Archivi per la categoria ‘Filosofia/politica’

Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850. Una recensione di Francesca Borsari

I moti del 1848 in tutta Europa. Anche questa volta, l'inizio fu in Francia

Se ordini il libro tramite il nostro link hai diritto ad uno sconto significativo (Amazon): Le Lotte Di Classe in Francia Dal 1848 Al 1850 (1896)

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Il lavoro che viene qui ristampato, fu il primo tentativo di spiegare attraverso la concezione materialistica un frammento di storia contemporanea partendo dalla situazione economica corrispondente. (Friedrich Engels, p. 39)

Credo che la succitata frase riassuma in sé la motivazione principale per la quale leggere questo libro. Ulteriori motivazioni risiedono nella scorrevolezza del testo e, dal mio punto di vista, nella dimostrazione di quanto peso può avere un’idea nell’interpretazione storica. L’opera di MarxLe lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” fu pubblicata sulla Neue Rheinische Zeitung come serie di articoli. Nel 1895 Engels pubblicò una nuova edizione dell’opera di Marx intitolandola “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” dando titoli nuovi ai tre capitoli già apparsi. Come quarto capitolo aggiunse le parti dedicate alla Francia della Rassegna maggio-ottobre 1850 con il titolo “La soppressione del suffragio universale nel 1850“.

Il contesto filosofico dal quale Marx prende le mosse e dal quale è possibile spiegare quest’opera, è quello della messa in crisi della filosofia hegeliana perpetrata da Feuerbach, da Kierkegaard e da egli stesso tra gli anni ’40 e ’50 dell’800. Si era criticata l’idea di un idealismo assoluto che inseriva la ragione in un processo dialettico che rivelava la struttura stessa della realtà: l’accento è posto di nuovo sull’uomo. Marx rifiuta di Hegel l’identità della storia con la realizzazione di un principio assoluto, ma riprende la struttura dialettica del processo storico. Anche per Marx la storia è importante, ma perché terreno di trasformazione delle relazioni degli uomini. Nella produzione delle proprie condizioni materiali di vita gli uomini costruiscono un insieme di relazioni che sono la vera struttura della società; la storia non è che l’evoluzione di queste strutture economiche. Tutto il resto (diritto, religione, cultura, arte ecc.) non è che sovrastruttura e dunque, in quanto tale, dipendente dalla struttura e senza vera autonomia.
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Alexis de Tocqueville, L’antico regime e la rivoluzione. Una recensione di Francesca Borsari

Vecchie e nuove rappresentazioni "pop" sui privilegi di classe

Il libro che oggi pubblico non è una storia della Rivoluzione, storia già stata fatta con troppo splendore perché io pensi di rifarla; ma uno studio su questa rivoluzione. (p. 27). 

Per chi ama le letture storiche originali, ma al contempo organiche e fedeli ai documenti non può farsi sfuggire questo classico sulla Rivoluzione. Sebbene di origini aristocratiche, Tocqueville offre un’analisi disincantata sul mondo che ha preceduto l’evento che ha accelerato il passo della storia, così come sul mondo che ne seguirà. Occorre ricordare anche che l’autore scrive a ridosso di un’altra rivoluzione importante, quella del 1848, che in Francia aveva sconvolto non poco l’assetto politico e sociale. A maggior ragione la lucidità dell’autore del già celebre “La democrazia in America” (1835 e 1840), va ammirata e va presa come esempio per la delineazione di scenari futuri del contemporaneo. Inoltre è innovativo il metodo usato, cioè lo studio delle classi sociali. Non è ancora un’analisi economica delle classi alla vigilia della Rivoluzione, come ad esempio ci ha abituati Hobsbawm, ma un’analisi politica e dell’egemonia culturale di queste classi.
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“Roma combattente” e “Bastardi senza Storia”, Valerio Gentili. Una recensione.

