioni etiche, come vedremo, anche opposte l’una all’altra. Infatti, anche ammettendo (e la cosa è sicura) che alcuni comportamenti umani abbiano una base evolutiva, nessun “gene egoista”  (la vulgata scientifica di un credo neoliberale?) ci potrà mai dire quali comportamenti siano moralmente buoni e cattivi. Da questo punto di vista, Una sinistra darwiniana  di Peter Singer è un tentativo di piegare gli studi neodarwiniani su di un particolare programma etico e “di sinistra” (la sinistra a cui fa riferimento Peter Singer è ispirata ai modelli americani, australiani e inglesi, non certo a quelli francesi o italiani). Il suo lavoro ha il pregio di portare in Italia un dibattito per noi europei -continentali un po’ distante (e sinceramente, un po’ retrò) ma che nei paesi anglosassoni è molto più presente, e pressante, sull’onda emotiva di noti divulgatori scientifici di lingua inglese che combattono la loro “buona battaglia” contro le confessioni religiose, ma si dimenticano purtroppo i loro pregiudizi e credi sociopolitici. Per una volta, noi europei non siamo indietro: anzi, su alcune tematiche toccate da questo libro, la filosofia europea, la nostra epistemologia evoluzionistica e la nostra filosofia della scienza sono di certo più avanti, di certo alle prese con il paradigma della “complessità” più che con una pseudoscientifica “riduzione”. Il filosofo australiano Peter Singer,  noto soprattutto per i suoi ottimi contributi sull’animalismo, sull’ambientalismo e contro lo specismo, in questo libro si dedica al complesso e letteralmente inumano tentativo, fra scienza ed etica, di fondare una nuova politica, suggerendo che “la sinistra” possa e debba abbracciare il darwinismo. Questo rispettabile proposito, però, lo costringe a definire cosa sia la “sinistra”, che cosa debba essere il darwinismo, e cosa sia la natura umana. Tre questioni che cerca di “lavorare” con maestria (e in alcuni parti del libro ci riesce), anche se, come capita ad ogni buon ebanista almeno una volta nella vita, certi pezzi di legno sono troppo duri e nodosi da lavorare. Usando un eufemismo, Peter Singer sbaglia le sue frequentazioni, i suoi “materiali di costruzione”.

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Margherita Isnardi Parente, Le radici greche di una filosofia non antropocentrica

Aristotele studia gli animali (1791)

Ospitiamo sul nostro sito il noto piccolo saggio della studiosa dedicato ai prodromi della coscienza animalista e dell’ambientalismo moderno rintracciati nella filosofia antica occidentale. Come Galilei mise in  discussione il geocentrismo,  alcune filosofie greche misero in discussione l’antropocentrismo, che dominò la cultura occidentale anche e soprattutto sulle basi del pensiero ebraico e cristiano che si riappropriarono di alcuni schemi della filosofia greca, censurandone altri. La studiosa sfata un pregiudizio storico culturale: la credenza che la cultura cristiana debba al suo contatto con la grecità il suo antropocentrismo e il suo scarso spirito ecologico.  Al contrario: la studiosa dimostra come la tradizione pitagorico-platonica-aristotelica, in un lungo percorso articolato fra pratiche etiche, qualche deriva spiritualistico-metafisica, e considerazioni  più propriamente razionaliste, raggiunse una coscienza critica altissima sul carattere problematico che riveste il rapporto fra i viventi, che servirà da base per la speculazione moderna e contemporanea.

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Ripensare la filosofia e l’ambientalismo. Tre recensioni contro l’antropocentrismo

