Riportiamo di seguito la traduzione italiana (a cura della Rivista mensile SU LA TESTA) e, successivamente, il testo originale del contributo redatto per il Web Journal THE COMMONER da Peter Linebaugh (autore, con Marcus Rediker, del libro I RIBELLI DELL’ATLANTICO).
Possiamo definire sinteticamente qualche differenza tra commons e comunismo. Le pratiche di commoning persistono tra lavoratori e contadini, e il comunismo è la generalizzazione di queste pratiche. Uno dei ruoli storici dello stato borghese fu quello di criminalizzare i commons; un’aspirazione dei comunisti era quella di rovesciare lo stato borghese. La testimonianza dei commons spesso appare come aneddotica o come folkloristica o come “crimine”, una storia minore, una piccola trasgressione; qualche episodio di comune può comparire per sbaglio in un altro argomento più importante; prove di beni comuni consuetudinari possono apparire peculiari a località o mestieri, e comunque appartenenti a storie locali o di settore, non alle “grandi narrazioni”. La testimonianza del comunismo, dall’altro lato è data da giornalisti, filosofi, economisti e polemisti, e aspira grandiosamente a divenire la narrazione che pone fine alle narrazioni!
DAI COMMONS AL COMUNISMO
Peter Linebaugh, traduzione a cura di Su la Testa (Marzo 2011)
We can propose some short ated contrasting commons and communism. Commoning practices persist among workers and peasants, communism consists of the generalization of such practices. An historic role of the bourgeois state was to criminalize the commons; an aspiration of the communists was to overthrow the bourgeois state. Evidence of the commons will often appear anecdotal or as folklore or as ‘crime’, just a small story, a minor transgression; evidence of commons may appear incidentally to some other, major theme; evidence of customary commons may appear particular to locale or craft, and belonging thus to trade or local histories, not ‘grand narratives’. Evidence of communism, on the other hand, is provided by journalists, philosophers, economists, and controversialists, and grandiosely aspires to become the narrative to end narratives!
MEANDERING ON THE SEMANTICAL-HISTORICAL PATHS OF COMMUNISM AND COMMONS
Peter Linebaugh, December 2010 su The Commoner
In questo interessante contributo, Peter Linebaugh si interroga principalmente sulla traiettoria concettuale, ma anche pienamente pratico-politica, che dai commons porterebbe al comunismo. Non uno sforzo di poco conto, quindi. Certamente un appunto di questo genere sembra essere quasi indispensabile al dibattito odierno che ruota soprattutto intorno alla questione dei “Beni Comuni“. In Italia capita spesso di usare il rasoio con suggestioni che pure meriterebbero maggiore approfondimento ed attenzione. Linebaugh si approccia all’argomento utilizzando lo stesso modus attraverso cui, con Marcus Rediker, ha scritto I RIBELLI DELL’ATLANTICO. Al centro della trattazione, infatti, ci sono Eventi concreti, momenti di Vita realmente vissuta, porzioni di storia trovati in un calderone di vecchi accadimenti dell’antagonismo (presto dimenticati) e riproposti in una veste differente. Uomini e donne, personaggi e parole, molto spesso si uniscono nell’Emancipazione del corpo e per la Liberazione dello spirito. In questa dimensione del conflitto l’elemento mistico-religioso non può essere epurato da ogni considerazione politica (a tal proposito rimandiamo al nostro Bloch racconta Munzer), anzi diventa quasi determinante. Perchè sempre di Emancipazione si parla. Da queste attualità diffuse sarebbe possibile ricostruire una traccia: la traccia dei commons che diventano altro, si trasformano. Omnia sunt communia, urlava il predicatore Muntzer guidando i contadini tedeschi all’assalto della città di Munster nel XVI secolo, reclamando pane, lavoro e “Beni Comuni”.
