Archivio Autore

La comunicazione politica: Vladimir Vladimirovič Putin

Dell’arma della retorica ci siamo già occupati in questo post (link). Inutile dirlo: gli italiani nel Novecento hanno fatto scuola. Goebbels e Hitler, ma anche Stalin, non sarebbero nulla senza la lezione di Benito Mussolini, il quale non andava a letto senza ripassarsi “Psicologia delle masse” del sociologo Gustave Le bon. Sull’invenzione della “propaganda” nel Ventennio italiano, e sulla fabbricazione del consenso, vi è in rete un ottimo documentario con preziosi filmati inediti dell‘Istituto Luce (link). Lui, Benito Mussolini, ha fabbricato un vero e proprio culto della sua persona che dura fin’ora, basti vedere le processioni di “nostalgici” (usando un eufemismo) che ancora si recano a Predappio, luogo della sua tomba. Il fascismo infatti, prima di qualsiasi altra analisi, è stato un fenomeno religioso, su questo basti consultare il prezioso studio di Emilio Gentile  “Il culto del Littorio“. Mussolini si è mostrato a foto, cinegiornali, giornali e radio (rigorosamente di regime) in tutte le salse, organizzando in maniera scientifica (cioè, nulla lasciando al caso) la propria immagine: pater familias, amante leggendario (circondato da mille amanti, capace di possederne 10 al giorno, ma pubblicamente fedele ad una sola), abile ed eterno sportivo, unico stratega, unico generale, musicista, ballerino, devoto (quanto basta, ma ancor più fedele alla patria), aviatore, motociclista, marinaio, agricoltore, operaio, e chi più ne ha più ne metta. Ogni aspetto della vita sociale e politica assumeva in lui un archetipo, un modello. Così, anche l’ antropologia era ben delimitata, con una netta distinzione di ruoli fra maschio e femmina: su questo punto, vedasi il bellissimo film, vero e proprio specchio dell’epoca (ma sicuri che sia tutto finito?), Una giornata particolare (link).

Nella seguente carrellata di immagini (che potrebbe essere molto più lunga, ci siamo limitati parecchio), è possibile notare quanto altri “abili dittatori” postmoderni (usando un altro eufemismo) si affidino ancora a tecniche comunicative già ampiamente sperimentate nel Ventennio fascista italiano. Purtroppo, continuiamo a fare scuola, non solo nella pseudodemocrazia russa, ma anche nelle democrazie occidentali, dove il leaderismo (benchè sfrutti simboli e immagini un po’ meno “archetipe” e guerriere di quelle sottostanti) è diventato la parola d’ordine degli spin-doctor del consenso.





Bertolt Brecht, Vita di Galileo. A cura di Elisa Scirocchi

 “Himmel abgeschafft!”  (Abolito il cielo!)

“[…] Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può essere tollerata nei ranghi della scienza […] ”.

Bertolt Brecht non ha certo bisogno di presentazioni. Eppure, se mai qualcuno fosse rimasto indietro, non potremmo che dirgli che egli è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo e regista teatrale. L’originalità dell’approccio con cui ha affrontato temi di carattere prevalentemente sociale, ci porta a considerarlo in modo indiscusso come uno degli autori più innovativi della drammaturgia contemporanea. Protagonista di una critica feroce nei confronti della realtà moderna nei suoi aspetti storici, Bertolt ha analizzato l’umano nelle sue debolezze, e in tutte le sue zone d’ombra. Brecht iniziò a interessarsi alla figura di Galilei in occasione del tre-centenario del processo, subito dal genio pisano, ad opera della Santa Inquisizione, ergo nell’anno 1933. Da quell’anno ha inizio la scrittura travagliata, sofferta, e ragionata di quest’opera: “Vita di Galileo”. La storia di questo testo segue, e accompagna le vicende personali dell’autore, e il contesto storico in cui esso viene scritto. Dopo diverse modifiche, traduzioni, e riedizioni giungiamo alla più celebre versione, ovvero l’edizione berlinese del 1955/56 (Quella che ho letto io, e che vi consiglio vivamente di leggere se non lo avete ancora fatto).Questo dramma è il canto dell’anti-eroe per eccellenza. L’autore non si pone come scopo quello di raccontare la vita del grande Galilei, ma, come si percepisce facilmente anche dal titolo, si prefigge di raccontare la vita di un uomo, dell’uomo Galileo, scienziato non troppo impavido, che ha paura di rivelare ciò che vede dall’altra parte del suo cannocchiale. Brecht ci offre un Galileo umano, preso dalle mille preoccupazioni del quotidiano, intento a gestire lezioni, guadagni, osservazioni astronomiche e calcoli matematici.
Leggi il resto di questo articolo »

Dennett, Sweet dreams. Illusioni filosofiche sulla coscienza

Recensione a cura di Stefano Comito

Sweet dreams. Illusioni filosofiche sulla coscienza
è un saggio di Daniel Dennett, più precisamente è una collezione di articoli pubblicati dal filosofo americano, in cui espone le sue convinzioni su uno dei problemi più attuali all’interno della filosofia e della neuroscienza, ossia lo studio della coscienza. Con questo saggio Dennett ha vinto nel 2005 il premio per le pubblicazioni nell’ambito delle scienze cognitive.