Scrivere solo oggi un commento a “Roma combattente” e “Bastardi senza Storia” di Valerio Gentili (edizioni Castelvecchi) potrebbe sembrare superfluo perchè, almeno il primo libro, è in commercio dal lontano aprile del 2010 ed a distanza di due anni e mezzo non è scontato che un testo continui a mantenere una certa potenza creativa conservando uguale capacità di analisi. Anche solo per il fatto che le situazioni possano cambiare enormemente. In realtà è proprio in questo momento che l’operazione storiografica promossa dall’autore ci sembra assumere maggiore evidenza. Il deflusso della stagione “no global” (o “new global”, “alter global” e via dicendo come dir si voglia) e la ripresa di un ciclo di conflittualità dalla fine del 2010 fino ad oggi racconta una storia dell’antagonismo estremamente frastagliata e composita. Non solo a livello nazionale ma in tutto il mondo. Naturalmente tra ieri (il periodo preso in considerazione dal libro, dal biennio rosso agli Arditi del Popolo) ed oggi il focus cambia radicalmente. Ieri un elemento di composizione dell’antagonismo poteva essere la difesa operaia contro la violenta esplosione fascista mentre oggi ci potrebbe essere altro (il “rigore”, l’autoritarismo di Emergenza dei governi tecnici…). Il punto è costruire un punto di vista sulla realtà capace di favorire la creazione di una prospettiva di lavoro comune. Se manca un punto di vista non è possibile definire neanche la realtà. Per questo la lettura di “Roma combattente” dovrebbe essere intrecciata a quella di “Bastardi senza Storia” che prova a considerare le stesse dinamiche di difesa antifascista a livello europeo (soprattutto in Germania) con alcune riflessioni sull’aspetto iconografico della conflittualità davvero interessanti. Il dispositivo storiografico che l’autore mette in campo in entrambi i suoi lavori si fonda su un elemento imprescindibile. Gli anni Venti hanno sancito la sconfitta del movimento operaio ed hanno incubato il fascismo (ed il nazismo) nelle forme che a noi saranno tristemente più note. Da questo, a cascata, inizia la narrazione.

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“Questo non è un Manifesto”, Negri & Hardt. Una recensione.

Dopo la trilogia è arrivato anche il (non) Manifesto e si presenta un po’ come i titoli di coda di un lavoro lungo circa un decennio. È questo il percorso del ticket Hardt & Negri, che ancora continua a snocciolare teoria per allietare le prospettive del movimento ed estenderne le capacità di conflitto e di organizzazione. Già in “Comune” avevamo notato alcune eccedenze sul terreno dell’analisi per entrare più apertamente nel campo della proposta. Evidentemente c’era bisogno del ciclo di lotte che dal 2011 si è allungato fino ai giorni nostri per dare quel “quid” per avanzare delle prospettive di organizzazione, o semplicemente delle analisi più stringenti. Ed infatti “Questo non è un manifesto”, circa 100 pagine edite da Feltrinelli, si presenta come un tentativo di chiudere il cerchio della teoria per entrare più nello specifico su alcuni problemi lasciati a terra dalla pratica.

Innanzitutto autogestione ed autonomia del Comune. Il tratto “politico” non cambia (almeno rispetto all’ultima, omonima, fatica letteraria). Il discorso ruota, giustamente, tutto intorno ai commons ed al “che fare” per renderli pienamente autonomi e, quindi, effettivamente autogestiti dalle singolarità in lotta. È questa la base del tanto celebrato “processo costituente” che condensa e sostanzia una prospettiva realmente rivoluzionaria dei commoners (ossia i nuovi militanti, gli “agenti del cambiamento”) contro il potere della merce ed il dominio della proprietà privata. “I commoners non sono comuni solo per il fatto di lavorare, ma, piuttosto e soprattutto, perché lavorano sul comune”. Ed in modo particolare lavorano a forme di organizzazione politica “comune”, non temendo lo specialismo perché ogni Essere umano, con la giusta formazione, potrebbe essere messo nelle condizioni di capire ogni cosa. Una delle allegorie più interessanti richiamate nel testo è la “Carta della Foresta” (1217) che, dopo una stagione di privatizzazioni radicali (che trovarono espressione nella ben più nota “Magna Carta”), garantiva e regolava l’accesso dei “commoners” alle risorse comuni. Ma andiamo con ordine.

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Reinhart Koselleck, Storia. La formazione del concetto moderno. Una recensione di Francesca Borsari

"La vittima dell'uguaglianza". Il duca d'Oléans brandisce la testa di Luigi XVI. Stampa inglese

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Resta la certezza che il concetto della storia non sarà in grado di sciogliere il cosiddetto enigma della storia (p. 140).

