Da Gezi Park ad Ankara: diario di una protesta

Ankara, moschea di Kocatepe: rondini ed elicotteri

 

Questo articolo è appena stato scritto da una nostra collega in Turchia, che ha scelto di rimanere anonima. A. è da almeno dieci anni in viaggio fra i paesi di cultura islamica mediorientali sia per studio che per lavoro. Nel suo attuale contratto di lavoro, A. ha perfino dovuto firmare che non parteciperà a manifestazioni e che non scriverà niente contro il Governo turco, pena l’espulsione. Sembra che le proteste continueranno, A. ci terrà aggiornati su quello che succede. La foto allegata, altamente eloquente, è stata scattata da A.
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Tutto ha avuto inizio il 28 maggio a Gezi Park, nei pressi di piazza Taksim nella parte europea di Istanbul. Circa 50 ambientalisti si erano accampati nel parco per opporsi all’abbattimento di 600 alberi per dar luogo alla costruzione di un centro commerciale e il restauro di una antica caserma ottomana. Il sit-in pacifico degli ambientalisti ha dato luogo a manifestazioni anti-governative in seguito al brutale intervento della polizia per sgomberare il parco e dare il via ai lavori. Nelle giornate successive sempre più manifestanti sono scesi in piazza Taksim, piazza simbolo della Turchia moderna e laica, sede del Monumento alla Repubblica. La polizia ha risposto con un uso spropositato di lacrimogeni, cannoni ad acqua e sostanze urticanti. Il Premier Erdoğan aveva dichiarato che non avrebbe fatto marcia indietro. A sostenere i manifestanti sono scesi in piazza Süreyya Önder, deputato del partito filocurdo BDP, rimasto ferito dal lancio dei lacrimogeni, e membri del CHP, principale partito di opposizione.

Sabato 1 giugno le proteste si sono diffuse anche nella capitale Ankara. Spesso ho assistito ad Ankara a manifestazioni in cui contro un numero esiguo di manifestanti interveniva un numero esagerato di poliziotti. Da subito era evidente che non mi trovavo davanti ad una manifestazione ordinaria. La polizia ha fatto abbondante uso di gas al peperoncino e lacrimogeni. In centro l’aria era irrespirabile, gli occhi lacrimavano e bruciavano. Alcuni manifestanti indossavano mascherine, altri cercavano di proteggersi con sciarpe. Quello che mi ha colpito durante le proteste è stato il forte senso di solidarietà. Alcuni alberghi offrivano rifugio alla gente, c’erano camerieri che distribuivano fette di limone per alleviare il bruciore dovuto al gas. Tra i manifestanti c’erano studenti degli ultimi anni di medicina, medici, pronti a prestare assistenza in caso di bisogno. Nel tardo pomeriggio in piazza c’erano solo i manifestanti, gli scontri con la polizia sono proseguiti in tarda serata.

La sera in diversi quartieri della città la gente si è riversata in strada, armata di pentole e cucchiai, sventolando la bandiera turca, innalzando cartelli del fondatore della patria Atatürk, gridando: “Tayip istifa“, “Tayip, dimettiti”. Gli automobilisti, i dolmuş, i taxi, suonavano i clacson. Le proteste sono proseguite anche domenica 2 giugno. Lo scenario era lo stesso: scontri in piazza Kızılay – che ormai ironicamente chiamano piazza Gazılay – e la sera per la strada il concerto delle pentole.

Lunedì 3 giugno la mattina il centro di Ankara era silenzioso, poco animato, insolito. Per strada si potevano vedere i vetri infranti dei cartelli pubblicitari, delle transenne e delle fermate degli autobus. Passeggiando per il centro della città si possono vedere crepe sulle vetrate di alcune banche , sportelli bancomat e le vetrine di alcuni negozi . Le proteste sono riprese verso il tardo pomeriggio, quando la gente usciva dal lavoro. La sera la gente si riversava per le starde dando il via all’ormai consueto concerto delle pentole e dei clacson.

Mercoledì 5 giugno è stato convocato uno sciopero da parte dei sindacati KESK e DISK . I manifestanti hanno cominciato a radunarsi in tarda mattinata. Piazza KIzIlay era un trionfo di colori, di bandiere, di slogan. Lo manifestazione si è svolta per buona parte della giornata in maniera pacifica. In piazza KizIlay c’era un clima di festa. I manifestanti cantavano e ballavano. Tra la folla non mancavano i venditori ambulanti di mascherine e occhialini per proteggersi dal gas. C’erano anche banctahetti di generi alimentari. Tra i manifestanti c’erano giovani, adulti, anziani cresciuti seguendo il modello del laicismo proposto da Atatürk. I manifestanti rappresentano la parte della popolazione turca che si oppone alle sempre maggiori restrizioni di quello che molti ironicamente e dispregiativamente chiamano il “Sultano”.