Nella prima parte del libro (cap1-4), Dennett disegna la svolta naturalistica nell’indagine sullo studio della coscienza; soprattutto nel primo capitolo, denuncia come buona parte della tradizione filosofica si comprometta aderendo a una metafisica vecchia di duecentocinquant’anni.

In seguito traccia il compito della scienza, ossia quello di indagare la coscienza tramite il metodo dell’eterofenomenologia, che consente di esaminare la coscienza da dati oggettivi. Di conseguenza, è negata la priorità di qualsiasi approccio in prima persona allo studio della mente umana; non c’è nulla che il metodo in prima persona possa dirci sulla coscienza e sugli altri fenomeni mentali che la scienza non possa scoprire. Dopo nega che esista uno spettacolo della coscienza che non possa essere spiegato da meccanismi cerebrali come fatto, all’inizio del secolo scorso, con il fenomeno del déjà-vu. Per ultimo, confuta la tesi dell’esistenza dei qualia, affrontando l’esperimento del change blindness: “i qualia sono la conseguenza di una teoria obsoleta, qualcosa che dovremmo tenere lontano dalla nostra esplorazione della coscienza”. 

Nella parte centrale del libro (cap. 5), Dennett gira le manopole di quella pompa d’intuizione che è l’esperimento mentale di Mary, tanto caro ai dualisti. Per il filosofo americano non c’è niente che si possa sapere oltre alla descrizione di una teoria naturalista. Al termine, il filosofo americano (cap. 6-7) svela la sua teoria della coscienza riconducendola al modello della “fama” o “celebrità celebrale”, evoluzione della teoria delle Molteplici Versioni, cioè un’alternativa alla teoria tradizionale del Teatro Cartesiano secondo cui tutte le nostre esperienze coscienti si riuniscono in un luogo del cervello per essere esaminate dal soggetto. Dennett si contrappone a chi sostiene che la coscienza sia qualcosa di mistico, come predicano i teologi o un’entità misteriosa come asseriscono i filosofi dualisti, da Nagel a McGinn. Questi ultimi pensano che la coscienza sfugga alle concezioni della scienza, la quale studia la realtà in maniera oggettiva e impersonale, e quindi difendono la tesi che la coscienza sia accessibile solo dal soggetto che fa esperienza dei propri stati mentali in prima persona. Per Dennett non è così, infatti, tutte le attività della nostra mente possono essere riprodotte da un’intelligenza meccanica, un computer, un robot; non c’è differenza tra l’elaborazione d’informazione di una macchina intelligente e l’elaborazione della mente umana. I computer sono artefatti che si avvicinano all’uomo: “ i computer riescono a controllare processi in grado di eseguire compiti che richiedono inferenza, memoria, giudizio, anticipazione; sono generatori di nuove conoscenze, scopritori di strutture, in poesia, in astronomia […] che in precedenza solo gli esseri umani potevano sperare di individuare. La semplice esistenza dei computer ha offerto una prova d’innegabile forza: vi sono meccanismi […] che possiedono molte delle competenze assegnate solo alle menti”.  

La teoria che uscirà vincitrice dallo studio sulla coscienza è il funzionalismo, il quale ha già ottenuto successi in altri settori della ricerca scientifica. Così come per calcolare la legge di gravità non è importante conoscere la composizione chimica dei pianeti, per studiare la percezione non è importante sapere il colore degli occhi, allo stesso modo per studiare la mente non è importante il sostrato fisico, l’hardware che implementa il software. Il sostrato materiale può essere composto di transistor, fili elettrici, chip in silicio, ciò che più conta è la computazione indipendentemente dalla materia cerebrale. Così Dennett sostiene un funzionalismo minimalista: “Il funzionalismo è l’idea che il bello è bello in quanto fa bene quello che deve fare […] poiché la scienza è alla ricerca continua di semplificazioni […] il funzionalismo ha un’inclinazione verso il minimalismo, ovvero, che le cose che contano siano meno di quanto si sarebbe potuto pensare”.

Quelli che insistono sul fatto che la coscienza è, in ultima analisi, misteriosa, sono abituati a rimanere sconcertati di fronte all’inesplicabilità degli effetti a noi noti come fenomenologia della coscienza. Il senso comune assegna alla coscienza un velo di mistero e di magia, ma la filosofia di Dennett squarcia il velo; per vedere cos’è realmente lo spettacolo del vivere cosciente, bisogna andare nel retroscena e svelare che quello che sembra uno spettacolo di magia è, appunto, un’illusione come ogni gioco di prestigio che si rispetti. Una volta che saremo in grado di comprendere e riconoscere i modi non misteriosi con cui il cervello lavora, potremo immaginare di costruire una teoria della coscienza senza postulare entità ineffabili. La domanda difficile, l’hard problem, come l’ha definito Chalmers, cioè: “Che cos’è la coscienza?” non ha senso di essere posta, perché non esiste nel nostro cervello un Teatro Cartesiano in cui sono rappresentate tutte le nostre esperienze coscienti, un Sé, un Io, un Re che decide che cosa debba diventare cosciente e cosa invece non ha il diritto di esserlo; al contrario, il cervello è composto di eventi veicolo di contenuto che in maniera anarchica si arrogano il diritto di essere “cerebralmente popolari”, che acquisiscono una certa “fama”. Se la coscienza è l’imperatore e ciò che la costituisce è la sua veste, allora, come dice Voorhees: “ Per Dennett non è l’imperatore senza vestiti, sono i vestiti, piuttosto, che sono senza imperatore”.

