Una grande scrittrice di fantascienza, Ursula K. Le Guin, ha immaginato in un breve racconto, Quelli che se ne vanno da Omelas, una città radiosa, colta, felice, dove la musica risuona per le strade e nessuno manca di nulla. C’è però una condizione, che tutti gli abitanti conoscono quando raggiungono l’età della ragione: in uno scantinato, in una stanza chiusa, vive un bambino. È denutrito, sporco, abbandonato, e non gli viene rivolta mai una parola gentile. La felicità di Omelas dipende dalla miseria dell’innocente: se lo si liberasse, o gli si usasse anche solo una gentilezza, tutta la prosperità della città svanirebbe.
Omelas è una città fondata su un sacrificio. Il bambino è la vittima di un rito che nessuno celebra apertamente ma che tutti rinnovano ogni giorno, semplicemente continuando a vivere lì: è il capro espiatorio, la creatura la cui sofferenza compra la serenità degli altri. E come in ogni sacrificio, ciò che rende il patto tollerabile è il modo in cui lo si racconta. Gli abitanti si spiegano che il bambino non capirebbe, che ormai è abituato, che la sua vita è comunque perduta, che il prezzo è ragionevole. Il racconto non ci chiede se il patto sia vantaggioso, perché lo è: i conti tornano, e proprio per questo è insopportabile. Ci chiede se ciò che è vantaggioso sia per questo giusto. È il dilemma che Le Guin riprende, come dice il sottotitolo, da una variazione su un tema di William James, cioè dall’interrogativo sull’utilitarismo: può il benessere di molti giustificare la sofferenza di uno? Quasi tutti, dopo lo shock iniziale, rispondono di sì. Alcuni, in silenzio, escono dalla città e non tornano più.
Mi sono sempre chiesto che cosa accadrebbe se, al posto di un bambino, immaginassimo 84 miliardi di individui senzienti (e qui non si tratta soltanto di immaginazione: sono i numeri della FAO sugli animali terrestri macellati ogni anno) che provano emozioni, paura, dolore, hanno memoria e una personalità, e che vengono incarcerati, torturati, umiliati, privati della libertà e infine della vita. Non un solo bambino, ma 84 miliardi di individui non umani. E a loro vanno aggiunti i pesci, che nelle statistiche compaiono a stento: la FAO li registra soltanto in tonnellate, non in individui. Le stime ricavate da quei tonnellaggi parlano di 1,1-2,2 mila miliardi di pesci selvatici catturati ogni anno tra il 2000 e il 2019, e di circa 124 miliardi di pesci allevati uccisi per l’alimentazione nel 2019, con un intervallo tra 78 e 171 miliardi. Sulla loro quotidiana sofferenza si regge la vita (e parliamoci chiaro, anche la nostra morte, dato l’impatto che ha questo modello di sviluppo) della nostra città. Anche il linguaggio ripete la logica del sacrificio: negli stabulari, l’animale che viene ucciso alla fine dell’esperimento è detto “sacrificato”. La nostra è una città che non ha nemmeno bisogno di nascondere tutto questo in uno scantinato, perché lo scantinato ha la forma dei supermercati, dei menù, degli armadi.
È qui che entra Tom Regan. Filosofo americano (1938-2017), ex macellaio, per decenni docente alla North Carolina State University, autore nel 1983 di The Case for Animal Rights, Regan è una delle figure fondative della filosofia morale contemporanea sugli animali e, insieme a Peter Singer, del pensiero antispecista. Ma la sua posizione è diversa e per certi versi opposta a quella di Singer: mentre quest’ultimo si muove nel quadro utilitarista, e dunque nel calcolo di piaceri e sofferenze, Regan fonda il suo discorso sugli animali non umani come soggetti-di-una-vita e come tali titolari di diritti morali che valgono come una “briscola” (vedi sotto): nessun beneficio collettivo può giustificarne la violazione. Regan è, in altre parole, il filosofo che risponde a Omelas: nessun numero di felici, per quanto grande, autorizza a sacrificare un individuo. Non fu però soltanto un teorico: attivista fin dagli anni del Vietnam, fondò nel 1985 la Culture and Animals Foundation e portò la questione animale dentro il linguaggio dei diritti e dei movimenti di liberazione. Gabbie vuote (2004) è la sua opera più diretta, scritta non per gli accademici ma per gli attivisti e per i dubbiosi, quei Muddlers che il libro ha nel mirino. Nel testo la teoria diventa programma politico, condensato in uno slogan: non gabbie più grandi, ma gabbie vuote.
Questa formula richiama un’altra rivoluzione, avvenuta nel nostro Paese. Franco Basaglia, a Gorizia prima e a Trieste poi, sostenne che il manicomio non andava riformato, umanizzato, reso più decoroso: andava chiuso. Perché il problema non stava nella qualità delle celle o nei modi degli infermieri, ma nella logica stessa dell’istituzione, che riduce una persona a un caso, a un corpo da custodire. Da quella intuizione nacque la legge del 1978. Regan applica lo stesso ragionamento alle gabbie, di qualsiasi grandezza siano: una gabbia più ampia resta una gabbia, una reclusione più gentile resta una reclusione, il “trattamento umano” di cui si vantano le industrie resta, come mostra il suo Disconnect Dictum, una parola che non corrisponde ai fatti.
Va detto, però, che il libro ha ormai più di vent’anni, e che il mondo che descriveva è per molti aspetti cambiato, quasi mai nella direzione da lui auspicata. Il consumo di carne e derivati, invece di diminuire, è aumentato in modo enorme a livello globale, trainato dalla crescita di paesi come Cina e Brasile, e con esso l’allevamento intensivo. Qui non si affronteranno le conseguenze terribili per il pianeta degli allevamenti intensivi (riscaldamento climatico e Covid-19 sono solo gli ultimi corollari di tale devastante problema). Il muro da distruggere di cui parla nel libro Tom Regan, nel suo complesso, è più alto rispetto a prima. Ciò rende il suo argomento meno datato: oggi ai motivi morali si aggiungono motivi di sopravvivenza planetaria, e la difesa dei diritti degli animali coincide sempre più con la difesa della nostra stessa salute.
Ma c’è infine una differenza tra Omelas e il libro di Regan, ed è forse la cosa più importante. Chi se ne va da Omelas rifiuta la città ma lascia il bambino dov’è. Regan chiede l’opposto: non andarsene, ma restare, aprire le gabbie, aspettare davanti alle porte spalancate, “pronti a spiegare, pronti ad affrontare qualsiasi cosa riservi il futuro“. Accanto alla recensione analitica del libro troverete anche una canzone, il cui testo si ispira ad alcune pagine dello stesso libro di Regan. Le immagini forti che compaiono nel video sono solo una parte infinitesima delle sofferenze del mondo animale, documentate nel video-inchiesta Dominion (2018), realizzato grazie ad attivisti che sono penetrati negli allevamenti intesivi. Qui il link per il video, qui sotto la recensione del testo di Regan.
