(Recensione del saggio di Pradeep P. Gokhale: Lokāyata/Cārvāka: A Philosophical Inquiry, Oxford University Press, 2015)
Introduzione: il più antico materialismo del mondo
C’è una rimozione strutturale nella storia globale della filosofia: il fatto che il più antico materialismo documentabile non nasca in Grecia, ma in India. La genealogia canonica è nota: Democrito, alcuni sofisti, Epicuro, Lucrezio. È lì che si fa cominciare il materialismo. Ma questa narrazione è, nel migliore dei casi, incompleta; nel peggiore, ideologica. Prima ancora che la Grecia sviluppi una teoria della materia, in India emerge una tradizione che non solo ne anticipa i tratti fondamentali, ma li radicalizza fino a mettere in discussione l’intero edificio metafisico e religioso. Questa tradizione è il Lokāyata/Cārvāka.
Le testimonianze, pur indirette, rimandano a una corrente già attiva in età pre-buddhista o contemporanea al primo buddhismo. Siamo dunque nello stesso orizzonte cronologico — se non precedente — rispetto alla nascita del materialismo greco. Ma, a differenza della Grecia, questa linea di pensiero non diventa canonica: viene marginalizzata, ridicolizzata, trasmessa attraverso i suoi avversari. E tuttavia, proprio nei frammenti polemici che la conservano, emergono formulazioni di una radicalità impressionante. Uno dei versi più celebri (citato dallo stesso autore) recita:
“yāvat jīvet sukhaṃ jīvet / ṛṇaṃ kṛtvā ghṛtaṃ pibet / bhasmībhūtasya dehasya / punarāgamanaṃ kutaḥ”
“Finché si vive, si viva felicemente; si beva burro chiarificato anche a debito. Quando il corpo è ridotto in cenere, come potrebbe tornare?”
Qui non c’è solo edonismo: c’è la negazione radicale della sopravvivenza dell’anima. Nessuna reincarnazione, nessun aldilà, nessuna compensazione ultraterrena. Ancora più violento è l’attacco ai Veda:
“trayo vedasya kartāro / bhaṇḍa-dhūrta-niśācārāḥ”
“I tre autori dei Veda / sono buffoni, imbroglioni e demoni notturni.”
Non siamo davanti a una riforma religiosa, ma a una distruzione dell’autorità religiosa. In questo contesto, il libro di Pradeep P. Gokhale, con un approccio a tratti militante, si presenta come un tentativo di restituire spessore filosofico a questa tradizione, sottraendola tanto alla caricatura quanto alla semplificazione. A questa rimozione storica se ne aggiunge un’altra, più sottile ma non meno significativa: la quasi totale assenza, nel panorama italiano, di studi accessibili e traduzioni dedicate al Lokāyata/Cārvāka. A differenza della filosofia greca — capillarmente tradotta, commentata e continuamente riproposta — il materialismo indiano resta confinato a pochi lavori specialistici, per lo più in lingua inglese, e raramente entra nel circuito della divulgazione filosofica. Questo dato non è neutro. Rivela una persistenza, spesso inconsapevole, di un orientamento eurocentrico nella trasmissione del sapere filosofico: ciò che non rientra nella genealogia Grecia–Europa tende a essere marginalizzato, quando non del tutto ignorato. Il risultato è che intere tradizioni — anche quando teoricamente decisive — restano invisibili al lettore colto ma non specialista.
Nel caso del Cārvāka, questa invisibilità è paradossale. Ci troviamo di fronte a una delle forme più radicali di critica della metafisica e della religione prodotte nel mondo antico, e tuttavia essa non ha avuto accesso a quella “seconda vita” garantita dalla traduzione, dal commento, dalla didattica. Si produce così un doppio oscuramento: storico, perché questa corrente è stata marginalizzata già nelle fonti antiche che la trasmettono in forma polemica; e contemporaneo, perché continua a restare ai margini della circolazione culturale. In questo senso, il libro di Gokhale non è soltanto un contributo accademico: è anche, implicitamente, un gesto di riequilibrio, che costringe a rimettere in discussione la mappa stessa della filosofia globale.
Struttura dell’opera: una filosofia ricostruita per problemi
Uno dei meriti principali del libro è la sua struttura. Gokhale non segue una narrazione puramente storica o cronologica, ma organizza il materiale secondo problemi filosofici. L’opera si articola in una serie di capitoli che possono essere letti come movimenti successivi di una stessa operazione: smontare il cliché del Cārvāka e ricostruirne la complessità interna. Il primo capitolo è teoricamente decisivo: qui viene introdotta la tesi della pluralità interna del Cārvāka. Non esiste un sistema unitario, ma una famiglia di posizioni. I capitoli successivi sviluppano questa intuizione lungo tre assi principali:
- epistemologia (i mezzi della conoscenza)
- ontologia (la natura della realtà)
- etica (le conseguenze pratiche)
A questi si aggiungono capitoli dedicati a figure filosofiche specifiche e alla ricostruzione critica delle fonti. La struttura complessiva è dunque tematica, non storica. Questo è coerente con l’impostazione generale del libro: il Cārvāka non è una scuola con un fondatore e una dottrina, ma un campo di tensioni teoriche. L’autore introduce il suo lavoro dichiarando una personale affiliazione alla prospettiva Cārvāka, pur considerandosi anche un “buddista secolare”. La sua tesi centrale è che il Cārvāka-darśana non debba essere inteso come una singola posizione filosofica ristretta, ma come una ribellione intellettuale contro le tendenze ritualistiche e ultraterrene della tradizione indiana.
Gokhale critica l’approccio “singolarista” dei pandit tradizionali e di alcuni storici moderni (come Chattopadhyaya), proponendo invece una visione pluralista. Egli distingue tra l’interesse puramente storico (la raccolta di frammenti) e l’indagine filosofica (la ricostruzione di argomenti e dottrine). Il libro si muove in una cornice storica che vede il termine “Lokāyata” precedere cronologicamente “Cārvāka” (che emerge dopo il VI secolo d.C.), ma sostiene una continuità razionalista tra i due. Nelle sezioni seguenti di questa recensione si cercherà di effettuare un’ampia sintesi del saggio, capitolo per capitolo, il tutto a scopo divulgativo, per offrire al lettore italiano materiale e argomenti su questa centrale lacuna filosofica e storiografica. Per la citazione (e traduzione) del testo, si scelgono dei passi capaci di mettere in luce la modernità di questa traduzione filosofica.
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