Mercanti di dubbi: i complotti esistono, ma non sono quel che pensi


Viviamo in un’epoca polarizzata, in cui ogni discussione sembra ridursi a un referendum da social: da una parte i fan delle scie chimiche, dall’altra gli scientisti a oltranza. Mercanti di dubbi, di Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, rifiuta questa alternativa e ci mette davanti a una verità scomoda. I complotti esistono davvero, ma, come direbbe Umberto Eco, non sono quasi mai quelli che ci raccontano i complottisti da tastiera. Quelli veri sono stati costruiti a tavolino, hanno mosso (e muovono) miliardi di dollari e portano la firma di multinazionali, lobby, politici senza scrupoli e scienziati compiacenti, spesso accademici con un piede nel mondo dell’industria.

Questo libro scritto dai due  accademici e storici della scienza uscì negli Stati Uniti nel 2010 e da allora è diventato un riferimento obbligato per chiunque si occupi di negazionismo e di rapporto tra scienza, media e politica. La sua fortuna è passata anche dal cinema, con il documentario omonimo di Robert Kenner del 2014 (clicca qui per vedere il documentario sub ITA), e dalla traduzione in diverse lingue. In Italia il libro è arrivato nel 2019, e la nuova edizione, a quindici anni dall’originale, è corredata da un’introduzione di Massimo Polidoro (un divulgatore scientifico che i falsi complotti li studia davvero), da una prefazione di Donatella Barus e da un’ampia intervista all’autrice Naomi Oreskes. Quest’ultima è un bilancio amaro: gli autori pensavano che, se la politica avesse agito sul problema del cambiamento climatico, il loro lavoro sarebbe rimasto un semplice studio storico, e invece ne è uscito un libro ancora più attuale, visto che nessun governo sta prendendo la cosa seriamente. Lo stesso Polidoro racconta di aver vissuto la prima lettura come un pugno nello stomaco, e lo stesso effetto spetta a chiunque abbia una visione troppo ottimista e ingenua della scienza.

Perché questa disinformazione decennale, ricostruita nel libro, ha funzionato così bene, come dimostrano le fake news che ammorbano il tema del riscaldamento globale? L’Epilogo del libro risponde con la teoria delle decisioni: quando un problema viene presentato come incerto, la scelta che appare più razionale al decisore politico è non fare nulla, perché agire costa subito mentre i benefici sono futuri e dubbi. L’incertezza fabbricata dalle lobbies è dunque il miglior alleato dello status quo, e non sorprende che a invocare «nuove ricerche» siano sempre coloro che dall’inazione traggono vantaggio. Lo confessò con rara lucidità S. J. Green, ex direttore delle ricerche della British American Tobacco: la richiesta di nuove prove è sempre un espediente per giustificare l’inazione, ed è la prima reazione di chi è colpevole.

La struttura del libro è quella di un’inchiesta storica molto dettagliata e ricca di prove documentate che procede per casi, in cui ogni capitolo mostra lo stesso metodo applicato a un terreno diverso. Il primo capitolo ricostruisce la nascita della “strategia del tabacco”, dal vertice del Plaza Hotel nel 1953 fino al memorandum dell’industria, secondo cui «il dubbio è il nostro prodotto», dubbio che impaludò le ricerche sulla cancerogenità del tabacco. Nei capitoli centrali il metodo del dubbio viene trasferito di terreno in terreno. Il secondo racconta come quattro fisici della Guerra Fredda, Seitz, Jastrow, Nierenberg e Teller, passino dalla difesa dello scudo spaziale di Reagan e dalla fondazione del George C. Marshall Institute all’attacco contro la scienza del clima. Il terzo e il quarto mostrano la stessa tecnica contro le piogge acide e contro il buco dell’ozono, con il ritardo di anni imposto a regolamentazioni che poi si sarebbero rivelate efficaci e poco costose. Il quinto introduce l’invenzione della “scienza spazzatura” nella battaglia sul fumo passivo, ma il sesto è il cuore dell’opera: il negazionismo climatico, dalla manipolazione del rapporto Nierenberg all’attacco a Ben Santer e al Petition Project. Il settimo, infine, mostra la riscrittura della storia attraverso la più recente campagna contro Rachel Carson, accusata di avere «le mani sporche di sangue» per il bando del DDT. Conclusione ed Epilogo del libro dispiegano poi la riflessione teorica sull’intera vicenda.