Contro una filosofia fondata sul diritto alla vita, all’espressione e … alla morte dei viventi. «Soltanto per loro» di Leonardo Caffo (qui il link per uno sconto Amazon del testo), «Ai confini dell’umano» di Massimo Filippi (qui il link per uno sconto Amazon del testo) e i saggi di «NellAlbergo di Adamo» (qui il link per ordinare il libro con uno sconto Amazon)
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Il problema dell’animalismo è che la questione dell’animalità, in realtà, non riguarda gli animali. O meglio, non riguarda solo gli animali (non umani). In effetti il limite di molto animalismo è quello di credere che ci si possa occupare del benessere animale senza occuparsi anche di quello degli animali umani. C’è un’unica logica che lega gli orrori del mattatoio con quelli dello sfruttamento dei lavoratori, dell’espropriazione dei beni comuni, della trasformazione della stessa vita umana in merce.Per questo, come scrive Leonardo Caffo in Soltanto per loro. Un manifesto per l’animalità attraverso la politica e la filosofia (Aracne, pp. 136, euro 9), «dev’essere chiaro fin da subito che essere animalisti, in senso forte, significa fare una scelta politica». L’animalismo o sta dalla parte di un radicale cambiamento dell’assetto sociale esistente, oppure si condanna da solo all’irrilevanza. Finché l’unica logica ammessa è quella della valorizzazione del capitale, non sarà possibile salvare la pelle né di una mucca né di un minatore. Il problema non è quello di preoccuparsi di far morire in modo non troppo cruento un maiale (anche se è un problema urgente e importante), piuttosto quello di provare a immaginare un’organizzazione sociale non basata sullo sfruttamento e l’espropriazione della vita: «ciò che sembra necessario è rendere collettiva una scelta non violenta ma non lo si può fare sperando, ‘semplicemente’, che un giorno i supermercati sostituiscano al bancone di carne e formaggio rispettivamente quelli di seitan e tofu. Ciò che sembra necessario è mettere in discussione la struttura stessa del supermercato e dei sistemi affini che forniscono una presunta libertà di scegliere fra ciò che è già stato scelto a monte». Per salvare il pollo occorre capire come funziona l’economia politica, prima ancora che provare a stabilire se un pollo ha o no una vita mentale. Anche perché, è ancora Caffo a metterci in guardia, altrimenti è forte il rischio di cadere nell’antropomorfismo, un rischio in cui anche molti animalisti continuano a cadere. È, per esempio, uno strano modo di amare gli animali quello di chi dice del proprio cane (quale stranezza, essere padroni di una vita) che gli manca solo la parola: cioè che quel cane è da amare non perché è un cane, bensì perché è quasi un uomo.

La questione dell’animalismo è pertanto quella di una politica e di una filosofia che pongano al centro dell’attenzione il «diritto alla vita, all’espressione, alla morte» dei viventi. A partire, come ci ricorda Darwin, dalla infinita diversità delle forme di vita. Qui è da segnalare il libro di Massimo Filippi, Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte (ombre corte, pp. 95, euro 10), che affronta il tema della «macchina antropologica», cioè dell’operazione mediante la quale la filosofia (come la religione) ribadisce la separatezza dell’umano rispetto all’animale. Una separatezza che arriva, con Heidegger, a sostenere che gli animali, in realtà, non muoiono, perché possono solo decedere, mentre la morte è una prerogativa esclusivamente umana. Ma che significa che gli animali non muoiono? Che l’umano è comunque qualcosa di radicalmente diverso dal resto dei viventi. Ora, già nell’assurdità stessa di parlare dell’animale al singolare, dell’animalità in generale, è implicita una separatezza che tanto più è falsa tanto più sempre di nuovo deve essere ribadita.  Filippi ricostruisce l’apparato concettuale che permette questa operazione, non per mostrare che l’umano non è altro che un animale (mossa speculare a quella dello specismo separatista), ma per mettere l’umano fra gli altri animali. E mette in evidenza il paradosso dell’antispecismo, che nella fretta di parificare l’animale all’umano continua a «ignorare il verso dell’animale, la cui morte ha reso possibile il diritto dell’uomo». Non si possono difendere i diritti animali a partire da quelli umani, dato che questi esistono solo in quanto basati sull’esclusione dell’animalità (l’uomo è ciò che non è animale).  Una base comune per ripensare la questione animale può essere, allora, proprio quella della mortalità che accomuna i viventi: «questa ‘possibilità dell’impossibilità’ accomuna umani e animali non perché essi muoiono allo stesso modo (che cosa può significare una frase del genere?), ma perché entrambi com-patiscono, sostano pazienti in un’esposizione senza garanzie». A dispetto di Heidegger muoiono umani e virus, e tutti gli altri viventi. Non c’è un unico modo di vivere, come non c’è un solo modo di morire: «passare il confine della morte significa passare il confine tra noi e l’animale, distendere le maglie del ‘paradigma confine’ fino a trasgredirlo, fino a violarne la natura di proprietà privata, trasformandolo in territorio».

