Il merito e i suoi inganni. A proposito de La tirannia del merito di Michael Sandel


«Il vincitore non crede al caso»: in questo aforisma nietzscheano è racchiuso, con fulminante concisione, il nucleo ideologico della società meritocratica e del libro di Sandel. Chi vince tende a interpretare il proprio successo come il frutto esclusivo delle proprie qualità — l’impegno, il talento, la volontà — rimuovendo sistematicamente dalla propria narrazione tutto ciò che non rientra nella categoria del merito: la fortuna, le condizioni di partenza, il contesto familiare e sociale, la sfera biologico/ereditaria. Non si tratta di mera ipocrisia individuale, ma di qualcosa di più radicato: un vero e proprio bias cognitivo che Melvin Lerner ha descritto negli anni ’60 con il concetto di Belief in a Just World — la credenza in un mondo giusto. Secondo questo meccanismo psicologico, le persone tendono a convincersi che gli individui ottengano ciò che meritano e meritino ciò che ottengono: i ricchi sono ricchi perché se lo sono guadagnato, i poveri sono poveri perché lo hanno «scelto», con le loro debolezze, la loro inerzia, il loro scarso impegno. Per reggere il copione ed evitare dissonanze cognitive, le vittime vengono colpevolizzate, i vincitori glorificati. Il successo individuale viene così moralizzato e trasformato in sentenza.

Su questo doppio pilastro — la negazione del caso da parte del vincitore e la naturalizzazione della disuguaglianza da parte dell’ideologia dominante — si regge la legittimazione del sistema socio-economico contemporaneo. L’ordine economico liberale ha sempre avuto bisogno di una narrazione che ne giustificasse gli esiti: e la meritocrazia assolve precisamente questa funzione. Essa trasforma la diseguaglianza in verdetto morale, presentando la posizione sociale di ciascuno come la traduzione fedele del proprio valore personale. Chi occupa i gradini alti della gerarchia vi si trova perché se lo è conquistato; chi occupa quelli bassi non può che attribuirlo a sé stesso. Questo schema narrativo ha un corollario politico immediato: qualsiasi intervento dello Stato volto a correggere gli esiti del mercato appare, nella logica meritocratica, non solo controproducente sul piano economico, ma intrinsecamente ingiusto — una violazione del principio secondo cui a ciascuno spetta ciò che ha saputo produrre. Di qui, la distruzione del welfare dagli anni Ottanta in poi.

Eppure questa equazione tra mercato e meritocrazia è contestata persino dai teorici neoliberali più rigorosi: lo stesso Friedrich von Hayek, in Legge, legislazione e libertà, metteva in guardia dall’identificare il successo di mercato con il merito individuale, riconoscendo che la remunerazione dipende in larga misura da circostanze fortuite — dall’essere al posto giusto nel momento giusto, dall’aver incrociato le persone giuste, dagli imprevisti che colpiscono i concorrenti. Il mercato, insomma, remunera il risultato oggettivo, non la qualità morale soggettiva dello sforzo compiuto per raggiungerlo. Né va dimenticato il problema strutturale dell’uguaglianza di partenza: competere in condizioni radicalmente asimmetriche non è garanzia di alcun merito autentico. Le risorse culturali, economiche e relazionali che una famiglia trasmette ai propri figli costituiscono un vantaggio accumulato nel tempo che nessuna retorica dell’impegno individuale può neutralizzare. In un sistema fondato sulla trasmissione ereditaria della proprietà, l’uguaglianza delle opportunità rimane una finzione ideologica — e la meritocrazia, privata di quella finzione, si rivela per quello che è: una forma di legittimazione ex post della disuguaglianza.

Il filosofo Michael Sandel

È in questo contesto che si inscrive il saggio di Michael J. Sandel, La tirannia del merito (2020). Il termine “meritocrazia” fu coniato nel 1958 dal sociologo Michael Young in senso satirico e ammonitore. Per Young, una società che seleziona perfettamente in base al talento non riduce la disuguaglianza, ma la rende più rigida e crudele. Sandel non si limita a decostruire il mito meritocratico sul piano economico: lo analizza nelle sue conseguenze politiche e antropologiche, sostenendo che l’ideologia del merito abbia prodotto una frattura profonda nel tessuto sociale delle democrazie liberali. L’ascesa dei populismi negli ultimi decenni viene letta da Sandel — in una chiave che si potrebbe definire di etica del riconoscimento, pur senza che l’autore faccia esplicito riferimento a questo filone teorico — come il risentimento di coloro che si sentono giudicati e umiliati da un sistema che attribuisce il fallimento interamente all’individuo. I «perdenti» della globalizzazione meritocratica non rivendicano soltanto condizioni materiali migliori: rivendicano dignità, rispetto, il diritto a non essere considerati gli autori esclusivi della propria sconfitta.

