
«Il vincitore non crede al caso»: in questo aforisma nietzscheano è racchiuso, con fulminante concisione, il nucleo ideologico della società meritocratica e del libro di Sandel. Chi vince tende a interpretare il proprio successo come il frutto esclusivo delle proprie qualità — l’impegno, il talento, la volontà — rimuovendo sistematicamente dalla propria narrazione tutto ciò che non rientra nella categoria del merito: la fortuna, le condizioni di partenza, il contesto familiare e sociale, la sfera biologico/ereditaria. Non si tratta di mera ipocrisia individuale, ma di qualcosa di più radicato: un vero e proprio bias cognitivo che Melvin Lerner ha descritto negli anni ’60 con il concetto di Belief in a Just World — la credenza in un mondo giusto. Secondo questo meccanismo psicologico, le persone tendono a convincersi che gli individui ottengano ciò che meritano e meritino ciò che ottengono: i ricchi sono ricchi perché se lo sono guadagnato, i poveri sono poveri perché lo hanno «scelto», con le loro debolezze, la loro inerzia, il loro scarso impegno. Per reggere il copione ed evitare dissonanze cognitive, le vittime vengono colpevolizzate, i vincitori glorificati. Il successo individuale viene così moralizzato e trasformato in sentenza.
Su questo doppio pilastro — la negazione del caso da parte del vincitore e la naturalizzazione della disuguaglianza da parte dell’ideologia dominante — si regge la legittimazione del sistema socio-economico contemporaneo. L’ordine economico liberale ha sempre avuto bisogno di una narrazione che ne giustificasse gli esiti: e la meritocrazia assolve precisamente questa funzione. Essa trasforma la diseguaglianza in verdetto morale, presentando la posizione sociale di ciascuno come la traduzione fedele del proprio valore personale. Chi occupa i gradini alti della gerarchia vi si trova perché se lo è conquistato; chi occupa quelli bassi non può che attribuirlo a sé stesso. Questo schema narrativo ha un corollario politico immediato: qualsiasi intervento dello Stato volto a correggere gli esiti del mercato appare, nella logica meritocratica, non solo controproducente sul piano economico, ma intrinsecamente ingiusto — una violazione del principio secondo cui a ciascuno spetta ciò che ha saputo produrre. Di qui, la distruzione del welfare dagli anni Ottanta in poi.
Eppure questa equazione tra mercato e meritocrazia è contestata persino dai teorici neoliberali più rigorosi: lo stesso Friedrich von Hayek, in Legge, legislazione e libertà, metteva in guardia dall’identificare il successo di mercato con il merito individuale, riconoscendo che la remunerazione dipende in larga misura da circostanze fortuite — dall’essere al posto giusto nel momento giusto, dall’aver incrociato le persone giuste, dagli imprevisti che colpiscono i concorrenti. Il mercato, insomma, remunera il risultato oggettivo, non la qualità morale soggettiva dello sforzo compiuto per raggiungerlo. Né va dimenticato il problema strutturale dell’uguaglianza di partenza: competere in condizioni radicalmente asimmetriche non è garanzia di alcun merito autentico. Le risorse culturali, economiche e relazionali che una famiglia trasmette ai propri figli costituiscono un vantaggio accumulato nel tempo che nessuna retorica dell’impegno individuale può neutralizzare. In un sistema fondato sulla trasmissione ereditaria della proprietà, l’uguaglianza delle opportunità rimane una finzione ideologica — e la meritocrazia, privata di quella finzione, si rivela per quello che è: una forma di legittimazione ex post della disuguaglianza.
È in questo contesto che si inscrive il saggio di Michael J. Sandel, La tirannia del merito (2020). Il termine “meritocrazia” fu coniato nel 1958 dal sociologo Michael Young in senso satirico e ammonitore. Per Young, una società che seleziona perfettamente in base al talento non riduce la disuguaglianza, ma la rende più rigida e crudele. Sandel non si limita a decostruire il mito meritocratico sul piano economico: lo analizza nelle sue conseguenze politiche e antropologiche, sostenendo che l’ideologia del merito abbia prodotto una frattura profonda nel tessuto sociale delle democrazie liberali. L’ascesa dei populismi negli ultimi decenni viene letta da Sandel — in una chiave che si potrebbe definire di etica del riconoscimento, pur senza che l’autore faccia esplicito riferimento a questo filone teorico — come il risentimento di coloro che si sentono giudicati e umiliati da un sistema che attribuisce il fallimento interamente all’individuo. I «perdenti» della globalizzazione meritocratica non rivendicano soltanto condizioni materiali migliori: rivendicano dignità, rispetto, il diritto a non essere considerati gli autori esclusivi della propria sconfitta.
Questa lettura — per quanto suggestiva e ricca di implicazioni — non è priva di limiti. Privilegiando la dimensione del riconoscimento e del risentimento simbolico, Sandel tende a mettere in secondo piano le determinanti strutturali e materiali della diseguaglianza, quelle che una prospettiva di “materialismo storico” metterebbe invece al centro dell’analisi. Il populismo non è soltanto psicologia del perdente: è anche — e forse prima di tutto — la risposta politica a decenni di precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare e concentrazione della ricchezza. Tenere insieme queste due dimensioni — il riconoscimento e la redistribuzione, il simbolico e il materiale — è la sfida teorica che il libro di Sandel pone senza risolverla del tutto, ma che ha il merito innegabile di rimettere al centro del dibattito pubblico.
