Filosofia del fanatismo. Amos Oz, la coerenza, la follia, la strage di Utoya

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Si chiama Anders Behring Breivik, ha 32 anni, ed è l’autore del massacro della Norvegia. Non è un ceceno, un palestinese, un kamikaze, un seguace di Maometto. E’ alto e biondo, si professa conservatore e cristiano. Soprattutto: non è un pazzo. E’ certo ossessionato dall’idea che l’Islam conquisti la debole e inetta vecchia Europa con le sue patetiche e arrendevoli forme di multiculturalismo e di “politicamente-corretto”. Ma non è un pazzo. Ho anche visionato il suo video-manifesto su youtube. Niente di diverso da altri manifesti al confine fra la sindrome di accerchiamento e di complotto, l’antimarxismo e l’antislamismo di estrema destra (antislamismo che tende spesso a diventare antisemitismo). Ma Andres ha fatto un evidente salto di qualità nel superamento dell’idea nella realtà. Da un punto di vista formale, è un Magdi Allam “estremista”, che ha perso il contatto con la realtà ma che è diventato estremamente coerente con il “principio”: il principio primo è che i laburisti norvegesi, la sinistra o che altro stanno rendendo la Norvegia e l’Europa un territorio di conquista delle orde islamiche. Il secondo, è che la politica partica è un mezzo vecchio e inutile: per svegliare le masse norvegesi dai loro buonismi occorre il terrore. Per qualcuno, per qualche gruppo fanatico dell’estrema destra nordica (e non solo), Anders potrebbe presto diventare un eroe. Nel suo diario, all’idea del massacro, programmato in due interi anni, scrive: “Fallimenti logistici: devo ripensare la questione del silenziatore, l’importatore che avevo contattato ha cancellato tutti gli ordini privati. Non vorrei surriscaldare l’arma, forse devo pensare ad una baionetta. ‘Marxisti infilzati’ diventerebbe un marchio”.

Di “eroica” Anders ha anche quell’affermazione da leader che prende decisioni difficili per il bene della comunità, difficili ma necessarie. Avrebbe detto ai magistrati: “Un atto atroce ma necessario”. Troppo facile definirlo un fanatico. Proprio uno dei suoi alter ego più deboli ed inetti, Magdi Allam, in un articolo del Giornale (di domenica 24 luglio, l’indomani della strage, dopo che tutta Europa aveva creduto che gli attentatori fossero islamici) ha commentato che, pur condannando l’atroce strage di ragazzi (e ci mancherebbe pure), sia stato proprio il multiculturalismo a creare il razzismo ed ad armare quella mano “folle” e fanatica. Classica strategia giornalistica: anziché aspettare il coro dei “è stata la tua scuola di pensiero ad armargli la mano, è stata la tua immagine di una fortezza-Europa assediata a costringerlo a correre alle armi”, Cristiano Allam anticipa le mosse dei suoi avversari, e si scaglia contro un presunto “multiculturalismo” dei paesi nordici (Inghilterra inclusa! Per vedere come sono multiculturali questi paesi, basterebbe farsi un giro nei loro campi di “permanenza temporanea”). Il razzismo dei tipi come Anders nascerebbe per Allam dalla presunta società multietnica (un mito-spauracchio celebrale del povero Allam), che definisce come “il terreno di coltura del rancore di chi non si sente più a casa propria”. Ultima perla del nostro Cristiano (in tutti i sensi) nazionale è la seguente, sulla differenza fra un fanatico islamico ed uno cristiano: “la differenza sostanziale è che mentre gli islamici che uccidono gli “infedeli” sono legittimati da ciò che ha ordinato loro Allah nel Corano e da quanto ha fatto Maometto, i cristiani che uccidono per qualsivoglia ragione lo fanno in flagrante contrasto con ciò che è scritto nei Vangeli”. Una ennesima conferma del genio filosofico e sociologico di Allam. La sapiente discussione del neobattezzato Allam sul massacro norvegese si arrampica pateticamente sulla distinzione tra due tipi di fanatismo (serie A e serie B); in ultima analisi, su un cristianesimo che è ridotto al Vangelo e su un Islam che è ridotto al Corano, come se questi due mondi creati con la pinza della modernità si potessero ridurre a due libri. Ignorando, per esempio, 2000 anni di cristianesimo che hanno legittimato la violenza anche in base alla interpretazione della Bibbia. Non voglio certo fare il gioco di Allam e mettermi a parlare di Bibbia, Corano e religioni, di laicità, ethos e modernità come se fossi allo stadio o come se fossi in un oratorio. Per me come per la maggior parte dei sociologi, dire Islam e dire Cristianesimo significa parlare per astrazioni, e soprattutto parlare di contenitori ideologici che si prestano agli usi più diversi, dall’ex Jugoslavia, al terrorismo dell’Ira fino ai kamikaze iracheni. Il mio discorso, innalzandoci dalle pericolose e asfittiche paludi di Allam (paludi straordinariamente infantili e, purtroppo, altrettanto visibili a livello nazionale), cercherà invece di decostruire il concetto generalissimo di “fanatico”, che sia un fanatico politico, un fanatico religioso, un fanatico marocchino, uno italiano, norvegese, buddista, un fanatico ateo, un fanatico nomade, un fanatico israeliano, uno palestinese. Vorrei scomporre questo lemma abusatissimo in concetti più semplici, come Mishima cercò di fare con quel fanatico accolito buddista che incendiò il Padiglione d’oro, il monumento zen per eccellenza del Giappone. Per farlo, vorrei innanzitutto citare un aneddoto di Amos Oz:

Un mio caro amico nonché collega, Sammy Michael, ha vissuto un giorno che può capitare a tutti, prima o poi: una lunga tratta in macchina con un autista che gli ha prodigato la solita lezione sull’urgenza, per noi ebrei, di far fuori tutti gli arabi. Sammy l’ha ascoltato e invece di sbraitare: “Ma che razza di obbrobrioso individuo è lei, un nazista, o un fascista?”, ha deciso di comportarsi diversamente. Ha dunque domandato all’autista: “E chi pensa dovrebbe uccidere tutti gli arabi?”. Questi ha risposto: “Che intende dire? Noi! Gli ebrei israeliani! Dobbiamo! Non c’è altra scelta, guardi che cosa ci fanno quelli ogni giorno!”. “Ma chi esattamente dovrebbe fare il lavoro? La polizia? O forse l’esercito? O la brigata di artiglieria? O le squadre mediche? Chi farà il lavoro?”. L’autista si è grattato la testa e ha detto: “Penso che dovrebbe essere equamente diviso fra noi, ognuno dovrebbe ucciderne alcuni”. Sammy Michael, fedele al gioco, ha continuato: “Ok, supponiamo allora che allora venga assegnato un condominio nella sua città, Haifa, e debba bussare a ogni porta o suonare il campanello, e domandare: “Mi scusi signore, o mi scusi signora, lei è arabo?” e se la risposta è sì, allora sparare. Poi lei finisce il suo condominio, se ne sta per andare a casa, ma in quel momento” dice Sammy all’autista, “sente che su al quarto piano c’è un bimbo che piange. Che fa, torna indietro e spara al bambino? Sì o no?”. C’è stato un momento di silenzio, e poi l’autista ha detto a Sammy Michael: “Lo sa, lei è molto crudele”. Dunque, è un aneddoto interessante perché c’è un qualcosa nella natura del fanatico, un che di fondamentalmente sentimentale e al tempo stesso del tutto privo di fantasia. E’ questo mi dà una speranza, la speranza invero molto remota, che iniettare un poco di immaginazione nella gente possa servire, chissà, a far sentire a disagio il fanatico. Non è un rimedio rapido, non è una cura lampo, ma può funzionare. (Amos Oz, Contro il fanatismo, pp. 42-43)

Ora, un analogo esperimento mentale. In maniera molto weberiana (Weber, riassumendo e banalizzando, sosteneva che nell’etica non esiste un bene e male, ma che il bene ed il male di un’azione lo determina quanto l’azione sia razionale, coerente, allo scopo prefissato) affermo che Anders è estremamente coerente con quello che professa, ed ha agito bene. Certo, come direbbe Amos Oz, gli manca un po’ di immaginazione. Ma Anders non è un pazzo. Non riduciamo il suo atto a follia, poiché questo è il primo tassello per lavarcene le mani e per non capirlo a pieno. Il fanatismo, questo sconosciuto, è innanzitutto coerente. Non ammette eccezioni alla regola prefissata, al principio base, una volta che è creduto, che è stabilito per certo. Di qui partono i valori corrispondenti e le azioni. Coloro che non sono altrettanto fedeli sono “tiepidi”. Il biblico “o carne o pesce”, il biblico “ti vomiterò dalla bocca” dell’Apocalisse, quando Dio stesso condanna una tiepida comunità protocristiana che cercava semplicemente di sopravvivere in un mondo di “pagani”, una comunità che quindi testimoniava “malamente” la propria fede. La vera testimonianza, infatti, secondo questo strano Dio, sarebbe dovuta arrivare fino al proprio martirio. E la cosa strana è che spesso, l’interpretazione popolare di questo atteggiamento non è di biasimo, ma di ammirazione. Mi è capitato qualche giorno fa di discutere con una persona (agnostica) che sosteneva di ammirare quelle persone che si dichiarano cattoliche e che osservano in tutto e per tutto il loro essere cattolici. Dai dogmi, alla morale sessuale, ai precetti, a tutto. Ammirava la loro coerenza, la loro mancanza di ipocrisia. Il loro “o tutto o niente”. Personalmente, esattamente come Amos Oz, sono un gran fautore del compromesso. Spesso considerato come una mancanza di integrità, il compromesso è in realtà una sofisticata arte, un esercizio spirituale laico, che parte dal non considerare le proprie ragioni come metafisiche, ma storiche e frutto della storia. Questa ermeneutica del soggetto (di me stesso e degli altri), unita alla capacità, più unica che rara, di immedesimarsi negli altri, mi aiuta a incontrare l’altro (più o meno a metà strada, anche se un po’ più dalla mia parte) e rompe quelle barbarie del “razionalismo metafisico”.