Il Documentario HBO e la Scena nel Ristorante Cinese
Tom Regan apre il libro descrivendo l’impatto sconvolgente prodotto su di lui dalla visione di un programma televisivo della HBO intitolato To Love or Kill: Man vs. Animals. Il documentario illustra come culture diverse trattino gli stessi animali in modi profondamente differenti. In un segmento particolarmente crudo ambientato in un piccolo villaggio cinese, gli avventori di un ristorante scelgono gatti e cani vivi tenuti in gabbie di legno prima del pasto, esattamente come nei ristoranti americani i clienti scelgono astici o pesci vivi dalle vasche.
Regan riporta nei dettagli la sequenza degli eventi:
- Un cuoco utilizza lunghe tenaglie di metallo per afferrare e strascinare fuori dalla gabbia una soffice gatta bianca
- Mentre l’animale soffre, urla e tenta di difendersi con gli artigli, il cuoco la colpisce più volte con una sbarra di ferro
- Subito dopo, la gatta ancora viva viene immersa per circa dieci secondi in una vasca di acqua bollente
- Estratta dall’acqua e ancora cosciente, viene scorticata viva dalla testa alla coda con un unico rapido gesto
- Infine, l’animale traumatizzato viene gettato in una grande vasca di pietra dove, mentre la telecamera stringe la ripresa, la si vede annaspare e affogare lentamente con gli occhi ormai opachi fino all’ultimo respiro
L’intero processo dura diversi minuti, al termine dei quali i clienti consumano il pasto con gusto, rivolgendo ringraziamenti e complimenti al cuoco. Regan confessa di non essere mai stato così pietrificato e sconvolto in vita sua. Sottolinea una distinzione fondamentale tra la conoscenza teorica di un fatto (sapere che in alcuni Paesi si mangiano cani e gatti) e la visione diretta del processo. Assistere allo shock e alle atroci sofferenze della gatta suscita in lui un misto di incredulità, rabbia e un impulso incontrollabile di gridare per fermare quella violenza. Ciò che rende la scena ancora più inquietante per Regan è l’assoluta nonchalance e indifferenza dei presenti. I clienti ordinano il gatto con la stessa naturalezza con cui ordineremmo un panino al bar, e per il cuoco l’animale non ha alcun valore emotivo, trattato alla stregua di un inerte blocco di legno. Questa fredda quotidianità spinge Regan (e la sua stessa reazione emotiva) a proporre una serie di variazioni ipotetiche sulla storia della gatta bianca:
- Prima Variazione (Gabbie più ampie): Immaginando che i gatti e i cani siano custoditi in gabbie ampie anziché ammassati, Regan si chiede se questo cambierebbe il suo giudizio. La sua risposta è negativa: anche con spazi maggiori, l’obiezione morale all’uccisione dell’animale rimarrebbe immutata
- Seconda Variazione (Trattamento dolce e morte indolore): Immaginando che l’animale venga trattato con cura e soppresso pacificamente tramite un’iniezione di pentobarbital sodico prima di essere cucinato, Regan riflette sulla differenza tra metodi. Sebbene condizioni migliori ed una morte indolore siano preferibili alla tortura, esse non rendono comunque accettabile l’uccisione dell’animale per scopi alimentari
A questo proposito, l’autore scrive: “Gabbie più grandi sono migliori di gabbie più piccole. Un trattamento gentile è migliore di un trattamento violento. Ciononostante, quando quella gatta bianca e soffice viene uccisa e scorticata per cena, anche se avesse vissuto in una gabbia più grande e fosse stata uccisa senza sofferenze superflue, vorrei comunque gridare (o almeno supplicare): ‘Fermatevi! Cosa state facendo? Fermatevi!”
- Terza Variazione (La pretesa di “umanità”): Nell’ipotesi in cui si affronti il cuoco accusandolo di crudeltà e questi risponda di trattare i gatti “in modo umano” e con il dovuto riguardo per il loro benessere, Regan rifiuta l’idea che la definizione di “umanità” sia arbitraria. Scrive: “L’umanità [dell’agire] non è negli occhi di chi guarda. Il cuoco agisce in modo disumano. Questo è un fatto oggettivo nel mondo, non una proiezione soggettiva su di esso.“
- Quarta Variazione (Il “tuo” gatto): Se il cuoco prelevasse il gatto domestico del lettore, nessuno accetterebbe la giustificazione secondo cui l’animale è stato trattato “in modo umano” solo perché il cuoco afferma di aver fatto così. Un trattamento disumano non diventa improvvisamente umano solo perché la vittima è il gatto di qualcun altro.
Questa quarta variazione serve a Regan per introdurre la grande contraddizione della società occidentale. I portavoce delle industrie della carne, delle corse dei levrieri o della vivisezione utilizzano esattamente la stessa retorica del cuoco cinese, assicurando al pubblico che gli animali vengono trattati “in modo umano” e nel rispetto del loro benessere. Tuttavia, esaminando le condizioni reali degli allevamenti intensivi e dei laboratori, emerge che il trattamento riservato a miliardi di animali in Occidente è altrettanto spietato, se non peggiore, di quello subito dalla gatta del ristorante. Regan ci tiene a precisare che la sua adesione alla causa dei diritti animali (Animal Rights Advocate – ARA) non deriva da un impulso emotivo irrazionale, ma da un percorso di rigorosa riflessione filosofica e logica maturato in oltre trent’anni di studi accademici. Egli intende smantellare lo stereotipo che dipinge gli attivisti come fanatici emotivamente instabili (emotionally unbalanced bunny-huggers). Questo stimolante prologo si chiude anticipando una quinta e ultima variazione che verrà ripresa nell’Epilogo del libro: una visione di speranza in cui la troupe televisiva torna al ristorante e trova tutte le gabbie spalancate e completamente vuote.