L’autore sostiene che il progetto della globalizzazione guidata dai mercati ha creato una frattura tra “vincitori” e “perdenti”. I vincitori della globalizzazione hanno smesso di dipendere dai propri concittadini, sviluppando identità cosmopolite e praticando una propria forma di distanziamento sociale dai meno fortunati. In questo contesto, il successo viene visto come una prova di merito personale: chi arriva in cima crede di meritare il proprio successo, e implicitamente crede che chi rimane indietro meriti il proprio destino. Questa mentalità ha alimentato una miscela tossica di tracotanza meritocratica tra le élite e risentimento tra le classi lavoratrici, portando a reazioni populiste (come l’elezione di Trump) che rendono difficile il rinnovamento civile necessario per affrontare sfide comuni. Il libro si pone l’obiettivo di spiegare come si siano disgregati i legami sociali e di riflettere su una possibile via verso una politica del bene comune.
L’introduzione del libro inizia con un fatto di cronaca: il racconto del clamoroso scandalo delle ammissioni ai college statunitensi del 2019. Trentatré genitori facoltosi furono accusati di aver pagato William Singer per manipolare il sistema di ammissione alle università d’élite attraverso imbrogli nei test e corruzione di allenatori per far apparire i propri figli come atleti reclutati. Sandel analizza l’etica dietro questo scandalo distinguendo tre modalità d’accesso:
- La “porta principale”: L’ammissione basata sul merito, considerata equa dalla maggior parte delle persone.
- La “porta sul retro”: Donazioni legali alle università per favorire l’ammissione, un sistema che già premia la ricchezza.
- La “porta laterale”: Il sistema illegale di Singer basato su frode e inganno.
L’autore osserva che, sebbene la porta principale sembri la più giusta, in pratica il denaro aleggia anche sopra di essa. Esiste infatti una stretta correlazione tra i punteggi del SAT (un test attitudinale richiesto per l’ammissione ai college e alle università negli USA) e il reddito familiare: i genitori benestanti dotano i figli di tutor, consulenti e attività extracurricolari costose, trasformando la competizione meritocratica in una sorta di “aristocrazia ereditaria”. Sandel scava più a fondo per capire perché l’ammissione a queste università sia diventata un’ossessione così feroce. La ragione secondo l’autore risiede nella crescente disuguaglianza: negli ultimi decenni, il divario di reddito tra chi ha una laurea e chi no è aumentato enormemente, rendendo la posta in gioco molto più alta. Questo ha generato l’epidemia dei genitori “elicottero”, ansiosi di risparmiare ai figli la precarietà economica. Tuttavia, oltre alla sicurezza economica, i genitori cercavano il “lustro prestato del merito”. In una società meritocratica, il successo deve essere visto come guadagnato attraverso il talento e il duro lavoro per essere moralmente giustificato. Sandel critica questa visione, sottolineando che anche una meritocrazia “equa” (senza imbrogli) porta a conclusioni fallaci:
- L’illusione dell’autosufficienza: Fa credere ai vincitori di aver fatto tutto da soli, dimenticando il ruolo della fortuna, dei genitori, degli insegnanti e delle doti naturali che non sono merito proprio.
- Erosione della sensibilità civica: Più pensiamo di esserci fatti da soli, più è difficile imparare la gratitudine e l’umiltà, sentimenti necessari per prendersi cura del bene comune.
La questione del merito è diventata urgente perché la democrazia è sull’orlo del baratro a causa della rabbia contro le élite. Sandel invita a chiederci se la soluzione sia vivere in modo più fedele al principio del merito o se occorra ricercare un bene comune che vada oltre il semplice selezionare e lottare.
Di seguito, un report dettagliato, capitolo per capitolo, del testo di Sandel.
ANALISI PRIMO CAPITOLO: VINCITORI E PERDENTI
Il primo capitolo de La tirannia del merito, intitolato “Vincitori e perdenti”, analizza le radici profonde del malcontento che agita le democrazie moderne, sostenendo che la rivolta populista (esemplificata dall’elezione di Trump e dalla Brexit) non sia solo una reazione economica o un’esplosione di intolleranza, ma una risposta morale ai fallimenti della tecnocrazia e della globalizzazione. Sandel esordisce criticando le élite e i partiti mainstream per non aver compreso la vera natura della rabbia dei cittadini. In genere, il malcontento viene diagnosticato in due modi: come animosità razzista/xenofoba o come ansia per i cambiamenti tecnologici. Sandel ritiene queste spiegazioni insufficienti: “Interpretare la protesta populista come malevola o come mal diretta assolve le élite governative dalla responsabilità per la creazione delle condizioni che hanno eroso la dignità del lavoro e che hanno lasciato che in molti si sentano privati di rispetto e di potere“. L’autore sottolinea che le rimostranze sono morali e culturali, riguardando la stima sociale ancor più che i semplici salari: “Queste rimostranze non sono soltanto di carattere economico, ma sono anche morali e culturali; non riguardano soltanto i salari e i posti di lavoro, ma anche la stima sociale“.
Il cuore del fallimento politico risiede nel progetto di globalizzazione portato avanti negli ultimi quarant’anni. Sandel identifica una svolta tecnocratica che ha svuotato il dibattito pubblico: “La concezione tecnocratica della politica è legata alla fede nei mercati […] prosciuga il dibattito pubblico da argomentazioni morali sostanziali, trattando le questioni controverse dal punto di vista ideologico come se fossero materia di efficienza economica e, quindi, àmbito degli esperti“. Questo approccio ha fatto sentire i cittadini comuni impotenti, poiché le decisioni importanti sono state spostate fuori dalla portata della discussione democratica, verso agenzie amministrative, banche centrali e mercati.
Sandel inoltre analizza il mantra politico secondo cui, in una società equa, chi lavora sodo può arrivare ovunque il proprio talento lo porti. Questa “retorica dell’ascesa”, difesa da presidenti come Reagan, Clinton e Obama (che usò la frase “You can make it if you try” oltre 140 volte), è diventata oggi un insulto: “Ma ora la retorica dell’ascesa suona falsa. Nel sistema economico odierno, non è facile emergere […] La capacità di emergere sembra dipendere meno dallo sprone della povertà e più dall’accesso all’istruzione“.