Il dialogo finale immaginario tra Psi (psicologia) e Fil (filosofia) ci porta direttamente nella terra dei misteri, la patria dei qualia. I qualia sono le nostre sensazioni soggettive, le nostre esperienze fenomeniche, quello che sperimentiamo in prima persona. I qualia, sostiene Sellars, sono ciò che “rende la nostra vita degna di essere vissuta”. Ad esempio, se ricerco la gioia, lo faccio per quell’intrinseca sensazione soggettiva che mi reca il suo raggiungimento, una sensazione privata e incomunicabile a parole. Ma non esistono i qualia, essi sono il dolce sogno dei filosofi che pensano ancora che esistano proprietà sganciate dalle attività del cervello, che sfuggono alle sue cause ed effetti. In realtà esistono solo proprietà funzionali e relazionali, che possono essere progettate nei sistemi di elaborazione dell’informazione. Per Dennett l’inesistenza dei qualia è un punto non negoziabile all’interno di qualsiasi teoria della coscienza, alla stessa stregua dell’elan vital e della teoria del vitalismo nel momento in cui la scienza ha scoperto, che non solo ne poteva fare a meno ma anche che non esisteva.

Siamo arrivati a un bivio nella ricerca sulla coscienza? Da una parte la coscienza ineffabile e misteriosa e dall’altra la deriva eliminativista ma illuministica di Dennett? Per Dennett una buona teoria della coscienza non tiene conto del Sé, della Volontà Cosciente, dei qualia, e in ultima analisi, della nostra profonda convinzione di essere coscienti. Alla scienza che verrà l’ardua risposta, forse oggi è troppo tardi per la filosofia, aggrappata ancora ai suoi dolci sogni, ma ancora troppo presto per la psicologia.

Stefano Comito

Amos Oz, Contro il fanatismo. A cura di Elisa Scirocchi

Mentre il gelato si scioglie

Siamo nel Gennaio 2002. Immaginiamo di essere studenti dell’Università di Tubinga e di avere l’onore di ascoltare le tre lezioni che Amoz Oz è stato invitato a tenere per noi.

Quest’oggi sono qui per parlarvi della mia attività. Operazione incestuosa da parte di un autore, questo disquisire del proprio scrivere. […] Vi racconterò alcune storie su come sono diventato scrittore, su come scrivo e come cancello, e vi esporrò alcune delle mie frustrazioni e altrettanti momenti di gioia.”

Nonostante gli sforzi d’immaginazione, io non ero lì tra gli studenti di Tubinga, non ho potuto godere di quelle lezioni, ma solo della loro raccolta nel testo “Contro il fanatismo”, pubblicato due anni dopo quell’incontro in Germania. In questo libello (che definisco così solo per la brevità che lo caratterizza) lo scrittore Amos Oz ci regala un’analisi ironica, e apparentemente naïf , di una realtà, invece, tanto controversa e sofferente. Lo stile asciutto della narrazione, nasconde in modo straordinario dentro di sé tutte le lacrime che sgorgano da quella terra oramai da millenni.
Leggi il resto di questo articolo »

Bataille, Il problema dello Stato e altri scritti politici. Una recensione

 di Elia Verzegnassi

Gli anni turbolenti tra lo scoppio della Grande Guerra e la fine del secondo conflitto mondiale non frenarono le ricerche di George Bataille sul rapporto tra potere e sacro né, d’altra parte, queste riuscirono a trascinarlo lontano dagli rivolgimenti politici e sociali. I numerosi articoli e frammenti raccolti in Georges Bataille, Il problema dello Stato e altri scritti politici (Casa di Marrani, Brescia 2013), datati anni ’30 del Novecento, rispondono a questioni e angosce pressanti, talmente urgenti da non poter essere respinte e accantonate, e così profonde da rimanere tutt’ora attuali. La guerra, nella sua dimensione totale, invase «lo spazio della società civile»1, mutandone profondamente ogni aspetto. Scandagliare gli anni tra il 1914 e il 1945 servendosi della nozione di guerra civile permette di scorgere, al di sotto del conflitto che contrappose gli Stati – pensati nella loro compattezza, come dense masse che convergono nell’urto –, i diversi conflitti che sconvolsero internamente le singole nazioni. Se per Bataille lo Stato è innanzitutto un dispositivo di coesione e aggregazione, capace di ordinare e riassorbire la lotta intestina che agita ogni intero, esso è anche, necessariamente, il limite di ogni spinta rivoluzionaria. La lotta di classe, concepita come vortice disgregante che frammenta la società omogenea borghese e rompe l’equilibrio agonistico proprio dei regimi liberali, non potrà che evidenziare il problema costituito dallo Stato in quanto tale. C’è, infatti, una conclusione ricorrente ogniqualvolta le tensioni si fanno troppo acute ed evadono i confini prestabiliti: è il ritorno dell’unità, dello Stato, come testimoniarono all’epoca tanto lo stalinismo, quanto il fascismo in Italia e Germania. La preoccupazione è viva in Bataille: «Il termine delle lacerazioni provocate dal capitalismo e dalla lotta di classe, il termine del movimento operaio, non sarà, semplicemente, questa società fascista – radicalmente irrazionale, religiosa – in cui l’uomo non vive che per e non pensa che mediante il Duce?»2.
Leggi il resto di questo articolo »