Questa lettura — per quanto suggestiva e ricca di implicazioni — non è priva di limiti. Privilegiando la dimensione del riconoscimento e del risentimento simbolico, Sandel tende a mettere in secondo piano le determinanti strutturali e materiali della diseguaglianza, quelle che una prospettiva di “materialismo storico” metterebbe invece al centro dell’analisi. Il populismo non è soltanto psicologia del perdente: è anche — e forse prima di tutto — la risposta politica a decenni di precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare e concentrazione della ricchezza. Tenere insieme queste due dimensioni — il riconoscimento e la redistribuzione, il simbolico e il materiale — è la sfida teorica che il libro di Sandel pone senza risolverla del tutto, ma che ha il merito innegabile di rimettere al centro del dibattito pubblico.

L’autore sostiene che il progetto della globalizzazione guidata dai mercati ha creato una frattura tra “vincitori” e “perdenti”. I vincitori della globalizzazione hanno smesso di dipendere dai propri concittadini, sviluppando identità cosmopolite e praticando una propria forma di distanziamento sociale dai meno fortunati. In questo contesto, il successo viene visto come una prova di merito personale: chi arriva in cima crede di meritare il proprio successo, e implicitamente crede che chi rimane indietro meriti il proprio destino. Questa mentalità ha alimentato una miscela tossica di tracotanza meritocratica tra le élite e risentimento tra le classi lavoratrici, portando a reazioni populiste (come l’elezione di Trump) che rendono difficile il rinnovamento civile necessario per affrontare sfide comuni. Il libro si pone l’obiettivo di spiegare come si siano disgregati i legami sociali e di riflettere su una possibile via verso una politica del bene comune.

L’introduzione del libro inizia con un fatto di cronaca: il racconto del clamoroso scandalo delle ammissioni ai college statunitensi del 2019. Trentatré genitori facoltosi furono accusati di aver pagato William Singer per manipolare il sistema di ammissione alle università d’élite attraverso imbrogli nei test e corruzione di allenatori per far apparire i propri figli come atleti reclutati. Sandel analizza l’etica dietro questo scandalo distinguendo tre modalità d’accesso:

  1. La “porta principale”: L’ammissione basata sul merito, considerata equa dalla maggior parte delle persone.
  2. La “porta sul retro”: Donazioni legali alle università per favorire l’ammissione, un sistema che già premia la ricchezza.
  3. La “porta laterale”: Il sistema illegale di Singer basato su frode e inganno.

L’autore osserva che, sebbene la porta principale sembri la più giusta, in pratica il denaro aleggia anche sopra di essa. Esiste infatti una stretta correlazione tra i punteggi del SAT (un test attitudinale richiesto per l’ammissione ai college e alle università negli USA) e il reddito familiare: i genitori benestanti dotano i figli di tutor, consulenti e attività extracurricolari costose, trasformando la competizione meritocratica in una sorta di “aristocrazia ereditaria”. Sandel scava più a fondo per capire perché l’ammissione a queste università sia diventata un’ossessione così feroce. La ragione secondo l’autore risiede nella crescente disuguaglianza: negli ultimi decenni, il divario di reddito tra chi ha una laurea e chi no è aumentato enormemente, rendendo la posta in gioco molto più alta. Questo ha generato l’epidemia dei genitori “elicottero”, ansiosi di risparmiare ai figli la precarietà economica. Tuttavia, oltre alla sicurezza economica, i genitori cercavano il “lustro prestato del merito”. In una società meritocratica, il successo deve essere visto come guadagnato attraverso il talento e il duro lavoro per essere moralmente giustificato. Sandel critica questa visione, sottolineando che anche una meritocrazia “equa” (senza imbrogli) porta a conclusioni fallaci:

  • L’illusione dell’autosufficienza: Fa credere ai vincitori di aver fatto tutto da soli, dimenticando il ruolo della fortuna, dei genitori, degli insegnanti e delle doti naturali che non sono merito proprio.
  • Erosione della sensibilità civica: Più pensiamo di esserci fatti da soli, più è difficile imparare la gratitudine e l’umiltà, sentimenti necessari per prendersi cura del bene comune.

La questione del merito è diventata urgente perché la democrazia è sull’orlo del baratro a causa della rabbia contro le élite. Sandel invita a chiederci se la soluzione sia vivere in modo più fedele al principio del merito o se occorra ricercare un bene comune che vada oltre il semplice selezionare e lottare.

Di seguito, un report dettagliato, capitolo per capitolo, del testo di Sandel.