L’autore osserva con amarezza che, paradossalmente, gli Stati Uniti hanno oggi meno mobilità sociale rispetto a molte democrazie europee, trasformando la meritocrazia in una forma di privilegio stabile: “La meritocrazia odierna si è rafforzata come un’aristocrazia ereditaria“. Ma l’aspetto più originale del pensiero di Sandel riguarda le conseguenze psicologiche e morali della meritocrazia. Essa incoraggia i “vincitori” a credere che il loro successo sia merito esclusivo della loro virtù, dimenticando la fortuna e il debito verso la comunità: “La tracotanza meritocratica riflette la tendenza dei vincitori a godere troppo del proprio successo, dimenticandosi della fortuna e della buona sorte che li ha aiutati nel proprio cammino“. Dall’altro lato, i “perdenti” non si sentono solo vittime di ingiustizia (il sistema truccato), ma subiscono l’umiliazione di pensare che la colpa del fallimento sia solo loro: “Ci si congratula con i vincitori ma si denigrano i perdenti, anche ai loro stessi occhi. Per coloro che non riescono a trovare lavoro […] risulta difficile sfuggire al pensiero demoralizzante di essere la causa del proprio fallimento“.
Sandel conclude che la rivolta populista è, in ultima istanza, una ribellione contro questo giudizio di valore. Le élite meritocratiche hanno talmente valorizzato la laurea da svalutare il contributo sociale di chi non l’ha conseguita: “Più che essere una protesta contro gli immigrati e la delocalizzazione, la rimostranza populista riguarda la tirannia del merito. Ed è una rimostranza giustificata“. L’autore richiama il sociologo Michael Young, che nel 1958 previde che una meritocrazia perfetta avrebbe portato alla discordia sociale, poiché non avrebbe lasciato ai “perdenti” alcun appiglio all’amor proprio.
Il capitolo si chiude con l’appello di Sandel a rinvigorire la politica democratica superando l’approccio tecnocratico. È necessario tornare a discutere dei grandi interrogativi morali: cosa dobbiamo gli uni agli altri come cittadini e come possiamo restituire dignità al lavoro in una società che ha sacrificato la solidarietà sull’altare del successo individuale: “Condurre il nostro discorso pubblico come se fosse possibile esternalizzare il giudizio morale e politico ai mercati […] ha svuotato la discussione democratica di significato e di finalità”.
ANALISI DEL SECONDO CAPITOLO: GREAT BECAUSE GOOD
Il secondo capitolo, intitolato “Great because good. Una breve storia morale del merito”, traccia l’evoluzione del concetto di merito dalle sue radici teologiche fino alla sua attuale forma secolare e politica. Sandel argomenta che la nostra moderna ossessione per il merito non è solo una questione economica, ma una forma di “provvidenzialismo secolare” che divide la società tra chi si sente benedetto dal successo e chi si sente condannato dal fallimento. L’autore ammette che l’idea di premiare il merito è inizialmente attraente per ragioni di efficienza ed equità. Una società meritocratica promette libertà: l’idea che il nostro destino sia nelle nostre mani. Tuttavia, questa promessa nasconde un fardello: “L’ideale meritocratico attribuisce un grande peso all’idea di responsabilità individuale[…] ma una cosa è ritenere le persone responsabili dell’agire moralmente, un’altra è postulare che noi – ciascuno di noi – siamo totalmente responsabili della nostra sorte in vita“. Sandel osserva che parlare di “sorte” implica un limite alla responsabilità umana, evocando il caso o la grazia, concetti che la meritocrazia moderna tende a cancellare.
L’autore rintraccia l’origine del pensiero meritocratico nella teologia biblica, dove gli eventi naturali erano letti come ricompense o punizioni divine. Questo crea una “logica crudele” verso chi soffre: “Questo modo meritocratico di pensare genera atteggiamenti crudeli verso coloro che patiscono la sfortuna. Più acuta è la sofferenza, maggiore è il sospetto che la vittima se la sia procurata“. Il Libro di Giobbe sarebbe il primo grande attacco alla “tirannia del merito”. Gli amici di Giobbe insistono che la sua sofferenza debba essere colpa di un peccato, ma Dio interviene per negare questa connessione: “Nel rinunciare all’idea che Egli presieda una meritocrazia cosmica, Dio afferma il proprio potere illimitato e impartisce a Giobbe una lezione di umiltà“. Di qui l’autore esamina il dibattito cristiano sulla salvezza. Da un lato Pelagio (in un certo qual modo precursore del liberalismo) sosteneva il libero arbitrio e la capacità umana di guadagnarsi la salvezza; dall’altro Agostino insisteva sulla salvezza per sola grazia, vedendo nell’idea del merito una forma di orgoglio blasfemo.
La Riforma protestante di Lutero nacque come una protesta contro il merito (le indulgenze), ma paradossalmente, come analizzato da Max Weber, portò a un’etica del lavoro ferocemente meritocratica. Poiché i calvinisti non potevano sapere se fossero “eletti”, cercarono nel successo mondano un segno della propria elezione: “Dio aiuta colui che si aiuta[…] il calvinista crea egli stesso la propria beatitudine (ma si dovrebbe dire, più correttamente: la certezza di essa)“. Questa transizione psicologica ha trasformato l’umiltà di fronte alla grazia nella tracotanza meritocratica del successo. Oggi, anche se la società è secolarizzata, abbiamo mantenuto la struttura morale del pensiero provvidenzialistico: chi ha successo crede di averlo “meritato” e che il ricco sia “più meritevole” del povero: “Questo aspetto trionfalistico della meritocrazia è una specie di provvidenzialismo senza Dio[…] Quanti hanno successo lo ottengono da soli, ma il loro successo attesta la loro virtù“. L’autore cita casi moderni come la crisi finanziaria del 2008, dove l’AD di Goldman Sachs difese i bonus miliardari dicendo che stavano “facendo il lavoro di Dio”. Menziona anche il “Vangelo della prosperità”, che insegna che Dio ricompensa la fede con salute e ricchezza, rendendo la malattia o la povertà un “verdetto sulla nostra virtù”.