Carlo Michelstaedter, la purezza del cuore

a cura di Gabriella Putignano

Voglio oggi ricordare, a 103 anni dalla tragica scomparsa, un astro della filosofia, un giovane  goriziano che prese di petto l’insulso lerciume della società e gridò strenuamente: “Verità! Verità!”.

Questa è la storia di Carlo Michelstaedter (1887-1910) e dei suoi ventitré anni di appassionato e sconcertante pensiero, è la lucida presa d’atto di un’intransigente alternativa esistenziale: la Persuasione o la Rettorica, tertium non datur. Ed è con un testo rovente, la sua antiaccademica tesi di laurea – intitolata per l’appunto “La persuasione e la rettorica” (1910) – che il Nostro ci inchioda a venir ai ferri corti con noi stessi, ci scaraventa addosso l’urgenza teoretica di radicali domande e ci desta dal grigiore parassitario della quotidianità.

Chi lo legge per la prima volta verrà attraversato da una sensazione singolare: gli sembrerà di aver vissuto una palingenesi, di colpo gli apparirà l’amaro senso di una vita-che-non-è-vita e dentro di sé, indelebile ed indistruttibile, recherà il marchio di un atto d’accusa, un’accusa ‘cosmico-storica’.

Il pensiero di Carlo Michelstaedter può, infatti, essere letto esattamente come un lamento ontologico ed una tagliente e sferzante dissidenza etica. È anzitutto la denuncia di una malattia che infetta radicitus l’esistenza, un morbo irrazionale che converte l’ontologia in oncologia e segna il trionfo della maledizione del Divenire. Questo mondo è invero il regno del trapasso, della dissipazione, della fluttuazione ansiosa, inarrestabile, irrequieta; è il regno in cui ha la meglio la felicità del caradrio di platonica memoria e l’affannoso trasmutare.

Così il tempo che si vive è uno stolto ‘aspettarsi obliante-inseguente’, un eterno e vile “dopo farò…”, un bearsi adulatorio nel filo della continuazione tessuto dalla philopsichìa. L’ “adesso” è bruciato nell’ “intanto”, in una selvaggia e stordente temporalità,  una temporalità  che – vissuta in questi termini – può soltanto essere quantitativa, fatta di istanti intercambiabili e seriali.

Ecco, dunque, che l’accusa metafisica trapassa in contestazione etica, in rivolta contro un me stesso che cambia continuamente status, pelle, ruolo, ma non la sua alienazione, non la sua dormiente sopravvivenza.

Per viltà, per adattamento, per meschina sicurezza, si decide di rinunciare a vivere un tempo desituante e si mortifica la propria singolarità sotto la docile ginnastica dell’obbedienza, si diventa una rotella nell’ingranaggio, meri recettori di ordini da eseguire. Emerge da qui l’immagine di una società che assomiglia tanto – per dirla alla Max Weber – ad una gabbia di specialisti senza intelligenza e gaudenti senza cuore; una ‘comunella dei malvagi’[1] che stupra qualunque idea normativa/teleologica/trasformativa ed eleva a valori disvalori quali il barbaro egoismo, l’accecante competizione, la velenosa slealtà.

La persuasione è allora un netto détournement contro questo stato di minore età rappresentato dalla rettorica.  È in primo luogo ardente rivendicazione del tempo vissuto e cairologico di contro al carattere reazionario tanto del passato, quanto del futuro. Bisogna pertanto esigere di vivere una poetica del presente capace di farci esperire, nell’hic et nunc, il brivido cristiano della novitas, la Jetztzeit che è come un pirandelliano strappo nel cielo di carta, un immenso e mistico Nunc stans. Chi vuole vivere così è colui che ha finito di girarsi nella schiavitù di ciò che non conosce, ha rifiutato ‘l’offa di parole vuote’[2] ed ha detto di sì a se stesso.

Per questi motivi, a 103 anni di distanza, mi piace ricordare Carlo, un giovane che scriveva solo per i giovani[3] e che, con estremo rigore teoretico, ha rivelato come la nostra dignità risieda in una vita nella verità e nella purezza del cuore. Perché se c’è qualcosa che non potrà mai essere perdonato – ribadisce il Nostro – sulla stregua del “suo” Vangelo e del “suo” Ibsen, è il rettorico peccato del cuore.