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Parresia socratica: pensiero e vita in Foucault e Arendt

(di Eleonora Corgiolu)

«Io stimo tanto più un filosofo quanto più egli è in grado di dare un esempio. Non vi è dubbio che con l’esempio egli possa portare dietro di  sé popoli interi […]. Ma l’esempio deve essere dato con la vita visibile e non semplicemente con dei libri, a quel modo quindi che insegnavano i filosofi della Grecia». La citazione è tratta da Schopenhauer come educatore, uno dei saggi appartenenti alle Considerazioni inattuali di Friedrich Nietszche. Trasformare la ricerca filosofica in una testimonianza di vita si può realizzare attraverso una continua analisi di sé: unico antidoto per salvarsi dai meccanismi alienanti che si infiltrano e logorano il mondo della vita. Questo concetto di cura di sé è intrecciato al ruolo della parresia, parola che possiamo tradurre dal greco con l’espressione “parlar franco”. Su questo tema è possibile leggere la trascrizione di un seminario tenuto da Foucault  nel 1983 e intitolato Discorso e verità nella Grecia antica (con una bella introduzione di Remo Bodei).

L’obiettivo di Foucault è affrontare il problema di un’etica della verità attraverso la problematizzazione del concetto di parresia dal V sec a. C fino alle origini del cristianesimo, cioè attraverso un’analisi del processo che ha portato a riflettere su certe pratiche ed esperienze prima accettate in modo acritico. La parresia è descritta come un gioco tra il parresiastes, colui che dice la verità, e l’interlocutore: «la funzione della parresia non è di dimostrare la verità a qualcun altro ma è quella di esercitare una critica. Una critica dell’interlocutore o anche di se stesso» (Discorso e verità, pag.8). Nella prima lezione , intitolata “Significato ed evoluzione della parola parresia”, Foucault distingue due tipi di parresia: in senso dispregiativo, quando il termine indica dire tutto ciò che si ha in mente; in senso positivo, quando parresia significa dire la verità, intesa come perfetta coincidenza tra opinione e verità. In questo senso, il parresiastes è caratterizzato da delle precise qualità morali, in primis il coraggio di esporsi al pericolo. Infatti, scrive Foucault, il parresiastes «rischia la vita per dire la verità invece di riposare sulla sicurezza di una vita in cui la verità resta inespressa[…] egli preferisce essere uno che dice la verità piuttosto che un essere umano falso con se stesso» (Ibidem, pag. 7).
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Il viandante di nome Ulisse e il tizio che guardava una finestra chiusa

(di Elisa Scirocchi)

Konstantinos Kavafis nasce ad Alessandria D’Egitto quando l’Italia aveva da poco dato alla luce il suo Regno dall’acerbo tricolore. Poi i viaggi, l’Inghilterra, la Turchia, la Grecia, e di nuovo Alessandria d’Egitto per tornare ad essere lieve più della terra. Nella lingua greca, tanto cara al nostro poeta, il verbo “fare” si traduce con la parola “ποιέω”. Viene da sé che la poesia altro non sia che il Fare per eccellenza.

Espressione profonda dell’umano sin dalla notte dei tempi la poesia a colpi di armonie ha raccontato a noi stessi, poeti o fruitori, chi siamo. E se Croce vedeva giusto tra le sue pagine[1] non c’è nulla che ci allontani per qualità d’animo da un Poeta se non una maggiore capacità, presente nel suddetto Poeta, di trasferire l’intuizione artistica in espressione mediante un’immaginifica estrinsecazione esterna. Insomma, fuori dalla boria del linguaggio accademico, siamo tutti poeti di noi stessi, filosofi dell’umanità.

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Thomas Nagel, Questioni mortali. Una recensione

(di Stefano Comito)

Thomas Nagel è un filosofo serbo, naturalizzato americano, il cui campo di interesse spazia dall’etica fino alla filosofia della mente, all’interno dell’ambito di indagine della filosofia analitica. Tra i suoi scritti più importanti si devono annoverare, tra gli altri, saggi come: Uno sguardo da nessun luogo, La possibilità dell’altruismo e anche il più recente La mente e il cosmo. Quest’ultima opera è una critica radicale al materialismo, che permea di sé la scienza, e alla possibilità del fisicalismo di fornire una spiegazione esauriente del cosmo, a partire dall’assunzione dell’esistenza di esseri senzienti dotati di caratteristiche mentali.

Questioni mortali è un’opera del 1979, ma è ancora attuale al giorno d’oggi dopo quarant’anni, in quanto affronta problematiche che sono ancora vive all’interno del dibattito filosofico odierno, anzi, possiamo dire che il nostro filosofo abbia precorso i tempi. Basti pensare al suo anti-riduzionismo in filosofia della mente che resiste agli attacchi di qualsiasi filosofia riduzionista o eliminativista, vedi Daniel Dennett o Paul e Patricia Churchland, nei riguardi dell’indagine nel campo degli studi sulla coscienza. Non solo, è contenuta all’interno dell’opera, una strenua opposizione all’etica utilitarista o consequenzialista, che dominava il panorama etico-politico negli anni ’70 e una critica molto aspra nei riguardi dell’intervento militare statunitense in Vietnam accusato di avere sacrificato la vita di migliaia di innocenti, donne, bambini e popolazione inerme, in virtù di obiettivi di carattere più generale come l’esito finale del conflitto. Questioni mortali affronta diverse problematiche: la morte, l’assurdo, il sesso, la sorte morale, l’etica, il problema mente-corpo.
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Come fare filosofia in casa (Umberto Eco)

Questo piccolo brano è l’ultima “Bustina di Minerva”  raccolta nel libro “Come viaggiare con un salmone” (2016). Ci sembrava doveroso pubblicarla, proprio per coloro che vogliono avvicinarsi alla filosofia con qualche prezioso consiglio di Umberto Eco. Ad ogni fine segue sempre un inizio, o almeno, così dovrebbe essere.