Cos’è il razionalismo metafisico? L’essere coerenti a qualsiasi costo ai propri principi, alle proprie idee. Inflessibilità, mancanza di compromessi con i dati empirici, con ciò che mi circonda, anche con la naturale ed umana “empatia”. Vi è un principio, un’idea, che è una sorte di divinità terribile a cui si può sacrificare tutto. Dalla mia fino all’altrui vita. Uno di questi principi è stato, per esempio, la Nazione, e spesso continua ad esserlo, con la forza della coercizione. Ma, per capire cosa sia il “razionalismo metafisico” facciamo un altro esperimento mentale. La Scrittura cristiana (cfr. lettera di Pietro) afferma che ogni cristiano debba “perseguire la meta della nostra fede, la salvezza dell’anima”. La dommatica afferma inoltre che la confessione (con tutto il modello tridentino di contrizione, ecc ecc) o il battesimo ci rendono puri per il cielo. A questo punto sarebbe razionale, auspicabile e consigliabile (razionalità weberiana rispetto allo scopo, naturalmente) che io muoia subito dopo il battesimo o la confessione. Perciò mi aspetterei di trovare un benefattore che vada in giro ad uccidere bambini appena battezzati o che si apposti negli angoli dei confessionali delle parrocchie. Certo, tale individuo procurerebbe tanto dolore umano, ma in fin dei conti contribuirebbe a far nascere tante persone in cielo. E’ vero che un cattolico non può uccidere. Ma è anche vero che io ho parlato di un “benefattore” che si sacrifica per il bene della collettività, appunto uccidendola in stato di grazia, commettendo il più afferrato dei peccati. Costui potrebbe poi giustificare i suoi massacri ed infanticidi davanti a Dio appunto per la nobile causa della salvezza delle anime. Facendo un altro esempio: se, dessimo per certezza che il battesimo salva, allora, perché no, dovremmo andare in giro a battezzare forzatamente i bambini di altre confessioni. Questi esempi sono assurdi, ma a pensarci meglio sono strettamente coerenti con una il meccanismo mentale che ha scatenato le stragi in Norvegia. Ci sarebbe da dare ragione ad Andrè Gide quando affermava che ciò che sfugge alla logica è quanto v’è di più prezioso in noi stessi. Ma il problema non è la logica. E’ la coerenza del fanatico. Il suo deplorevole eroismo. Il fanatico, se appunto considera sacre le proprie idee, mai ne potrà ridere. Non esistono fanatici che ridono di se stessi. Il riso è decostruzione, è ironia. Ma per ridere di se stessi, si deve avere almeno il minimo dubbio che i propri principi possano essere fallibili, o parzialmente tali.

Ora passiamo brevemente al secondo termine che decostruisce il concetto di “fanatismo”. Il fanatico ama e ama fino all’inverosimile. Si prende cura in maniera intima e pastorale degli altri. Amos Oz, un vero maestro di fanatismi, scrive: “Ritengo che l’essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. Quell’inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello, piuttosto che lasciarli vivere. Il fanatico è la creatura più disinteressata che ci sia. Il fanatico è un grande altruista. Il fanatico è più interessato a te che a se stesso, di solito. Vuole salvarti l’anima, vuole redimerti, vuole affrancarti dal peccato, dall’errore, dal fumo, dalla tua fede o dalla tua incredulità. Vuole migliorare le tue abitudini alimentari. Vuole impedirti di bere o di votare nel modo sbagliato. Il fanatico si preoccupa assai di te, e oti si butta al collo, perché ti vuol bene sul serio o punta alla gola, nell’eventualità che ti dimostri riducibile. In entrambi i casi, da un punto di vista topografico, il gesto è più o meno lo stesso. In un modo o nell’atro, il fanatico è più interessato a voi che a se stesso, per la semplice ragione che il fanatico ha un io molto piccolo, quando non ce l’ha affatto” (pp. 45-46). In realtà, l’interessarsi così da vicino agli altri, alla società come al vicino di casa da parte del fanatico è un falso interesse: vi è, prima di esso, l’attaccamento metafisico al principio o ad un particolare ethos, che condiziona in maniera permanente qualsiasi contatto con la realtà e con gli altri. Indubbiamente, il fanatico è un uomo di sentimento, idealista fino all’inverosimile, con una spiccata capacità di sacrificare anche tutta la vita per questo amore dell’idea. Costi quello che costi.

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