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Bari. La Bridgestone rischia la chiusura.
Bari. La Bridgestone rischia la chiusura. La zona industriale potrebbe impoverirsi di un’altra Azienda (l’ennesima, purtroppo) mettendo in mobilità molte centinaia di lavoratori. Saranno molte centinaia di lavoratori costretti a migrare (in Italia o all’Estero) per provare a ricollocarsi. Altre centinaia di professionalità e di know how operaio potrebbero abbandonare questa Terra che sembra diventare sempre più un confine. Un confino. Un margine. Il dramma, però, è sociale. Quando chiude un’Azienda la perdita è diffusa. Coinvolge orizzontalmente e verticalmente Comunità e Territorio. Sottrae competenze, intelligenza collettiva, Reddito, consumi, Presente e Futuro. Tocca la tenuta delle famiglie. Ogni Vita è un Paradiso ed una Risorsa per questa Terra. Ogni Singolarità è una potenza che costituisce Comunità, tesse relazioni comunitarie e genera Emancipazione comune.
Ipotizzando scenari post-elettorali. Il Governo “scialuppa”.

Si è già detto molto sul prossimo voto. Troppo. Forse troppo poco. Quello che rimarrà, comunque vada, sarà una barchetta “tecnica” di salvataggio su cui saliranno solo poche persone mentre tutte le altre saranno condannate a colare a picco, nel sonno, su una nave colabrodo. In un mare neanche in tempesta. Senza bande ad annunciare la tragedia. Silenziosamente. Senza clamore.
Berlusconi, Monti, Bersani e Grillo. Quattro macchine da guerra. Più o meno gioiose. Quattro generali al comando di quattro eserciti in continuo contatto. Impeto e tempesta sui palchi, negli spettacoli televisivi, dentro la “rete”. Confondere e comprare. Confondere e comprare. Confondere e comprare. Perchè i confini della politica sono così sconfinati che anche le verità si dimezzano in un brodo primordiale di vanità, ilarità statisticamente programmata, apparenze di serietà e rigore. Cosa rimarrà di questa lunga marcia? Il Parlamento. Solo il Parlamento. Il Parlamento del 26 febbraio sarà il vero centro di una grande ricomposizione istituzionale che sembrerà cambiare tutto per non cambiare nulla. Saranno pezzi in movimento a seconda degli interessi della “governabilità”. Sarà un Governo dei sopravvissuti. Niente di più e niente di meno. Berlusconi, Monti, Bersani e Grillo. Quattro generali in attesa del risultato. Quattro pattuglie parlamentari. Quattro quantità sulla bilancia del Parlamento. La nuova Costituzione sarà un libro di algebra. Quattro flussi che si incroceranno per dare vita al nuovo Governo. Non sarà il Governo degli uomini e delle donne. Non sarà il Governo degli Esseri viventi che ogni giorno devono fare i conti con la propria quotidianità. Sarà il Governo dell’equilibrio. Sarà il Governo della Tecnica. Sarà il Governo del Comando. Il Governo della paura di non riuscire a governare. Le nostre Vite continueranno ad essere le nostre Vite. Niente di più. Niente di meglio. Sempre peggio.
L’unica novità sarà la quantità parlamentare che Grillo porterà in dote alla governabilità. Sarà la dote di un movimento che è cresciuto costantemente. Allontanandosi e riavvicinando. Tessendo le contraddizioni di un popolo in libera uscita. Grillo ha generato appartenenza. Ha creato una forma di liberazione. Un metodo. Il VaffaPensiero. Ha strutturato questo VaffaPensiero in qualche regola precisa. Un po’ come si fa con i segnali stradali. E’ stato studiato, analizzato, paragonato. Ha fatto spendere fiumi di parole a giornalisti ed opinionisti di vario genere, razza ed età. Tutto inutile. La dote di Grillo sarà una pattuglia costantemente corteggiata da destra e da sinistra. Sarà il trasformismo fatto a sistema. Perchè non c’è destra e sinistra, ci sono solo loro. L’oro. Eppure, per quanto si possa pensare come “nuovo”, Grillo è un’anomalia sistemica che storicamente il nostro ventre ripropone. E’ la prova che abbiamo un rimosso con cui fare i conti. Un rimosso che si presenta puntualmente in forma diversa. E’ una necessità di odiare. Di creare un nemico su cui riversare la propria disperazione. Un capro.
Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Le istituzioni andrebbero attraversate per trasformarle. Come il fattore che attraversa la terra per prepararla ad accogliere i germogli del futuro da cui prendere i frutti sani dell’emancipazione. Ma il 26 febbraio non ci saranno frutti da cogliere. Solo loro. Solo l’oro.
Legalità, Movimento, Elezioni, Sinistra

Quando la Magistratura entra nel Movimento. La candidatura di Antonio Ingroia ha suscitato non pochi dubbi sulla capacità della Sinistra di emanciparsi da alcuni paradigmi direttamente associabili alle degenerazioni provocate dal berlusconismo. L’utilizzo degli uomini della Legge (a cominciare da Antonio Di Pietro e finendo con Luigi De Magistris ed Antonio Ingroia, appunto) non è mai stato esente da potenti critiche teoriche e politiche. Soprattutto in questo momento. Nel campo teorico, effettivamente, il discorso sulla legalità andrebbe affrontato definitivamente. Il limite della legalità si fa stretto quando si difende il diritto all’insolvenza che è entrato pienamente a far parte dell’Agenda dell’antagonismo non banalmente come retorica ma come critica generale all’indebitamento neoliberale. Non è certamente una questione di poco conto. Il limite della legalità si fa stretto anche rispetto all’ondata di occupazioni e contestuali “liberazioni” che stanno fiorendo progressivamente in tutto il Paese (ed in tutti i paesi) e che vanno difese come generatori di un nuovo processo costituente. E’ un limite che si restringe perchè viene continuamente investito e messo in discussione. Viene decostruito. Questa decostruzione, però, lo rende per quello che è realmente: il limite del Potere. Perchè la legalità rappresenta sempre una forma di amministrazione e di gestione del Potere. E’ un dispositivo di controllo a tutti gli effetti. Ed allora il limite della legalità si trasforma nella critica del Potere, che fa parte integrante dell’antagonismo e della Sinistra in senso ampio. Per questa ragione, politicamente, la Sinistra ha “sussunto” alcuni pezzi della Magistratura. Più che altro è stata una sussunzione “simbolica”. Antonio Di Pietro ha rappresentato la critica della Prima Repubblica. Allo stesso modo l’inchiesta Why Not di De Magistris ha destabilizzato alcuni centri del Potere mentre Antonio Ingroia si è spinto addirittura contro il Presidente della Repubblica. Non sono stati raccolti gli Esseri umani ma le rappresentazioni. Questo non può che essere un fatto positivo perchè ci racconta di una Sinistra che, seppur persa, non ha perso quella tensione alla trasformazione dello Stato che la caratterizza e la distingue dai “moderati” di tutte le razze. E da questo si dovrebbe partire per fare nuovamente movimento.
“Roma combattente” e “Bastardi senza Storia”, Valerio Gentili. Una recensione.
Scrivere solo oggi un commento a “Roma combattente” e “Bastardi senza Storia” di Valerio Gentili (edizioni Castelvecchi) potrebbe sembrare superfluo perchè, almeno il primo libro, è in commercio dal lontano aprile del 2010 ed a distanza di due anni e mezzo non è scontato che un testo continui a mantenere una certa potenza creativa conservando uguale capacità di analisi. Anche solo per il fatto che le situazioni possano cambiare enormemente. In realtà è proprio in questo momento che l’operazione storiografica promossa dall’autore ci sembra assumere maggiore evidenza. Il deflusso della stagione “no global” (o “new global”, “alter global” e via dicendo come dir si voglia) e la ripresa di un ciclo di conflittualità dalla fine del 2010 fino ad oggi racconta una storia dell’antagonismo estremamente frastagliata e composita. Non solo a livello nazionale ma in tutto il mondo. Naturalmente tra ieri (il periodo preso in considerazione dal libro, dal biennio rosso agli Arditi del Popolo) ed oggi il focus cambia radicalmente. Ieri un elemento di composizione dell’antagonismo poteva essere la difesa operaia contro la violenta esplosione fascista mentre oggi ci potrebbe essere altro (il “rigore”, l’autoritarismo di Emergenza dei governi tecnici…). Il punto è costruire un punto di vista sulla realtà capace di favorire la creazione di una prospettiva di lavoro comune. Se manca un punto di vista non è possibile definire neanche la realtà. Per questo la lettura di “Roma combattente” dovrebbe essere intrecciata a quella di “Bastardi senza Storia” che prova a considerare le stesse dinamiche di difesa antifascista a livello europeo (soprattutto in Germania) con alcune riflessioni sull’aspetto iconografico della conflittualità davvero interessanti. Il dispositivo storiografico che l’autore mette in campo in entrambi i suoi lavori si fonda su un elemento imprescindibile. Gli anni Venti hanno sancito la sconfitta del movimento operaio ed hanno incubato il fascismo (ed il nazismo) nelle forme che a noi saranno tristemente più note. Da questo, a cascata, inizia la narrazione.