E così di nuovo torniamo al tema politico dell’animalità, quello di una vita non mercificata. Al centro di questo progetto c’è, di nuovo e ancora, il corpo, che «è l’eminentemente vulnerabile che condividiamo con tutto il vivente»; quel vivente che «è proprio l’accettazione di tale vulnerabilità che pervade l’esperienza affettiva, potenzialmente compassionevole, ospitante e cordiale verso gli altri corpi».  La questione dell’animalità, pertanto, «costituisce l’impensato della nostra civilizzazione», come scrivono Massimo Filippi e Filippo Trasatti nell’introduzione alla raccolta di saggi Nell’albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la filosofia (Mimesis, pp. 317, euro 22): lo sfruttamento dell’animale è il paradigma e il modello di quello umano (al proposito si rilegga il tremendo libro di Charles Patterson, Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto, Editori Riuniti, in cui si mostra come la burocrazia nazista si ispirò ai mattatoi per organizzare lo sterminio di milioni di esseri umani).  Fra i numerosi e interessanti saggi di questo libro, che si può leggere come prima approssimazione a quegli animal studies ancora poco noti in Italia, segnaliamo quello di Marco Maurizi, che affronta il difficile tema del rapporto fra marxismo e mondo della natura. Che posto assegnare, agli animali, in una società senza classi? «L’animale, sia esso ridotto a merce o asservito come mezzo di produzione, è un ingranaggio della società di classe che aspetta, come altri, la propria ridefinizione in una società socialista». La liberazione dell’animale non potrà avvenire senza una parallela liberazione dell’umano, «perché ciò che di essenziale la sua domesticazione ha prodotto per noi non è la carne di manzo o l’avorio, ma il dominio che attraverso questi si esercita sull’uomo. L’assoggettamento dell’animale non rientra nella storia della libertà dell’uomo ma in quella della sua stessa schiavitù».

(Articolo di Felice Cimatti Quella falsa separatezza fra la nostra e le altre specie” tratto da Il Manifesto)

Tecno-scienza e filosofia ambientale. Oltre l’umanesimo. Un connubio possibile?

Questo, dunque, è quello di cui si occupano le arti,
questo è quello che si propongono, cioè restituire a noi
la somiglianza divina.
(Ugo di San Vittore)
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Le correnti ideologiche che si battono per il superamento delle dicotomie uomo/natura, natura/cultura e materiale/immateriale rappresentano un potenziale alleato delle ragioni ambientaliste in quanto intaccano, scardinandolo alla base, il paradigma umanista ed antropocentrico dell’uomo anomalia del cosmo, dell’uomo differente di natura, dell’uomo incompleto e inadatto che si redime tramite la cultura e la tecnica, destinato a dominare e sottomettere la natura per via di un destino, una origine, un telos superiori. A queste correnti alleate appartiene in maniera particolare quella che si potrebbe definire la galassia del postumano. I presupposti del superamento dell’umano, del farsi-uomo classicamente ed umanisticamente inteso si ritrovano compiutamente in Nietzsche, ma è solo nel Novecento che tale prospettiva trionfa nella sua peculiarità, grazie soprattutto allo sviluppo esponenziale delle tecnoscienze e alla teoria dell’evoluzione. Invece di avvertire la tecnoscienza come un pericolo, invece di creare un nuovo luddismo e così adeguarsi ad alcune correnti filosofiche del Novecento o all’ambientalismo classico, il postumano vede in essa un elemento chiave, atto al riposizionamento dell’uomo nel suo umile posto all’interno della natura e come parte integrante del tutto, un tutto che non è inteso misticamente ma in maniera, come si vedrà, del tutto laica ed oggettiva.