Quello proposto è un testo di non facile lettura, soprattutto per le citazioni che costituiscono una sorta di secondo corpo testuale. Se si prescinde tuttavia da questa difficoltà e se si amano le sfide, si troveranno intuizioni importanti e interessanti che riguardano la storia della storiografia, ma anche i presupposti per uno studio attuale della storia. E’ un testo che non può mancare per gli amanti degli studi sul linguaggio e delle sue connessioni con la storia, la filosofia e la cultura. Introducendo brevemente l’autore di questo libro, lo storico tedesco Reinhart Koselleck nasce nel 1923 a Gorlick in Germania. Dopo aver compiuto  i suoi studi in Inghilterra, diverrà professore ordinario di alcune università tedesche quali Bochum, Heidelberg e Bielefeld. Interviene inoltre come visiting professor nelle università di tutto il mondo. Morirà nel 2006 all’età di 83 anni. Tra le opere principali troviamo Critica illuminista e crisi della società borghese, che analizza la critica illuminista allo stato assoluto nella prospettiva di evidenziarne le contraddizioni, in quanto finalizzata alla conquista di potere da parte di nuovi soggetti sociali. Altri testi fondamentali sono La Prussia tra riforma e rivoluzione (1791-1848) e Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici. In quest’ultimo egli si pone due domande di fondo: che cosa sia il tempo storico e quale sia il metodo per applicare correttamente i concetti utilizzati in storiografia. Riguardo la prima, argomenta che non solo il tempo storico è differente da quello della natura, ma che al suo interno sono presenti diversi segmenti temporali costituiti da gruppi e interessi specifici. La seconda domanda rimanda immediatamente al suo originale contributo metodologico. Koselleck propone una “Storia dei concetti” (Begriffgeschichte), distaccata dalla storia delle idee in senso tradizionale, che mira ad individuare gli elementi “costituzionali” dei concetti, cioè quelli che possono essere messi in relazione con le dinamiche strutturali della società.

La Begriffgeschichte, disciplina affermatasi negli anni ’50 del secolo scorso, vede nei concetti non solo il riflesso dell’esperienza del mondo, ma anche gli elementi costitutivi della stessa. Il termine “storia dei concetti” era comparso per la prima volta con Hegel, in riferimento alla storia interpretativa che indirizza la storia in generale alla filosofia. E’ nel XX secolo però che il lemma pervenne ad indicare un autonomo campo per la metodologia della filosofia, prevedendo l’analisi delle variazioni del significato dei concetti in relazione al mutamento delle strutture semantiche in cui vengono di volta in volta storicamente impiegati. L’esposizione di questo metodo trova la sua consacrazione nei volumi dei Geschichtliche Grundbegriffe (concetti storiografici fondamentali), editi da Koselleck, insieme con O.Brunner e W.Conze, riguardanti il lessico dei concetti fondamentali della politica di lingua tedesca. Con essi si intende fornire una complessiva raccolta del vocabolario politico, che permetta un adeguato controllo semantico nell’impiego contemporaneo dei concetti. L’ideologizzazione viene evitata grazie ad indagini logico-genetiche sulla storia dei singoli lemmi. All’interno di questo orientamento Koselleck sviluppa una vera e propria teoria dei tempi storici, che assume come luogo della trasformazione del lessico politico europeo la fase tra la fine del sec. XVIII e la prima metà del XIX. Con essa, il lessico politico europeo, in forza di processi di democratizzazione, ideologizzazione, di politicizzazione del linguaggio politico e di temporalizzazione dell’esperienza storica, vede definitivamente trasformato il significato storico dei propri concetti.

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Zygmunt Bauman, Vite che non possiamo permetterci. Una recensione di Eleonora de Torres

Un quadro di Paweł Kuczyński

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“[…] il recente tsunami finanziario […] ha dimostrato a milioni di individui, cullati nel miraggio della prosperità ora e sempre e convinti che i mercati capitalistici e le banche fossero i metodi garantiti per risolvere i problemi, che il capitalismo dà il meglio di sé non quando cerca di risolvere i problemi ma quando li crea”