Sandel critica anche la politica liberal (esemplificata da Bill Clinton e Barack Obama) per aver adottato questo linguaggio provvidenziale. Lo slogan “L’America è grande perché è buona” è visto come la fede meritocratica applicata a una nazione. In particolare, la retorica dell’essere dalla “parte giusta della storia”: “Tali argomentazioni poggiano sulla credenza che la storia si svolga in un modo che è diretto da Dio o da una tendenza secolare verso il progresso e il miglioramento morale“. Basti vedere l’uso frequente che Obama faceva della frase di Martin Luther King Jr.: “l’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia”. Se per King questa era una chiamata profetica all’azione, per le élite al potere è diventata una forma di “trionfalismo compiaciuto” che giustifica lo status quo della globalizzazione.
Il capitolo si chiude con una riflessione sulla canzone America the Beautiful. Sandel nota come l’originale fosse una preghiera affinché Dio “riversasse” la sua grazia (un desiderio), mentre nella cultura moderna viene spesso inteso come un fatto compiuto: Dio ha riversato la sua grazia perché ce la meritiamo. “L’equilibrio tra merito e grazia non è facile da sostenere[…] Il merito scaccia la grazia, oppure la ridisegna a propria immagine, come qualcosa che meritiamo“. Sandel conclude che questa vittoria del merito sulla grazia ha eliminato l’umiltà e la gratitudine, rendendo impossibile la solidarietà necessaria per una democrazia sana.
ANALISI DEL TERZO CAPITOLO: LA RETORICA DELL’ASCESA
Il terzo capitolo, intitolato “La retorica dell’ascesa”, analizza come l’ideale meritocratico si sia radicato nella vita pubblica delle democrazie occidentali negli ultimi quarant’anni, trasformandosi da promessa di libertà in una forma di oppressione sociale. Sandel sostiene che questa retorica, pur sembrando emancipatoria, ha finito per erodere la solidarietà e alimentare la polarizzazione politica. Sandel innanzitutto traccia un parallelo tra la mentalità moderna e l’etica puritana descritta nel capitolo precedente. Oggi consideriamo il successo economico e sociale come i puritani (è la lettura di Weber qui ripresa) consideravano la salvezza: non un dono della grazia, ma qualcosa che ci si guadagna con lo sforzo personale: “Oggi consideriamo il successo nel modo in cui i puritani consideravano la salvezza: non come una questione di fortuna o di grazia, ma come qualcosa che guadagniamo con il nostro sforzo e con il nostro impegno. Questo è il cuore dell’etica meritocratica“. Questa visione ha però un lato oscuro: se il successo è merito mio, il fallimento è colpa tua. Questa logica rende difficile provare empatia per chi è rimasto indietro, poiché si tende a pensare che chi fallisce non abbia avuto abbastanza talento o grinta.
L’autore nota come questa fede meritocratica sia particolarmente forte tra i suoi studenti a Harvard, che tendono a vedere la loro ammissione come il risultato esclusivo del proprio duro lavoro, ignorando il ruolo della fortuna o dei vantaggi familiari. L’autore riporta un aneddoto avvenuto in Cina nel 2012, dove uno studente sostenne che i ricchi meritano di vivere più a lungo (comprando reni dai poveri) perché hanno guadagnato la loro ricchezza. Commenta: “Fui sorpreso da questa sfrontata applicazione del modo di pensare meritocratico[…] è moralmente affine alla credenza del vangelo della prosperità secondo la quale la salute e la ricchezza sono segni del favore di Dio“. Negli anni Ottanta, Reagan e Thatcher prepararono il terreno per la meritocrazia enfatizzando la fiducia nei mercati. Tuttavia, sono stati i politici di centro-sinistra (come Bill Clinton e Tony Blair) a completare questo progetto. Essi accettarono la logica di mercato, cercando però di renderla “equa” attraverso le pari opportunità. L’ideale era che, in una società con opportunità realmente uguali, i mercati darebbero alle persone “esattamente quel che si meritano”. Dagli anni Ottanta, i dibattiti sul welfare state si sono spostati dalla solidarietà alla responsabilità personale. Si è iniziato a distinguere tra “poveri meritevoli” (vittime della sfortuna) e “poveri non meritevoli” (vittime delle proprie scelte). Sandel osserva che i presidenti democratici Clinton e Obama hanno usato la frase “non per colpa loro” (riferita agli svantaggiati) molto più spesso di Reagan. Il welfare state è diventato un “tracciatore di responsabilità” anziché un ammortizzatore sociale.
Il cuore del capitolo è l’analisi della “retorica dell’ascesa”, ovvero il mantra secondo cui ognuno può arrivare fin dove il suo talento e il suo duro lavoro lo porteranno. Sebbene Reagan sia stato il primo a farne un punto di forza, è stato Barack Obama a usarla più di chiunque altro, facendone il tema centrale della sua presidenza: “In questo paese, se lavori sodo, se sei disposto ad assumerti delle responsabilità, allora puoi farcela. Puoi andare avanti“. Questa retorica ha creato un nesso tossico: se le opportunità sono uguali, il successo è dovuto esclusivamente a se stessi e, di conseguenza, le ricompense ottenute sono moralmente meritate. Nel 2016, questa retorica ha perso la sua capacità di ispirare. Sandel sostiene che per chi è bloccato in basso o fatica a sbarcare il lunario, l’invito a “farcela se ci provi” è diventato un insulto. Donald Trump ha intercettato questo risentimento; i suoi sostenitori non rifiutano la meritocrazia, ma credono che il sistema fosse già così: avevano accettato il “verdetto crudele del mercato” su di loro e provavano rabbia verso le élite che li guardavano dall’alto in basso.