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Sarà perché la gente non sopporta più la televisione spazzatura, sarà perché nel mondo accadono tante cose brutte che si sente il bisogno di alcuni momenti di riflessione rasserenata, ma si stanno moltiplicando i luoghi e le occasioni in cui al grande pubblico si ripropone la filosofia. Proprio quella del liceo, magari in un caffè dove ci si riunisce la domenica, come a Parigi, o attraverso volgarizzazioni di facile lettura, talora facendo accorrere un pubblico incredibilmente vasto in sale dove discutono i filosofi professionisti.

In tutto questo c’è della moda e della semplificazione massmediatica, certo, ma il sintomo non è da sottovalutare. Pertanto mi viene in mente di fare alcune proposte per i non specialisti, anche per coloro che la filosofia non l’hanno studiata al liceo, o che sono andati ad ascoltare dei presunti filosofi che parlavano da qualche parte e non hanno capito nulla. A tutti costoro consiglio la via più semplice: leggere quanto hanno scritto i veri filosofi.

Non sempre la filosofia deve apparire facile, talora deve essere difficile, ma non sta scritto da nessuna parte che per filosofare occorra parlare difficile. La difficoltà del linguaggio – in filosofia – non è segno né di qualità né di perversità, spesso dipende dal problema che si affronta. Ci sono capolavori filosofici, che hanno cambiato il nostro modo di essere e di pensare, i quali sono fatalmente difficili, per cui non inviterò nessuno, che non sia specializzato, a leggere la ‘Metafisica’ o ‘L’Organon’ di Aristotele, la ‘Critica della ragion pura’ o quel libro sublime ma impervio che è l”Etica’ di Spinoza. Ma ci sono anche filosofi che hanno saputo parlare in modo accessibile e spesso sono gli stessi che in altre opere hanno parlato in modo inaccessibile. Pertanto consiglio solo alcuni libretti (ciascuno dei quali si aggira in media intorno al centinaio di pagine) in cui si vede come si possa filosofare senza usare troppi termini tecnici.

Cominciamo con Platone. Proporrei il ‘Critone’, dove si impara come e perché un cittadino non debba sfuggire all’osservanza delle leggi (che si chiami Socrate o Silvio) e, passando ad Aristotele, la ‘Poetica’. Dimenticate che parla della tragedia classica. Leggetelo come se ci descrivesse come si fa un romanzo giallo o un film western. Il nostro uomo aveva già capito tutto quello che più di duemila anni dopo avrebbero capito Hitchcock o John Ford. Quindi si legga il ‘De magistro’ di Sant’Agostino: parla di come si parla a un figlio su cose di tutti i giorni. Un libretto geniale per semplicità e acutezza.

Pur essendo cultore del Medioevo, trovo difficile consigliare un testo della grande epoca scolastica, perché poche pagine, lette fuori dal loro contesto sistematico, possono risultare fuorvianti. Saltiamo il fosso, quello strettamente filosofico, e orientiamo il nostro lettore sull’epistolario (eh sì, amoroso) di Abelardo ed Eloisa. Non aspettatevi troppo sesso, ma vale la pena.

Per il Rinascimento, proviamo con l’orazione sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola. E poi (ma solo per antologia, e ce ne sono) qualche passaggio dai ‘Saggi’ di Montaigne. Vanno bene anche a dosi omeopatiche. Subito dopo, il ‘Discorso del metodo’ di Cartesio, esemplare per chiarezza, quindi una antologia dai pensieri di Pascal. E infine un filosofo che scriveva come se stesse parlando dopocena coi suoi amici, colto e assennato, il John Locke del ‘Saggio sull’intelletto umano’. L’opera intera è lunga, ma direi di limitarsi al terzo libro, quello dedicato all’uso che facciamo delle parole. Come per Aristotele, leggetelo come se Locke ci parlasse dei discorsi di oggi, confrontate le sue osservazioni con le prime pagine dei giornali e coi dibattiti televisivi dei giorni nostri.

