
«Il vincitore non crede al caso»: in questo aforisma nietzscheano è racchiuso, con fulminante concisione, il nucleo ideologico della società meritocratica e del libro di Sandel. Chi vince tende a interpretare il proprio successo come il frutto esclusivo delle proprie qualità — l’impegno, il talento, la volontà — rimuovendo sistematicamente dalla propria narrazione tutto ciò che non rientra nella categoria del merito: la fortuna, le condizioni di partenza, il contesto familiare e sociale, la sfera biologico/ereditaria. Non si tratta di mera ipocrisia individuale, ma di qualcosa di più radicato: un vero e proprio bias cognitivo che Melvin Lerner ha descritto negli anni ’60 con il concetto di Belief in a Just World — la credenza in un mondo giusto. Secondo questo meccanismo psicologico, le persone tendono a convincersi che gli individui ottengano ciò che meritano e meritino ciò che ottengono: i ricchi sono ricchi perché se lo sono guadagnato, i poveri sono poveri perché lo hanno «scelto», con le loro debolezze, la loro inerzia, il loro scarso impegno. Per reggere il copione ed evitare dissonanze cognitive, le vittime vengono colpevolizzate, i vincitori glorificati. Il successo individuale viene così moralizzato e trasformato in sentenza.
Su questo doppio pilastro — la negazione del caso da parte del vincitore e la naturalizzazione della disuguaglianza da parte dell’ideologia dominante — si regge la legittimazione del sistema socio-economico contemporaneo. L’ordine economico liberale ha sempre avuto bisogno di una narrazione che ne giustificasse gli esiti: e la meritocrazia assolve precisamente questa funzione. Essa trasforma la diseguaglianza in verdetto morale, presentando la posizione sociale di ciascuno come la traduzione fedele del proprio valore personale. Chi occupa i gradini alti della gerarchia vi si trova perché se lo è conquistato; chi occupa quelli bassi non può che attribuirlo a sé stesso. Questo schema narrativo ha un corollario politico immediato: qualsiasi intervento dello Stato volto a correggere gli esiti del mercato appare, nella logica meritocratica, non solo controproducente sul piano economico, ma intrinsecamente ingiusto — una violazione del principio secondo cui a ciascuno spetta ciò che ha saputo produrre. Di qui, la distruzione del welfare dagli anni Ottanta in poi.
Eppure questa equazione tra mercato e meritocrazia è contestata persino dai teorici neoliberali più rigorosi: lo stesso Friedrich von Hayek, in Legge, legislazione e libertà, metteva in guardia dall’identificare il successo di mercato con il merito individuale, riconoscendo che la remunerazione dipende in larga misura da circostanze fortuite — dall’essere al posto giusto nel momento giusto, dall’aver incrociato le persone giuste, dagli imprevisti che colpiscono i concorrenti. Il mercato, insomma, remunera il risultato oggettivo, non la qualità morale soggettiva dello sforzo compiuto per raggiungerlo. Né va dimenticato il problema strutturale dell’uguaglianza di partenza: competere in condizioni radicalmente asimmetriche non è garanzia di alcun merito autentico. Le risorse culturali, economiche e relazionali che una famiglia trasmette ai propri figli costituiscono un vantaggio accumulato nel tempo che nessuna retorica dell’impegno individuale può neutralizzare. In un sistema fondato sulla trasmissione ereditaria della proprietà, l’uguaglianza delle opportunità rimane una finzione ideologica — e la meritocrazia, privata di quella finzione, si rivela per quello che è: una forma di legittimazione ex post della disuguaglianza.
È in questo contesto che si inscrive il saggio di Michael J. Sandel, La tirannia del merito (2020). Il termine “meritocrazia” fu coniato nel 1958 dal sociologo Michael Young in senso satirico e ammonitore. Per Young, una società che seleziona perfettamente in base al talento non riduce la disuguaglianza, ma la rende più rigida e crudele. Sandel non si limita a decostruire il mito meritocratico sul piano economico: lo analizza nelle sue conseguenze politiche e antropologiche, sostenendo che l’ideologia del merito abbia prodotto una frattura profonda nel tessuto sociale delle democrazie liberali. L’ascesa dei populismi negli ultimi decenni viene letta da Sandel — in una chiave che si potrebbe definire di etica del riconoscimento, pur senza che l’autore faccia esplicito riferimento a questo filone teorico — come il risentimento di coloro che si sentono giudicati e umiliati da un sistema che attribuisce il fallimento interamente all’individuo. I «perdenti» della globalizzazione meritocratica non rivendicano soltanto condizioni materiali migliori: rivendicano dignità, rispetto, il diritto a non essere considerati gli autori esclusivi della propria sconfitta.