Uno dei provvedimenti approvati dal Parlamento di Ankara impone il divieto della vendita di alcolici nei negozi dopo le 10 di sera. Per sfidare le restrizioni imposte dal “”Sultano” non mancavano venditori di birra. Il clima di festa è stato interroto alle 18 dall’intervento della polizia. Il premier intanto si trovava in viaggio attraverso i paesi arabi. Secondo fonti turche il “Sultano” non sarebbe stato ricevuto dal re del Marocco. Al suo ritorno in Turchia migliaia di sostenitori lo hanno accolto in aereoporto. Le manifestazioni sono proseguite il fine settimana. Se ad Istanbul in piazza Taksim si respirava un clima di festa e a tratti la piazza sembrava quasi un’attrazione turistica, ad Ankara gli scontri tra polizia e manifestanti sono stati violenti. Il Sultano aveva dichiarato che la pazienza ha un limite e quel limite è stato oltrepassato. Mentre ieri sera a KIzIlay c’erano solo pochi manifestanti contro un esercito di poliziotti, Istanbul è tornata ad essere la protagonista delle proteste. La polizia è tornata a caricare i manifestanti. Piazza Taksim la notte scorsa è stata teatro di scontri violenti tra polizia e manifestanti che si sono conclusi con lo sgombero della piazza. Oggi il quartiere simbolo della Turchia moderna e laica sembra tornato alla normalità. Anche a KIzIlay la vita sembra essere tornata alla normalità. Poche persone si sono riversate in strada con pentole e cucchiai.

Quello che è successo in Turchia negli ultimi giorni non è paragonabile alla Primavera Araba. Le proteste erano circoscritte in alcune zone delle principali città turche, bastava allontanarsi dal centro e la vita procedeva normalmente, come se nulla stesse accadendo. C’erano persone sedute al bar a bere il te, ragazze intente a fare shopping, gente che normalmente lavorava. La TV turca mostrava documentari, mentre tv private- vicine all’opposizione- mostravano le proteste e per questo sono state multate. Il popolo sceso in piazza rivendicava libertà e democrazia, quella vera, non la democrazia che il premier turco ha spesso paragonato a un treno dal quale prima o poi si scende.

Bari. La Bridgestone rischia la chiusura.

Bari. La Bridgestone rischia la chiusura. La zona industriale potrebbe impoverirsi di un’altra Azienda (l’ennesima, purtroppo) mettendo in mobilità molte centinaia di lavoratori. Saranno molte centinaia di lavoratori costretti a migrare (in Italia o all’Estero) per provare a ricollocarsi. Altre centinaia di professionalità e di know how operaio potrebbero abbandonare questa Terra che sembra diventare sempre più un confine. Un confino. Un margine. Il dramma, però, è sociale. Quando chiude un’Azienda la perdita è diffusa. Coinvolge orizzontalmente e verticalmente Comunità e Territorio. Sottrae competenze, intelligenza collettiva, Reddito, consumi, Presente e Futuro. Tocca la tenuta delle famiglie. Ogni Vita è un Paradiso ed una Risorsa per questa Terra. Ogni Singolarità è una potenza che costituisce Comunità, tesse relazioni comunitarie e genera Emancipazione comune.

Ipotizzando scenari post-elettorali. Il Governo “scialuppa”.

Si è già detto molto sul prossimo voto. Troppo. Forse troppo poco. Quello che rimarrà, comunque vada, sarà una barchetta “tecnica” di salvataggio su cui saliranno solo poche persone mentre tutte le altre saranno condannate a colare a picco, nel sonno, su una nave colabrodo. In un mare neanche in tempesta. Senza bande ad annunciare la tragedia. Silenziosamente. Senza clamore.