Sandel confronta la fede americana nel duro lavoro con la realtà dei dati. Mentre il 77% degli americani crede che si possa avere successo lavorando sodo, la mobilità sociale negli Stati Uniti è oggi inferiore a quella di molti paesi europei (come Danimarca, Canada o Svezia). La retorica dell’ascesa è diventata perciò congratulatoria per i vincitori e demoralizzante per i perdenti. Mescolando i fatti (la disuguaglianza reale) con le speranze (l’ideale delle pari opportunità), la meritocrazia costringe chi fallisce a incolpare sé stesso, distruggendo la dignità del lavoro e la possibilità di una vera vita civile comune.
ANALISI DEL QUARTO CAPITOLO: CREDENZIALISMO.
Il quarto capitolo è intitolato “Credenzialismo. L’ultimo pregiudizio accettabile”, e approfondisce come il possesso di un titolo di studio sia diventato la nuova barriera di classe, trasformando l’istruzione da mezzo di emancipazione a strumento di umiliazione sociale e di dominio tecnocratico. Sandel apre il capitolo analizzando il valore pubblico assunto dai voti scolastici. Cita il caso di Donald Trump, che minacciò i propri college di azioni legali se avessero diffuso i suoi risultati accademici, e contemporaneamente sfidò Barack Obama a mostrare il proprio curriculum. Questa ossessione rivela che, nella società odierna, il valore di un leader non è più giudicato solo dal carattere o dalle idee, ma dalle sue credenziali meritocratiche: “A partire dagli anni duemila, quanto bene uno era andato al college, o anche solo agli esami di ammissione al college, assunse un rilievo tale da procurare gloria o discredito a un presidente“.
Negli ultimi quattro decenni, i partiti di centro-sinistra e centro-destra hanno smesso di proporre riforme strutturali dell’economia, puntando tutto sull’istruzione come soluzione universale. Il mantra di Bill Clinton — “ciò che guadagni dipende da ciò che impari” — è diventato il fulcro della politica neoliberale. Sandel critica aspramente questa visione, sostenendo che essa sposta la colpa del fallimento economico dal sistema all’individuo. Il cuore della sua tesi è che il disprezzo per chi ha meno istruzione sia diventato socialmente accettabile, a differenza del razzismo o del sessismo che sono (almeno ufficialmente) condannati. Le élite istruite tendono a guardare dall’alto in basso chi non ha una laurea, considerandolo responsabile della propria condizione di svantaggio. L’autore cita studi che dimostrano come i non laureati stessi finiscano per interiorizzare questo giudizio negativo, sentendosi “inferiori” per non aver superato la selezione meritocratica.
Sandel osserva che i parlamenti moderni sono diventati esclusivo appannaggio delle classi istruite. Al Congresso degli Stati Uniti, quasi il 100% dei membri ha una laurea, sebbene due terzi della popolazione adulta non ne possieda una. Questo crea una frattura rappresentativa: le classi lavoratrici non si sentono più ascoltate da un’élite che parla un linguaggio tecnocratico distante dalla vita reale. Inoltre nota un cambiamento nel lessico politico: i termini “giusto” e “sbagliato” sono stati sostituiti da “intelligente” (smart) e “stupido” (dumb). Questo approccio svuota la politica di contenuti morali, trasformando questioni ideologiche in problemi tecnici riservati agli esperti: “Come contrasto valutativo, ‘smart versus dumb’ (intelligente contro stupido) cominciò a sostituire contrasti etici o ideologici, come ‘giusto contro ingiusto’ o ‘giusto contro sbagliato’“. Obama sarebbe stato l’emblema di questa svolta tecnocratica, vedendo la presidenza non come un luogo di ispirazione morale, ma come un centro di raccolta di “buone informazioni” da fornire a cittadini considerati poco professionali nel selezionare i fatti.
La divisione più profonda oggi non sarebbe tra destra e sinistra, ma tra chi ha un titolo di studio e chi non ce l’ha. Sandel cita Thomas Piketty per mostrare come i partiti di sinistra siano passati dall’essere i partiti dei lavoratori a essere i partiti delle élite intellettuali (“Brahmin Left“), spingendo i lavoratori verso il populismo nazionalista. Cosa giusta sarebbe quindi smantellare questo sistema, riducendo la dipendenza dal titolo di studio per l’accesso a una vita dignitosa e restituendo importanza alla saggezza pratica e alla dignità di ogni tipo di lavoro. Solo affrontando i fallimenti della tecnocrazia e della meritocrazia sarà possibile reimmaginare una politica del bene comune.
ANALISI DEL QUINTO CAPITOLO: L’ETICA DE SUCCESSO
Il quinto capitolo intitolato “L’etica del successo”, rappresenta il cuore filosofico della critica di Michael J. Sandel all’ideale meritocratico. L’autore mette in discussione la convinzione che una meritocrazia perfetta sia necessariamente una società giusta o buona, analizzando come il concetto di “merito” finisca per giustificare la disuguaglianza e corrodere i legami sociali. Sandel inizia invitando a confrontare due società ugualmente disuguali: una basata sul privilegio ereditario (aristocrazia) e l’altra basata sul talento e lo sforzo (meritocrazia). Sebbene la meritocrazia sembri preferibile perché permette la mobilità sociale, essa porta con sé una conseguenza morale pesante: “Diversamente dal privilegio aristocratico, il successo meritocratico porta con sé un senso di realizzazione per essersi guadagnati il proprio posto. Da questo punto di vista, è meglio essere ricchi in una meritocrazia che in un’aristocrazia“. Tuttavia, questo implica che essere poveri in una meritocrazia sia molto più demoralizzante. Mentre un servo in un sistema feudale sapeva che la sua povertà era dovuta alla sfortuna della nascita e non a una mancanza di valore personale, il povero in una meritocrazia è portato a credere che il suo fallimento sia colpa sua.