PARTE I: “NORMAN ROCKWELL AMERICANS”
La prima parte del libro si propone di smantellare i pregiudizi e gli stereotipi distorti con cui l’opinione pubblica, i mass media e le grandi industrie dello sfruttamento animale dipingono i sostenitori dei diritti degli animali (Animal Rights Advocates – ARA). Regan dimostra che, ben lontano dal ritratto di “estremisti misantropi e fanatici”, la stragrande maggioranza degli attivisti è composta da persone del tutto ordinarie, guidate da valori di compassione e rigore morale
Il concetto di “Estremismo”
Regan affronta l’etichetta di “estremista” usata per screditare gli attivisti, distinguendo due significati opposti del termine:
- Estremismo come mancanza di limiti morali (Violenza e Terrorismo): Gli attivisti per i diritti degli animali non sono estremisti in questo senso. Anche i gruppi più militanti (come l’Animal Liberation Front – ALF) riconoscono precisi limiti etici inviolabili, come il rifiuto assoluto di ferire o uccidere esseri umani
- Estremismo come opposizione incondizionata a un’ingiustizia: In questo secondo senso, gli attivisti sono estremisti, poiché ritengono che l’uso e lo sfruttamento degli animali siano sempre sbagliati. Tuttavia, Regan fa notare che, in questa accezione, chiunque è un estremista nei confronti di crimini come lo stupro, la pedofilia o la crudeltà sugli animali, poiché vi si oppone senza eccezioni
La deformazione dei Mass Media e la propaganda industriale
I mass media prediligono il sensazionalismo e la regola del “sangue e dello scandalo”. Vengono coperte quasi esclusivamente le proteste d’impatto o le azioni illegali (come le torte in faccia agli stilisti o gli attacchi ai laboratori), ignorando manifestazioni pacifiche, conferenze e ricerche. A questo si aggiunge la strategia ideata nel 1989 dall’American Medical Association (AMA) e adottata dalle grandi industrie (carne, pellicce, vivisezione, circhi, rodeo):
- Dipingere gli attivisti come “radicali, anti-scienza, terroristi e nemici del benessere umano”
- Presentare le industrie come “moderate fautrici del benessere animale” (animal welfare), basate su un uso “umano e responsabile” degli animali
L’autore mostra come tali narrazioni vengano veicolate attraverso campagne di pubbliche relazioni (come quelle del Foundation for Biomedical Research – FBR o del Fur Information Council) e come la dipendenza economica dei giornali dalla pubblicità industriale influenzi la copertura giornalistica
Gli “Americani alla Norman Rockwell”
Sebbene esista una minima frangia di attivisti misantropi o violenti, essi rappresentano la rara eccezione e non la regola. La stragrande maggioranza degli ARA è costituita da cittadini comuni: vicini di casa, insegnanti, medici, operai, studenti, genitori e fedeli di ogni religione. Essi incarnano i valori positivi della società: la giustizia, l’uguaglianza, la pace, la protezione dei deboli e dell’ambiente. Scrive: “In una parola, la stragrande maggioranza degli ARA sono americani alla Norman Rockwell, usciti direttamente dalla sua famosa copertina del Ringraziamento per il vecchio Saturday Evening Post, con solo questa notevole differenza. Passiamo oltre il tacchino, grazie. Non mangiamo i nostri amici”
“HOW DID YOU GET THAT WAY?” (Come siete diventati così?)
Regan esplora come le persone sviluppino la “coscienza animale” (animal consciousness), rompendo con il paradigma culturale dominante che considera gli animali come semplici strumenti al servizio dell’uomo. Regan individua tre archetipi fondamentali:
- I DaVinciani (The DaVincians)
Sono coloro che nascono con un’empatia innata verso gli animali. Fin da piccoli percepiscono la vita interiore che sta “dietro i loro occhi” e stabiliscono con essi un rapporto d’amicizia del tipo “Io-Tu” (richiamando Martin Buber). Il nome deriva da Leonardo da Vinci, che acquistava gli uccelli in gabbia al mercato per liberarli e rifiutava la carne. Rappresentano una percentuale molto ridotta tra gli attivisti.
- I Damasceni (The Damascans)
Prendono il nome da Saulo sulla via di Damasco e vivono una conversione improvvisa a causa di un singolo evento rivelatore, sperimentando un “cambio di percezione” repentino, simile ad una violenta conversione religiosa. Tra gli esempi citati c’è Eddie Lama (protagonista del documentario The Witness) e la storia di un attivista tedesco (Dietrich von Haugwitz) che, da bambino durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo un bombardamento, vide una cavalla avvolta dalle fiamme correre terrorizzata. Regan riporta quell’incontro: “Mentre la giumenta passava, guardò direttamente il ragazzo di allora, con gli occhi pieni di terrore e accusa. Era come se gli stesse chiedendo: Cosa ho fatto per meritare questo? Perché non mi stai aiutando?”
- I “Muddlers” (tradotto comunemente come pasticcioni o barcollanti)
Costituiscono la maggioranza degli attivisti (incluso lo stesso Regan). Non nascono con un’empatia speciale e non vivono illuminazioni folgoranti, ma arrivano alla coscienza animale gradualmente, ponendosi domande, studiando e superando passo dopo passo i condizionamenti culturali. Contrariamente a Damasceni e DaVinciani, hanno bisogno di prove, argomenti, logica e dimostrazioni. Regan racconta il proprio percorso personale di Muddler: in giovane età mangiava carne con entusiasmo, praticava la pesca, sezionava animali nei laboratori di biologia e lavorava persino come macellaio, tagliando corpi freddi senza porsi problemi morali. Considerava gli animali come “cose” (pari a cetrioli o vestiti). La prima spinta al cambiamento avvenne durante la guerra in Vietnam: mentre organizzava proteste contro la guerra, la lettura dell’autobiografia di Gandhi lo mise di fronte all’incoerenza morale di opporsi alla violenza sugli umani continuando a finanziare la violenza sugli animali. La simultanea morte del suo amato cane Gleco lo portò a comprendere l’assurdità del doppio standard tra animali da compagnia e animali da allevamento. Attraverso un lungo processo (dapprima diventando vegetariano, affrontando il paradosso del congresso di Cambridge del 1978 in cui gli ‘animalisti’ a pranzo mangiavano carne, fino all’approdo al veganismo e al rifiuto di pelle, pellicce e circhi), Regan è diventato un sostenitore dei diritti animali.