 


[1]‘ Comunella dei malvagi’ è la traduzione della michelstaedteriana  koinonìa kakòn.

[2] Cfr., C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, p. 129, Adelphi, Milano 2007.

[3] Nel Dialogo della salute afferma di scrivere soltanto per quei giovani che non hanno venduto se stessi per il dio della carriera e della convenienza.

La figlia di Carrie Buck, di Stephen Jay Gould

Prima di essere una toccante storia umana, questo brano è un giallo. Un giallo storico risolto solo recentemente grazie ad indagini in vecchi archivi. E’ la storia di Carrie Buck, la prima donna statunitense (la prima di una lunga serie) a cui venne praticata, in maniera ufficiale, una sterilizzazione eugenetica coatta da parte del proprio governo. E’ una storia, a livello di gender, principalmente di donne, ma più genericamente di poveri, di classismo, di razzismo ed eugenetica, di darwinismo sociale, ambientata negli USA, prima ancora che la Germania nazista applicasse e sviluppasse in maniera orrendamente originale questi protocolli medici che provenivano (anche) da oltre oceano, e che non termineranno certo con la fine della Germania hitleriana. Una storia che parla anche di scienza, quell’impresa e quel fenomeno sociale che spesso legittima ideologicamente se stesso presentandosi col camice bianco: asettico, apolitico ed imparziale. Questa storia, e non poteva essere altrimenti,  è narrata da un grande scienziato: il divulgatore, paleontologo, naturalista e darwinista Stephen Jay Gould. Per gentile concessione della casa editrice Feltrinelli, presentiamo il piccolo saggio di Gould intitolato “La figlia di Carrie Buck”, apparso in italiano nella bellissima raccolta (link) “Il sorriso del fenicottero”, Feltrinelli (1987). La traduzione del piccolo saggio è di Lucia Maldacea.

— — —

Leggi il resto di questo articolo »

Frans de Waal, Primati e Filosofi: evoluzione e moralità

 

uno dei libri più venduti dell'autore

Chi è Frans de Waal? Qui il suo canale facebook, continuamente aggiornato sulle sue osservazioni  in “pillole”, naturalmente secondo quello strano linguaggio rapido, visivo e immediato che veicola la rete. In due parole, de Waal è un eminente primatologo che ha dato un’ importante svolta a questi studi, con tutte le conseguenze del caso. Non esiste migliore introduzione dei suoi  lavori di questo video (sub. Ita), dove soprattutto i filosofi troveranno pane per i loro denti. Nella parte finale del video, de Waal afferma, riferendosi implicitamente a quella distinzione sempre viva (o ancora viva) tra “moderni” e “postmoderni”: […] questo studio divenne molto famoso, ricevemmo molti commenti, soprattutto da antropologi, economisti e filosofi. I filosofi non lo apprezzarono per niente. Perché credo si fossero convinti che l’imparzialità fosse un argomento complesso e che gli animali non potessero concepirla. Un filosofo arrivò a scriverci che era impossibile che le scimmie avessero il senso dell’imparzialità perché l’imparzialità era stata inventata con la Rivoluzione Francese. Un altro scrisse un intero capitolo dicendo che avrebbe accettato che si trattasse di imparzialità se la scimmia che aveva ricevuto l’uva l’avesse rifiutata. La cosa buffa è che Sarah Brosnan, che ha condotto l’esperimento con gli Scimpanzè, aveva un paio di combinazioni con gli Scinpanzé in cui, quello che riceveva l’uva, la rifiutava, fino a quando anche il partner riceveva dell’uva”. Lascio i commenti ai lettori; dico solo che de Waal non ha assolutamente abbandonato il concetto di “natura”, anzi, vi si è gettato completamente alla sua ricerca. Comunque la si pensi su de Waal, è difficile negare l’importanza del suo lavoro, che si estende per più di tre decenni, tra cui gli ultimi 18 anni presso il National Primate Research Center della università di Emory. Il lavoro di de Waal ha contribuito a un cambiamento sostanziale nel modo di pensare scientifico e popolare sul comportamento sociale degli animali, non solo dei primati. In particolare, la ricerca di de Waal sulla risoluzione dei conflitti dei primati e sul loro comportamento sociale ha screditato l’ipotesi che i primati siano  individualisti e aggressivi. Il suo lavoro ha dimostrato scientificamente che non solo molti primati mostrano veramente l’opposto di quanto teorizzato solo pochi anni fa dalla comunità scientifica, ma anche che il loro complesso comportamento sociale è come radicato nella loro natura, come lo è ogni istinto di autoconservazione. I primati si comportano socialmente  non a dispetto delle loro disposizioni biologiche, ma piuttosto seguendo una loro profonda disposizione naturale. Parlando secondo i canoni della più classica filosofia continentale, si potrebbe dire che de Waal abbia dimostrato la “buona natura” dei nostri più vicini compagni di evoluzione. Nel libro qui recensito, de Waal ha provato il grande salto che un po’ tutti i primatologi sono spesso propensi a fare, quello verso l’uomo, nel cercare di capire laicamente le basi della moralità umana, i “mattoni” che ne costituiscono le fondamenta. Ma se per l’autore la scienza fonda abbondantemente la comprensione della moralità umana,  de Waal appare scettico verso coloro che vorrebbero che la scienza determini i valori umani, o verso coloro che con un approccio militante (si riferisce ai “new atheists”) finiscono per sostituire un comportamento dogmatico con un altro.