Quindi che fare? Buttare via l’acqua sporca insieme al bambino, scienza e antiscienza nello stesso fascio? Certo che no. La via d’uscita deve fare i conti con i fatti, e i fatti dicono che la questione è ideologica ed economica insieme. I principali propagatori di antiscienza erano (e sono) anticomunisti di ferro e conservatori, residuati bellici del Novecento, devoti al dogma della deregolamentazione e dello Stato minimo. Per loro ammettere che il fumo uccide, che le piogge acide devastano le foreste, che i CFC bucano l’ozono o che la CO₂ scalda il pianeta significava ammettere un fallimento del mercato. E ammettere un fallimento del mercato voleva dire legittimare la regolamentazione, quindi, nella loro paranoia, la prima tappa verso il socialismo. Quell’idea, non per caso, porta alle multinazionali molti più profitti di uno Stato che regola e obbliga. Polidoro nella prefazione collega Mercanti di dubbi al successivo lavoro degli stessi autori, The Big Myth. Se Mercanti di dubbi spiega come si costruisce il dubbio (il “trucco”), The Big Myth illustra perché lo si fa (l’ideologia). Il motore principale di chi nega le evidenze non è soltanto il profitto immediato, ma un fondamentalismo di mercato secondo cui qualsiasi regolamentazione, limite o legge statale costituisce un attacco inaccettabile alla libertà individuale. Per evitare norme ambientali o sanitarie, diventa quindi indispensabile demonizzare la scienza che quelle norme giustificherebbe.

Il metodo di questa falsa scienza è un vero jujitsu retorico (espressione degli autori): rivolgere contro la scienza la sua stessa onestà. La scienza non offre certezze assolute ma un consenso collettivo, raggiunto attraverso la peer review, e i mercanti del dubbio hanno sfruttato questa naturale provvisorietà per spacciare ogni incertezza per ignoranza. Non potendo vincere dentro la comunità scientifica, hanno edificato un villaggio Potëmkin (altra espressione degli autori) della scienza: istituti di facciata, riviste senza revisione paritaria, scienziati prezzolati, white paper rivestiti di grafici e note a piè di pagina, consegnati direttamente a Casa Bianca e Congresso. Hanno trovato un alleato inconsapevole nei media, che applicando impropriamente alla scienza la logica della Fairness Doctrine, nata per il pluralismo politico, hanno dato eguale spazio mediatico a migliaia di ricercatori e a una sparuta manciata di scettici, trasformando un consenso in una finta controversia. A completare l’opera, l’abuso di competenza: chiedere a un fisico un parere sul legame tra fumo e cancro, ricordano gli autori, è come chiedere a un comandante dell’aeronautica un parere sul progetto di un sottomarino.

Gli autori rendono il meccanismo della negazione delle lobbies con una metafora. Immaginiamo un banchetto sfarzoso a cui siedono centinaia di milioni di persone: è la prosperità dell’Occidente industriale, alimentata per un secolo e mezzo dai combustibili fossili. A un certo punto arriva il cameriere con il conto, che sono i danni accumulati: piogge acide, ozono, sostanze tossiche, riscaldamento globale. Il cameriere sono gli scienziati: non hanno ordinato loro il pranzo né deciso il prezzo, si limitano a riferire che il conto è arrivato. Eppure i commensali reagiscono come i negazionisti: dicono che il conto non esiste, che non è per loro, oppure accusano il cameriere di volersi intascare i soldi. I mercanti del dubbio sono coloro che convincono la sala a prendersela con il cameriere invece di pagare. Il pranzo non era gratis, è una triste verità ma qualcuno (la scienza) deve dirlo.

C’è poi una conseguenza che il libro e l’intervista finale a Oreskes rendono evidente. I protagonisti di questa storia, scienziati come Seitz, Jastrow, Nierenberg, Singer, sono tutti morti, ma la loro opera non solo è sopravvissuta, è più potente di prima. Il sistema che hanno costruito, fatto di think tank, finanziamenti, reti di consulenti (accademici e non), manuali per l’attacco alla “cattiva scienza”, ha prodotto istituzioni capaci di camminare con le proprie gambe: la Heritage Foundation, il motore ideologico del Progetto 2025, ne è l’esempio più evidente. Ai tempi dei social network e dell’intelligenza artificiale, poi, il dubbio costa meno che mai, circola senza filtri e può contare su prove false generate in serie e sulla automatica polarizzazione dell’algoritmo. Per questo sarebbe un errore ridurre tutto il problema al laissez-faire. Il neoliberalismo che oggi prospera su questa eredità non propone necessariamente lo Stato minimo e può convivere benissimo con uno Stato protezionista e interventista, come l’America di Trump, che usa dazi, sussidi e potere esecutivo e allo stesso tempo smantella le agenzie ambientali e le tutele che limitano gli interessi dei grandi gruppi economici sempre più oligarchici. La costante non è l’avversione allo Stato in quanto tale, ma l’ostilità verso ogni regola che metta un limite al profitto, e quindi verso la scienza che quelle regole giustificherebbe.