Indipendentemente dal percorso seguito (DaVinciani, Damasceni o Muddlers), ciò che definisce tutti gli ARA è la meta finale comune. Scrive: “Quando si tratta di ciò che è veramente importante, il modo in cui persone diverse formano le proprie convinzioni è meno importante di quali convinzioni formano. Nel caso presente, le convinzioni unificatrici possono essere riassunte usando questa semplice immagine: gli animali sono in gabbia, e non dovrebbero esserci. O (in alternativa): non gabbie più grandi, gabbie vuote”
PARTE II — MORAL RIGHTS: WHAT THEY ARE AND WHY THEY MATTER
Nel percorso filosofico descritto da Tom Regan, per comprendere la fondatezza dei diritti degli animali è indispensabile fare un passo indietro e chiarire prima la natura e la giustificazione dei diritti umani. La seconda parte del libro costituisce il cuore teorico dell’opera: Regan vi costruisce l’impalcatura concettuale che dimostra come l’attribuzione dei diritti non sia un atto di generosità, ma un’esigenza di rigorosa coerenza logica e morale
HUMAN RIGHTS
Regan esordisce ricordando che la fede nei diritti umani ha plasmato la storia delle democrazie occidentali e che il compito primario di un governo giusto è proprio quello di tutelare tali diritti inalienabili. Tuttavia, per definire con precisione cosa siano i diritti morali (moral rights), l’autore adotta la strategia di analizzare uno dei peggiori casi storici di violazione dei diritti umani negli Stati Uniti: lo Studio sulla Sifilide di Tuskegee. In questo studio, condotto dal governo americano tra il 1932 e il 1972, centinaia di uomini afroamericani poveri e malati di sifilide vennero ingannati e lasciati senza cure (anche dopo la scoperta della penicillina) al solo scopo di osservare il decorso naturale della malattia. Analizzando la tragedia di Tuskegee, Regan individua le caratteristiche essenziali che definiscono i diritti morali:
- Protezione morale (“No Trespassing”): possedere un diritto morale equivale ad avere un cartello invisibile di “Divieto di Accesso”. Esso vieta agli altri di danneggiare la nostra vita o il nostro corpo e di interferire con la nostra libera scelta
- Uguaglianza morale: I diritti morali appartengono a tutti gli individui in egual misura, indipendentemente dalla razza, dal genere, dal ceto sociale, dall’intelligenza o dal luogo di nascita
- Peso morale (“Briscola”): I diritti morali hanno un peso decisivo rispetto ad altri valori sociali. Analogamente al seme di briscola nel gioco delle carte, un diritto individuale vince e supera qualsiasi calcolo di utilità o beneficio collettivo. I buoni fini non giustificano mai mezzi malvagi come la violazione dei diritti del singolo. Scrive: “Quando diciamo che ‘i diritti sono briscola’, intendiamo che il rispetto per i diritti degli individui è la considerazione più importante nel ‘gioco della morale’… In particolare, intendiamo che i benefici che altri traggono dalla violazione dei diritti di qualcuno non giustificano mai tale violazione“
- Pretese di Giustizia e non Richieste di Carità: Invocare i propri diritti non significa chiedere un favore o fare appello alla generosità altrui; significa esigere ciò che ci è dovuto per giustizia
- Il Dovere di Assistenza verso i Vulnerabili: Quando gli individui più vulnerabili (come i bambini o i poveri) non sono in grado di difendere i propri diritti, la comunità morale ha il dovere rigoroso di intervenire in loro difesa
- L’Unità del Rispetto: Il diritto fondamentale che unifica e fonda tutti gli altri (vita, libertà, integrità corporea) è il diritto a essere trattati con rispetto
La ricerca del fondamento: Il concetto di “Soggetto-di-una-Vita”
Regan si chiede poi perché gli esseri umani possiedano tali diritti morali. Esaminando le teorie tradizionali, l’autore dimostra che nessuna delle spiegazioni classiche è soddisfacente:
- Dire che abbiamo diritti “perché siamo umani” è una tautologia priva di valore morale
- Legare i diritti all’essere “persone morali responsabili”, all’uso del “linguaggio”, alla “consapevolezza della morte” o alla “razionalità” escluderebbe ingiustamente dai diritti morali milioni di esseri umani vulnerabili, come i neonati, i bambini piccoli o le persone con gravi disabilità mentali
- Far derivare i diritti dall’avere un’anima o da una concessione divina introduce presupposti teologici non universalmente condivisi e storicamente distorti
La soluzione trovata da Regan risiede nel concetto di “Soggetto-di-una-Vita” (subject-of-a-life). Un individuo è soggetto-di-una-vita se ha sensibilità, cosapevolezza verso il mondo e verso ciò che gli accade, e se la qualità della sua vita ha valore per lui stesso, indipendentemente dall’utilità che può avere per gli altri. Questa caratteristica accomuna tutti gli esseri umani e ne fonda l’uguaglianza morale. Scrive: “Considerato dal punto di vista morale, un genio capace di suonare gli studi di Chopin con una mano legata dietro la schiena non possiede un grado ‘superiore’ rispetto a un bambino con gravi disabilità mentali che non saprà mai cosa sia un pianoforte o chi sia stato Chopin… Dal punto di vista morale, ciascuno di noi è uguale perché ciascuno è in egual misura ‘qualcuno’, non ‘qualcosa’, il soggetto-di-una-vita, non una vita senza soggetto”
Un chiarimento è opportuno. Cosa intende Regan con “consapevolezza” (Awareness) legata a Soggetto-di-una-Vita? Per evitare di escludere chi non ha una vera e propria autocoscienza (self-awareness), Regan abbassa la soglia richiesta e individua una caratteristica molto più profonda e basilare: la consapevolezza esperienziale. Essere soggetto-di-una-vita non richiede una comprensione intellettuale, astratta o filosofica del mondo. Richiede semplicemente che un individuo sia:
- Consapevole di ciò che gli accade (percepire il dolore, il piacere, la fame, il freddo, il conforto o la paura)
- Un individuo per il quale la propria vita ha una qualità che gli importa (sta meglio o peggio per se stesso, a prescindere dall’utilità che ha per gli altri)
ANIMAL RIGHTS
Una volta chiarita la natura dei diritti umani, Regan mostra come la logica imponga di applicare lo stesso identico criterio agli animali non umani. Se il fondamento dei diritti risiede nell’essere soggetti-di-una-vita, negare i diritti agli animali che condividono questa medesima condizione sarebbe un’incoerenza logica inaccettabile. Scrive: “Dal punto di vista logico, non possiamo ergerci di fronte al mondo e dichiarare: ‘Ciò che spiega perché abbiamo pari diritti è il fatto che siamo tutti ugualmente soggetti-di-una-vita, ma gli altri animali, che sono proprio come noi soggetti-di-una-vita, beh, non hanno alcun diritto!’ Sarebbe come stare di fronte al mondo e gridare: ‘Una Volvo non è un’automobile perché una Volvo non è una Ford!”
Chi sono i soggetti-di-una-vita tra gli animali?
Attraverso il senso comune, la biologia evolutiva, l’anatomia, la neurologia e la continuità del comportamento, Regan evidenzia che almeno tutti i mammiferi (e gli uccelli) sono senza dubbio soggetti-di-una-vita. Essi possiedono una vita interiore, memoria, desideri, percezione del dolore e del piacere, e un’esistenza che può andare meglio o peggio per loro stessi. Di conseguenza, anch’essi possiedono il diritto morale di essere trattati con rispetto. Il riconoscimento dei diritti animali porta a conseguenze radicali:
- Abolizionismo e “Gabbie Vuote”: Non si tratta di rendere più “umane” o ampie le gabbie degli allevamenti intensivi, dei laboratori o dei circhi, ma di svuotarle completamente. Lo sfruttamento commerciale degli animali viola direttamente il loro diritto al rispetto e alla vita.
- Dovere di Intervento: Poiché gli animali sono vittime incapaci di difendere i propri diritti di fronte alla forza umana, la comunità morale ha il dovere di intervenire e parlare a loro favore, esattamente come avviene per i bambini umani svantaggiati.