Leggi il resto di questo articolo »

Jean Paul Sartre, Orfeo Negro. A cura di Elisa Scirocchi

“La libertà è del color della notte”

Un fotogramma del film "Black Orpheus" (1959) del regista Marcel Camus

1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
2. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale Paese o territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.
(Articolo n°2, Dichiarazione universale dei diritti umani)

Se ci si addentra nel mondo dei miti lontani, dedicati alla creazione dell’uomo, si potrà notare come tra le differenti culture ci siano dei punti comuni. Che sia fatto di fango con l’aggiunta della saliva del dio creatore, o di un semplice impasto di farina e acqua, la tradizione vuole che l’uomo sia stato impastato e plasmato dalle mani stesse del dio e poi cotto, o sotto il sole cocente, o all’interno di un forno. Sprovvisto però di timer il Dio/Demiurgo/Creatore/Apprendista cuoco fu costretto a cuocere più volte la sua creatura ricavando ogni volta un risultato differente. Poco cotto, quasi bruciato, o di media cottura. Interessante è notare come ognuna delle etnie personalizzi il mito considerando come perfettamente riuscita solo la cottura dell’uomo cui appartiene. L’uomo, dunque, appare da sempre artefice di una palese e dichiarata forma di apologia del proprio colore della pelle. In passato, e inspiegabilmente ancora oggi, proprio quel diverso colore di pelle ci ha reso dimentichi di appartenere allo stesso grande insieme, l’umanità, e di essere uomini di diversi colori, idiomi, culture, e tradizioni, ma pur sempre uomini allo stesso modo (finito) di essere al mondo.

 Nel 1948, anno in cui fu firmata a Parigi la Dichiarazione universale dei diritti umani, Jean Paul Sartre pubblica un interessante testo dal titolo “Che cos’è la letteratura?” all’interno del quale inserisce un capitolo, quasi a sé stante, intitolato “Orfeo Negro”. Queste pagine sono state scritte e pensate come prefazione a una raccolta di poesie africane, scritte da poeti come Aimé Cesaire e Léopold Sédar Senghor. Come in ogni poesia il messaggio trapassa le parole in modo rapido e violento e raggiunge l’anima di chi ascolta, e il significato si trasmette direttamente per via emotiva dall’autore al lettore, così la voce dell’uomo nero passa attraverso la sua poesia che rappresenta quella forza immediata in grado di rivoluzionare il senso delle parole, l’immagine stessa del mondo.

Leggi il resto di questo articolo »

Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, una recensione

Pitture rupestri nella Cueva de las Manos, Argentina

L’antropologo André Leroi-Gourhan, nel suo studio intitolato “Il gesto e la parola” (Vol. I, ed. originale 1964), affronta la complessa e delicata tematica dell’ominizzazione e dei suoi legami con la tecnica e con il linguaggio, argomento sviluppato e trattato per interessantissimi e stimolanti quindici capitoli. Il suo studio è diventato col passare del tempo un classico irrinunciabile dell’antropologia, da cui sono partiti nuovi studi e nuove tendenze scientifiche che tutt’ora sono dominanti e hanno svecchiato discipline quali la linguistica, la sociologia e l’antropologia fisica e culturale, la paleoantropologia. Indubbie le ripercussioni sull’attuale dibattito dell’antropologia filosofica. Per affrontare e introdurre il tema dell’opera, è opportuno citare una straordinaria intuizione di Gregorio di Nissa [1], ripresa per l’appunto dal nostro autore:

 Così, grazie a questa organizzazione, la mente, come un musico, produce in noi il linguaggio e noi diventiamo capaci di parlare. Non avremmo certo mai goduto di questo privilegio, se le nostre labbra avessero dovuto assolvere, per i bisogni del corpo, il compito pesante e faticoso del nutrimento. Ma le mani si sono assunte questo compito e hanno lasciata libera la bocca perché provvedesse alla parola.

Parola chiave dei primi capitoli dell’opera di Gourhan è il termine “liberazione”. L’autore confuta dapprincipio la credenza nell’antenato mitico scimmiesco e riconduce il progenitore umano ad un “arcantropo” la cui prerogativa principale è la statura eretta. Tale caratteristica “libera” per l’appunto gli arti anteriori, nella fattispecie le mani, che diventano il principale strumento di ibridazione tecnica umana. Inoltre: l’autore critica la convinzione della paleoantropologia classica, anteriore agli anni cinquanta, secondo la quale la causa primaria dell’ominizzazione sia il volume cranico. Gourhan mostra invece che è la stazione eretta a modificare, mediante un complicato legame fisiologico e funzionale con la faccia (sbarramento frontale, mandibola e mascella) e con l’arto inferiore, il volume cranico. E’ dunque questo complesso a condizionare il volume cranico, e non il contrario. Le condizioni dell’uomo nella statura verticale provocano conseguenze di sviluppo neuropsichico che fanno dello sviluppo del cervello umano qualcosa di diverso dall’aumento del volume. Il rapporto tra viso e mano (visto dall’autore nella sua graduale trasformazione dalla forma di pinna) continua a rimanere stretto: utensile per la mano e linguaggio per la faccia sono i due poli di uno stesso dispositivo evolutivo. La tecnica, da un certo punto di vista, si è incarnata nella nostra ereditarietà genetica.