Berlusconi, Monti, Bersani e Grillo. Quattro macchine da guerra. Più o meno gioiose. Quattro generali al comando di quattro eserciti in continuo contatto. Impeto e tempesta sui palchi, negli spettacoli televisivi, dentro la “rete”. Confondere e comprare. Confondere e comprare. Confondere e comprare. Perchè i confini della politica sono così sconfinati che anche le verità si dimezzano in un brodo primordiale di vanità, ilarità statisticamente programmata, apparenze di serietà e rigore. Cosa rimarrà di questa lunga marcia? Il Parlamento. Solo il Parlamento. Il Parlamento del 26 febbraio sarà il vero centro di una grande ricomposizione istituzionale che sembrerà cambiare tutto per non cambiare nulla. Saranno pezzi in movimento a seconda degli interessi della “governabilità”. Sarà un Governo dei sopravvissuti. Niente di più e niente di meno. Berlusconi, Monti, Bersani e Grillo. Quattro generali in attesa del risultato. Quattro pattuglie parlamentari. Quattro quantità sulla bilancia del Parlamento. La nuova Costituzione sarà un libro di algebra. Quattro flussi che si incroceranno per dare vita al nuovo Governo. Non sarà il Governo degli uomini e delle donne. Non sarà il Governo degli Esseri viventi che ogni giorno devono fare i conti con la propria quotidianità. Sarà il Governo dell’equilibrio. Sarà il Governo della Tecnica. Sarà il Governo del Comando. Il Governo della paura di non riuscire a governare. Le nostre Vite continueranno ad essere le nostre Vite. Niente di più. Niente di meglio. Sempre peggio.

L’unica novità sarà la quantità parlamentare che Grillo porterà in dote alla governabilità. Sarà la dote di un movimento che è cresciuto costantemente. Allontanandosi e riavvicinando. Tessendo le contraddizioni di un popolo in libera uscita. Grillo ha generato appartenenza. Ha creato una forma di liberazione. Un metodo. Il VaffaPensiero. Ha strutturato questo VaffaPensiero in qualche regola precisa. Un po’ come si fa con i segnali stradali. E’ stato studiato, analizzato, paragonato. Ha fatto spendere fiumi di parole a giornalisti ed opinionisti di vario genere, razza ed età. Tutto inutile. La dote di Grillo sarà una pattuglia costantemente corteggiata da destra e da sinistra. Sarà il trasformismo fatto a sistema. Perchè non c’è destra e sinistra, ci sono solo loro. L’oro. Eppure, per quanto si possa pensare come “nuovo”, Grillo è un’anomalia sistemica che storicamente il nostro ventre ripropone. E’ la prova che abbiamo un rimosso con cui fare i conti. Un rimosso che si presenta puntualmente in forma diversa. E’ una necessità di odiare. Di creare un nemico su cui riversare la propria disperazione. Un capro.

Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Le istituzioni andrebbero attraversate per trasformarle. Come il fattore che attraversa la terra per prepararla ad accogliere i germogli del futuro da cui prendere i frutti sani dell’emancipazione. Ma il 26 febbraio non ci saranno frutti da cogliere. Solo loro. Solo l’oro.

“La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot. Una recensione

Gli intellettuali non hanno opinioni migliori del cittadino comune. Maurice Blanchot fa derivare il loro ruolo dalla loro notorietà (mi riferisco al saggio Les intellectuelles en question, 1983, ma pubblicato in italiano per la prima volta da Mimesis nel 2011, a cura di Marco G. Ciaurro), mediante la quale intervengono in questioni su cui il cittadino anonimo potrebbe avere opinioni più originali ma inespresse. Qui si pone implicitamente un’equazione tra intellettuali e notorietà: per essere tali gli intellettuali devono essere per forza noti. Blanchot riprende Sartre, a proposito della specializzazione che, benché ciò appaia irragionevole, mette in rapporto con l’universale. Ma finiscono per rinunciare al loro abituale e scrupoloso metodo conoscitivo per scadere nell’opinione sciatta e mal strutturata. Oggi ne abbiamo esempi a iosa tanto dagli articoli di giornale (spesso spocchiosi, inutili e autocelebrativi) quanto da Twitter, se non dalle loro stesse opere. «Si è così sicuri di aver ragione nel cielo, – scrive Blanchot – che si congeda non solo la ragione nel mondo, ma anche il mondo nella ragione» (p. 39). E questo è vero fin dalla loro nascita, collocabile a partire dall’affaire Dreyfus. Gli intellettuali sono tutti dreyfusardi e occupano un campo che non è il proprio. Secondo il sedicente non-intellettuale Brunetière, anche Zola intervenne a sproposito, come se un colonnello della gendarmeria avesse avuto la pretesa di dire la sua su un problema riguardante il romanticismo letterario. Analoga contraddizione coglie Barrès allorquando questi fanatici dell’individualismo d’élite si mettono a fare i portavoce della democrazia. Ed è latente il pericolo di diventare moralisti o politici. Tuttavia il mettersi in gioco degli intellettuali che, distanziandosi dalla propria destinata solitudine creativa smettono temporaneamente di essere gli scrittori o artisti che sono per prendere la parola e correre il rischio di perderla definitivamente (è uno dei loro meriti), viene recuperato da Blanchot in termini di esigenza morale. A prezzo che, daccapo, un cittadino non vale più l’altro. Ma appunto l’intellettuale è tale solo temporaneamente, smette di esserlo e ridiventa – è – nient’altro che uno in mezzo agli altri.