“Vite che non possiamo permetterci” è il frutto delle conversazioni avute dal sociologo con il giornalista-docente Citali Bovirosa-Madrazo sul significato, le cause, le implicazioni morali e non morali della prima crisi finanziaria globale del secolo. Il titolo originale del testo (“Living on Borrowed Time” – letteralmente “vivendo in un tempo preso in prestito”) esplicita come l’uomo contemporaneo, nella sua età matura, dove il tempo speso non tornerà più, sia avvezzo a prendere in prestito il tempo, allo stesso modo con cui prende in prestito il denaro per vivere questo tempo. A gioire di questa costante attitudine al debito sono le banche: “le banche che amano dire di si. Le tue banche amiche, Banche che sorridono […]” Uno dei successi più grandi del capitalismo è infatti quello di aver trasformato uomini e donne in un popolo di eterni debitori: “il segnale è stato l’introduzione delle carte di credito […] con lo slogan take the waiting out of wanting “ togli l’attesa del desiderio”[…] con una carta di credito si può godersela adesso e pagare dopo. La carta di credito ci rende liberi di gestire le gratificazioni, di ottenere le cose quando vogliamo non quando ce le saremo guadagnate e potremo quindi permettercele. Questa era la premessa ma vi era allegata una clausola[…]: ogni dopo diventerà un adesso, i prestiti dovranno essere rimborsati e il rimborso dei debiti contratti per eliminare l’attesa dal desiderio e soddisfare immediatamente i desideri attuali renderà ancora più difficile soddisfare i nuovi desideri”.

 L’odierna crisi è, infatti, frutto non del fallimento delle banche ma del loro grande  successo “perché l’unico modo ad oggi conosciuto per estinguere un debito è quello di rendere i soldi che si sono avuti in prestito, giusto? E a chi chiederemo altri soldi, per poterci indebitare ancor di più nel tentativo di ripianare il primo debito, se non alle banche?”.

Secondo il sociologo l’attuale crisi finanziaria può, però, rappresentare un’occasione per riflettere sulla attuale situazione mondiale, per analizzarla e creare “nuova conoscenza” ed una revisione del modello economico fino ad oggi seguito ed approvato dagli Stati: “Nel capitalismo la collaborazione tra Stato e mercato è la regola, e il conflitto, se mai affiora, è l’eccezione”.

L’autore affronta poi anche alcune tematiche che alla questione della crisi finanziaria sono intimamente connesse come lo stato delle democrazie, il welfare, i fondamentalismi, le biotecnologie e la modernità; il tutto letto alla luce del concetto di liquidità che rappresenta il filo rosso con cui Bauman interpreta i cambiamenti e le trasformazioni della società contemporanea. Qualche parola in più merita il capitolo sui cambiamenti dello Stato Sociale che, se nella società dei produttori era di casa, nella società dei consumatori è diventato “un corpo estraneo e un ospite inopportuno”. Il welfare oggi è, infatti, secondo l’autore, esclusivamente “un’agenzia che serve a censire, separare ed escludere” gli individui incapaci di provvedere economicamente a se stessi, separandoli dalla parte “normale” della società e rinchiudendoli in “un ghetto senza mura” o “un campo senza filo spinato”. La tendenza odierna porta quindi lo Stato ad abbandonare uomini e donne alla povertà, al degrado e all’esclusione sociale dimenticando che:

 “la società può elevarsi a comunità solo finchè protegge efficacemente i suoi membri contro gli orrori gemelli della miseria e dell’umiliazione, del terrore di essere esclusi, di cadere, o essere spinti fuori dal treno del progresso, che accelera sempre più, di essere condannati alla ridondanza sociale o comunque marchiati come rifiuti umani”.

Simone Weil, La prima radice. Una recensione di Elisa Radaelli

Fototessera di Simone Weil, operaia alla Renault nel 1935

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Simone Weil (1909-1943) visse, nei primi decenni del XX secolo, un’esistenza breve, ma così intensa da fornire lo spunto a letture e interpretazioni diverse, talvolta addirittura opposte. Nello sviluppo delle proprie analisi, nel corso delle quali prende in considerazione gli esseri umani calandosi tra gli uomini e rifiutando qualunque tipo di prospettiva distaccata o privilegiata, avverte la necessità di ridefinire la nozione di persona: a suo avviso, soltanto chiarendone gli aspetti davvero essenziali, sarà possibile gettare le premesse di una società nuova, in grado di superare definitivamente il periodo di crisi che l’attraversa; quando parla di crisi, non allude a situazioni generiche, ma ha ben in mente il quadro a lei contemporaneo e, proprio di fronte alle contraddizioni e agli interrogativi che esso solleva, si muove alla ricerca di risposte e soluzioni. Lo dimostra chiaramente il saggio La prima radice (1), composto nel 1943 e pubblicato postumo nel ’49. L’opera nasce in un contesto molto particolare, quello del Commissariato per gli Interni e il Lavoro di “France Libre”, l’organizzazione politica in esilio capeggiata da Charles De Gaulle, presso cui Weil era stata assunta come redattrice addetta ai servizi civili.