Il libro non si chiude, però, nel pessimismo, e la sua risposta è la più lontana possibile sia dal complottismo sia dallo scientismo. Contro il mito positivista di una scienza fatta di verità definitive, Oreskes e Conway la presentano per ciò che è: un’impresa collettiva e istituzionale, imperfetta e sempre rivedibile, ma di gran lunga la migliore bussola di cui disponiamo. Poiché nessuno può verificare da solo la fisica dell’atmosfera o la sicurezza di un farmaco, l’unica scelta razionale è una fiducia delegata e informata nelle istituzioni che sottopongono le tesi al vaglio dei pari: il cinismo indiscriminato non è spirito critico, è paralisi. E come disse l’epidemiologo Austin Bradford Hill, il lavoro scientifico è sempre incompleto, ma questo non ci autorizza a ignorare ciò che sappiamo né a rimandare le azioni necessarie.
Segue l’analisi dettagliata dei capitoli del libro.
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Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850. Una recensione di Francesca Borsari

I moti del 1848 in tutta Europa. Anche questa volta, l'inizio fu in Francia

Se ordini il libro tramite il nostro link hai diritto ad uno sconto significativo (Amazon): Le Lotte Di Classe in Francia Dal 1848 Al 1850 (1896)

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Il lavoro che viene qui ristampato, fu il primo tentativo di spiegare attraverso la concezione materialistica un frammento di storia contemporanea partendo dalla situazione economica corrispondente. (Friedrich Engels, p. 39)

Credo che la succitata frase riassuma in sé la motivazione principale per la quale leggere questo libro. Ulteriori motivazioni risiedono nella scorrevolezza del testo e, dal mio punto di vista, nella dimostrazione di quanto peso può avere un’idea nell’interpretazione storica. L’opera di Marx “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” fu pubblicata sulla Neue Rheinische Zeitung come serie di articoli. Nel 1895 Engels pubblicò una nuova edizione dell’opera di Marx intitolandola “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” dando titoli nuovi ai tre capitoli già apparsi. Come quarto capitolo aggiunse le parti dedicate alla Francia della Rassegna maggio-ottobre 1850 con il titolo “La soppressione del suffragio universale nel 1850“.

Il contesto filosofico dal quale Marx prende le mosse e dal quale è possibile spiegare quest’opera, è quello della messa in crisi della filosofia hegeliana perpetrata da Feuerbach, da Kierkegaard e da egli stesso tra gli anni ’40 e ’50 dell’800. Si era criticata l’idea di un idealismo assoluto che inseriva la ragione in un processo dialettico che rivelava la struttura stessa della realtà: l’accento è posto di nuovo sull’uomo. Marx rifiuta di Hegel l’identità della storia con la realizzazione di un principio assoluto, ma riprende la struttura dialettica del processo storico. Anche per Marx la storia è importante, ma perché terreno di trasformazione delle relazioni degli uomini. Nella produzione delle proprie condizioni materiali di vita gli uomini costruiscono un insieme di relazioni che sono la vera struttura della società; la storia non è che l’evoluzione di queste strutture economiche. Tutto il resto (diritto, religione, cultura, arte ecc.) non è che sovrastruttura e dunque, in quanto tale, dipendente dalla struttura e senza vera autonomia.
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M. De Certeau, La scrittura della storia. La vertigine dell’uomo storico

a cura di Elisa Scirocchi

“[…]Così è la storia. Un gioco della vita e della morte prosegue nel calmo dispiegarsi di un racconto, ricomparsa e denegazione dell’origine, svelamento di un passato morto e risultato di una pratica presente[ …]”.