“Questo non è un Manifesto”, Negri & Hardt. Una recensione.
Dopo la trilogia è arrivato anche il (non) Manifesto e si presenta un po’ come i titoli di coda di un lavoro lungo circa un decennio. È questo il percorso del ticket Hardt & Negri, che ancora continua a snocciolare teoria per allietare le prospettive del movimento ed estenderne le capacità di conflitto e di organizzazione. Già in “Comune” avevamo notato alcune eccedenze sul terreno dell’analisi per entrare più apertamente nel campo della proposta. Evidentemente c’era bisogno del ciclo di lotte che dal 2011 si è allungato fino ai giorni nostri per dare quel “quid” per avanzare delle prospettive di organizzazione, o semplicemente delle analisi più stringenti. Ed infatti “Questo non è un manifesto”, circa 100 pagine edite da Feltrinelli, si presenta come un tentativo di chiudere il cerchio della teoria per entrare più nello specifico su alcuni problemi lasciati a terra dalla pratica.
Innanzitutto autogestione ed autonomia del Comune. Il tratto “politico” non cambia (almeno rispetto all’ultima, omonima, fatica letteraria). Il discorso ruota, giustamente, tutto intorno ai commons ed al “che fare” per renderli pienamente autonomi e, quindi, effettivamente autogestiti dalle singolarità in lotta. È questa la base del tanto celebrato “processo costituente” che condensa e sostanzia una prospettiva realmente rivoluzionaria dei commoners (ossia i nuovi militanti, gli “agenti del cambiamento”) contro il potere della merce ed il dominio della proprietà privata. “I commoners non sono comuni solo per il fatto di lavorare, ma, piuttosto e soprattutto, perché lavorano sul comune”. Ed in modo particolare lavorano a forme di organizzazione politica “comune”, non temendo lo specialismo perché ogni Essere umano, con la giusta formazione, potrebbe essere messo nelle condizioni di capire ogni cosa. Una delle allegorie più interessanti richiamate nel testo è la “Carta della Foresta” (1217) che, dopo una stagione di privatizzazioni radicali (che trovarono espressione nella ben più nota “Magna Carta”), garantiva e regolava l’accesso dei “commoners” alle risorse comuni. Ma andiamo con ordine.
Ilva. Futuro. Casa.
C’era una volta un libro di Felix Guattari. Si chiamava “Le Tre Ecologie” (1989). In questo libro il coautore di Millepiani tracciava una cornice e la fissava bene alle pareti della storia con tre chiodi (decisamente eco-friendly): ecologia ambientale, ecologia sociale ed ecologia mentale. Questa la cornice, quindi. Il quadro che ne viene fuori, oggi, rimanda ad un mosaico interdisciplinare che parla di tutto perchè tutto parla. E potremmo anche provare a definire questo “tutto” come Ecosofia. Riducendo il discorso all’essenziale si potrebbe dire che, quello a cui siamo realmente interessati, sia l’Essere umano in rapporto al suo ambiente molteplice (fisico, sociale e mentale). Le Comunità ed i Territori si costituiscono in mezzo a questi processi di soggettivazione e territorializzazione ed è questo che ci interessa indagare.