Per l’illuminismo, mi limiterei per ora al ‘Candido’ di Voltaire; alla fin fine si tratta di un romanzetto, e gradevolissimo. L’Ottocento è una brutta bestia, sono libroni difficili, ma siamo solo noi italiani che non consideriamo lo ‘Zibaldone’ di Leopardi un’opera di alta filosofia. Recentemente in Francia lo hanno ricuperato con immenso rispetto. Anche lì, andiamo per salti antologici, una paginetta o due alla sera prima di addormentarsi. Oppure faccio una proposta provocatoria. Visto che Kant è per definizione troppo esigente, andiamo a incontrarlo là dove, per arrotondare lo stipendio, faceva lezioni agli studenti su argomenti su cui non era specializzato, e si dimostrava spiritoso, bizzarro, capace di raccontare aneddoti e di esprimere opinioni anche paradossali: leggiamoci cioè le sue lezioni di antropologia. Il titolo può fare paura ma il testo è da alto rotocalco.

E poi? E poi lo spazio per la Bustina è terminato e lascio perdere i contemporanei. A meno che non vogliate, saltellando qua e là, centellinare alcune delle osservazioni di Wittgenstein in (non fatevi spaventare dal titolo) ‘Ricerche filosofiche’. Ogni tanto direte che era matto. Sì, era matto. Ma che matto.

“Arriva l’opera segreta di Heidegger. Doveva essere pubblicata nel 2015 per volontà dello Stesso”

Heidegger shock nell’introduzione: “Sono cattivissimo, ma proprio cattivo-cattivo. Mi avete svalutato credendomi nazista“. Conclude: “E’ questa una versione di tutti i miei scritti con nessuna super-cazzola [in italiano, con trattino, nell’originale, nda], “ci lavoravo segretamente da decenni” onde poter “svergognare tutti i miei interpreti“. Sull’antisemitismo però scrive: “Sì che forse non sono stato antisemita, ma solo non-contro la Judenschaft metafisica“. Si aspettano gli interpreti per valutare questa nuova, incredibile frase che porta impressionanti aperture di senso in un mondo dove regna ancora la chiusura di senso illuminista.

Carlo Michelstaedter, la purezza del cuore

a cura di Gabriella Putignano

Voglio oggi ricordare, a 103 anni dalla tragica scomparsa, un astro della filosofia, un giovane  goriziano che prese di petto l’insulso lerciume della società e gridò strenuamente: “Verità! Verità!”.

Questa è la storia di Carlo Michelstaedter (1887-1910) e dei suoi ventitré anni di appassionato e sconcertante pensiero, è la lucida presa d’atto di un’intransigente alternativa esistenziale: la Persuasione o la Rettorica, tertium non datur. Ed è con un testo rovente, la sua antiaccademica tesi di laurea – intitolata per l’appunto “La persuasione e la rettorica” (1910) – che il Nostro ci inchioda a venir ai ferri corti con noi stessi, ci scaraventa addosso l’urgenza teoretica di radicali domande e ci desta dal grigiore parassitario della quotidianità.

Chi lo legge per la prima volta verrà attraversato da una sensazione singolare: gli sembrerà di aver vissuto una palingenesi, di colpo gli apparirà l’amaro senso di una vita-che-non-è-vita e dentro di sé, indelebile ed indistruttibile, recherà il marchio di un atto d’accusa, un’accusa ‘cosmico-storica’.

Il pensiero di Carlo Michelstaedter può, infatti, essere letto esattamente come un lamento ontologico ed una tagliente e sferzante dissidenza etica. È anzitutto la denuncia di una malattia che infetta radicitus l’esistenza, un morbo irrazionale che converte l’ontologia in oncologia e segna il trionfo della maledizione del Divenire. Questo mondo è invero il regno del trapasso, della dissipazione, della fluttuazione ansiosa, inarrestabile, irrequieta; è il regno in cui ha la meglio la felicità del caradrio di platonica memoria e l’affannoso trasmutare.

Così il tempo che si vive è uno stolto ‘aspettarsi obliante-inseguente’, un eterno e vile “dopo farò…”, un bearsi adulatorio nel filo della continuazione tessuto dalla philopsichìa. L’ “adesso” è bruciato nell’ “intanto”, in una selvaggia e stordente temporalità,  una temporalità  che – vissuta in questi termini – può soltanto essere quantitativa, fatta di istanti intercambiabili e seriali.

Ecco, dunque, che l’accusa metafisica trapassa in contestazione etica, in rivolta contro un me stesso che cambia continuamente status, pelle, ruolo, ma non la sua alienazione, non la sua dormiente sopravvivenza.

Per viltà, per adattamento, per meschina sicurezza, si decide di rinunciare a vivere un tempo desituante e si mortifica la propria singolarità sotto la docile ginnastica dell’obbedienza, si diventa una rotella nell’ingranaggio, meri recettori di ordini da eseguire. Emerge da qui l’immagine di una società che assomiglia tanto – per dirla alla Max Weber – ad una gabbia di specialisti senza intelligenza e gaudenti senza cuore; una ‘comunella dei malvagi’[1] che stupra qualunque idea normativa/teleologica/trasformativa ed eleva a valori disvalori quali il barbaro egoismo, l’accecante competizione, la velenosa slealtà.