Michel De Certeau: Filosofo, letterato, storico, teologo, studioso di psicoanalisi. Dal profondo interesse per la psicologia, e per le scienze sociali in generale, nasce, nel 1975, La scrittura della storia. Come la stella polare brilla chiara nel cielo di navigatori, l’operato di Freud emerge in questo testo come punto di riferimento assoluto. De Certeau tende a designare Freud come colui che riuscì a far emergere quelle dimensioni inquietanti dell’essere umano, le quali possono essere comprese solo se trascritte o raccontate in una storia attraverso il mondo retorico della scrittura. L’analista, infatti, scava il nostro inconscio attraverso delle figure di stile che si ripetono e che sono applicabili a molteplici situazioni. Se ci pensiamo bene il disaccordo con il padre che porta al complesso di Edipo, o l’associazione attraverso il transfert di una persona a un’altra, sono, come afferma lo stesso De Certeau, dei fenomeni polivalenti. Attraverso queste figure possiamo dare voce al nostro inconscio, allo stesso modo in cui solo attraverso delle lenti scure siamo in grado di guardare la luce accecante del sole. Queste strutture formali non colmano le nostre lacune, non portano a una piena trasformazione della nostra parte inconscia in conscia, non ci consegnano noi stessi, ma ci avvicinano soltanto a noi stessi. Scrive De Certeau che questi formali e retorici espedienti “circoscrivono l’inesplicato, non lo spiegano”. Attraverso la scrittura della storia, l’uomo mostra tutta la sua debolezza, e il suo lato lacunoso, così come attraverso un’analisi di tipo psicoanalitico egli mette a nudo il suo lato più debole. La storia esprime l’estraneità che proviamo verso di noi, estraneità tutta propria dell’uomo contemporaneo in continua lotta con se stesso e con la sua voglia connaturata di evadere da sé, che lo mette in condizione di fare continuamente progetti.

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Di Cesare, Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo

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recensione di Stella Maria Sablone

«Le camere a gas non sono mai esistite, lo sterminio non ha avuto luogo. Piuttosto la Shoà è una “favola”che gli ebrei vanno raccontando da decenni, un “mito” accortamente costruito per raggiungere i loro scopi politici e finanziari». Queste le argomentazioni fondanti del negazionismo denunciate nel testo Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo, in cui l’autrice Donatella Di Cesare sposta l’attenzione dal come al perché della negazione, ritenendola l’unica via percorribile per dimostrare la stretta relazione che intercorre tra quest’ultima e l’annientamento, nesso fin ora pericolosamente rimasto inosservato. Ma che cosa vuol dire negare? La domanda non è solo storica ma anche politica e filosofica e apre a altre questioni da chiarire: chi sono i negazionisti? Perché negano? Qual’è l’intento che li muove, lo scopo che hanno di mira? L’evidenza dei contenuti sottesi alle parole «non è» e «non esiste» mostra il reale rischio del negare in quanto «il non-essere nega l’essere, lo annienta e lo nullifica»; questa «patologia del negare» sconfina dunque in un nichilismo aberrante, senza possibilità dialogica e apre a problemi urgenti come quello ontologico – dettato dalla rimozione del reale che invece dovrebbe essere parte integrante della realtà condivisa – e quello politico – strettamente legato alle domande sul chi e sul perché, sul fine ultimo della negazione.

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Mente e natura, Gregory Bateson e l’approccio sistemico

Nel prossimo brano, tratto da “Mente e natura”, il filosofo, psicologo, antropologo e biologo Gregory Bateson crea un fecondo parallelismo  fra come funzionano i nostri organi di senso e come funziona la conoscenza: gli organi di senso umani possono ricevere “soltanto” notizie di differenze, e per essere percettibili le differenze devono essere codificate in eventi temporali (cioè in ‘cambiamenti’). La “scienza”, e la “conoscenza”, non è altro che una ricerca delle invarianze, in natura come nel mondo storico. Trovare e definire linguisticamente qualcosa che non cambia (le invarianze), a sua volta, significa trovare le “differenze“. Ma ci sono metodi e metodi nella scienza. Gregory Bateson, un pioniere del pensiero complesso, sistemico, gerarchico e pluridisciplinare, contro ogni approccio riduzionistico, in “Mente e natura” ci invita a “conoscere” e a fare scienza prendendo esempio dal funzionamento dei nostri occhi, dalla visione binoculare. Descrivere un fenomeno da due punti di vista differenti, con due elaborazioni diverse, aumenta infine la comprensione e la descrizione del fenomeno nella relativa e inevitabile sintesi fra i due dati diversi. Come la visione binoculare fornisce la possibilità evolutiva di una nuova informazione (la profondità spaziale) così la comprensione dei fenomeni attraverso la “relazione” è in grado di  fornire un ordine nuovo di comprensione e una pedagogia nuova. Dalla visione combinata dei due organi e dai due emisferi cerebrali si ottiene un genere d’informazione che si potrebbe ottenere da un solo occhio soltanto impiegando speciali conoscenze collaterali (ad esempio, sulla sovrapposizione degli oggetti nel campo visivo); si ottiene, appunto, la percezione della profondità. Questa informazione riguarda una dimensione diversa (come direbbe il fisico), o un’informazione di tipo logico diverso (come direbbe Bateson). Per Bateson, però, questa della visione binoculare non è una semplice metafora: è un meccanismo generale provato dall’evoluzione darwiniana, dalla biologia, dal funzionamento della nostra mente. Di questa “metafora”, l’autore, nel corso del libro, dipana una raffinata spiegazione logica, ricca di esempi tecnici ma comprensibili anche per non addetti ai lavori, visto che, come direbbe Gould, la scienza ha bisogno delle giuste metafore per progredire. Nel metodo di Bateson, il “tutto” è sempre qualcosa in più della  somma delle parti.