Sandro De Fazi

Ceci n’est pas un pope

 

Iconografie vecchie e nuove, ibridi postmoderni

Il mito dell’Abbé Pierre dispone di una carta preziosa: è la sua testa.  E’ una bella testa, che presenta chiaramente tutti i segni dell’apostolato: lo sguardo buono, il taglio francescano, la barba missionaria, tutto ciò completato dal giubbotto prete-operaio e dalla canna del pellegrino. In tal modo si uniscono le cifre della leggenda e quelle della modernità” (Roland Barthes, Iconografia dell’Abbé Pierre in Miti d’Oggi)

Novità, gesto rivoluzionario? Un ulteriore gesto titanico? Ritorno al passato?  Parliamone. Della filosofia e teologia dell’ultimo binomio di papi della Chiesa Cattolica ci siamo già occupati qui e qui. Tutto cambia, tutto resta uguale. Ma ora si tratta di un inaspettato colpo di coda del pastore tedesco. Qualcuno ha paragonato queste quasi laiche “dimissioni” (quasi fosse un lavoro “profano”, tanto il linguaggio stesso è rimasto spiazzato) al gesto di Celestino V, l’ingenuo monaco eremita contemporaneo di Dante  costretto al “rifiuto” dall’animale politico Bonifacio VIII, che di lì a poco divenne uno dei principali burattinai d’Europa. Forse, Celestino V fu addirittura assassinato da Bonifacio VIII nella sua reclusione coatta di Fumone. Se vogliamo riferirci alla storia, essa è piena di figure che rompono l’iconografia moderna pontificia. Piena di papi atipici: anti papi, papi guerrieri,  papi con figli, papi avvelenati, papi avvelenatori, papi cospiratori, papi eretici, papi astrologi,  papi rapiti, catturati e detenuti, e morti in cattività lontani da Roma. Papi scomunicati da imperatori, umiliati da generali, da eserciti e re, papi scomunicati da anti papi. Papi, al contrario, che umiliano i potenti. Specie prima del concilio di Trento. Nel caso di Ratzinger, non è possibile fare paragoni storici, e ogni paragone storico è funzionale a costruire modelli più o meno impropri, mitologici o, al contrario, irriverenti. Quel che però si può dire da laici del gesto di Ratzinger è in realtà un ricorso storico più generale: un tornare a  quella umanità sempre maledetta e sempre esorcizzata, individuale certo, ma anche funzionale, politica e machiavellica del ruolo papale, così adombrata (almeno al grande pubblico popolare) negli ultimi secoli dell’era tridentina della Chiesa Cattolica, quando seguendo un certo storico trend si è addirittura arrivati a proclamare dogmaticamente, in chiave antimoderna, antidemocratica e antilluminista, contro il demone del liberalismo, l’infallibilità ex cattedra del papa.

Lo stesso  Giovanni Paolo II, l’ultimo grande comunicatore della Chiesa, da buon polacco aveva esaltato, e non diminuito, l’iconografia eroica e mistico-passionale del papato, anche grazie al suo tristissimo fine-vita, per giungere alla sua morte cristica trasmessa come un Death-Reality nelle case del mondo cristiano e non. Concetti e miti intramontabili per gruppi considerevoli di cattolici, rappresentati pienamente da dinosauri fossili e passionisti come Stanislaw Dziwisz, che ora dichiara: “Wojtyla restò, riteneva che dalla croce non si scende”. Il teologo e filosofo Ratzinger, l’accademico (di curia) e l’uomo che ha vissuto tutta la vita nei suoi libri, e diciamolo, almeno quelli, i “suoi libri”, li conosceva abbastanza bene (probabilmente più di quanto conoscesse gli squali della sua curia), ha ritenuto che decomporsi in pubblico seguendo il Cristo martire volontario raccontato nei Vangeli, nonché il suo padrino Karol, non è poi così dignitoso né eroico. E pure se fosse eroico, non gli interessava una beneamata. Specie quando non poteva nemmeno difendersi dai suoi maggiordomi e vescovi spioni. Ora di lui si dirà di tutto: letture cospirazioniste o storico-hegeliane, alleandosi, racconteranno che la funzione-Ratzinger (non l’individuo) è stata costretta dalla politica, dalla curia, dalle banche (che ora vanno così di moda) e dal Nanni Moretti nazionale al suo gesto. Altri diranno, al contrario, che è il gesto di un individuo che ha scelto liberamente la sua vita e il suo fine-vita. Mediando fra le due note posizioni (e fra i due stili di pensiero), quel che è certo: è un piccolo passo verso la normalità, un piccolo passo  di una Chiesa ancora modellata su miti archetipi e mediatici come il padre-re-pastore, l’eroe martire,  espiazioni didattiche, sangue, croci e qualche chiodo. Ancora fisso. In estrema sintesi, le sue dimissioni sono uno “straordinario” gesto laico (straordinario perché raro) e antimitico da parte di un teologo-papa-di-biblioteca che da frequentare utilissimi compagni di merenda come Karl Rahner si convertì purtroppo alle paludi del tomismo,  ma che probabilmente è sempre rimasto fedele (e le sue “dimissioni” lo confermano) ad una visione molto umanistica e pratica, decisamente poco mistica, della sua vita e del suo ruolo. Si direbbe uno stile da basso profilo, da anti epopea, da anti santino, senza Valchirie, senza Anelli da gettare nel monte Fato e  Nibelunghi. Tipicamente tedesco, visto che ai cliché siamo abituati. “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”: era la beatitudine laica di un altro noto tedesco del Novecento.