Suo compito sarebbe stato quello di esaminare e selezionare i documenti provenienti dalla Francia occupata, però la sua attività si spinge oltre; le annotazioni e i commenti si trasformano, infatti, in veri e propri trattati nei quali, pur affrontando tematiche differenti, mostra di tener sempre presente, in modo più o meno esplicito a seconda dei casi, l’essere umano e le irrinunciabili esigenze che lo caratterizzano. Il titolo originario assegnato allo scritto consente di cogliere un primo aspetto importante: parlare di Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano ha il preciso significato di porsi all’interno di una prospettiva che privilegia i doveri anziché i diritti. Non è un caso, dunque, che venga problematizzata proprio la nozione posta a fondamento della celebre Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, elaborata nel 1789. Gli uomini di quel tempo hanno considerato i diritti come princìpi assoluti, commettendo un duplice errore.

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Amartya Sen, Identità e violenza, una recensione a cura di Valeria Villa

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“Kader Mia, un bracciante musulmano, fu accoltellato mentre si recava in una casa vicina, per lavorare in cambio di una paga esigua. Fu accoltellato sulla strada da persone che neanche lo conoscevano e che molto probabilmente non lo avevano mai visto prima. Per un bambino di undici anni, quell’evento oltre a rappresentare un autentico incubo, era profondamente sconcertante. Perché una persona da un momento all’altro veniva ammazzata? E perché veniva ammazzata da persone che neanche la conoscevano, persone a cui la vittima non avrebbe potuto fare alcun male? Il fatto che Kader Mia potesse essere ridotto ad una identità soltanto – quella di membro della comunità “nemica” – che “doveva” essere attaccato e se possibile ucciso – appariva totalmente incredibile. Agli occhi sbalorditi di un bambino, la violenza dell’identità era qualcosa di straordinariamente difficile da comprendere. Non è particolarmente facile nemmeno per un adulto anziano, che ancora si sbalordisce. Mentre mio padre lo portava in ospedale con la nostra macchina, Kader Mia gli disse che sua moglie gli aveva chiesto di non andare in un quartiere ostile in quel periodo di scontri intercomunitari. Ma lui doveva andare a cercare  lavoro per guadagnare qualcosa, perché la sua famiglia non aveva niente da mangiare. Il prezzo di questa necessità, causata dalla miseria, sarebbe stato la morte. Il terribile legame tra la povertà economica a la totale mancanza di libertà (perfino la libertà di vivere) fu una presa di coscienza, assolutamente scioccante, che colpì la mia giovane mente con forza sconvolgente”.  [ed. it. p. 176, p. 173 ed. ingl.]

Quasi in procinto di chiudere il suo libro, Identity and Violence. The Illusion of Destiny, Amartya Sen condivide con i suoi lettori l’esperienza drammatica del suo primo incontro con la morte. Per il lettore di Sen non è nuovo imbattersi in vicende biografiche. Ciò che, tuttavia, ogni volta sorprende è la constatazione dell’influenza che queste esperienze hanno esercitato sul suo pensiero. Leggendo la sua filosofia, il lettore ha la costante sensazione di essere a contatto diretto con la vita: non c’è pensiero lontano dalla realtà, ma una realtà che si fa pensiero; ovvero, Sen trasforma in ragionamento, in analisi, in stimolo per portare la mente verso curiose profondità, gli eventi della concretezza quotidiana. È rilevante sottolineare questo aspetto del suo scrivere e del suo pensare, poiché dice molto della forza teorica e dei fini a cui la sua teoresi aspira. E qui, in Identity and Violence – come aveva già fatto precedentemente in Equality Reexamined e Development as Freedom – il pensiero di Sen è animato dall’esperienza scioccante e diretta con la morte per conflitti di identità, della povertà e dell’ineguaglianza; queste muovono il suo pensiero verso l’analisi precisa delle cause ed effetti della miniaturizzazione delle persone in identità chiuse e non comunicanti. Prima di entrare nel vivo della discussione delle tematiche che Sen propone penso sia interessante condividere con voi come è nato il mio interesse per questo testo; ciò dice molto del mio approccio a Sen che qui propongo e dei sentimenti che hanno guidato la mia lettura. Stavo passeggiando per le vie centrali di Cambridge. Era una domenica mattina di metà Giugno. Il centro città era affollato di turisti che scattavano foto agli edifici storici e di studenti che passeggiavano tranquilli godendosi finalmente le bellezze di Cambridge, i colleges e il fiume, dopo un anno accademico di studio. Io passeggiavo come loro insieme ad alcuni amici che si preparavano per tornare in Italia avendo concluso il proprio progetto di studio. Di fronte alla Senate House cammina Amartya Sen. Indico ai miei amici la sua figura e li rendo partecipi dell’importanza che egli trascina insieme ai suoi passi da intellettuale, maturato dagli incontri e dalla vita di studio: “È il premio nobel Amartya Sen!”.
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Jurgen Habermas, L’inclusione dell’altro. Una recensione