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La filosofia del rischio e dell’ emergenza. Il lessico dei nuovi assolutismi democratici

Il principio della deroga è da anni che esiste, sai chi lo ha inventato? La Malavita. Quando lo Stato deroga alla Legge non fa altro che copiare quello che fa la Camorra, perché la Camorra tutti i giorni deroga alla Legge. Fra la Camorra e lo Stato, c’è una sola differenza qui in Campania, che lo Stato per derogare fa un documento di carta mentre la Camorra se lo comunica a voce (Andrea)

Spesso si citano, per spiegare cosa sia la Shock Economy ed il capitalismo-governance dei disastri, libri e filosofi, intellettuali e sociologi. Il senso della Shock Economy, il senso del capitalismo emergenziale e del sistema che spesso viene messo in atto nelle nuove emergenze italiane e mondiali lo ha raccontato uno sconosciuto Andrea, un (mediaticamente) anonimo membro del comitato antidiscarica di Terzigno, intervistato da Annozero(1). Come vedremo, quello dell’emergenza, del rischio, è un problema che la filosofia politica sta affrontando sempre con più attenzione: solo per fare un nome fra i tanti, Ulrich Beck sta sviscerando da anni il rapporto fra libertà, biopolitica e rischio, o meglio, percezione del rischio. Un rischio che oramai entra nel corpo e lo struttura dall’interno. Qualcosa di più pervasivo della stessa “paura” hobbesiana. Sulla stessa lunghezza d’onda, i sociologhi-filosofi Anthony Giddens, Robert Castel e Zygmunt Bauman. Ma basterebbe anche pensare ai filosofi italiani Giorgio Agamben ed Ottavio Marzocca. Ogni rischio ha una salvezza. E la nuova salvezza secolarizzata la si ritrova proiettata nei nuovi super eroi dai poteri assoluti (e illiberali), nei leader carismatici di weberiana memoria.

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Ambiente ed Economia, tra ragioni economiche e biopolitica. Intervista ad Ottavio Marzocca.

Se ordini il libro di Ottavio Marzocca Il governo dell’ethos tramite il nostro link hai diritto ad uno sconto significativo: Il governo dell’ethos. La produzione politica dell’agire economico (Eterotopie)

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Filosofi Precari intervista Ottavio Marzocca che anticipa i temi della lectio magistralis tenuta al Festival della Filosofia 2011 (introducendo alcune tematiche trattate nel suo ultimo libro Il governo dell’ethos. La produzione politica dell’agire economico).

Per una questione territoriale, il buco e la Discarica!

Tutto ebbe inizio con un buco. Anzi, si fecero molti buchi. Buchi nella Terra. Terra bucata. In un buco, poi, ci può finire qualunque cosa. Non a caso, nella metafora, il “buco nero” è uno spazio sconosciuto, un non-luogo dove essere risucchiati per poi venire vomitati chissà dove e chissà come. Buchi neri nella Terra. Il buco, inoltre, è sempre un buco interessato, è un buco di qualcuno. È una proprietà, privata. È un buco privato che qualcuno produce, crea, attualizza per qualche motivo. Per togliere o per mettere. Per estrarre o per inserire. La funzionalità dei buchi, quindi, si modifica a seconda delle esigenze. Anche le trincee del primo Conflitto mondiale erano buchi, riempiti dai Rifiuti. Rifiuti umani, perché la Guerra, ogni Guerra, rende l’Essere umano un Rifiuto. Rifiuto di se stesso, innanzitutto. Eppure nessuno rifiuta la Guerra, in ogni Epoca. Solo ed unico Bene comune dell’Umanità. Ma non è questo il nostro caso. O forse si. Perché anche i Rifiuti che quotidianamente produciamo ci appartengono, sono parte di quello che facciamo, di come viviamo. Sono nostri, nostra responsabilità, nostra scelta. È un Rifiuto di noi stessi che va a riempire qualche buco. Siamo noi in qualche buco, il nostro riflesso che riempie la Terra. Terra bucata, appunto. Ma la Terra è condivisione, è pienezza. La Terra ha orrore del buco, per questo tende a riempirlo. Tende a riempirsi. Povera Terra.

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