Questa lettura — per quanto suggestiva e ricca di implicazioni — non è priva di limiti. Privilegiando la dimensione del riconoscimento e del risentimento simbolico, Sandel tende a mettere in secondo piano le determinanti strutturali e materiali della diseguaglianza, quelle che una prospettiva di “materialismo storico” metterebbe invece al centro dell’analisi. Il populismo non è soltanto psicologia del perdente: è anche — e forse prima di tutto — la risposta politica a decenni di precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare e concentrazione della ricchezza. Tenere insieme queste due dimensioni — il riconoscimento e la redistribuzione, il simbolico e il materiale — è la sfida teorica che il libro di Sandel pone senza risolverla del tutto, ma che ha il merito innegabile di rimettere al centro del dibattito pubblico.
L’autore sostiene che il progetto della globalizzazione guidata dai mercati ha creato una frattura tra “vincitori” e “perdenti”. I vincitori della globalizzazione hanno smesso di dipendere dai propri concittadini, sviluppando identità cosmopolite e praticando una propria forma di distanziamento sociale dai meno fortunati. In questo contesto, il successo viene visto come una prova di merito personale: chi arriva in cima crede di meritare il proprio successo, e implicitamente crede che chi rimane indietro meriti il proprio destino. Questa mentalità ha alimentato una miscela tossica di tracotanza meritocratica tra le élite e risentimento tra le classi lavoratrici, portando a reazioni populiste (come l’elezione di Trump) che rendono difficile il rinnovamento civile necessario per affrontare sfide comuni. Il libro si pone l’obiettivo di spiegare come si siano disgregati i legami sociali e di riflettere su una possibile via verso una politica del bene comune.
L’introduzione del libro inizia con un fatto di cronaca: il racconto del clamoroso scandalo delle ammissioni ai college statunitensi del 2019. Trentatré genitori facoltosi furono accusati di aver pagato William Singer per manipolare il sistema di ammissione alle università d’élite attraverso imbrogli nei test e corruzione di allenatori per far apparire i propri figli come atleti reclutati. Sandel analizza l’etica dietro questo scandalo distinguendo tre modalità d’accesso:
- La “porta principale”: L’ammissione basata sul merito, considerata equa dalla maggior parte delle persone.
- La “porta sul retro”: Donazioni legali alle università per favorire l’ammissione, un sistema che già premia la ricchezza.
- La “porta laterale”: Il sistema illegale di Singer basato su frode e inganno.
L’autore osserva che, sebbene la porta principale sembri la più giusta, in pratica il denaro aleggia anche sopra di essa. Esiste infatti una stretta correlazione tra i punteggi del SAT (un test attitudinale richiesto per l’ammissione ai college e alle università negli USA) e il reddito familiare: i genitori benestanti dotano i figli di tutor, consulenti e attività extracurricolari costose, trasformando la competizione meritocratica in una sorta di “aristocrazia ereditaria”. Sandel scava più a fondo per capire perché l’ammissione a queste università sia diventata un’ossessione così feroce. La ragione secondo l’autore risiede nella crescente disuguaglianza: negli ultimi decenni, il divario di reddito tra chi ha una laurea e chi no è aumentato enormemente, rendendo la posta in gioco molto più alta. Questo ha generato l’epidemia dei genitori “elicottero”, ansiosi di risparmiare ai figli la precarietà economica. Tuttavia, oltre alla sicurezza economica, i genitori cercavano il “lustro prestato del merito”. In una società meritocratica, il successo deve essere visto come guadagnato attraverso il talento e il duro lavoro per essere moralmente giustificato. Sandel critica questa visione, sottolineando che anche una meritocrazia “equa” (senza imbrogli) porta a conclusioni fallaci:
- L’illusione dell’autosufficienza: Fa credere ai vincitori di aver fatto tutto da soli, dimenticando il ruolo della fortuna, dei genitori, degli insegnanti e delle doti naturali che non sono merito proprio.
- Erosione della sensibilità civica: Più pensiamo di esserci fatti da soli, più è difficile imparare la gratitudine e l’umiltà, sentimenti necessari per prendersi cura del bene comune.
La questione del merito è diventata urgente perché la democrazia è sull’orlo del baratro a causa della rabbia contro le élite. Sandel invita a chiederci se la soluzione sia vivere in modo più fedele al principio del merito o se occorra ricercare un bene comune che vada oltre il semplice selezionare e lottare.
Di seguito, un report dettagliato, capitolo per capitolo, del testo di Sandel.

