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Questo libro è il frutto di riflessioni concernenti i campi della morale, del diritto e della politica in relazione alla società contemporanea. Il tema affrontato è quello dell’ “altro” visto come immigrato, come appartenente a minoranze etniche oppure come membro di gruppi e ceti sfavoriti. Per far emergere il pensiero dell’ autore ho pensato di mettere in evidenza il paragone delle sue elaborazioni con quelle di altri due studiosi: Schmitt e  Rawls.
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Non citate più Pericle era un populista (Umberto Eco)

L’articolo, pubblicato su La Repubblica (14/01/2012) è un estratto del saggio di Umberto Eco “Figlio di una etera” dell’Almanacco del Bibliofilo, a cura di Mario Scognamiglio, che  s’ intitola “La subdola arte di falsificare la storia” (Edizioni Rovello)

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Si stava celebrando in piazza del Duomo, strapiena di festanti, la vittoria di Pisapia alle amministrative, si succedevano sul palco politici, cantautori, attori, artisti, e uno dei nostri comedians più bravi mi stava  dicendo che andava a leggere il discorso di Pericle agli ateniesi, come elogio della democrazia.  lo gli avevo detto: “Stai attento, perché Pericle era un figlio di puttana“. Lui aveva preso il mio giudizio come una boutade, aveva riso, ed era salito. Dopo, quando era disceso, mi aveva detto: “Sai, mentre leggevo mi accorgevo che avevi ragione“. Pericle era un figlio di buona donna o, come avrebbero detto ai suoi tempi, per esprimersi in modo più gentile, figlio di una etera. Non più di tanti altri politici e, tanto per dire, Machiavelli lo avrebbe ampiamente giustificato, per carità. Ma il suo discorso agli ateniesi è un classico esempio di malafede. All’inizio della prima guerra del Peloponneso, Pericle fa il discorso in lode dei primi caduti. Usare i caduti a fini di propaganda politica è sempre cosa sospetta, e infatti sembra evidente che a Peri de i caduti importavano solo come pretesto: quello che egli voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo – e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. Oggi diremo che si trattava di un populismo Mediaset.

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Federico Sollazzo, Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Una recensione

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a cura di Giacomo Pezzano

Hannah Arendt (1928)

 Questo testo di Federico Sollazzo ha prima di tutto il pregio di essere chiaro e non cercare un linguaggio volutamente difficile da decifrare, spesso peraltro sintomo di mancanza di contenuti, ma anche quello di cercare di fornire una visione ampia che – il sottotitolo lo evidenzia da subito – mira a costruire un primo ponte «filosofico» (senza alcuna pretesa di definitività, ma non per questo senza pretese di stabilità – comunque provvisoria) tra morale, politica ed etica. Come nota con precisione Maria Teresa Pansera nella presentazione, l’Autore assume una prospettiva che è insieme «filosofica, ma anche storica, politica, sociale e psicologica» (p. 10), ma mi sento di dire di più, è una prospettiva anche se non soprattutto antropologica, anzi, che proprio perché umanistica in senso ampio può essere poi filosofica, storica, politica, sociale e psicologica. Infatti (anche ciò è ben colto da Pansera), il principale elemento propositivo avanzato nell’opera è una caratterizzazione della base umanistica dell’etica, rintracciata in un insieme di necessità e capacità psico-fisiche (biologiche ed emozionali, che per l’Autore non vanno in alcun modo confuse con quelle emotive) che identificano la natura umana (l’uomo in quanto uomo), ma che allo stesso tempo non possono realizzarsi se non tramite una pluralità di modi storicamente diversi e contingentemente situati (dando in ultima istanza vita a uno scenario multiculturale e multietnico). I diversi contributi dell’opera manifestano al contempo l’uno rispetto all’altro indipendenza e organicità, quasi come tasselli di un mosaico (è peraltro l’immagine presentata da Sollazzo stesso nella premessa: p. 13) che se colti insieme nelle loro reciproche relazioni e interconnessioni presentano un quadro sintetico unitario, ma che se esaminati isolatamente sono comunque in grado di restituire un’immagine autonoma e chiara. Presenterò qui brevemente questi tasselli, isolando per ognuno di essi quella che ritengo essere la tesi centrale espressa dall’Autore: i §§ 1-4 presenteranno in nuce la parte dell’opera intitolata «Filosofia morale», i §§ 5-12 quella intitolata «Filosofia politica» e i §§ 13-18 quella intitolata «Etica».