 

L’ Animal Laborans in Hannah Arendt

Hannah Arendt e Richard Sennett

UNA RIVISITAZIONE DEL CONCETTO DI ANIMAL LABORANS IN HANNAH ARENDT. A cura di Alessio Perigli

Introduzione

I L’animal laborans nella storia

I.1 Strumentalità e animal laborans

I.2 La vittoria dell’animal laborans

II L’animal laborans nei regimi totalitari

II.1 L’animal laborans nel regime nazista

II.2 L’animal laborans nel regime stalinista

III L’animal laborans e l’homo sacer

III.1 L’ambivalenza del sacro

IV L’animal laborans e l’uomo artigiano

IV.1 L’uomo creatore di sé stesso

IV.2 L’esperienza come mestiere

 Conclusioni

 Bibliografia
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Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850. Una recensione di Francesca Borsari

I moti del 1848 in tutta Europa. Anche questa volta, l'inizio fu in Francia

Se ordini il libro tramite il nostro link hai diritto ad uno sconto significativo (Amazon): Le Lotte Di Classe in Francia Dal 1848 Al 1850 (1896)

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Il lavoro che viene qui ristampato, fu il primo tentativo di spiegare attraverso la concezione materialistica un frammento di storia contemporanea partendo dalla situazione economica corrispondente. (Friedrich Engels, p. 39)

Credo che la succitata frase riassuma in sé la motivazione principale per la quale leggere questo libro. Ulteriori motivazioni risiedono nella scorrevolezza del testo e, dal mio punto di vista, nella dimostrazione di quanto peso può avere un’idea nell’interpretazione storica. L’opera di MarxLe lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” fu pubblicata sulla Neue Rheinische Zeitung come serie di articoli. Nel 1895 Engels pubblicò una nuova edizione dell’opera di Marx intitolandola “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” dando titoli nuovi ai tre capitoli già apparsi. Come quarto capitolo aggiunse le parti dedicate alla Francia della Rassegna maggio-ottobre 1850 con il titolo “La soppressione del suffragio universale nel 1850“.

Il contesto filosofico dal quale Marx prende le mosse e dal quale è possibile spiegare quest’opera, è quello della messa in crisi della filosofia hegeliana perpetrata da Feuerbach, da Kierkegaard e da egli stesso tra gli anni ’40 e ’50 dell’800. Si era criticata l’idea di un idealismo assoluto che inseriva la ragione in un processo dialettico che rivelava la struttura stessa della realtà: l’accento è posto di nuovo sull’uomo. Marx rifiuta di Hegel l’identità della storia con la realizzazione di un principio assoluto, ma riprende la struttura dialettica del processo storico. Anche per Marx la storia è importante, ma perché terreno di trasformazione delle relazioni degli uomini. Nella produzione delle proprie condizioni materiali di vita gli uomini costruiscono un insieme di relazioni che sono la vera struttura della società; la storia non è che l’evoluzione di queste strutture economiche. Tutto il resto (diritto, religione, cultura, arte ecc.) non è che sovrastruttura e dunque, in quanto tale, dipendente dalla struttura e senza vera autonomia.
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Alexis de Tocqueville, L’antico regime e la rivoluzione. Una recensione di Francesca Borsari

Vecchie e nuove rappresentazioni "pop" sui privilegi di classe

Il libro che oggi pubblico non è una storia della Rivoluzione, storia già stata fatta con troppo splendore perché io pensi di rifarla; ma uno studio su questa rivoluzione. (p. 27). 