La persuasione è allora un netto détournement contro questo stato di minore età rappresentato dalla rettorica.  È in primo luogo ardente rivendicazione del tempo vissuto e cairologico di contro al carattere reazionario tanto del passato, quanto del futuro. Bisogna pertanto esigere di vivere una poetica del presente capace di farci esperire, nell’hic et nunc, il brivido cristiano della novitas, la Jetztzeit che è come un pirandelliano strappo nel cielo di carta, un immenso e mistico Nunc stans. Chi vuole vivere così è colui che ha finito di girarsi nella schiavitù di ciò che non conosce, ha rifiutato ‘l’offa di parole vuote’[2] ed ha detto di sì a se stesso.

Per questi motivi, a 103 anni di distanza, mi piace ricordare Carlo, un giovane che scriveva solo per i giovani[3] e che, con estremo rigore teoretico, ha rivelato come la nostra dignità risieda in una vita nella verità e nella purezza del cuore. Perché se c’è qualcosa che non potrà mai essere perdonato – ribadisce il Nostro – sulla stregua del “suo” Vangelo e del “suo” Ibsen, è il rettorico peccato del cuore.

 


[1]‘ Comunella dei malvagi’ è la traduzione della michelstaedteriana  koinonìa kakòn.

[2] Cfr., C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, p. 129, Adelphi, Milano 2007.

[3] Nel Dialogo della salute afferma di scrivere soltanto per quei giovani che non hanno venduto se stessi per il dio della carriera e della convenienza.

Platone e Derrida discutono di padri, figli e figliastri

a cura di Elisa Scirocchi

Platone parla, Socrate scrive. Forse è realmente un sogno...

Sto facendo un sogno.
Platone e Jacques Derrida seduti sotto l’ombra di un albero che sfuggono alla calura del cocente sole ateniese. Passato e futuro sono coesi in un dialogo che continua nei secoli. Platone decide di sottoporre a Jacques alcune questioni cui si è dedicato durante la scrittura di un nuovo dialogo che sta per pubblicare: Fedro. Numerosi sono i temi sui quali Platone e Jacques potrebbero discorrere a lungo. L’inesauribile densità di significati del mito della biga alata, la forza dell’esaltante mania amorosa, il viaggio prenatale nella pianura della Verità e la folle caduta delle anime nella tomba del corpo, la teoria della conoscenza come reminescenza, e il soave rapporto degli uomini con la musica espresso nel mito delle cicale. Ma una questione in particolare li colpisce: che sia meglio il discorso parlato o quello scritto? Platone, figlio intellettuale di Padre Socrate e Madre Oralità, si mostra sicuro nel dire che il solo discorso che ci conduce alla Verità è quello parlato. A tal proposito racconta una storia che viene da terre lontane: “Ho sentito narrare che a Naucrati d’Egitto dimorava uno dei vecchi dèi del paese, il dio a cui è sacro l’uccello ibis, e di nome detto Theuth. Egli fu l’inventore dei numeri, del calcolo, della geometria e dell’astronomia, per non parlare del gioco del tavoliere e dei dadi, e finalmente delle lettere dell’alfabeto. Re dell’intero paese era a quel tempo Thamus, che abitava nella grande città dell’alto Egitto che i greci chiamano Tebe egiziana e il cui dio è Ammone”. Platone continua poi il suo racconto con lo scopo di capire insieme a Jacques se sia opportuno scrivere, e se sì, quando è giusto farlo. Il mito, infatti, racconta che il dio Theuth giunse al cospetto del re e gli mostrò tutto ciò che aveva inventato. Arrivato al momento di illustrare la scrittura disse al re Thamus che questa avrebbe reso gli egiziani più sapienti, poiché avrebbe arricchito la loro memoria. “Dunque”, dice Platone, “tale invenzione sarebbe stata un rimedio sicuro!” (O forse disse un veleno?).
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Introduzione al pensiero di Michael Polanyi

a cura di Elisa Radaelli

Michael Polanyi (1891-1976), chimico e filosofo ungherese vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ha elaborato un’originale riflessione filosofica in difesa della società libera. I suoi scritti, che spaziano dall’economia all’etica, dalla chimica alle scienze sociali e dalla fisica alla filosofia, costituiscono un’eredità importante a cui sarebbe doveroso dedicare le giuste attenzioni. Tuttavia, sebbene negli Stati Uniti sia sorta, all’inizio degli anni Settanta, un’associazione che raggruppa studiosi di tutto il mondo allo scopo di approfondirne il pensiero[1], egli rimane, ancora oggi, largamente ignorato. Il cognome Polanyi è noto, semmai, perché associato al nome del fratello Karl, uno dei maggiori storici dell’economia del secolo scorso. Dalle opere principali di M. Polanyi affiora con chiarezza l’esigenza, fortemente sentita dall’autore, di individuare le ragioni profonde di alcuni cambiamenti storico-politici, accanto al rifiuto per le spiegazioni più scontate. L’interesse con cui segue le vicende del suo tempo è di estrema importanza per comprendere il suo pensiero nella misura in cui, proprio nel tentativo di spiegare l’attualità, egli elabora originali schemi interpretativi che si riveleranno fondamentali nella formulazione dei capisaldi della sua filosofia politica. In particolare, l’avvento dei regimi totalitari, tedesco e sovietico, assieme alla rivoluzione ungherese del 1956, sono stati per Polanyi uno spunto decisivo. Infatti, la riflessione sviluppata in merito a questi avvenimenti lo condurrà ad esaminare i fondamenti che reggono una società libera e ad interpretarli in termini di credenze.