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Frankenstein Incompreso, una recensione del libro di Mary Shelley

Aligi Sassu, Prometeo, 1970

Ci sono storie radicate profondamente nella cultura e così spontanee alla mente da sembrare naturali, indiscutibili, innate. Sono storie eterne perchè senza memoria; sviluppate nel tempo del Mito si trascinano invisibili di generazione in generazione. Chiamate da Jung archetipi vengono continuamente riplasmate, anche in epoche moderne, senza perdere il loro alone di immortalità. Qui sta forse il segreto nascosto del Frankenstein di Mary Shelley, madre di fantascienza. Dalla mitologia il romanzo prende in prestito le idee della creazione e dell’acquisizione della conoscenza con un riferimento esplicito a Prometeo, la divinità greca che forgiò l’uomo con l’argilla e che, per avergli restituito il fuoco – simbolo dell’evoluzione tecnico-scientifica – venne punito da Zeus per l’eternità. La fama e la diffusione popolare del romanzo però non hanno impedito la nascita di fraintendimenti e rielaborazioni, fissati nell’ immaginario collettivo da successive trasposizioni teatrali e cinematografiche. Il romanzo originale non ha niente a che vedere con quel mostro sbandierato dallo scetticismo antiscientifico che invade oggi i dibattiti della bioetica e non è assolutamente un manifesto contro la tecno-scienza e le sue invasioni di presunte prerogative divine. L’ argomento Frankestein utilizzato dai detrattori della scienza non trova, nelle sue modalità, alcun riscontro nel testo: i riferimenti mitici del romanzo rimangono sempre pure metafore letterarie.  L’opera di Shelley è nata come storia di orrore e parla di passioni umane, di convenzioni sociali, di scienza e di solitudine, tanta solitudine. Se una critica alla conoscenza scientifica è presente allora va ricercato in questi ambiti. Frankenstein, o il Moderno Prometeo è un romanzo di fantascienza da una forte connotazione umanista.
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Helmuth Plessner, Il riso e il pianto. Recensione di Diana Bonsignore.

L'esperimento Ekman e Friesen sulle espressioni facciali universali

Concepire il riso e il pianto come forme espressive significa partire dall’uomo come totalità, e non dal particolare – come il corpo, l’anima, lo spirito, il legame sociale – che si lascia separare dalla totalità quasi fosse qualcosa di autonomo (Helmut Plessner)

Di norma, la filosofia si è posta come scopo la ricerca della verità, scientifica o metafisica, mistica o religiosa e, raramente, ha sopportato lo sguardo beffardo tipico del comico. La filosofia ha, spesso, preferito la polemica, il contraddittorio e lo scontro, piuttosto che l’ambivalenza dello humour. In sostanza, anche all’interno della filosofia contemporanea, realtà in cui comunque pochissimi continuano a credere nell’esistenza di una verità universale e necessaria, si continua a preferire qualcosa che ha più affinità con il tragico che con il comico. Come sostiene Ferroni, l’esistenza del comico è stata per secoli relegata in una zona “bassa”, che non poteva venire negata fino in fondo ma restava comunque tollerata perché subalterna ad una seria, quindi alta e nobile. In questi termini, il riso è stato inteso alla stregua di una parentesi, di una momentanea divagazione. A tale proposito, emblematica è la disputa medievale fra coloro i quali affermavano che Cristo, durante la sua vita, abbia potuto ridere in virtù della sua parte umana; o non l’abbia di certo fatto perché ne riconoscono solo la sua natura divina, negando quella umana.  Eppure, vari autori hanno dato uno spazio, più o meno ampio, proprio all’indagine del fenomeno comico e, tra di essi, spiccano Platone, Aristotele, Hobbes, Kierkegaard, Nietzsche, Baudelaire, Freud, Bergson, Pirandello ed altri. Inoltre, se uno spazio marginale è stato affidato al riso, possiamo affermare tranquillamente che al pianto si è dato ancor meno rilievo. In questo panorama di studi, particolarmente interessante e originale risulta l’interpretazione che Plessner fornisce delle due manifestazioni.