L’ipotesi da cui parte Linebaugh si presenta come una provocazione: se il comunismo, almeno così come lo conosciamo oggi, in realtà sia nato (e cresciuto) in ambienti differenti da quelli del socialismo “scientifico” e, successivamente, della pianificazione sovietica? Già si odono in lontananza alcuni strali, non proprio eleganti, degli “scienziati” contro gli “utopisti” durante le prime Assemblee della Prima Internazionale (e della Seconda). Ci sarebbe molto materiale, storico e politico, su questo argomento, eppure non è al centro del contributo che stiamo prendendo in considerazione. Nel suo articolo, Linebaugh, marca un punto di vista a nostro avviso molto importante: “Il pensiero parigino (dove ‘nacque’ il comunismo scientifico, nella seconda metà dell’Ottocento, ndR) era avanzato soltanto nel contesto di una teoria del progresso della storia”. Quindi il valore aggiunto che i moti parigini (e, soprattutto, la Comune del 1871 su cui sia Marx che Lenin hanno scritto molte pagine importanti) hanno dato al Comunismo è stata la Filosofia della Storia, la concezione del progresso e dell’inevitabilità evoluzionistica della palingenesi comunista. In Francia è avvenuto il “primo” passaggio dalla tradizione dei commons, quindi delle lotte contingenti e locali per i “beni comuni” (per la sopravvivenza e l’autonomia di una comunità di Esseri viventi) a quella del comunismo storico: “Possiamo definire sinteticamente qualche differenza tra commons e comunismo. Le pratiche di commoning persistono tra lavoratori e contadini, e il comunismo è la generalizzazione di queste pratiche”. Ed infatti, a ben vedere, già con la “gloriosa” Rivoluzione inglese e con la successiva conquista dell’Atlantico, interesse degli Stati divenne criminalizzare i commons, privatizzarli e fornire una grande base di manodopera a basso costo da impiegare nelle nuove terre da colonizzare oppure nelle fabbriche in espansione nelle Città.
Concludendo si potrebbe dire che, per Peter Linebaugh, esista una relazione dinamica e quasi gerarchica tra commons e comunismo. Inizialmente i commons erano spazi politici riferibili alle lotte ed alla resistenza contro la pervasività delle logiche economiche di Mercato nella Vita “comune” degli Esseri umani; successivamente il comunismo ha raccolto tutti questi conflitti, unendoli e costruendo una piattaforma politica immaginando un “soggetto” che la caratterizzasse (il “proletario”) ed a cui affidare il compito storico dell’Emancipazione e della Liberazione: “Ora nel XXI secolo la semantica dei due termini sembra essersi rovesciata, con il termine comunismo che appartiene al passato dello Stalinismo, all’industrializzazione dell’agricoltura, e al militarismo, laddove i commons appartengono ad un dibattito internazionale sul futuro planetario di terra, acqua e mezzi di sussistenza per tutti.
Aggiornamenti:
Sull’argomento sarebbe da leggere anche l’articolo di Paolo Cacciari su Carta.




In Italia sembra essersi riaperta (dall’inizio degli anni Novanta, a dire il vero) una contesa, a tratti controversa e spesso banalmente pletorica (basti considerare la vasta mole di Documentari e fiction che, di tanto in tanto, ingombrano i palinsesti televisivi), sul “Fascismo”. Utilizziamo le virgolette per astrarre il concetto dal suo significato (storico, politico, filosofico…), per rendere la parola piuttosto un significante di qualcos’altro, senza rimanere legati a qualche immagine particolare che spesso si ritrova nei libri (un manganello, il volto crucciato del Duce, il saluto romano, il fascio littorio…). In seconda battuta, quasi per rispettare una certa ritualità, si discute anche sulla ripresa dell’antifascismo da una parte come elemento di memoria storica e, dall’altra, come condensatore di un sempre auspicato “ricompattamento politico”. Si parla, quindi, di “Alleanza democratica” per battere le Destre, richiamandosi al Comitato di Liberazione Nazionale, alla Costituente e quant’altro. Più che parlare di antifascismo si dovrebbe cercare un lessico nuovo, dovrebbero sperimentarsi delle “vie di fuga” dalla realtà, una modalità di lettura e di approccio all’attualità capace di farci fuoriuscire anche dall’avvitamento teorico a cui l’antifascismo, spesso, condanna. Si tratta di ri-elaborare il presente per trovarne il gran rimosso. In tutto questo affannoso confrontarsi l’errore sarebbe quello di rendere il presente un’orma sulla sabbia, cercando di indossare le stesse scarpe utilizzate nel passato. Le scarpe, come tutti sanno, passano di moda o, comunque, si deteriorano con il passare del tempo. Meglio buttarle vie e comprarne di nuove.