Leggi il resto di questo articolo »

Da Gezi Park ad Ankara: diario di una protesta

Ankara, moschea di Kocatepe: rondini ed elicotteri

 

Questo articolo è appena stato scritto da una nostra collega in Turchia, che ha scelto di rimanere anonima. A. è da almeno dieci anni in viaggio fra i paesi di cultura islamica mediorientali sia per studio che per lavoro. Nel suo attuale contratto di lavoro, A. ha perfino dovuto firmare che non parteciperà a manifestazioni e che non scriverà niente contro il Governo turco, pena l’espulsione. Sembra che le proteste continueranno, A. ci terrà aggiornati su quello che succede. La foto allegata, altamente eloquente, è stata scattata da A.
— — —

Tutto ha avuto inizio il 28 maggio a Gezi Park, nei pressi di piazza Taksim nella parte europea di Istanbul. Circa 50 ambientalisti si erano accampati nel parco per opporsi all’abbattimento di 600 alberi per dar luogo alla costruzione di un centro commerciale e il restauro di una antica caserma ottomana. Il sit-in pacifico degli ambientalisti ha dato luogo a manifestazioni anti-governative in seguito al brutale intervento della polizia per sgomberare il parco e dare il via ai lavori. Nelle giornate successive sempre più manifestanti sono scesi in piazza Taksim, piazza simbolo della Turchia moderna e laica, sede del Monumento alla Repubblica. La polizia ha risposto con un uso spropositato di lacrimogeni, cannoni ad acqua e sostanze urticanti. Il Premier Erdoğan aveva dichiarato che non avrebbe fatto marcia indietro. A sostenere i manifestanti sono scesi in piazza Süreyya Önder, deputato del partito filocurdo BDP, rimasto ferito dal lancio dei lacrimogeni, e membri del CHP, principale partito di opposizione.

Sabato 1 giugno le proteste si sono diffuse anche nella capitale Ankara. Spesso ho assistito ad Ankara a manifestazioni in cui contro un numero esiguo di manifestanti interveniva un numero esagerato di poliziotti. Da subito era evidente che non mi trovavo davanti ad una manifestazione ordinaria. La polizia ha fatto abbondante uso di gas al peperoncino e lacrimogeni. In centro l’aria era irrespirabile, gli occhi lacrimavano e bruciavano. Alcuni manifestanti indossavano mascherine, altri cercavano di proteggersi con sciarpe. Quello che mi ha colpito durante le proteste è stato il forte senso di solidarietà. Alcuni alberghi offrivano rifugio alla gente, c’erano camerieri che distribuivano fette di limone per alleviare il bruciore dovuto al gas. Tra i manifestanti c’erano studenti degli ultimi anni di medicina, medici, pronti a prestare assistenza in caso di bisogno. Nel tardo pomeriggio in piazza c’erano solo i manifestanti, gli scontri con la polizia sono proseguiti in tarda serata.

La sera in diversi quartieri della città la gente si è riversata in strada, armata di pentole e cucchiai, sventolando la bandiera turca, innalzando cartelli del fondatore della patria Atatürk, gridando: “Tayip istifa“, “Tayip, dimettiti”. Gli automobilisti, i dolmuş, i taxi, suonavano i clacson. Le proteste sono proseguite anche domenica 2 giugno. Lo scenario era lo stesso: scontri in piazza Kızılay – che ormai ironicamente chiamano piazza Gazılay – e la sera per la strada il concerto delle pentole.

Lunedì 3 giugno la mattina il centro di Ankara era silenzioso, poco animato, insolito. Per strada si potevano vedere i vetri infranti dei cartelli pubblicitari, delle transenne e delle fermate degli autobus. Passeggiando per il centro della città si possono vedere crepe sulle vetrate di alcune banche , sportelli bancomat e le vetrine di alcuni negozi . Le proteste sono riprese verso il tardo pomeriggio, quando la gente usciva dal lavoro. La sera la gente si riversava per le starde dando il via all’ormai consueto concerto delle pentole e dei clacson.

Mercoledì 5 giugno è stato convocato uno sciopero da parte dei sindacati KESK e DISK . I manifestanti hanno cominciato a radunarsi in tarda mattinata. Piazza KIzIlay era un trionfo di colori, di bandiere, di slogan. Lo manifestazione si è svolta per buona parte della giornata in maniera pacifica. In piazza KizIlay c’era un clima di festa. I manifestanti cantavano e ballavano. Tra la folla non mancavano i venditori ambulanti di mascherine e occhialini per proteggersi dal gas. C’erano anche banctahetti di generi alimentari. Tra i manifestanti c’erano giovani, adulti, anziani cresciuti seguendo il modello del laicismo proposto da Atatürk. I manifestanti rappresentano la parte della popolazione turca che si oppone alle sempre maggiori restrizioni di quello che molti ironicamente e dispregiativamente chiamano il “Sultano”.