Per chi ama le letture storiche originali, ma al contempo organiche e fedeli ai documenti non può farsi sfuggire questo classico sulla Rivoluzione. Sebbene di origini aristocratiche, Tocqueville offre un’analisi disincantata sul mondo che ha preceduto l’evento che ha accelerato il passo della storia, così come sul mondo che ne seguirà. Occorre ricordare anche che l’autore scrive a ridosso di un’altra rivoluzione importante, quella del 1848, che in Francia aveva sconvolto non poco l’assetto politico e sociale. A maggior ragione la lucidità dell’autore del già celebre “La democrazia in America” (1835 e 1840), va ammirata e va presa come esempio per la delineazione di scenari futuri del contemporaneo. Inoltre è innovativo il metodo usato, cioè lo studio delle classi sociali. Non è ancora un’analisi economica delle classi alla vigilia della Rivoluzione, come ad esempio ci ha abituati Hobsbawm, ma un’analisi politica e dell’egemonia culturale di queste classi.
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“Roma combattente” e “Bastardi senza Storia”, Valerio Gentili. Una recensione.

Scrivere solo oggi un commento a “Roma combattente” e “Bastardi senza Storia” di Valerio Gentili (edizioni Castelvecchi) potrebbe sembrare superfluo perchè, almeno il primo libro, è in commercio dal lontano aprile del 2010 ed a distanza di due anni e mezzo non è scontato che un testo continui a mantenere una certa potenza creativa conservando uguale capacità di analisi. Anche solo per il fatto che le situazioni possano cambiare enormemente. In realtà è proprio in questo momento che l’operazione storiografica promossa dall’autore ci sembra assumere maggiore evidenza. Il deflusso della stagione “no global” (o “new global”, “alter global” e via dicendo come dir si voglia) e la ripresa di un ciclo di conflittualità dalla fine del 2010 fino ad oggi racconta una storia dell’antagonismo estremamente frastagliata e composita. Non solo a livello nazionale ma in tutto il mondo. Naturalmente tra ieri (il periodo preso in considerazione dal libro, dal biennio rosso agli Arditi del Popolo) ed oggi il focus cambia radicalmente. Ieri un elemento di composizione dell’antagonismo poteva essere la difesa operaia contro la violenta esplosione fascista mentre oggi ci potrebbe essere altro (il “rigore”, l’autoritarismo di Emergenza dei governi tecnici…). Il punto è costruire un punto di vista sulla realtà capace di favorire la creazione di una prospettiva di lavoro comune. Se manca un punto di vista non è possibile definire neanche la realtà. Per questo la lettura di “Roma combattente” dovrebbe essere intrecciata a quella di “Bastardi senza Storia” che prova a considerare le stesse dinamiche di difesa antifascista a livello europeo (soprattutto in Germania) con alcune riflessioni sull’aspetto iconografico della conflittualità davvero interessanti. Il dispositivo storiografico che l’autore mette in campo in entrambi i suoi lavori si fonda su un elemento imprescindibile. Gli anni Venti hanno sancito la sconfitta del movimento operaio ed hanno incubato il fascismo (ed il nazismo) nelle forme che a noi saranno tristemente più note. Da questo, a cascata, inizia la narrazione.

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“Questo non è un Manifesto”, Negri & Hardt. Una recensione.

Dopo la trilogia è arrivato anche il (non) Manifesto e si presenta un po’ come i titoli di coda di un lavoro lungo circa un decennio. È questo il percorso del ticket Hardt & Negri, che ancora continua a snocciolare teoria per allietare le prospettive del movimento ed estenderne le capacità di conflitto e di organizzazione. Già in “Comune” avevamo notato alcune eccedenze sul terreno dell’analisi per entrare più apertamente nel campo della proposta. Evidentemente c’era bisogno del ciclo di lotte che dal 2011 si è allungato fino ai giorni nostri per dare quel “quid” per avanzare delle prospettive di organizzazione, o semplicemente delle analisi più stringenti. Ed infatti “Questo non è un manifesto”, circa 100 pagine edite da Feltrinelli, si presenta come un tentativo di chiudere il cerchio della teoria per entrare più nello specifico su alcuni problemi lasciati a terra dalla pratica.