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Hannah Arendt, Il concetto d’amore in Agostino. Una recensione di Angela Del Gesso

La foto di una giovane Hannah Arendt

“La vita felice è la vita che non può essere perduta. La vita terrestre è una mors vitalis oppure una vita mortalis , una vita inscritta nella morte. Tale vita diventa una costante paura.” E poco oltre: “ove non c’è morte e di conseguenza non c’è futuro, è possibile vivere sine angore curae”

Questo è ciò che si legge in alcune righe del saggio sul concetto di amore in Agostino che Hannah Arendt scrisse in occasione del conseguimento della sua laurea, sotto la tutela di Jaspers. L’incontro con Heidegger era già avvenuto. La Hannah che si approccia all’interpretazione dell’amore agostiniano è già stata segnata intellettualmente ed umanamente dall’incontro con l’autore di Essere e Tempo ed il lavoro a cui ci stiamo riferendo ne è una testimonianza. Tramite la riflessione sui concetti agostiniani, Arendt ,infatti, palesa un’attenzione particolare ai temi cari ad Heidegger: il problema della temporalità, la questione della posizione ontologico-esistenziale della morte, la dimensione intramondana dell’esistenza. Il brevissimo passo sopra riportato è una conferma di tale tendenza arendtiana e, allo stesso tempo, è esemplificativo dell’approccio della Nostra alla questione Agostiniana. Agostino è un autore ed un uomo controverso; le sue opere sono indissolubilmente legate alle  fasi della sua vita e ai diversi gradi di consapevolezza che acquisisce rispetto alla propria esistenza e, quindi, rispetto all’esistenza dell’uomo e alla sua posizione nei confronti del creato. Fare un’analisi unitaria della sua opera senza ricostruire cronologicamente le sue idee è un lavoro arduo. Hannah Arendt è la protagonista di tale impresa. Il suo saggio è un’ analisi del concetto di amore che viene affrontato non tanto dal punto di vista metafisico ed ontologico, quanto,invece,nei suoi aspetti fenomenologici ed esistenziali.

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Sartre, La nausea. Una recensione di Elisa Scirocchi

Ernst Ludwig Kirchner, Marcella, 1910

Antoine Roquentin e le sue braccia penzoloni.

“[…] Il tempo riprende la sua mollezza quotidiana […].

Bouville, cittadina vezzosa e immaginaria della Francia, anni Trenta del Novecento. Antoine Roquentin è uno storico impegnato nella scrittura della biografia di un tale, vissuto nel Settecento, che risponde al nome di messier De Rollebon. È lui a raccontarci le sue giornate, le sue (dis-) avventure. La nausea (1938) incarna i moderni standard degli scrittori novecenteschi, ove la rottura del tradizionale schema temporale, l’evidente assenza di effettive situazioni narrative e l’incedere dirompente dell’emotività dei personaggi, sono protagonisti indiscussi. Sartre abolisce l’oramai desueto narratore esterno e dona la voce al suo fragile Antoine, donandogli l’esistenza. Antoine trascorre le sue giornate alla ricerca di qualcosa da scrivere, di qualcosa da fare, di qualcuno con cui parlare. La sua solitudine è dilaniante. “[…] Le persone che vivono in società hanno imparato a vedersi, negli specchi, esattamente come appaiono ai loro amici. Io non ho amici […]”.