Sandel ricorda che il termine “meritocrazia” fu coniato nel 1958 da Michael Young in senso accusatorio e ammonitore. Per Young, una società che seleziona perfettamente in base al talento si traduce in una distopia. In passato, se eri povero potevi dare la colpa al sistema. Sapevi che la tua condizione dipendeva dalla sfortuna di essere nato in una famiglia umile e non dalla tua mancanza di valore. Il tuo “amor proprio” era salvo. Ma se il sistema ti dà “tutte le possibilità” (pari opportunità) e tu fallisci comunque, la conclusione logica è devastante: la colpa è solo tua. Non puoi più dire “non ho avuto l’occasione”, ma devi ammettere di essere “inferiore” rispetto a chi ce l’ha fatta. Sandel sottolinea che le élite hanno ignorato l’avvertimento di Young, trasformando quello che era un monito distopico nel loro ideale supremo.
Il fulcro dell’argomentazione dell’autore riguarda il motivo per cui non “meritiamo” i nostri talenti. Propone quindi due ragioni fondamentali:
- La lotteria genetica: Possedere un certo talento non è merito nostro, ma una questione di buona sorte.
- La contingenza sociale: Il fatto di vivere in una società che premia proprio quel talento è puramente fortuito. Se LeBron James fosse nato nella Firenze del Rinascimento, la sua abilità nel basket non gli avrebbe garantito il successo che ha oggi.
Contro questa tesi, i difensori della meritocrazia invocano il duro lavoro. Sandel ammette che lo sforzo conti, ma osserva che esso raramente è la sola causa del successo e che spesso tendiamo a “gonfiare” il valore morale dell’impegno per autoconvincerci di aver meritato tutto. A questo punto l’autore esamina due grandi filosofi che, pur essendo opposti politicamente, rifiutano entrambi l’idea di merito come base della giustizia:
- Friedrich von Hayek (Liberalismo del mercato): Sostiene che il mercato non premi il merito morale, ma solo il “valore” che i consumatori attribuiscono a un bene. Tuttavia, Sandel nota che, psicologicamente, è difficile distinguere tra essere premiati per il proprio valore di mercato ed essere considerati superiori.
- John Rawls (Liberalismo egualitario): Propone il “principio di differenza”, secondo cui i talentuosi possono godere dei propri vantaggi solo se questi operano a favore dei più svantaggiati. Rawls insiste che non meritiamo il nostro carattere o le doti naturali: “Coloro che sono stati favoriti dalla natura… possono trarre vantaggio dalla loro buona sorte solo a patto che migliorino la situazione di coloro che ne sono rimasti esclusi“.
Sandel conclude analizzando la filosofia “egualitaria della sorte”, che cerca di compensare le persone per la sfortuna involontaria ma le ritiene responsabili per le scelte sbagliate. Questo approccio, secondo l’autore, finisce per essere umiliante, poiché costringe chi riceve aiuto a presentarsi come una vittima priva di agentività o di talento. In conclusione: il successo non è mai un’impresa puramente individuale e riconoscere il ruolo della fortuna è l’unico modo per recuperare l’umiltà e la solidarietà necessarie a una democrazia sana
ANALISI DEL SESTO CAPITOLO: LA MACCHINA SELEZIONATRICE
Il sesto capitolo è intitolato “La macchina selezionatrice”, e analizza il ruolo cruciale e problematico che l’istruzione superiore ha assunto nelle società moderne. Sandel sostiene che le università si siano trasformate in arbitri delle opportunità, creando una gerarchia sociale basata sulle credenziali che, invece di favorire la mobilità, finisce per consolidare il privilegio e corrodere la democrazia. Sandel ripercorre la storia dell’ammissione ai college d’élite, evidenziando come la missione meritocratica sia nata negli anni Quaranta con James Bryant Conant, allora presidente di Harvard. Conant voleva abbattere l’aristocrazia ereditaria dei “giovani ricchi e distratti” per sostituirla con un’élite basata sul talento e sul senso civico: “L’ambizione di Conant era di rovesciare questa élite ereditaria e sostituirla con una meritocratica… un piano audace per progettare un cambiamento nel gruppo dirigente e nella struttura sociale del paese: una sorta di quieto colpo di stato programmato“. A tal fine, Conant scelse il test SAT per identificare l’intelligenza “innata” indipendentemente dal ceto sociale, ispirandosi all’ideale di Thomas Jefferson di una “aristocrazia naturale”. Tuttavia, Sandel osserva che il linguaggio di Jefferson rivelava già un lato oscuro: l’idea di “rastrellare i migliori geni dalla spazzatura” suggeriva una tendenza intrinseca a denigrare chi non superava la selezione. Contrariamente alle speranze di Conant, il sistema meritocratico non ha creato una società senza classi. Sandel documenta studi alla mano come il punteggio del SAT sia oggi strettamente correlato al reddito familiare: più la famiglia è ricca, più alto è il punteggio probabile del figlio. L’industria miliardaria del tutoraggio privato e dei corsi di preparazione ha trasformato quello che doveva essere un test di attitudine in un indicatore di privilegio economico. L’autore conclude amaramente che l’istruzione superiore non è un motore di mobilità, ma un mezzo per consolidare i vantaggi: l’istruzione superiore americana sarebbe come un ascensore in un edificio al quale la maggior parte delle persone non accede dall’attico.