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Contro l’homo academicus. Il corpo vorace delle logiche accademiche

“Il capitale universitario si ottiene e si conserva attraverso l’occupazione di posizioni che permettono di dominare le altre posizioni e i loro occupanti; ad esempio, le istituzioni responsabili del controllo all’accesso al corpo, le giurie dei concorsi dell'”Ecole normale” e del dottorato, e il  Comitato consultivo delle università: questo potere sulle istanze di riproduzione del corpo universitario assicura ai suoi detentori un’autorità statuaria, una sorta di attributo di funzione che è molto più legato alla posizione gerarchica che a delle proprietà straordinarie dell’opera o della persona e che si esercita a rotazione rapida non solamente sul ​​pubblico degli studenti, ma anche sulla clientela dei candidati al dottorato, all’interno del quale si reclutano di regola gli assistenti e che è situata in una relazione di dipendenza diffusa e prolungata” (Jean-Pierre Bourdieu, Homo academicus)

L’università ha bisogno di studenti soltanto per il suo auto-sostentamento, come corpo, nella sua autoreferenzialità.

di Jacopo-Niccolò Bonato

 L’università come istituzione nasce in Europa attorno l’undicesimo ed il dodicesimo secolo. La più antica università europea è l’ateneo bolognese, fondato attorno al 1088. Lo scopo iniziale delle università era quello di rendere libero ed indipendente il sapere, disponibile per tutti coloro che avessero voluto e potuto studiare. Le università nacquero con l’intento di unire studenti e docenti in una istituzione e corporazione autonoma in grado di autoregolamentarsi, staccandosi dalla logica e dalla politica delle scuole monastiche e vescovili, troppo legate ad esigenze dogmatiche religiose. Spesso erano gli stessi studenti ad assumere e remunerare gli insegnanti ed eventualmente a cacciarli nel caso di incompetenza.

La situazione odierna è molto diversa. Si pensa che l’università sia composta da facoltà, consigli, assemblee, dalle figure istituzionali, cioè dai i suoi vari organi costitutivi. Proprio per quel che significa la parola “organo” in italiano, si pensa che l’università, come un corpo, sia fatta in senso stretto da organi. “Togli gli organi e toglierai quel corpo che è l’università!”. Nulla di più erroneo. La linfa dell’università sono i soli studenti, infatti, se si tolgono quelli la stessa università non avrà più alcuna funzione: le aule saranno deserte, i professori non insegneranno più nulla a nessuno, non avranno più studenti e di conseguenza non saranno nemmeno professori. Gli stessi “organi” non avrebbero più alcun senso, non funzionerebbero più: perché deliberare programmi didattici e quant’altro se non c’è più alcuno studente infatti? La metafora del corpo è essenzialmente sbagliata. L’assolutizzazione dell’organo, nella metafora della corporeità, svuota l’università, cioè la distrugge, anche laddove l’università fosse effettivamente un corpo composto di organi. Colmare l’università di organi, svuota e distrugge la stessa università come corpo. La metafora del corpo si dimostra così contro se stessa, contro la stessa corporeità. L’esaltazione della corporeità è contro la corporeità. Perché esaltare il corpo, se non per l’oscuro motivo che si cova qualcosa contro di esso? Modo di sublimazione e nascondimento. Il corpo distrugge il corpo.

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