Il suo rapporto con il mondo appare univoco, e unicamente basato su ciò che egli vede. Lo sguardo di Antoine è attento a cogliere in maniera minuziosa, a tratti maniacale, ogni dettaglio. E così, il color malva (poco deciso), delle bretelle di un cameriere, diviene per Antoine fonte d’irritazione, tanto che egli avrebbe voglia di gridare loro di assumere il colore viola, di ammettere la loro falsa umiltà, il loro essere “[…] ostinate nel loro sforzo incompiuto […]”. La desolazione delle vie cittadine rispecchia l’animo di Antoine. Ogni cosa lo colpisce: Gli occhi vividi di due giovani amanti, il vento che sibila tra le abitazioni, il fumo delle sigarette degli uomini in strada, i denti guasti di quell’uomo seduto dentro il Caffè, le guance rosse di Anny, il gorgoglio (simile a un rantolo) di una fontana, e la radice di quel castagno che s’insinua tra le falde del terreno. Tutto ciò che esiste, irrompe nella sua vita, lo schiaccia. “[…] Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto […]. Alla maniera di un fotogramma del cinema, lo sguardo del protagonista seleziona la realtà da includere nell’inquadratura del suo teleobiettivo. L’immagine della realtà, raccontata dagli occhi di Antoine, risulta a noi che leggiamo, come assorbita dal suo sguardo, quasi pietrificata, come dagli occhi di Medusa. Allo stesso tempo in cui sorprendiamo lo sguardo di Antoine a oggettivare la realtà, è la realtà stessa a rendere Antoine un oggetto di sé. Egli riconosce di esistere. Egli è lì nel mondo della contingenza. Egli è un corpo. Per questo esiste ancor prima di essere. Le sue braccia penzoloni, che incontriamo più volte nel romanzo, queste braccia molli, abbandonate a se stesse, descrivono la frustrazione di quest’uomo, e l’agonia che egli prova in questa vita esasperante. Attraverso le parole di Sartre riusciamo a sondare il senso delle cose, comprendiamo il loro essere gratuite, e attraverso di loro ritroviamo noi stessi. La nausea è un romanzo che racconta la nostra condizione priva di senso, una lettura che ci coinvolge da vicino. La nausea siamo noi.

 Elisa Scirocchi

 

 

Sigmund Freud, Psicologia della vita amorosa. Una recensione di Maria Chiara Pierbattista

Haynes King, Jealousy and Flirtation (1874)

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Nel 1912 Freud affermava: “Non possiamo sottrarci alla conclusione che oggi il comportamento amoroso dell’uomo, del nostro mondo civile, è improntato a impotenza psichica. Solo in una minoranza delle persone colte la corrente di tenerezza e quella sensuale si armonizzano reciprocamente; quasi sempre, nella attività sessuale, l’uomo si sente limitato dal rispetto per la donna e sviluppa la sua piena potenza solo quando ha dinanzi a sé un oggetto sessuale degradato.” Hanno un secolo i paradigmi freudiani sull’eros e se si volesse dare un lettura in chiave moderna lo si potrebbe fare solo constatando la maggiore propensione di oggi a mostrare ed enfatizzare la sessualità,  la parte puramente estetica e non psichica, s’intende. I contributi alla psicologia amorosa di Freud rappresentano, per esperti in materia e non, un’analisi precisa e profonda dei meccanismi mentali che influenzano le pratiche amorose. Interessante è il modo in cui i contributi ci portano a riflettere, ad esempio, sulle modalità di scelta del proprio oggetto del desiderio, apparentemente casuali, influenzate sempre da fattori riconoscibili quali “il terzo danneggiato”(un rivale o comunque una figura del suo stesso sesso che in qualche modo sia legata alla donna bramata) e “la dubbia moralità”della donna stessa. Sono dispositivi che si innescano nella psiche di ognuno ogni volta che ci si approccia ad una relazione. Se volessimo ridurre questi teoremi ad un concetto più spicciolo e riscontrabile nel quotidiano però, non è infondo più stimolante possedere qualcuno/qualcosa dopo averlo bramato ardentemente ed aver superato qualche ostacolo? L’eccessiva sicurezza non finisce per assopire i rapporti nella loro ripetitiva e noiosa normalità?
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Marías, Domani nella battaglia pensa a me. Una recensione di Roberta Savino

Javier Marias

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“Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa. Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori”

