Una grande scrittrice di fantascienza, Ursula K. Le Guin, ha immaginato in un breve racconto, Quelli che se ne vanno da Omelas, una città radiosa, colta, felice, dove la musica risuona per le strade e nessuno manca di nulla. C’è però una condizione, che tutti gli abitanti conoscono quando raggiungono l’età della ragione: in uno scantinato, in una stanza chiusa, vive un bambino. È denutrito, sporco, abbandonato, e non gli viene rivolta mai una parola gentile. La felicità di Omelas dipende dalla miseria dell’innocente: se lo si liberasse, o gli si usasse anche solo una gentilezza, tutta la prosperità della città svanirebbe.
Omelas è una città fondata su un sacrificio. Il bambino è la vittima di un rito che nessuno celebra apertamente ma che tutti rinnovano ogni giorno, semplicemente continuando a vivere lì: è il capro espiatorio, la creatura la cui sofferenza compra la serenità degli altri. E come in ogni sacrificio, ciò che rende il patto tollerabile è il modo in cui lo si racconta. Gli abitanti si spiegano che il bambino non capirebbe, che ormai è abituato, che la sua vita è comunque perduta, che il prezzo è ragionevole. Il racconto non ci chiede se il patto sia vantaggioso, perché lo è: i conti tornano, e proprio per questo è insopportabile. Ci chiede se ciò che è vantaggioso sia per questo giusto. È il dilemma che Le Guin riprende, come dice il sottotitolo, da una variazione su un tema di William James, cioè dall’interrogativo sull’utilitarismo: può il benessere di molti giustificare la sofferenza di uno? Quasi tutti, dopo lo shock iniziale, rispondono di sì. Alcuni, in silenzio, escono dalla città e non tornano più.
Mi sono sempre chiesto che cosa accadrebbe se, al posto di un bambino, immaginassimo 84 miliardi di individui senzienti (e qui non si tratta soltanto di immaginazione: sono i numeri della FAO sugli animali terrestri macellati ogni anno) che provano emozioni, paura, dolore, hanno memoria e una personalità, e che vengono incarcerati, torturati, umiliati, privati della libertà e infine della vita. Non un solo bambino, ma 84 miliardi di individui non umani. E a loro vanno aggiunti i pesci, che nelle statistiche compaiono a stento: la FAO li registra soltanto in tonnellate, non in individui. Le stime ricavate da quei tonnellaggi parlano di 1,1-2,2 mila miliardi di pesci selvatici catturati ogni anno tra il 2000 e il 2019, e di circa 124 miliardi di pesci allevati uccisi per l’alimentazione nel 2019, con un intervallo tra 78 e 171 miliardi. Sulla loro quotidiana sofferenza si regge la vita (e parliamoci chiaro, anche la nostra morte, dato l’impatto che ha questo modello di sviluppo) della nostra città. Anche il linguaggio ripete la logica del sacrificio: negli stabulari, l’animale che viene ucciso alla fine dell’esperimento è detto “sacrificato”. La nostra è una città che non ha nemmeno bisogno di nascondere tutto questo in uno scantinato, perché lo scantinato ha la forma dei supermercati, dei menù, degli armadi.
È qui che entra Tom Regan. Filosofo americano (1938-2017), ex macellaio, per decenni docente alla North Carolina State University, autore nel 1983 di The Case for Animal Rights, Regan è una delle figure fondative della filosofia morale contemporanea sugli animali e, insieme a Peter Singer, del pensiero antispecista. Ma la sua posizione è diversa e per certi versi opposta a quella di Singer: mentre quest’ultimo si muove nel quadro utilitarista, e dunque nel calcolo di piaceri e sofferenze, Regan fonda il suo discorso sugli animali non umani come soggetti-di-una-vita e come tali titolari di diritti morali che valgono come una “briscola” (vedi sotto): nessun beneficio collettivo può giustificarne la violazione. Regan è, in altre parole, il filosofo che risponde a Omelas: nessun numero di felici, per quanto grande, autorizza a sacrificare un individuo. Non fu però soltanto un teorico: attivista fin dagli anni del Vietnam, fondò nel 1985 la Culture and Animals Foundation e portò la questione animale dentro il linguaggio dei diritti e dei movimenti di liberazione. Gabbie vuote (2004) è la sua opera più diretta, scritta non per gli accademici ma per gli attivisti e per i dubbiosi, quei Muddlers che il libro ha nel mirino. Nel testo la teoria diventa programma politico, condensato in uno slogan: non gabbie più grandi, ma gabbie vuote.
Questa formula richiama un’altra rivoluzione, avvenuta nel nostro Paese. Franco Basaglia, a Gorizia prima e a Trieste poi, sostenne che il manicomio non andava riformato, umanizzato, reso più decoroso: andava chiuso. Perché il problema non stava nella qualità delle celle o nei modi degli infermieri, ma nella logica stessa dell’istituzione, che riduce una persona a un caso, a un corpo da custodire. Da quella intuizione nacque la legge del 1978. Regan applica lo stesso ragionamento alle gabbie, di qualsiasi grandezza siano: una gabbia più ampia resta una gabbia, una reclusione più gentile resta una reclusione, il “trattamento umano” di cui si vantano le industrie resta, come mostra il suo Disconnect Dictum, una parola che non corrisponde ai fatti.
Va detto, però, che il libro ha ormai più di vent’anni, e che il mondo che descriveva è per molti aspetti cambiato, quasi mai nella direzione da lui auspicata. Il consumo di carne e derivati, invece di diminuire, è aumentato in modo enorme a livello globale, trainato dalla crescita di paesi come Cina e Brasile, e con esso l’allevamento intensivo. Qui non si affronteranno le conseguenze terribili per il pianeta degli allevamenti intensivi (riscaldamento climatico e Covid-19 sono solo gli ultimi corollari di tale devastante problema). Il muro da distruggere di cui parla nel libro Tom Regan, nel suo complesso, è più alto rispetto a prima. Ciò rende il suo argomento meno datato: oggi ai motivi morali si aggiungono motivi di sopravvivenza planetaria, e la difesa dei diritti degli animali coincide sempre più con la difesa della nostra stessa salute.
Ma c’è infine una differenza tra Omelas e il libro di Regan, ed è forse la cosa più importante. Chi se ne va da Omelas rifiuta la città ma lascia il bambino dov’è. Regan chiede l’opposto: non andarsene, ma restare, aprire le gabbie, aspettare davanti alle porte spalancate, “pronti a spiegare, pronti ad affrontare qualsiasi cosa riservi il futuro“. Accanto alla recensione analitica del libro troverete anche una canzone, il cui testo si ispira ad alcune pagine dello stesso libro di Regan. Le immagini forti che compaiono nel video sono solo una parte infinitesima delle sofferenze del mondo animale, documentate nel video-inchiesta Dominion (2018), realizzato grazie ad attivisti che sono penetrati negli allevamenti intesivi. Qui il link per il video, qui sotto la recensione del testo di Regan.