Sebbene i college d’élite vantino diversità razziale ed etnica, il divario di classe rimane estremo. Posti come Yale e Princeton ospitano più studenti provenienti dall’1% più ricco che dall’intero 60% inferiore della popolazione. Questo squilibrio è aggravato dalle preferenze per i “legacy” (figli di ex alunni), i figli dei donatori e gli atleti di sport d’élite. Sandel sostiene che questa selezione iper-competitiva non è solo iniqua, ma cambia la percezione del successo: i vincitori sono portati a credere di essersi fatti da soli e di meritare moralmente il proprio posto, dimenticando il ruolo della fortuna e del privilegio. Un punto centrale del capitolo è il costo psicologico che la macchina selezionatrice impone ai giovani che “riescono a entrare”. La competizione senza tregua ha trasformato l’adolescenza in un periodo di stress estremo, dominato da una genitorialità “elicottero” ossessiva: “Il perfezionismo è l’emblematico malanno meritocratico… Anni di lotta angosciante lasciano i giovani con un fragile senso di autostima, condizionati dai risultati e vulnerabili ai giudizi severi“. Sandel descrive una generazione di studenti che, pur essendo ai vertici, soffre di burnout, depressione e ansia, poiché il loro valore è stato costantemente legato alle performance e ai voti. Per contrastare la “tirannia del merito”, l’autore avanza una proposta provocatoria: una volta stabilita una soglia di competenza accademica, i candidati qualificati dovrebbero essere estratti a sorte. Questo sistema ridurrebbe la pressione sugli adolescenti e ripristinerebbe l’umiltà, ricordando che il successo in un’università d’élite è, in ultima analisi, un colpo di fortuna simile a una lotteria.
Il capitolo si conclude con l’appello a ridurre la dipendenza del successo dal possesso di una laurea quadriennale. Sandel critica la sproporzione nei finanziamenti: negli Stati Uniti si spendono 162 miliardi di dollari l’anno per l’istruzione superiore, ma solo 1,1 miliardi per l’istruzione professionale e tecnica: “Imparare a diventare un idraulico o un elettricista o un igienista dentale dovrebbe essere rispettato come un prezioso contributo al bene comune, non considerato come un premio di consolazione per coloro che non hanno ottenuto i punteggi SAT […] per entrare alla Ivy League“. L’educazione civica e morale non deve essere un monopolio delle università d’élite, ma deve prosperare ovunque, restituendo dignità a ogni tipo di lavoro e permettendo a tutti i cittadini di sentirsi parte di un progetto comune
ANALISI DEL SETTIMO CAPITOLO: DARE RICONOSCIMENTO AL LAVORO
Il settimo capitolo, “Dare riconoscimento al lavoro”, affronta la crisi d’identità e di stima che ha colpito le classi lavoratrici nelle democrazie occidentali. Sandel sostiene che il problema non sia solo la disuguaglianza economica, ma l’erosione della dignità del lavoro provocata da una cultura meritocratica che valorizza solo le credenziali accademiche. Sandel inizia analizzando il divario crescente tra chi possiede un diploma di laurea e chi no. Negli ultimi quarant’anni, il cosiddetto “premio per la laurea” (college premium) è raddoppiato, lasciando indietro la maggior parte dei lavoratori comuni. Mentre la produttività è aumentata, i salari reali degli uomini senza laurea sono rimasti fermi o sono calati rispetto al 1979. L’autore sottolinea che il danno è prima di tutto morale: valorizzando i “cervelli” necessari a un buon punteggio ai test di ammissione al college, la macchina selezionatrice svilisce quanti non hanno credenziali meritocratiche. Dice loro che il lavoro che svolgono è un contributo minore al bene comune, e quindi meno degno di riconoscimento e stima sociali. Un indicatore tragico di questo malessere è l’aumento delle “morti per disperazione” (suicidi, overdose, alcolismo), termine coniato dagli economisti Case e Deaton. Sandel evidenzia che questo fenomeno colpisce in modo sproporzionato chi non ha una laurea: “Un diploma di laurea quadriennale è diventato l’indicatore chiave dello status sociale, come se venisse richiesto ai non laureati di indossare una specie di distintivo scarlatto con cucite le lettere BA [Bachelor of Arts] sbarrate da una linea rossa diagonale“. Queste morti non sono solo figlie della povertà materiale, ma di un processo di “perdita dello stile di vita” e di umiliazione sociale in un sistema che dice ai perdenti che la colpa del loro fallimento è solo loro.
Sandel così analizza le radici del risentimento che ha portato all’elezione di Trump. Le élite meritocratiche hanno sviluppato una cultura di condiscendenza, di superiorità mista a disprezzo verso chi vive negli stati rurali o svolge lavori manuali. Citando la sociologa Arlie Hochschild, Sandel descrive il lavoratore della classe operaia come uno “straniero nella propria terra”, che sente che altri gli stiano “saltando la fila” (immigrati, minoranze favorite dalle azioni positive) con il beneplacito delle élite. Di qui, il cuore filosofico del capitolo, cioè la distinzione tra due modi di intendere la giustizia:
- Giustizia Distributiva: L’approccio liberal classico, che si concentra su come dividere la “torta” economica (accesso ai consumi e welfare).
- Giustizia Contributiva: L’idea che le persone abbiano bisogno di sentirsi utili e di guadagnare la stima sociale attraverso il proprio contributo al bene comune.