Non è mia intenzione fare una trattazione minuziosa e completa della “precarietà”. Non solo per mancanza di spazio ma, soprattutto, per la debolezza dei riferimenti ermeneutici che, oggi più che mai, sono come fuochi fatui da cogliere con fatica. Probabilmente dovremmo riprendere le lanterne della follia per ricercare queste fiamme ipotetiche, per comprenderle (senza necessariamente vederle) ed averne coscienza. Ci mancano dei riferimenti, ci manca una grammatica, ci manca un linguaggio.
Una piccola recensione per un libro vasto, ricco, ricchissimo di spunti ed affascinanti riflessioni sulla natura umana e sulla vita in genere. Konrad Lorenz, il fondatore dell’etologia, in questo libro si sbilancia in territori anche abbastanza distanti e “pericolosamente” nuovi. Tante ipotesi, tante strade nuove per gli anni in cui scriveva. Il nobel preso da Lorenz nel 1973 è in parte riassunto in questa importante opera. E’ effettivamente il libro più filosofico e ardito (quanto a ipotesi) che il grande uomo di scienza abbia scritto. Da questo punto di vista, Lorenz qui appare anche il fondatore di un’altra disciplina, l’epistemologia evoluzionistica. Il libro è abbastanza divulgativo, ma non mancano passaggi difficili e molto tecnici che dimostrano che Lorenz scriveva rivolto anche ai suoi avversari, spesso i comportamentisti, i riduzionisti (coloro, in generale, che per metodo spiegano ogni struttura dei comportamenti complessi, anche umani, solo in base a funzioni sottostanti, sottovalutando l’emersione di strutture nuove) e, dall’altra parte, gli “idealisti” che frappongono una barriera fra l’uomo e la natura, fra l’uomo e le altre specie, fra cultura e natura, fra l’uomo e l’apparato istintuale comune alle altre forme di vita. Scopo del libro è proprio mostrare i legami ferrei, quei ponti spesso invisibili fra quel mondo a sé che gli “idealisti” chiamano cultura, che chiamano essere umano, e quell’altra roccaforte, quell’altro mondo che gli scienziati chiamano oggettivamente natura. In sintesi, obiettivo è riuscire ad unificare due ambiti di ricerca e quei due mondi (gli umanisti e gli scienziati) che C. P. Snow ha descritto così bene nel suo libro, The Two Cultures. Per bocca di Lorenz, lo scopo dell’opera è il seguente:
Per Democrazia si potrebbe intendere non tanto il potere (κράτος) del démos (δῆμος) in senso stretto, quanto la possibilità (e la capacità) di un gruppo sociale di “fabbricare” il soggetto/oggetto del proprio Governo. Se provassimo a leggere ogni esperienza “democratica” alla luce di questo nesso (dall’Atene periclea alle Democrazie liberali moderne, passando per i Regimi “totalitari” del Novecento), non è escluso che si potrebbe commentare in maniera diversa la Storia politica dell’Occidente. Si vedrebbe, forse, come il nesso principale del Governo “democratico” non stia solo nella conquista del Potere, ma si potrebbe trovare nella ricerca del consenso di massa. Dove c’è consenso, più o meno diffuso, c’è realmente Democrazia. Solo il leninismo si pose il problema della gestione del Potere con l’esperienza dei Soviet (tradotti in Italia con i “Consigli di Fabbrica” durante il biennio rosso). Anche questo tentativo, però, presto fu ricondotto ai “normali” processi democratici del consenso sviluppatesi in seno alla fondazione dello Stato stalinista (l’Economia di Guerra era funzionale a costruire un consenso politico).
Con questo si potrebbe dire, più o meno provocatoriamente, che anche il Fascismo ebbe una propria caratteristica democratica perché, indubitabilmente, poteva contare su un consenso diffuso, derivato principalmente dalle criticità esplosive dello Stato liberale che non riusciva più a dare risposte effettive ad un disagio sociale sempre più ampio. Insomma, la Democrazia non sarebbe tanto il “potere al popolo”, come spesso si dice, quanto il “potere del popolo”. Per “potere del popolo” non s’intende la possibilità di guida “diretta” delle Istituzioni ma la capacità di legittimarne il Governo attraverso il consenso. La capacità di un gruppo, quindi, starebbe nel creare le condizioni politiche, sociali, culturali ed economiche per ottenere consenso e legittimazione.