Confutazione delle obiezioni critiche
In conclusione di capitolo, Regan analizza e smantella le principali obiezioni opposte ai diritti animali:
- “E le piante?” (What about plants?): Le piante non hanno un sistema nervoso centrale né consapevolezza; riconoscere i diritti agli animali non ci vincola logicamente ad attribuirli alla gramigna o ai pomodori
- “Gli animali non sono umani”: Usare l’appartenenza di specie come confine morale è una forma di pregiudizio del tutto analoga al razzismo o al sessismo, definita specismo
- “Gli animali non capiscono i diritti”: Nemmeno i neonati umani comprendono i diritti, eppure li possiedono
- “Risolviamo prima i problemi umani”: Questa è una falsa alternativa; è perfettamente possibile impegnarsi per la giustizia umana e, al contempo boicottare, smettere di consumare o indossare i prodotti dello sfruttamento animale
PARTE III — SAYING AND DOING (Dire e Fare)
La Terza Parte del saggio di Tom Regan costituisce lo snodo metodologico fondamentale dell’opera. Dopo aver analizzato la figura dell’attivista e smantellato gli stereotipi dei media (Parte I), e dopo aver edificato la struttura filosofica dei diritti morali basata sul concetto di soggetto-di-una-vita (Parte II), Regan sposta l’attenzione sul terreno della comunicazione e della propaganda industriale. Il titolo della sezione, “Dire e Fare”, evidenzia la frattura sistematica esistente tra ciò che le grandi industrie dello sfruttamento animale (allevamento intensivo, vivisezione, moda, spettacoli e caccia) dicono di fare e ciò che fanno realmente nei confronti degli animali.
Regan trae ispirazione dal classico di Lewis Carroll Attraverso lo specchio, utilizzando la celebre conversazione tra Alice e Humpty Dumpty come metafora per decostruire il linguaggio mistificatorio della propaganda industriale. Gli attivisti esprimono le proprie posizioni in modo chiaro e senza sotterfugi: la loro richiesta non è una riforma delle condizioni di detenzione, ma l’abolizione totale dello sfruttamento (“gabbie vuote, non gabbie più grandi”). I rappresentanti dell’industria, al contrario, si nascondono dietro un linguaggio rassicurante, affermando costantemente che le loro attività si svolgono nel rispetto della “cura responsabile” e del “trattamento umano”. Regan pone dunque una domanda diretta al lettore: quanta fiducia dovremmo riporre nelle affermazioni di questi portavoce riguardo a ciò che accade all’interno di allevamenti e laboratori? La risposta dell’autore è secca: “Nessuna“.
L’autore mostra come i portavoce industriali si comportino esattamente come Humpty Dumpty: pretendono di ridefinire vocaboli come “benessere animale” (animal welfare), “trattamento umano” (humane treatment) e “cura responsabile” (responsible care) per farli coincidere con le esigenze del loro profitto. Tuttavia, come Alice fa notare a Humpty Dumpty, le parole hanno significati oggettivi ancorati al dizionario e alla sensibilità comune. Il termine “umano” denota comportamenti caratterizzati da compassione, empatia e misericordia. Trattare un animale con “dovuto riguardo per il suo benessere” significa soddisfare i suoi bisogni naturali e non causargli sofferenza intenzionale. Definire “umana” la gestione industriale degli animali significa stravolgere la lingua italiana e inglese
Il Principio della Disconnessione (The Disconnect Dictum)
Per rilevare ed evidenziare questa distorsione semantica, Regan formula uno strumento concettuale che definisce Disconnect Dictum (Principio o Dettame della Disconnessione). Questo principio agisce come un segnale d’allarme (“una bandiera rossa”) ogni volta che ci si trova di fronte a un divario tra retorica e realtà. Regan lo formula in questi termini: “Questi portavoce sono bravi a parole quando si tratta di ‘trattamento umano’ e ‘benessere animale’… ma ciò che fanno non corrisponde a ciò che dicono”. Il Disconnect Dictum insegna al lettore a non valutare un’industria in base a quello che dichiara nei suoi comunicati stampa (saying), ma a confrontare sempre le parole con le sue pratiche effettive (doing). Afferma: “Sono disposto ad assumere che i portavoce delle industrie credano tutti sinceramente che le rispettive industrie facciano ciò che dicono: che trattino gli animali in modo umano, con il dovuto riguardo per il loro benessere. Ammessa pure questa sincerità, la mia critica si riduce a questo: … quando questi portavoce dicono queste cose, ciò che dicono non è solo talvolta falso; è sempre falso”
Questa retorica ingannevole non appartiene solo alle aziende commerciali, ma è stata assimilata da istituzioni quali l’American Veterinary Medical Association (AVMA). L’associazione veterinaria nazionale fa uso degli stessi identici slogan sull’uso “responsabile e umano”, finendo per avallare le pratiche restrittive dell’industria. Regan chiosa amaro: “Con amici di questo tipo, gli animali non hanno certo bisogno di nemici”
Riconoscere l’inganno di Humpty Dumpty e applicare il Disconnect Dictum permette di superare la barriera della propaganda e di valutare le industrie per quello che sono realmente: luoghi di violazione sistematica dei diritti morali degli animali.

PARTE IV — THE METAMORPHOSES (Le Metamorfosi)
In questa vasta e documentata sezione applicativa di Empty Cages, Tom Regan compie un’esplorazione empirica e concettuale delle modalità con cui la società umana e le principali industrie dello sfruttamento animale trasformano sistematicamente gli animali da soggetti-di-una-vita (somebody, esseri dotati di valore intrinseco, sensibilità e storia personale) a mere risorse strumentali (something, merci, oggetti da consumo, capi d’abbigliamento, performer o strumenti da laboratorio). Regan applica il suo Disconnect Dictum ai cinque principali ambiti dello sfruttamento
1. TURNING ANIMALS INTO FOOD (Trasformare gli animali in cibo)
Regan demolisce il mito rassicurante della “Fattoria del Vecchio McDonald”, mostrando come l’agricoltura tradizionale sia stata quasi interamente sostituita dall’agribusiness e dall’allevamento intensivo (factory farming). Guidata dall’esclusiva ricerca del profitto finanziario e sostenuta da sussidi statali, la zootecnia industriale tratta miliardi di animali come macchine biologiche progettate per convertire mangime in carne, latte e uova nel minor tempo possibile
I vitelli da carne bianca ( veal calves ): Vengono strappati alle madri a poche ore dalla nascita e reclusi per tutta la vita in strette gabbie individuali (veal crates) con pavimenti a griglia, impossibilitati a girarsi, camminare o stendersi comodamente. Sono nutriti con una dieta liquida sintetica priva di ferro per mantenere la carne pallida ed anemica, sviluppando patologie digestive, articolazioni dolenti e croniche alterazioni comportamentali come il leccamento compulsivo della gabbia
L’industria dei maiali ( hogs ): Negli USA vengono macellati circa 100 milioni di maiali all’anno. Le scrofe riproduttrici trascorrono la vita in gabbie di gestazione strette quanto il loro corpo, sviluppando lesioni fisiche e uno stato di “nevrosi” e depressione. Regan cita la direttiva di un manager aziendale che invita a considerare la scrofa come “un pezzo di macchinario di valore il cui compito è sfornare maialini come una macchina per insaccati”
L’industria del pollame ( broilers e layers ): Oltre 9 miliardi di polli da carne (broilers) vivono ammassati in capannoni industriali con meno di un piede quadrato di spazio per animale. La selezione genetica li rende talmente pesanti da provocare fratture ossee e arresti cardiaci di massa prima dei due mesi di vita. Le galline ovaiole (layers) vivono stipendiate in gabbie di batteria, subendo il taglio del becco senza anestesia.
