
Viviamo in un’epoca polarizzata, in cui ogni discussione sembra ridursi a un referendum da social: da una parte i fan delle scie chimiche, dall’altra gli scientisti a oltranza. Mercanti di dubbi, di Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, rifiuta questa alternativa e ci mette davanti a una verità scomoda. I complotti esistono davvero, ma, come direbbe Umberto Eco, non sono quasi mai quelli che ci raccontano i complottisti da tastiera. Quelli veri sono stati costruiti a tavolino, hanno mosso (e muovono) miliardi di dollari e portano la firma di multinazionali, lobby, politici senza scrupoli e scienziati compiacenti, spesso accademici con un piede nel mondo dell’industria.
Questo libro scritto dai due accademici e storici della scienza uscì negli Stati Uniti nel 2010 e da allora è diventato un riferimento obbligato per chiunque si occupi di negazionismo e di rapporto tra scienza, media e politica. La sua fortuna è passata anche dal cinema, con il documentario omonimo di Robert Kenner del 2014 (clicca qui per vedere il documentario sub ITA), e dalla traduzione in diverse lingue. In Italia il libro è arrivato nel 2019, e la nuova edizione, a quindici anni dall’originale, è corredata da un’introduzione di Massimo Polidoro (un divulgatore scientifico che i falsi complotti li studia davvero), da una prefazione di Donatella Barus e da un’ampia intervista all’autrice Naomi Oreskes. Quest’ultima è un bilancio amaro: gli autori pensavano che, se la politica avesse agito sul problema del cambiamento climatico, il loro lavoro sarebbe rimasto un semplice studio storico, e invece ne è uscito un libro ancora più attuale, visto che nessun governo sta prendendo la cosa seriamente. Lo stesso Polidoro racconta di aver vissuto la prima lettura come un pugno nello stomaco, e lo stesso effetto spetta a chiunque abbia una visione troppo ottimista e ingenua della scienza.
Perché questa disinformazione decennale, ricostruita nel libro, ha funzionato così bene, come dimostrano le fake news che ammorbano il tema del riscaldamento globale? L’Epilogo del libro risponde con la teoria delle decisioni: quando un problema viene presentato come incerto, la scelta che appare più razionale al decisore politico è non fare nulla, perché agire costa subito mentre i benefici sono futuri e dubbi. L’incertezza fabbricata dalle lobbies è dunque il miglior alleato dello status quo, e non sorprende che a invocare «nuove ricerche» siano sempre coloro che dall’inazione traggono vantaggio. Lo confessò con rara lucidità S. J. Green, ex direttore delle ricerche della British American Tobacco: la richiesta di nuove prove è sempre un espediente per giustificare l’inazione, ed è la prima reazione di chi è colpevole.
La struttura del libro è quella di un’inchiesta storica molto dettagliata e ricca di prove documentate che procede per casi, in cui ogni capitolo mostra lo stesso metodo applicato a un terreno diverso. Il primo capitolo ricostruisce la nascita della “strategia del tabacco”, dal vertice del Plaza Hotel nel 1953 fino al memorandum dell’industria, secondo cui «il dubbio è il nostro prodotto», dubbio che impaludò le ricerche sulla cancerogenità del tabacco. Nei capitoli centrali il metodo del dubbio viene trasferito di terreno in terreno. Il secondo racconta come quattro fisici della Guerra Fredda, Seitz, Jastrow, Nierenberg e Teller, passino dalla difesa dello scudo spaziale di Reagan e dalla fondazione del George C. Marshall Institute all’attacco contro la scienza del clima. Il terzo e il quarto mostrano la stessa tecnica contro le piogge acide e contro il buco dell’ozono, con il ritardo di anni imposto a regolamentazioni che poi si sarebbero rivelate efficaci e poco costose. Il quinto introduce l’invenzione della “scienza spazzatura” nella battaglia sul fumo passivo, ma il sesto è il cuore dell’opera: il negazionismo climatico, dalla manipolazione del rapporto Nierenberg all’attacco a Ben Santer e al Petition Project. Il settimo, infine, mostra la riscrittura della storia attraverso la più recente campagna contro Rachel Carson, accusata di avere «le mani sporche di sangue» per il bando del DDT. Conclusione ed Epilogo del libro dispiegano poi la riflessione teorica sull’intera vicenda.
Quindi che fare? Buttare via l’acqua sporca insieme al bambino, scienza e antiscienza nello stesso fascio? Certo che no. La via d’uscita deve fare i conti con i fatti, e i fatti dicono che la questione è ideologica ed economica insieme. I principali propagatori di antiscienza erano (e sono) anticomunisti di ferro e conservatori, residuati bellici del Novecento, devoti al dogma della deregolamentazione e dello Stato minimo. Per loro ammettere che il fumo uccide, che le piogge acide devastano le foreste, che i CFC bucano l’ozono o che la CO₂ scalda il pianeta significava ammettere un fallimento del mercato. E ammettere un fallimento del mercato voleva dire legittimare la regolamentazione, quindi, nella loro paranoia, la prima tappa verso il socialismo. Quell’idea, non per caso, porta alle multinazionali molti più profitti di uno Stato che regola e obbliga. Polidoro nella prefazione collega Mercanti di dubbi al successivo lavoro degli stessi autori, The Big Myth. Se Mercanti di dubbi spiega come si costruisce il dubbio (il “trucco”), The Big Myth illustra perché lo si fa (l’ideologia). Il motore principale di chi nega le evidenze non è soltanto il profitto immediato, ma un fondamentalismo di mercato secondo cui qualsiasi regolamentazione, limite o legge statale costituisce un attacco inaccettabile alla libertà individuale. Per evitare norme ambientali o sanitarie, diventa quindi indispensabile demonizzare la scienza che quelle norme giustificherebbe.