Innanzitutto autogestione ed autonomia del Comune. Il tratto “politico” non cambia (almeno rispetto all’ultima, omonima, fatica letteraria). Il discorso ruota, giustamente, tutto intorno ai commons ed al “che fare” per renderli pienamente autonomi e, quindi, effettivamente autogestiti dalle singolarità in lotta. È questa la base del tanto celebrato “processo costituente” che condensa e sostanzia una prospettiva realmente rivoluzionaria dei commoners (ossia i nuovi militanti, gli “agenti del cambiamento”) contro il potere della merce ed il dominio della proprietà privata. “I commoners non sono comuni solo per il fatto di lavorare, ma, piuttosto e soprattutto, perché lavorano sul comune”. Ed in modo particolare lavorano a forme di organizzazione politica “comune”, non temendo lo specialismo perché ogni Essere umano, con la giusta formazione, potrebbe essere messo nelle condizioni di capire ogni cosa. Una delle allegorie più interessanti richiamate nel testo è la “Carta della Foresta” (1217) che, dopo una stagione di privatizzazioni radicali (che trovarono espressione nella ben più nota “Magna Carta”), garantiva e regolava l’accesso dei “commoners” alle risorse comuni. Ma andiamo con ordine.

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Reinhart Koselleck, Storia. La formazione del concetto moderno. Una recensione di Francesca Borsari

"La vittima dell'uguaglianza". Il duca d'Oléans brandisce la testa di Luigi XVI. Stampa inglese

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Resta la certezza che il concetto della storia non sarà in grado di sciogliere il cosiddetto enigma della storia (p. 140).

Quello proposto è un testo di non facile lettura, soprattutto per le citazioni che costituiscono una sorta di secondo corpo testuale. Se si prescinde tuttavia da questa difficoltà e se si amano le sfide, si troveranno intuizioni importanti e interessanti che riguardano la storia della storiografia, ma anche i presupposti per uno studio attuale della storia. E’ un testo che non può mancare per gli amanti degli studi sul linguaggio e delle sue connessioni con la storia, la filosofia e la cultura. Introducendo brevemente l’autore di questo libro, lo storico tedesco Reinhart Koselleck nasce nel 1923 a Gorlick in Germania. Dopo aver compiuto  i suoi studi in Inghilterra, diverrà professore ordinario di alcune università tedesche quali Bochum, Heidelberg e Bielefeld. Interviene inoltre come visiting professor nelle università di tutto il mondo. Morirà nel 2006 all’età di 83 anni. Tra le opere principali troviamo Critica illuminista e crisi della società borghese, che analizza la critica illuminista allo stato assoluto nella prospettiva di evidenziarne le contraddizioni, in quanto finalizzata alla conquista di potere da parte di nuovi soggetti sociali. Altri testi fondamentali sono La Prussia tra riforma e rivoluzione (1791-1848) e Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici. In quest’ultimo egli si pone due domande di fondo: che cosa sia il tempo storico e quale sia il metodo per applicare correttamente i concetti utilizzati in storiografia. Riguardo la prima, argomenta che non solo il tempo storico è differente da quello della natura, ma che al suo interno sono presenti diversi segmenti temporali costituiti da gruppi e interessi specifici. La seconda domanda rimanda immediatamente al suo originale contributo metodologico. Koselleck propone una “Storia dei concetti” (Begriffgeschichte), distaccata dalla storia delle idee in senso tradizionale, che mira ad individuare gli elementi “costituzionali” dei concetti, cioè quelli che possono essere messi in relazione con le dinamiche strutturali della società.

La Begriffgeschichte, disciplina affermatasi negli anni ’50 del secolo scorso, vede nei concetti non solo il riflesso dell’esperienza del mondo, ma anche gli elementi costitutivi della stessa. Il termine “storia dei concetti” era comparso per la prima volta con Hegel, in riferimento alla storia interpretativa che indirizza la storia in generale alla filosofia. E’ nel XX secolo però che il lemma pervenne ad indicare un autonomo campo per la metodologia della filosofia, prevedendo l’analisi delle variazioni del significato dei concetti in relazione al mutamento delle strutture semantiche in cui vengono di volta in volta storicamente impiegati. L’esposizione di questo metodo trova la sua consacrazione nei volumi dei Geschichtliche Grundbegriffe (concetti storiografici fondamentali), editi da Koselleck, insieme con O.Brunner e W.Conze, riguardanti il lessico dei concetti fondamentali della politica di lingua tedesca. Con essi si intende fornire una complessiva raccolta del vocabolario politico, che permetta un adeguato controllo semantico nell’impiego contemporaneo dei concetti. L’ideologizzazione viene evitata grazie ad indagini logico-genetiche sulla storia dei singoli lemmi. All’interno di questo orientamento Koselleck sviluppa una vera e propria teoria dei tempi storici, che assume come luogo della trasformazione del lessico politico europeo la fase tra la fine del sec. XVIII e la prima metà del XIX. Con essa, il lessico politico europeo, in forza di processi di democratizzazione, ideologizzazione, di politicizzazione del linguaggio politico e di temporalizzazione dell’esperienza storica, vede definitivamente trasformato il significato storico dei propri concetti.