Bovini e macelli: Le vacche da latte vivono continuamente incinte e su pavimenti di cemento che danneggiano gli zoccoli prima di finire nei hamburger; i bovini da carne trascorrono i loro ultimi mesi nei feedlots, recinti privi di erba immersi nel fango e negli escrementi. Nei macelli, nonostante l’Humane Slaughter Act, le indagini sottocopertura (come quelle di Gail Eisnitz) mostrano animali ancora coscienti immersi nelle vasche di scottatura o scuoiati vivi
I Santuari ( Farmed-Animal Sanctuaries ): In contrasto con questa sofferenza, Regan descrive l’opera dei rifugi (come Farm Sanctuary o United Poultry Concerns) dove gli animali salvati rivelano la loro vera individualità, intelligenza e complessità emotiva. Scrive: “Mentre sono viste a distanza possono sembrare gli animali di cui tutti noi abbiamo letto nei libri illustrati della nostra infanzia. Viste dall’interno, nelle loro attuali circostanze, esse sono ombre tragiche e patetiche dei loro antenati più robusti. Sotto tutti gli aspetti, tuttavia, la pienezza del loro essere rimane, in attesa di essere liberata”
2. TURNING ANIMALS INTO CLOTHES (Trasformare gli animali in vestiti)
Se il consumo di carne viene spesso difeso in virtù di un presunto mito sulla necessità nutrizionale, l’uso di pelle, pelliccia e lana risponde quasi esclusivamente ai dettami della moda, del lusso e dello status sociale
L’industria della pelliccia ( Fur Industry ): La maggior parte delle pellicce proviene da allevamenti intensivi (fur mills) dove visoni, volpi e cincillà sono reclusi in batterie di gabbie di rete metallica sospese. Gli animali manifestano comportamenti nevrotici e stereotipati per la totale impossibilità di nuotare o correre. Gli animali catturati in natura con le tagliole soffrono ore o giorni di agonia prima della morte, arrivando a mordersi le zampe pur di fuggire (wring-off).
Pratiche di estrema crudeltà: spesso pratiche tradizionali. Regan documenta il massacro dei cuccioli di foca nell’Atlantico del Nord, l’uccisione di agnelli Karakul (Persiani) estratti sventrando le madri gravide prima del parto per ottenere la pelliccia riccia di massimo valore, e il commercio clandestino di pelli di cane e gatto provenienti dal Sud-est asiatico
Pelle ( Leather ) e Lana ( Wool ): La pelle non è un semplice scarto, ma un co-prodotto commerciale che garantisce profitti indispensabili al settore zootecnico. La lana Merino implica la pratica del mulesing (l’asportazione a vivo di ampi lembi di carne dalle terga delle pecore per evitare le infezioni da larve), castrazioni e mutilazioni senza anestesia, oltre all’estenuante trasporto finale via mare verso il Medio Oriente per la macellazione rituale
Alternative etiche: Regan invita a scegliere i materiali sintetici moderni e il cotone, riaffermando che “l’unico posto appropriato per la pelliccia o la pelle di un animale è sul dorso dell’animale a cui appartiene“
3. TURNING ANIMALS INTO PERFORMERS (Trasformare gli animali in performer)
L’uso degli animali nell’intrattenimento si fonda sulla pretesa di piegare e privare della dignità la natura selvatica degli animali per il divertimento del pubblico.
Il Circo Tradizionale: Dietro la facciata festosa e i vestiti luccicanti, si nasconde un mondo di deprivazione. Leoni, tigri ed elefanti trascorrono da 48 a 50 settimane all’anno stipati in camion o gabbie (“verande”) di pochissimi metri, del tutto inadeguate rispetto ai territori naturali di centinaia di chilometri quadrati. La distruzione delle strutture sociali naturali sfocia in patologie mentali gravissime manifestate da comportamenti stereotipati continui.
L’addestramento violento (“No Pain, No Train”): Gli animali selvatici non eseguono esercizi innaturali per gentilezza. Regan riporta le indagini sottocopertura che mostrano gli addestratori usare ganci di metallo (bullhooks/ankus), fruste e scariche elettriche (come nel caso di Tim Frisco al Carson & Barnes Circus, ripreso mentre urlava agli assistenti: “Non toccateli! Fategli male!”
Parchi Acquatici e Delfinari: Delfini e orche (es. SeaWorld) sono privati dell’ecolocalizzazione, dei branchi e dello spazio oceanico, reclusi in vasche di cemento sterili. Vengono affamati per essere costretti ad esibirsi in cambio di pesce morto. Regan cita l’esperienza di Ric O’Barry, l’ex addestratore della serie Flipper, diventato attivista abolizionista dopo che la sua delfina Cathy è morta soffocata tra le sue braccia. Scrive: “Ciò che vediamo è lo stesso tipo di comportamento stereotipato che troviamo negli animali in gabbia negli allevamenti intensivi e negli allevamenti da pelliccia. Leoni e tigri che camminano avanti e indietro, avanti e indietro… Elefanti che dondolano avanti e indietro, avanti e indietro… Questi sono esseri animali malati di mente, psicologicamente sconfitti”
4. TURNING ANIMALS INTO COMPETITORS (Trasformare gli animali in competitori)
Regan dimostra che definire “sport” le attività agonistiche che coinvolgono animali è un abuso semantico (un inganno da Humpty Dumpty). Un vero sport richiede la partecipazione volontaria dei concorrenti, condizione del tutto assente negli animali
Caccia Sportiva ( Sport Hunting ): Priva di qualsiasi reale “equità nella caccia” (fair chase) a causa delle tecnologie belliche e dei localizzatori usati dai cacciatori. Regan confuta i miti giustificativi (genetica, amore per la natura, spiritualità, contenimento dei danni) e denuncia la caccia da lista e la caccia in scatola (canned hunts), dove animali fiduciosi (spesso venduti da zoo e circhi) vengono abbattuti a bruciapelo all’interno di recinti chiusi
Rodeo: I cavalli non imbizzarriscono per indole spensierata, ma perché terrorizzati e doloranti a causa degli speroni, dei pungoli elettrici e della cinghia ai fianchi (flank strap) stretta sui genitali e sugli organi interni. Nel Calf Roping (cattura del vitello), cuccioli di 4-5 mesi lanciati a 50 km/h vengono strattonati al collo dal cappio con una violenza tale da causare lesioni spinali, fratture ed emorragie interne
Corse dei Levrieri ( Greyhound Racing ): I levrieri vivono reclusi in piccole gabbie fino a 22 ore al giorno e costantemente museruolati. Oltre 20.000 levrieri all’anno vengono eliminati (con colpi di pistola, bastonate o scosse elettriche) perché giudicati troppo lenti o infortunati, oppure venduti ai laboratori di vivisezione
5. TURNING ANIMALS INTO TOOLS (Trasformare gli animali in strumenti)
L’ultimo capitolo di questa parte del testo analizza l’impiego degli animali nella scienza, suddiviso in tre settori: istruzione, test di tossicità e ricerca medica.