Quello che sta accadendo a Taranto è emblematico. Non a caso si parla di Taranto, del Territorio e della Comunità che ospita, e non semplicemente dell’ex Italsider (ora ILVA). Il focus di tutta la vicenda è proprio questo. Perchè tutto parla. Da una parte c’è il ciclo produttivo novecentesco ed una concezione esclusivamente lavoristica delle organizzazioni “democratiche” che dovrebbero difendere la dignità degli Esseri umani; dall’altra c’è il Territorio che chiede di mettere radicalmente in discussione questa concezione e, di conseguenza, anche se stesso perchè scorre nelle sue vene il sangue malato della fabbrica. Non c’è “classe” che tenga a questa lacerazione. E’ l’ultimo passaggio verso la trasformazione radicale del nostro Mondo. Il nuovo Mondo è qui ed ora. La catastrofe è che in questa lacerazione bisogna prendere parte.
Due articoli di Girolamo De Michele per focalizzare la questione e provare a “prendere parte”: “Taranto: la città che non vuole morire a norma di legge” e “Risvegliarsi dal Giorno della marmotta. Chiudere l’Ilva, uscire dal Novecento“.
La Filosofia, il marketing dell’Accademia e la Ricerca. Ma di cosa stiamo parlando?
La querelle che è nata intorno all’intervento di Diego Fusaro non mi ha colpito. Per niente. Nello zaino avevo un libro di Ernesto De Martino che parla della fine del Mondo; qualche euro in un borsellino che solitamente utilizzo a Natale per giocare a carte con gli amici; una postepay da caricare per comprare il viaggio Nord-Sud (e ritorno) per tornare a Vivere almeno qualche ora della quotidianità che amo; un tesserino che identifica la mia appartenenza al Lavoro. Il Lavoro ogni mese mi permette di sopravvivere e di comprare anche una bottiglia di Birra. Questo, per me, è il Beruf (depurato da Weber e dall’Etica calvinista). Beruf è attaccamento alla Vita ed il Lavoro è solo una forma di questo attaccamento (non ne è il paradigma). Dopo i commenti alla querelle quello che avevo ho ancora, nulla si è aggiunto e nulla si è distrutto. Eppure un confronto dovrebbe lasciare qualcosa, dovrebbe arricchire le certezze oppure semplicemente regalare dubbi (che, spesso, valgono molto di più). Niente di tutto questo.
“Grillismo”, razzismo e soggettività politiche…

Questo thread di Wu Ming 1 era necessario perché si sente sempre più forte l’urgenza di ridefinire gli spazi politici, ormai spazzati via dalla banalità del quotidiano. Puntare il dito sulla fine delle “Grandi Narrazioni” è un mantra che non funziona più. Condivido l’analisi sugli approcci diversi del dichiararsi “indifferenti” ai posizionamenti classici rappresentati dalla destra e della sinistra. Dipende sempre da chi urla e dai contenuti espressi (d’altronde “storicizzare al massimo” vuol dire proprio questo).
Come esempio tendenzialmente destrorso da aggiungere al “grillismo”, citato nel post come modello e pratica dell’annullamento destra-sinistra per una ipotetica “terza posizione” non bene precisata, aggiungerei anche l’Onda studentesca che, in quanto a metodi e “paranoie”, non si è mostrata molto differente. Le lezioni dei professori-baroni in Piazza sono state la rappresentazione visiva di un fallimento. I cortei gridavano “né destra né sinistra” eppure le Assemblee ospitavano interventi-fiume di grandi firme che non hanno favorito (e tantomeno stimolato) nessun cambiamento reale perché modificare lo status non fa comodo a nessuno. È stato un movimento che non ha costruito nessuna conflittualità e si è risolto come una parentesi allegra sulle pagine di “Repubblica”, proprio dove era nato.