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“La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot. Una recensione

Gli intellettuali non hanno opinioni migliori del cittadino comune. Maurice Blanchot fa derivare il loro ruolo dalla loro notorietà (mi riferisco al saggio Les intellectuelles en question, 1983, ma pubblicato in italiano per la prima volta da Mimesis nel 2011, a cura di Marco G. Ciaurro), mediante la quale intervengono in questioni su cui il cittadino anonimo potrebbe avere opinioni più originali ma inespresse. Qui si pone implicitamente un’equazione tra intellettuali e notorietà: per essere tali gli intellettuali devono essere per forza noti. Blanchot riprende Sartre, a proposito della specializzazione che, benché ciò appaia irragionevole, mette in rapporto con l’universale. Ma finiscono per rinunciare al loro abituale e scrupoloso metodo conoscitivo per scadere nell’opinione sciatta e mal strutturata. Oggi ne abbiamo esempi a iosa tanto dagli articoli di giornale (spesso spocchiosi, inutili e autocelebrativi) quanto da Twitter, se non dalle loro stesse opere. «Si è così sicuri di aver ragione nel cielo, – scrive Blanchot – che si congeda non solo la ragione nel mondo, ma anche il mondo nella ragione» (p. 39). E questo è vero fin dalla loro nascita, collocabile a partire dall’affaire Dreyfus. Gli intellettuali sono tutti dreyfusardi e occupano un campo che non è il proprio. Secondo il sedicente non-intellettuale Brunetière, anche Zola intervenne a sproposito, come se un colonnello della gendarmeria avesse avuto la pretesa di dire la sua su un problema riguardante il romanticismo letterario. Analoga contraddizione coglie Barrès allorquando questi fanatici dell’individualismo d’élite si mettono a fare i portavoce della democrazia. Ed è latente il pericolo di diventare moralisti o politici. Tuttavia il mettersi in gioco degli intellettuali che, distanziandosi dalla propria destinata solitudine creativa smettono temporaneamente di essere gli scrittori o artisti che sono per prendere la parola e correre il rischio di perderla definitivamente (è uno dei loro meriti), viene recuperato da Blanchot in termini di esigenza morale. A prezzo che, daccapo, un cittadino non vale più l’altro. Ma appunto l’intellettuale è tale solo temporaneamente, smette di esserlo e ridiventa – è – nient’altro che uno in mezzo agli altri.

Sandro De Fazi

Emile Cioran: la conoscenza, la storia, la condizione umana

LO SCENARIO DELLA CONOSCENZA (tratto da “Sommario di Decomposizione”)

Le nostre verità non valgono più di quelle dei nostri antenati. Avendo sostituito ai loro miti e ai loro simboli dei concetti, ci riteniamo «progrediti»; ma quei miti e quei simboli non esprimono meno dei nostri concetti. L’Albero della Vita, il Serpente, Eva e il Paradiso non significano meno di Vita, Conoscenza, Tentazione, Incoscienza. Le raffigurazioni concrete del male e del bene nella mitologia non sono meno eloquenti di quanto lo siano il Male e il Bene dell’etica. Il Sapere – in ciò che ha diprofondo – non cambia mai: varia soltanto lo scenario. L’amore continua senza Venere, la guerra senza Marte e, se gli dèi non intervengono più negli avvenimenti, non per questo gli avvenimenti sono più comprensibili o meno sconcertanti: un apparato di formule sostituisce soltanto la pompa delle antiche leggende, senza che le costanti della vita umana ne siano modificate, dato che la scienza non le coglie più intimamente di quanto non facciano i racconti poetici. La presunzione moderna non conosce limiti: ci crediamo più illuminati e più profondi di tutti i secoli passati, dimenticando che l’insegnamento di un Buddha pose migliaia di esseri davanti al problema del nulla, problema che immaginiamo di aver scoperto noi perché ne abbiamo cambiato i termini e vi abbiamo introdotto un pizzico di erudizione. Ma quale pensatore dell’Occidente reggerebbe il confronto con un monaco buddhista? Noi ci perdiamo in testi e in terminologie: la meditazione è un dato sconosciuto alla filosofia moderna. Se vogliamo conservare un certo decoro intellettuale, l’entusiasmo per la civiltà, come la superstizione della Storia, devono essere banditi dal nostro spirito. Per quello che concerne i grandi problemi, noi non abbiamo alcun vantaggio rispetto ai nostri antenati o ai nostri predecessori più recenti: si è sempre saputo tutto, almeno per ciò che riguarda l’Essenziale; la filosofia moderna non aggiunge nulla alla filosofia cinese, indù o greca. D’altronde non potrebbe esserci alcun problema nuovo, malgrado la nostra ingenuità o la nostra infatuazione che vorrebbero persuaderci del contrario. Nel gioco delle idee chi mai ha eguagliato un sofista cinese o greco, chi ha spinto più lontano di lui l’ardimento nell’astrazione? I limiti estremi del pensiero sono stati tutti raggiunti da sempre – e in tutte le civiltà. Sedotti dal demone dell’Inedito, dimentichiamo troppo spesso che siamo gli epigoni del primo pitecantropo che ebbe la pretesa di riflettere.
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Reinhart Koselleck, Storia. La formazione del concetto moderno. Una recensione di Francesca Borsari