Il metodo di questa falsa scienza è un vero jujitsu retorico (espressione degli autori): rivolgere contro la scienza la sua stessa onestà. La scienza non offre certezze assolute ma un consenso collettivo, raggiunto attraverso la peer review, e i mercanti del dubbio hanno sfruttato questa naturale provvisorietà per spacciare ogni incertezza per ignoranza. Non potendo vincere dentro la comunità scientifica, hanno edificato un villaggio Potëmkin (altra espressione degli autori) della scienza: istituti di facciata, riviste senza revisione paritaria, scienziati prezzolati, white paper rivestiti di grafici e note a piè di pagina, consegnati direttamente a Casa Bianca e Congresso. Hanno trovato un alleato inconsapevole nei media, che applicando impropriamente alla scienza la logica della Fairness Doctrine, nata per il pluralismo politico, hanno dato eguale spazio mediatico a migliaia di ricercatori e a una sparuta manciata di scettici, trasformando un consenso in una finta controversia. A completare l’opera, l’abuso di competenza: chiedere a un fisico un parere sul legame tra fumo e cancro, ricordano gli autori, è come chiedere a un comandante dell’aeronautica un parere sul progetto di un sottomarino.
Gli autori rendono il meccanismo della negazione delle lobbies con una metafora. Immaginiamo un banchetto sfarzoso a cui siedono centinaia di milioni di persone: è la prosperità dell’Occidente industriale, alimentata per un secolo e mezzo dai combustibili fossili. A un certo punto arriva il cameriere con il conto, che sono i danni accumulati: piogge acide, ozono, sostanze tossiche, riscaldamento globale. Il cameriere sono gli scienziati: non hanno ordinato loro il pranzo né deciso il prezzo, si limitano a riferire che il conto è arrivato. Eppure i commensali reagiscono come i negazionisti: dicono che il conto non esiste, che non è per loro, oppure accusano il cameriere di volersi intascare i soldi. I mercanti del dubbio sono coloro che convincono la sala a prendersela con il cameriere invece di pagare. Il pranzo non era gratis, è una triste verità ma qualcuno (la scienza) deve dirlo.
C’è poi una conseguenza che il libro e l’intervista finale a Oreskes rendono evidente. I protagonisti di questa storia, scienziati come Seitz, Jastrow, Nierenberg, Singer, sono tutti morti, ma la loro opera non solo è sopravvissuta, è più potente di prima. Il sistema che hanno costruito, fatto di think tank, finanziamenti, reti di consulenti (accademici e non), manuali per l’attacco alla “cattiva scienza”, ha prodotto istituzioni capaci di camminare con le proprie gambe: la Heritage Foundation, il motore ideologico del Progetto 2025, ne è l’esempio più evidente. Ai tempi dei social network e dell’intelligenza artificiale, poi, il dubbio costa meno che mai, circola senza filtri e può contare su prove false generate in serie e sulla automatica polarizzazione dell’algoritmo. Per questo sarebbe un errore ridurre tutto il problema al laissez-faire. Il neoliberalismo che oggi prospera su questa eredità non propone necessariamente lo Stato minimo e può convivere benissimo con uno Stato protezionista e interventista, come l’America di Trump, che usa dazi, sussidi e potere esecutivo e allo stesso tempo smantella le agenzie ambientali e le tutele che limitano gli interessi dei grandi gruppi economici sempre più oligarchici. La costante non è l’avversione allo Stato in quanto tale, ma l’ostilità verso ogni regola che metta un limite al profitto, e quindi verso la scienza che quelle regole giustificherebbe.
Il libro non si chiude, però, nel pessimismo, e la sua risposta è la più lontana possibile sia dal complottismo sia dallo scientismo. Contro il mito positivista di una scienza fatta di verità definitive, Oreskes e Conway la presentano per ciò che è: un’impresa collettiva e istituzionale, imperfetta e sempre rivedibile, ma di gran lunga la migliore bussola di cui disponiamo. Poiché nessuno può verificare da solo la fisica dell’atmosfera o la sicurezza di un farmaco, l’unica scelta razionale è una fiducia delegata e informata nelle istituzioni che sottopongono le tesi al vaglio dei pari: il cinismo indiscriminato non è spirito critico, è paralisi. E come disse l’epidemiologo Austin Bradford Hill, il lavoro scientifico è sempre incompleto, ma questo non ci autorizza a ignorare ciò che sappiamo né a rimandare le azioni necessarie.
Segue l’analisi dettagliata dei capitoli del libro.
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