Sandel sostiene che i cittadini non vogliono solo consumare, ma produrre: “Il desiderio umano fondamentale è quello di essere necessari a coloro con i quali condividiamo una vita in comune. La dignità del lavoro consiste nell’esercitare le nostre capacità per rispondere a tali bisogni“. Egli richiama la tradizione di Aristotele, Hegel e Martin Luther King per ricordare che ogni lavoro ha dignità se contribuisce alla sopravvivenza e al benessere della comunità. Poi distingue due diverse concezioni di bene comune:
- Concezione Consumistica: Il bene comune è la somma delle preferenze individuali e la massimizzazione del PIL. In questa visione, chi guadagna di più è considerato il miglior contributore.
- Concezione Civica: Il bene comune consiste nel ragionare insieme sugli obiettivi della comunità e nel riconoscere il valore morale del contributo di ciascuno, che non sempre coincide con lo stipendio di mercato.
Sandel suggerisce di spostare l’attenzione dalla massimizzazione del PIL alla creazione di un mercato del lavoro che favorisca la coesione sociale, tramite alcuni strumenti strutturali:
- Sussidi salariali: Invece di limitarsi ai sussidi di disoccupazione, il governo dovrebbe integrare i salari bassi per permettere ai lavoratori di mantenere una vita dignitosa e restare “produttori”.
- Contrasto alla finanziarizzazione: L’industria finanziaria è cresciuta a dismisura, ma gran parte delle sue attività è speculativa e non aiuta l’economia reale.
- Riforma Fiscale: Sandel propone di spostare il carico fiscale dal lavoro (riducendo le imposte sui salari) alla speculazione (tassa sulle transazioni finanziarie).
La tassazione, secondo Sandel, ha un valore “espressivo”: tassare il lavoro e non la speculazione invia un messaggio sbagliato su cosa la società considera meritorio. Il capitolo si conclude con l’appello a ricostruire i legami morali che la globalizzazione e la meritocrazia hanno sciolto. La solidarietà richiede di riconoscere la nostra reciproca dipendenza: “Soltanto nella misura in cui dipendiamo dagli altri, e riconosciamo la nostra dipendenza, abbiamo ragione di apprezzare il loro contributo al nostro benessere collettivo“. Restituire dignità al lavoro significa smettere di credere che il successo sia un’impresa puramente individuale e tornare a vedere noi stessi come membri di una comunità a cui siamo debitori
CONCLUSIONI
Nelle Conclusioni Michael Sandel tira le fila della sua analisi, proponendo un superamento dell’ideale meritocratico a favore di una “uguaglianza di condizione” e di una rinnovata umiltà civile. Sandel apre le conclusioni con la storia di Henry Aaron, leggendario giocatore di baseball cresciuto nel Sud segregazionista degli Stati Uniti. Aaron riuscì a battere i record di Babe Ruth grazie al suo immenso talento, dimostrando che il campo da gioco era l’unico luogo dove il razzismo non poteva fermarlo. Sebbene questa storia porti ad “amare la meritocrazia” come risposta definitiva all’ingiustizia, Sandel avverte che si tratta di un errore prospettico:
“La morale della storia di Henry Aaron non è che dovremmo amare la meritocrazia, ma che dovremmo disprezzare un sistema di ingiustizia razziale da cui si può fuggire soltanto segnando dei fuoricampo“.
L’autore critica la politica moderna per aver fatto della mobilità sociale l’unica risposta alla disuguaglianza. Questo approccio si basa sull’idea che il successo consista nel “fuggire” dalle proprie origini umili. Tuttavia, una società buona non può fondarsi solo sulla promessa di una fuga, poiché ciò lascia “moralmente a nudo” chi non riesce o non vuole emergere. Sandel sostiene invece la necessità di “un’ampia uguaglianza di condizione che permetta a quanti non ottengono grandi ricchezze o posizioni di prestigio di vivere una vita decente e dignitosa, sviluppando ed esercitando le proprie capacità con un lavoro che conquisti la stima sociale“. A questo proposito recupera pensatori come R.H. Tawney e James Truslow Adams (che coniò l’espressione “sogno americano”) per ricordare che il vero benessere sociale dipende dalla coesione e dalla solidarietà, non solo dalla possibilità di ascesa. L’esempio citato da Adams è la Library of Congress, un luogo dove ricchi e poveri, bianchi e neri, siedono insieme per leggere, condividendo una “cultura dell’apprendimento ampiamente diffusa“. Oggi, denuncia Sandel, questa uguaglianza di condizione è sparita: “Quattro decenni di globalizzazione guidata dal mercato hanno portato disuguaglianze di reddito e di ricchezza così marcate da condurci a vivere vite separate. Raramente chi è benestante e chi ha mezzi modesti si incontrano nel corso della giornata“.
Sandel conclude riprendendo la distinzione tra due modi di intendere il bene comune, una concezione civica VS una consumistica, con un appello finale del libro all’umiltà. La convinzione meritocratica che il successo sia tutto merito nostro rende la solidarietà impossibile. Sandel esorta i vincitori a riconoscere che il loro posto nella società non è solo frutto di sforzo, ma anche di “buona sorte”, del “mistero del destino” o della “grazia di Dio”:
“Un vivo senso della contingenza della nostra sorte può ispirare una certa umiltà: ‘Se non fosse per la grazia di Dio o per accidente della nascita, o per il mistero del destino, sarei io al suo posto’. Un’umiltà come questa è l’inizio della via del ritorno dalla dura etica del successo che ci separa. Va oltre la tirannia del merito, verso una meno rancorosa e più generosa vita pubblica“.
In sintesi, le conclusioni di Sandel propongono di riparare i legami sociali danneggiati non cercando di “perfezionare” la meritocrazia, ma spostando l’attenzione sulla dignità del lavoro, sulla democrazia deliberativa e sulla gratitudine verso ciò che abbiamo ricevuto dal caso e dalla comunità
Alessandro Stella