"La vittima dell'uguaglianza". Il duca d'Oléans brandisce la testa di Luigi XVI. Stampa inglese

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Resta la certezza che il concetto della storia non sarà in grado di sciogliere il cosiddetto enigma della storia (p. 140).

Quello proposto è un testo di non facile lettura, soprattutto per le citazioni che costituiscono una sorta di secondo corpo testuale. Se si prescinde tuttavia da questa difficoltà e se si amano le sfide, si troveranno intuizioni importanti e interessanti che riguardano la storia della storiografia, ma anche i presupposti per uno studio attuale della storia. E’ un testo che non può mancare per gli amanti degli studi sul linguaggio e delle sue connessioni con la storia, la filosofia e la cultura. Introducendo brevemente l’autore di questo libro, lo storico tedesco Reinhart Koselleck nasce nel 1923 a Gorlick in Germania. Dopo aver compiuto  i suoi studi in Inghilterra, diverrà professore ordinario di alcune università tedesche quali Bochum, Heidelberg e Bielefeld. Interviene inoltre come visiting professor nelle università di tutto il mondo. Morirà nel 2006 all’età di 83 anni. Tra le opere principali troviamo Critica illuminista e crisi della società borghese, che analizza la critica illuminista allo stato assoluto nella prospettiva di evidenziarne le contraddizioni, in quanto finalizzata alla conquista di potere da parte di nuovi soggetti sociali. Altri testi fondamentali sono La Prussia tra riforma e rivoluzione (1791-1848) e Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici. In quest’ultimo egli si pone due domande di fondo: che cosa sia il tempo storico e quale sia il metodo per applicare correttamente i concetti utilizzati in storiografia. Riguardo la prima, argomenta che non solo il tempo storico è differente da quello della natura, ma che al suo interno sono presenti diversi segmenti temporali costituiti da gruppi e interessi specifici. La seconda domanda rimanda immediatamente al suo originale contributo metodologico. Koselleck propone una “Storia dei concetti” (Begriffgeschichte), distaccata dalla storia delle idee in senso tradizionale, che mira ad individuare gli elementi “costituzionali” dei concetti, cioè quelli che possono essere messi in relazione con le dinamiche strutturali della società.

La Begriffgeschichte, disciplina affermatasi negli anni ’50 del secolo scorso, vede nei concetti non solo il riflesso dell’esperienza del mondo, ma anche gli elementi costitutivi della stessa. Il termine “storia dei concetti” era comparso per la prima volta con Hegel, in riferimento alla storia interpretativa che indirizza la storia in generale alla filosofia. E’ nel XX secolo però che il lemma pervenne ad indicare un autonomo campo per la metodologia della filosofia, prevedendo l’analisi delle variazioni del significato dei concetti in relazione al mutamento delle strutture semantiche in cui vengono di volta in volta storicamente impiegati. L’esposizione di questo metodo trova la sua consacrazione nei volumi dei Geschichtliche Grundbegriffe (concetti storiografici fondamentali), editi da Koselleck, insieme con O.Brunner e W.Conze, riguardanti il lessico dei concetti fondamentali della politica di lingua tedesca. Con essi si intende fornire una complessiva raccolta del vocabolario politico, che permetta un adeguato controllo semantico nell’impiego contemporaneo dei concetti. L’ideologizzazione viene evitata grazie ad indagini logico-genetiche sulla storia dei singoli lemmi. All’interno di questo orientamento Koselleck sviluppa una vera e propria teoria dei tempi storici, che assume come luogo della trasformazione del lessico politico europeo la fase tra la fine del sec. XVIII e la prima metà del XIX. Con essa, il lessico politico europeo, in forza di processi di democratizzazione, ideologizzazione, di politicizzazione del linguaggio politico e di temporalizzazione dell’esperienza storica, vede definitivamente trasformato il significato storico dei propri concetti.

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