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Zygmunt Bauman, Vite che non possiamo permetterci. Una recensione di Eleonora de Torres

Un quadro di Paweł Kuczyński

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“[…] il recente tsunami finanziario […] ha dimostrato a milioni di individui, cullati nel miraggio della prosperità ora e sempre e convinti che i mercati capitalistici e le banche fossero i metodi garantiti per risolvere i problemi, che il capitalismo dà il meglio di sé non quando cerca di risolvere i problemi ma quando li crea”

“Vite che non possiamo permetterci” è il frutto delle conversazioni avute dal sociologo con il giornalista-docente Citali Bovirosa-Madrazo sul significato, le cause, le implicazioni morali e non morali della prima crisi finanziaria globale del secolo. Il titolo originale del testo (“Living on Borrowed Time” – letteralmente “vivendo in un tempo preso in prestito”) esplicita come l’uomo contemporaneo, nella sua età matura, dove il tempo speso non tornerà più, sia avvezzo a prendere in prestito il tempo, allo stesso modo con cui prende in prestito il denaro per vivere questo tempo. A gioire di questa costante attitudine al debito sono le banche: “le banche che amano dire di si. Le tue banche amiche, Banche che sorridono […]” Uno dei successi più grandi del capitalismo è infatti quello di aver trasformato uomini e donne in un popolo di eterni debitori: “il segnale è stato l’introduzione delle carte di credito […] con lo slogan take the waiting out of wanting “ togli l’attesa del desiderio”[…] con una carta di credito si può godersela adesso e pagare dopo. La carta di credito ci rende liberi di gestire le gratificazioni, di ottenere le cose quando vogliamo non quando ce le saremo guadagnate e potremo quindi permettercele. Questa era la premessa ma vi era allegata una clausola[…]: ogni dopo diventerà un adesso, i prestiti dovranno essere rimborsati e il rimborso dei debiti contratti per eliminare l’attesa dal desiderio e soddisfare immediatamente i desideri attuali renderà ancora più difficile soddisfare i nuovi desideri”.

 L’odierna crisi è, infatti, frutto non del fallimento delle banche ma del loro grande  successo “perché l’unico modo ad oggi conosciuto per estinguere un debito è quello di rendere i soldi che si sono avuti in prestito, giusto? E a chi chiederemo altri soldi, per poterci indebitare ancor di più nel tentativo di ripianare il primo debito, se non alle banche?”.

Secondo il sociologo l’attuale crisi finanziaria può, però, rappresentare un’occasione per riflettere sulla attuale situazione mondiale, per analizzarla e creare “nuova conoscenza” ed una revisione del modello economico fino ad oggi seguito ed approvato dagli Stati: “Nel capitalismo la collaborazione tra Stato e mercato è la regola, e il conflitto, se mai affiora, è l’eccezione”.

L’autore affronta poi anche alcune tematiche che alla questione della crisi finanziaria sono intimamente connesse come lo stato delle democrazie, il welfare, i fondamentalismi, le biotecnologie e la modernità; il tutto letto alla luce del concetto di liquidità che rappresenta il filo rosso con cui Bauman interpreta i cambiamenti e le trasformazioni della società contemporanea. Qualche parola in più merita il capitolo sui cambiamenti dello Stato Sociale che, se nella società dei produttori era di casa, nella società dei consumatori è diventato “un corpo estraneo e un ospite inopportuno”. Il welfare oggi è, infatti, secondo l’autore, esclusivamente “un’agenzia che serve a censire, separare ed escludere” gli individui incapaci di provvedere economicamente a se stessi, separandoli dalla parte “normale” della società e rinchiudendoli in “un ghetto senza mura” o “un campo senza filo spinato”. La tendenza odierna porta quindi lo Stato ad abbandonare uomini e donne alla povertà, al degrado e all’esclusione sociale dimenticando che:

 “la società può elevarsi a comunità solo finchè protegge efficacemente i suoi membri contro gli orrori gemelli della miseria e dell’umiliazione, del terrore di essere esclusi, di cadere, o essere spinti fuori dal treno del progresso, che accelera sempre più, di essere condannati alla ridondanza sociale o comunque marchiati come rifiuti umani”.