Istruzione: Oltre 6 milioni di animali vengono sezionati ogni anno nelle scuole e università americane. Regan denuncia le crudeltà dei fornitori biologici (gatti soffocati o preparati con formaldeide mentre sono ancora coscienti) e dimostra, sulla base di decine di studi accademici, che i software interattivi e le simulazioni sono didatticamente equivalenti o superiori. Denuncia inoltre il pound seizure (il prelievo o l’acquisto di cani e gatti dai canili per la sperimentazione)
Test di Tossicità: L’uso di animali per testare cosmetici e detergenti (come il test LD50 – Dose Letale 50%) provoca intossicazioni atroci (convulsioni, emorragie oculari e rettali) senza fornire dati affidabili per la salute umana
Ricerca Medica e Vivisezione: Regan descrive le procedure di routine della ricerca non-terapeutica (ustioni termiche, traumi cerebrali indotti, traumi oculari, radiazioni, deprivazione)
Confutazione del “Benefits Argument”: La difesa morale della vivisezione si fonda sulla tesi che essa produca enormi benefici per l’umanità. Regan dimostra che questo argomento è viziato dalla fallacia della petizione di principio (question begging): dimostrare che una pratica porta vantaggi a una specie non significa dimostrare che sia moralmente giusta. Storicamente, anche la sperimentazione coatta su esseri umani vulnerabili (orfani, disabili mentali, prigionieri) avrebbe potuto fornire benefici scientifici, ma è stata giustamente condannata perché violava i diritti morali inalienabili degli individui. Scrive: “Gli attivisti per i diritti degli animali mantengono la stessa posizione quando le vittime della vivisezione sono altri animali. Il fine non giustifica i mezzi. Anche se fosse vero che gli umani traggono grandi benefici e non subiscono alcun danno da questa pratica, ciò non giustificherebbe la violazione dei diritti degli animali la cui sventura è quella di trovarsi in una gabbia in qualche laboratorio… Non dobbiamo compiere il male affinché ne derivi il bene. La vivisezione è esattamente quel tipo di male che non dobbiamo compiere”
PARTE V — MANY HANDS ON MANY OARS
La Quinta e ultima parte del libro rappresenta la sintesi strategica ed esistenziale dell’opera di Tom Regan. Dopo aver smascherato le strategie di pubbliche relazioni delle industrie (Parte III) ed esaminato le atrocità commesse sugli animali nei vari settori (Parte IV), Regan si rivolge direttamente ai lettori e a coloro che definisce Muddlers: persone ordinarie, dotate di una crescente consapevolezza animale, che pur comprendendo la bontà teorica dei diritti animali esitano a compiere il passo definitivo verso l’attivismo e il veganismo
“YES . . . BUT . . .” (Sì . . . , ma . . .)
Il capitolo prende il nome dalla tipica reazione di resistenza opposta dalle persone comuni di fronte alle richieste radicali del movimento abolizionista: “Sì, i diritti degli animali sono sostenuti da argomenti razionali, ma...”. Regan dichiara di comprendere profondamente questa esitazione, poiché abbracciare la filosofia dei diritti animali richiede una trasformazione radicale del proprio stile di vita. L’autore dedica l’intero libro ai Muddlers per una ragione fondamentale: essi rappresentano il vero e unico futuro del movimento per i diritti degli animali: Scrive: “Il duro lavoro degli attivisti per i diritti degli animali non svuoterà mai le gabbie se i nostri numeri sono troppo esigui e la nostra influenza troppo debole. È per questo che ho dedicato questo libro ai Muddler, ovunque essi siano. I Muddler sono il futuro dei diritti degli animali”
1. La Decomposizione delle Resistenze e dei Pregiudizi
Regan analizza sistematicamente i principali elementi di deterrenza e rifiuto che allontanano l’opinione pubblica dal movimento:
L’etichetta dell’essere “Contro” ( The “Anti” Turn-Off ): Gli attivisti vengono spesso percepiti come persone costantemente negative, contrarie alla carne, al latte, alla caccia o alle pellicce. Regan rileva che esiste un lato “Pro” fondamentale: gli attivisti si battono per la giustizia, la pace, i diritti umani, la compassione, l’uguaglianza e la tutela dell’ambiente per le generazioni future.