Javier Marías affida il titolo del suo  romanzo  a  un  passo  del  Riccardo  III  di  Shakespeare. La scelta di tale citazione non è casuale, l’autore ci si sofferma e la ripropone più volte,  evidenziando il forte legame  tra il rimando  shaksperiano  e  il  romanzo  stesso.  La morte,  la vita,  la  battaglia  come  metafora  della  vita, il peso  dei  ricordi e  dei  rimpianti  che  come  piombo  si  posa  sul  petto  di  chi  resta,  di  chi  non  muore, di  chi  continua  a  vivere.  “Domani  nella  battaglia  pensa  a  me” appare  come  una  minaccia  scagliata  dal  defunto  nel  mentre della  sua  dipartita.  E’  un’ esortazione  a  non  dimenticare,  a  non  voltare  la  faccia  alla  morte. Scrivere   della   morte  non  è  affatto  conveniente.  Se  va  bene  si  rischia  che  il  lettore  si  affidi  al romanzo  con  sospetto  e  inquietudine;  se  va  male  le  probabilità  che  si  abbandoni  la  lettura  si  fanno assai  alte. Il  punto  nevralgico  della  questione,  ciò  che  svela  il  motivo  di  questa  mia  arringa,  risiede nel  fatto  che  la  Morte,  oggi,  fa  una  paura  tremenda.  Tutte  le  più  grandi  spiegazioni  su  di  essa risultano  obsolete.  I  ferventi  cattolici  si  aggrappano  alla  consolante  idea  che  “la morte  è  solo  un passaggio,  dopo  si  andrà  nel  regno  dei  cieli”,  le  filosofie  new age,  per  le  quali  io  nutro  profondo sospetto,  propongono  invece  la  tesi  della  reincarnazione  e  così  sia.  Ma  gli  scettici,  con  cosa  si consolano?  Il  capolinea  della  modernità  è  stato  quello  di  svelare  l’illusione,  con  le  parole  care  a Nietzsche,  di  una  grossa  bufala.  E  ne  paghiamo  le  amare  conseguenze. Lo  scrittore  madrileno   Javier  Marias,  vincitore  di  numerosi  premi  letterari,  racconta  della  morte come  un oratore  che  si  affida  al  suo  flusso  di   coscienza  dinanzi  a  una  platea  seria  e  mal  disposta  al  tema.  La  morte  appare  oggi  il  mistero  dei  misteri.  Eppure,  è  un  mistero  di  cui  non  si  parla,  non si  deve  parlare. Ecco  che  Marias  ci  prende  per  mano, e  senza  censure  ci  catapulta  in  una  situazione che  ha  del paradossale.

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Gerald Edelman, Seconda natura. Scienza del cervello e conoscenza umana. Una recensione

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In questo scritto si prende in esame un’opera scientifica che nonostante non sia di recente pubblicazione – la sua uscita anglofona è del 2006  – non è per tale ragione da considerare obsoleta, quantomeno nello spirito che informa il testo. Gerald M. Edelman, autore del libro in questione, premio Nobel nel 1972 per la fisiologia e la medicina per i suoi lavori sul sistema immunitario, è attualmente direttore del Neurosciences Institute di San Diego e presidente del Dipartimento di Neurobiologia presso lo Scripps Research Institute di La Jolla (California). Nella prefazione del suo Seconda natura. Scienza del cervello e conoscenza umana, (tradotto in lingua italiana nel 2007 per Raffaello Cortina Editore, nella collana diretta da G. Giorello), Edelman afferma la propria convinzione secondo la quale, seguendo William James, «la coscienza è un processo la cui funzione è conoscere»; e, dunque, capire la coscienza è fondamentale per comprendere «quale sia la relazione tra i progressi delle scienze del cervello e i problemi della conoscenza umana». La nascita della fisica moderna, che segna l’inizio del più profondo cambiamento di prospettiva mai affrontato dalla specie umana, e lo sviluppo dell’idea di selezione naturale, che fornì la base teorica per comprendere l’evoluzione degli esseri viventi, tratteggiano un arco che non è ancora compiuto: la scienza, infatti, non ha ancora chiarito le basi cerebrali della coscienza, esperienza irriducibilmente soggettiva, non oggettivabile. Considerando la scienza come «immaginazione al servizio della verità verificabile» – dunque, essendo l’immaginazione dipendente dalla coscienza, anche la scienza è dipendente dalla coscienza – Edelman, all’interno di una prospettiva che potremmo ricondurre all’ecologia intesa come scienza che studia i rapporti tra gli esseri viventi e l’ambiente, sostiene l’assunto che possediamo una teoria scientifica della coscienza soddisfacente, che chiama «darwinismo neurale», secondo la quale la coscienza emerge dalla dinamica celebrale. In altri termini, nell’indagare come funziona il cervello (il quale è incarnato in un corpo, così quest’ultimo influenza ed è influenzato dall’insieme delle relazioni con l’econicchia) è possibile formularne una teoria globale che si possa ampliare fino a spiegare la coscienza, permettendoci di comprendere meglio il nostro posto nell’ordine naturale.

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