Uno dei provvedimenti approvati dal Parlamento di Ankara impone il divieto della vendita di alcolici nei negozi dopo le 10 di sera. Per sfidare le restrizioni imposte dal “”Sultano” non mancavano venditori di birra. Il clima di festa è stato interroto alle 18 dall’intervento della polizia. Il premier intanto si trovava in viaggio attraverso i paesi arabi. Secondo fonti turche il “Sultano” non sarebbe stato ricevuto dal re del Marocco. Al suo ritorno in Turchia migliaia di sostenitori lo hanno accolto in aereoporto. Le manifestazioni sono proseguite il fine settimana. Se ad Istanbul in piazza Taksim si respirava un clima di festa e a tratti la piazza sembrava quasi un’attrazione turistica, ad Ankara gli scontri tra polizia e manifestanti sono stati violenti. Il Sultano aveva dichiarato che la pazienza ha un limite e quel limite è stato oltrepassato. Mentre ieri sera a KIzIlay c’erano solo pochi manifestanti contro un esercito di poliziotti, Istanbul è tornata ad essere la protagonista delle proteste. La polizia è tornata a caricare i manifestanti. Piazza Taksim la notte scorsa è stata teatro di scontri violenti tra polizia e manifestanti che si sono conclusi con lo sgombero della piazza. Oggi il quartiere simbolo della Turchia moderna e laica sembra tornato alla normalità. Anche a KIzIlay la vita sembra essere tornata alla normalità. Poche persone si sono riversate in strada con pentole e cucchiai.

Quello che è successo in Turchia negli ultimi giorni non è paragonabile alla Primavera Araba. Le proteste erano circoscritte in alcune zone delle principali città turche, bastava allontanarsi dal centro e la vita procedeva normalmente, come se nulla stesse accadendo. C’erano persone sedute al bar a bere il te, ragazze intente a fare shopping, gente che normalmente lavorava. La TV turca mostrava documentari, mentre tv private- vicine all’opposizione- mostravano le proteste e per questo sono state multate. Il popolo sceso in piazza rivendicava libertà e democrazia, quella vera, non la democrazia che il premier turco ha spesso paragonato a un treno dal quale prima o poi si scende.

La fallacia del gambler

Il leggendario Joe Di Maggio

 L’esempio classico è il lancio della moneta. Esempio: dopo aver ottenuto testa per diverse volte, diciamo, per cinque volte consecutive, la nostra tendenza è quella di prevedere un aumento della probabilità che il prossimo lancio sarà croce. In realtà però, le probabilità sono ancora 50/50.

Il brano seguente è tratto da “La straordinaria serie positiva di Joe di Maggio“, di Stephen Jay Gould, in “Risplendi grande lucciola

“La probabilità pervade l’universo, e in questo senso il vecchio detto del baseball che imita la vita reale ha la sua validità. Le statistiche delle serie positive e negative, intese in modo appropriato, ci insegnano una lezione importante sull’epistemologia, e sulla vita in generale. La storia di una specie vivente, o di qualsiasi fenomeno naturale che richieda una continuità ininterrotta in un mondo dominato da eventi casuali, funziona come una sequenza positiva di battute. In ogni caso vale il modello di un giocatore d’azzardo che gioca disponendo di una somma limitata contro un banco dalle risorse infinite. Alla fine il giocatore ci lascerà inevitabilmente le penne. Il suo unico obiettivo può essere quello di restare in gioco il più a lungo possibile, di prendersi qualche soddisfazione finché c’è […] Vediamo regolarità, poiché abbiamo bisogno di risposte confortanti. Vediamo regolarità perché esistono sicuramente, persino in un mondo puramente casuale. Il nostro errore risiede non nella percezione di una struttura ma nel fatto di attribuire automaticamente un significato a una struttura da noi percepita, specialmente quanto il significato può apportarci conforto, o dissolvere la confusione.

Il mio collega Ed Purcell, premio Nobel per la fisica, che però ai fini del tema che sto trattando è un altro tifoso del baseball, ha fatto un ampio studio di tutta la documentazione delle serie positive e negative del baseball. La sua sicura conclusione può essere riassunta in modo semplice e rapido. Nel baseball non è mai accaduto nulla al di sopra e al di sotto della frequenza predetta dei modelli di lancio di monete. Le serie più lunghe negative o positive, o più corte, sono lunghe quanto dovrebbero esserlo. […] Le regola di Purcell ha una sola eccezione importante, una sequenza lontana di un così gran numero di deviazioni standard dalla distribuzione attesa che non avrebbe mai dovuto verificarsi: la serie di 56 partite di Joe Di Maggio nel 1941. La serie di Joe Di Maggio è la cosa più straordinaria che sia mai accaduta negli sport americani. Di Maggio siede sulle spalle della mitologia e della scienza”.