Le azioni stravaganti ( The “Merry Prankster” Turn-Off ): Vedere attivisti travestiti da galline o gorilla durante le proteste può far apparire il movimento come un carnevale di strada. Regan spiega che i media cercano il sensazionalismo, ma tali azioni hanno valore educativo se il messaggio centrale resta chiaro: “gli animali sono in gabbia e non dovrebbero esserci“
L’uso delle celebrità ( The “Celebrity” Turn-Off ): Il continuo ricorso ad attori o rockstar può infastidire chi rifiuta la cultura dello spettacolo. Tuttavia, le celebrità riescono ad aprire porte altrimenti chiuse e a spingere i giovani a porsi domande, esattamente come avvenuto nel movimento per i diritti civili e nelle proteste contro la guerra in Vietnam
La presunzione morale ( The “Self-Righteous” Turn-Off ): Alcuni attivisti assumono atteggiamenti di superiorità e purezza morale. Regan ricorda che nessuno è del tutto “puro”: la coltivazione del cotone uccide animali selvatici tramite i pesticidi, e la finta pelle deriva dall’industria petrolchimica. Per chiarire le posizioni morali, Regan introduce la metafora della ragnatela del male (spider’s web): “Immaginate una grande e intricata ragnatela… immaginate che la ragnatela rappresenti il male nel mondo. Le cose peggiori si trovano al centro; quelle meno gravi sono ai bordi… Gli attivisti credono che ciò che le principali industrie dello sfruttamento fanno agli animali si trovi al centro, o molto vicino al centro, di questa ragnatela”
Fuor di metafora: l’industria dello sfruttamento animale (allevamenti intensivi, macelli, vivisezione, pellicce) si trova al centro o molto vicino al centro della ragnatela. Questo perché le lesioni, la reclusione e l’uccisione di miliardi di animali avvengono in modo intenzionale e deliberato. Altre attività umane — persino la coltivazione del cotone (che usa pesticidi uccidendo pesci e animali nei fiumi) o la produzione di pelle sintetica (derivata dall’industria petrolchimica) — causano comunque danni agli animali, all’uomo o all’ambiente. Tuttavia, questi danni non sono né intenzionali né deliberati, ma effetti collaterali; per questo si collocano sui bordi della ragnatela. Esempio pratico: ad un vegano, un onnivoro oppone il fatto che nell’industria dei pomodori esiste sfruttamento. Regan probabilmente risponderebbe che:
– Intenzionalità e posizione nella ragnatela: Lo sfruttamento animale negli allevamenti e nei macelli richiede necessariamente la reclusione e l’uccisione dell’animale come scopo stesso del processo (male intenzionale al centro della ragnatela). Il caporalato o lo sfruttamento dei braccianti nella raccolta dei pomodori è un’ingiustizia grave, ma non è un requisito intrinseco della pianta di pomodoro. Si tratta di un male legato alle distorsioni della filiera che sta su altri fili della ragnatela e che va combattuto in quanto tale.
– Sostenere una causa non richiede la perfezione assoluta: Chi muove questa obiezione spesso presuppone che un vegano debba essere “moralmente perfetto” o privo di qualsiasi impatto negativo sul mondo. Regan dimostra che questo è un falso mito: essere vegani non significa credersi “puri”, ma aver scelto di togliere il proprio contributo dal centro della ragnatela dello sfruttamento animale
– Non è una gara ad escludere le ingiustizie: Evitare la carne e i prodotti animali elimina il finanziamento diretto al massacro degli allevamenti; al tempo stesso, questo non impedisce affatto di scegliere pomodori provenienti da filiere etiche e certificate che rispettano i diritti dei lavoratori.
Regan inoltre analizza altri principi che allontanano l’opinione pubblica dal movimento:
Vandalismo e Violenza ( The “Vandalism and Violence” Turn-Off ): L’azione del Fronte di Liberazione Animale (ALF) e la distruzione di proprietà spaventano la gente. Regan ribadisce la propria ferma condanna della violenza: sul piano etico, essa è ingiustificata finché non si sono esaurite tutte le opzioni non-violente; sul piano strategico, è un disastro tattico poiché regala munizioni alla propaganda industriale per etichettare gli attivisti come “terroristi”
Il senso di disperazione ( The “It’s Hopeless!” Turn-Off ): Combattere millenni di abitudini e industrie miliardarie può sembrare una causa persa. Regan risponde che l’ottimismo è una scelta d’azione e che il movimento avanza grazie alla collaborazione di tutti. Scrive: “Il movimento per i diritti degli animali va avanti grazie agli sforzi di molte mani su molti remi. La diversità dei contributi che ciascuno di noi può dare… è un motivo di celebrazione… Per ogni Muddler che rimane a terra sulla riva, c’è un remo che giace inerte nell’acqua“
Forme di Azione Radicale Non-Violenta e Prospettiva Futura (Moving Forward)
Per coloro che cercano forme d’azione più incisive, Regan propone due modelli etici fondamentali:
– La Disobbedienza Civile Non-Violenta: Azioni pubbliche e a viso scoperto sulla scia di Rosa Parks, Gandhi e Martin Luther King, in cui ci si assume la piena responsabilità legale delle proprie violazioni della legge
– Il Salvataggio Aperto ( Open Rescue ): Praticato da gruppi come Compassion Over Killing (COK), consiste nell’entrare nelle strutture industriali per trarre in salvo animali feriti, documentare le condizioni con video e foto e dichiarare pubblicamente l’azione alle autorità e ai media, senza ricorrere ad alcun atto di violenza o danneggiamento
Infine, Regan presenta la metafora del muro di mattoni (brick wall) dell’oppressione animale. Anche se non è possibile abbattere l’intero muro in un solo giorno, lo si può demolire “un mattone alla volta”, ottenendo divieti progressivi (come il bando delle gabbie di batteria o dei test cosmetici) fino a raggiungere la totale liberazione. Il libro si chiude con l’auspicio che ogni lettore possa un giorno guardarsi allo specchio e scoprirsi diventato un difensore dei diritti degli animali.
Nell’Epilogo, Tom Regan ricollega l’intera trattazione del saggio alla figura della gatta bianca e soffice presentata nell’introduzione dell’opera. Quell’animale innocente e del tutto privo di difese di fronte alla mancanza di rispetto umana ha ossessionato l’autore per tutti gli anni dedicati alla scrittura del libro. Regan fa notare che, per quanto terribili siano stati gli ultimi minuti di vita della gatta — colpita con una sbarra di ferro, immersa nell’acqua bollente e scorticata viva —, il trattamento riservato a miliardi di animali all’interno delle principali industrie umane (allevamenti intensivi, laboratori, circhi, allevamenti da pelliccia) è altrettanto spietato, se non peggiore. A differenza dei maiali nelle gabbie di gestazione, delle galline ovaiole nelle batterie, dei visoni nelle gabbie di rete o dei primati nei laboratori di ricerca, la gatta del ristorante cinese potrebbe aver vissuto una vita relativamente decente prima della sua cattura. Ciò porta l’autore a una conclusione tanto cupa quanto provocatoria: “Per quanto sia difficile da dire o da credere, penso che sia stata una di quelle fortunate”.
Regan trae due ulteriori considerazioni dall’episodio, le quali accusano la nostra continua ipocrisia
– Il cuoco cinese non ha usato la retorica del “trattamento umano” o del “rispetto del benessere”; ha agito in modo spietato, ma è stato almeno un uomo onesto nella sua crudeltà
– Non vi era alcuna pretesa istituzionale che un’agenzia governativa stesse vigilando sul “trattamento umano” dell’animale
Infine, Regan presenta la quinta e ultima variazione della storia della gatta, proponendo una visione di speranza e riscatto morale. Immagina che la troupe televisiva arrivi al ristorante il mattino seguente per girare il servizio, solo per scoprire che il cuoco è sconvolto e le gabbie sono spalancate: “Tutte le gabbie sono vuote. Tutti i cani sono andati via. Tutti i gatti (primo fra tutti, quello bianco e soffice) sono andati via. Al loro posto ci siamo noi due, tu ed io, in attesa, pronti a spiegare, pronti ad affrontare qualsiasi cosa riservi il futuro”
Alessandro Stella