“One Big Union”, di Valerio Evangelisti. Una recensione
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“One Big Union” è una lettura indispensabile, oggi. Una lettura che contribuisce a creare cultura politica ed a definire soggettività. Insomma, tutto quello di cui abbiamo bisogno. Non sappiamo se il New Italian Epic (NIE), come viene indicato nei memoriali di Wu Ming 1, sia davvero finito nel 2008 con la grande masturbazione della “italian left” (la prima pagina de “il Manifesto” del 15 aprile 2008 rimarrà a lungo un nostro pezzo di storia). In realtà non ci interessa saperlo. One Big Union, come altre pubblicazioni, rientra a pieno titolo in quel potente percorso letterario che contribuisce, ogni giorno (ed ancora oggi), a creare cultura ed a farci Singolarità. Potenza della letteratura. Basta mettere le pagine in contro-luce, cercando l’attualità dietro le parole. Potrebbe essere interessante leggere il 15 ottobre 2011 attraverso questo canale. Si aprono spazi di comprensione e di resistenza. Comprensione della storia e delle sue dinamiche. Consapevolezza del Movimento (più o meno operaio). Perchè, come scriveva Mario Tronti: “ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l’hanno spedita tra i demoni dell’inferno, la seconda l’hanno accolta nei palazzi di governo“. E la storia del Movimento operaio è storia di lotte, di antagonismo e di organizzazione. E’ storia di trasformazioni e di adattamenti. E’ storie di lotte di classe e di condensazioni delle soggettività in lotta. One Big Union traccia uno spazio di questa lotta attraverso l’esperienza degli Industrial Worker of the World (IWW), una delle organizzazioni sindacali statunitensi più presenti ed attive nel primo Novecento. Nata dalle ceneri di strutture più “mistiche”, come i Knights of Labor, caratteristica dei wobblies (gli iscritti al IWW) era quella di organizzare i lavoratori orizzontalmente, senza cadere nella verticalità delle divisioni produttive. Sullo stesso piano, nelle stesse lotte, erano coinvolte soggettività con mansioni lavorative anche molto differenti. Tutti erano partecipi di quell’idea di nuova Società che era compresa ed ispirava la vita quotidiana del Sindacato. Inoltre l’organizzazione era aperta a tutti, senza preclusione per i migranti (spesso tenuti fuori dalle strutture “tradizionali”). Il “leit motiv” che rappresentava il senso comune di appartenenza all’organizzazione era: An injury to one is an injury to all.
“Anatra all’Arancia meccanica” di Wu Ming, una recensione

Anatra all'Arancia meccanica
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Sono passati dieci mesi dalla pubblicazione di “Anatra all’Arancia meccanica“, autore il Collettivo Wu Ming. Questo il thread di “lancio”. Qui, ed anche qui, una raccolta di interventi, opinioni e recensioni. Una panoramica interessante che misura il reale “assorbimento culturale” (dov’è l’opinione pubblica?) dell’ultima fatica dei “senza nome”.
La nostra recensione sarà un’anti-recensione, come al solito, perchè i libri bisogna viverli e non riassumerli. Ed ognuno vive le parole a proprio modo (fortunatamente!). Ognuno crea la sua resistenza a propria immagine e somiglianza. Siamo come piccoli demiurghi diffusi che, attraverso la creatività, producono gioia e rivoluzione. Gioia e Rivoluzione. Saremo, quindi, banali. Estremamente banali. Perchè la banalità rende le cose per quello che sono realmente, senza nasconderle dietro l’ipocrisia del marketing o l’auto-referenzialità della scrittura.
Anatra all’Arancia meccanica è una raccolta ontologica di 16 racconti pubblicati da Wu Ming su vari spazi. Una raccolta “ontologica” (no, non è un refuso) perchè racconta la genesi di un decennio di movimento e di soggettivazione (i fantastici “Anni Zero”). Un decennio di avvenimenti (l’11 settembre americano, Genova 2001, il berlusconismo…) e di nuovi strumenti (internet, le discussioni via mail, i blog, i social network…). Una genesi straordinaria che, dalle allegorie rivoluzionarie, si riproduce in dinamiche “umane, troppo umane“. Perchè non solo tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare.
Queste 16 narrazioni sono la cornice dentro cui viene raccontato un nuovo Mondo. Un Mondo in potenza e la sua potenza fallita. Sono storie che intrecciano la realtà. Sono livelli di realtà che diventano storie. Perchè Anatra all’Arancia meccanica è la critica della Narrazione con la N maiscuola. E’ la critica della Storia con la S grande. E’ una cornice dentro cui le nostre Vite cominciano a vivere in mille modi. Attraverso stili differenti, visioni alternative ed anti-retoriche. Non c’è la grande Città pronta a sussumere ogni meccanismo sociale nelle sue viscere metropolitane (non siamo tutti metropolitani). Ci sono le periferie, le province. Piccoli mondi futuri che urlano le loro contraddizioni e reclamano spazi di visibilità.
E poi c’è la violenza. Un filo conduttore che lega le narrazioni. Violenza dell’Essere umano su se stesso. Violenza dell’Essere umano sugli elementi naturali della Terra. Ma su questo sarebbe meglio far sedimentare qualche altra riflessione.

