Thomas Kuhn e la struttura della scienza

 a cura di Manuel Cappello

In questo articolo vengono prese in considerazione le idee più importanti del libro di Kuhn sulle rivoluzioni scientifiche,
The Structure of Scientific Revolutions (1), fra cui in particolare il concetto di paradigma nella sua componente tacita, automatica, preliminare alla razionalità discorsiva. Viene esplicitato il legame fra la natura del paradigma e la questione dell’incommensurabilità fra le diverse visioni scientifiche, e viene evidenziato il ruolo della comunità scientifica come strumento per fare fronte a tale problema. L’opera in oggetto è presentata come un contributo positivo all’impresa scientifica e non come l’affermazione di un relativismo di origine sociale.

I.      PENDOLI O PIETRE DONDOLANTI? GLI ESEMPI DI KUHN
II.    
IL PARADIGMA: FUNZIONE ED ESSENZA
III.   
IL FUNZIONAMENTO DEL PRESUPPOSTO
IV.   
INTERNALISMO
V.    
LA SCIENZA NORMALE: L’ATTIVITÀ GUIDATA DAL PARADIGMA STABILE
VI.   
INSEGUENDO I ROMPICAPO
VII.  
IL RUOLO DELLA CRISI
VIII. 
LA DEFINIZIONE DI UN VOCABOLARIO?
IX.   
INCOMMENSURABILITÀ E IRRAZIONALITÀ NELLA TRANSIZIONE FRA PARADIGMI
X.    
INTIMITÀ DEL PARADIGMA
XI.   
SMETTERE DI SAPERE
XII.  
UN VERSO NELLA PSICHE
XIII. 
ALCUNE CONCLUSIONI: LA RAZIONALITÀ RITROVATA

 I.        PENDOLI O PIETRE DONDOLANTI? GLI ESEMPI DI KUHN

In questo libro Kuhn ci descrive alcuni importanti episodi di storia della scienza, fra cui l’ispirazione data a Galileo dagli scolastici in base alla quale divenne possibile vedere come un pendolo ciò che prima era soltanto una pietra dondolante,[2] o il tentativo di inserire nelle equazioni di Maxwell gli effetti dell’etere sulla propagazione della luce,[3] o ancora quello che secondo Kuhn è forse «il nostro esempio più completo di rivoluzione scientifica»:[4] il passaggio dalla teoria delle affinità elettive all’idea di Dalton per cui la relazione fra gli atomi dei reagenti chimici deve essere espressa da due numeri interi.[5]

II.       IL PARADIGMA: FUNZIONE ED ESSENZA

Traendo spunto dalla sua visione storica Kuhn indica il paradigma come un sapere condiviso da una certa comunità scientifica ed in grado di guidare la ricerca definendo le questioni concrete da affrontare e i metodi per gestirle:

«Il paradigma di Franklin suggerì quali esperimenti valesse la pena di eseguire e quali non erano consigliabili, perché diretti verso manifestazioni elettriche secondarie o troppo complesse. Soltanto il paradigma assolse a questa funzione con maggiore efficacia, in parte perché la fine della discussione tra le scuole pose termine alla costante riaffermazione dei principi fondamentali, ed in parte perché la sicurezza di essere sulla giusta via incoraggiò gli scienziati ad affrontare ricerche più precise, più complesse e più costose.»[6] [7]

Se la funzione guida del paradigma è molto chiara, altrettanto non si può dire della sua essenza. Nel poscritto del 1969, nel rispondere ad alcune critiche che gli sono state mosse, Kuhn suddivide il concetto di paradigma in due componenti principali, delle quali la prima è denominata matrice disciplinaria[8] ed è costituita da elementi prossimi al sapere discorsivo, fra cui i valori, i presupposti metafisici del discorso scientifico, e le espressioni simboliche per mezzo delle quali si può usufruire della potenza del linguaggio matematico.

La seconda componente del paradigma, quella più caratteristica della visione di Kuhn, viene indicata con il termine esemplari,[9] e consiste in una conoscenza tacita, automatica e non disponibile alla volontà umana, in quanto collocata in zone della mente più profonde ed inconsce rispetto alla normale razionalità operativa.

Kuhn si richiama a Wittgenstein[10] per chiarire che il paradigma può svolgere la sua funzione anche senza la consapevolezza di cosa esso sia esattamente. Gli scienziati possono condividere un paradigma pur senza essere in grado di descriverlo compiutamente, così come si è in grado di affermare che un certo oggetto è una sedia pur senza la necessità di dire esattamente l’essenza della sedia.[11]

III.      IL FUNZIONAMENTO DEL PRESUPPOSTO

Quando Kant si chiede quali siano i presupposti della ragione, la risposta è l’a priori. Il paradigma di Kuhn si situa in una regione del sapere simile all’a priori di Kant, poiché anch’esso è un presupposto del ragionare, e in quanto tale da esso intoccabile. In che relazione possiamo porre questi due concetti? Entrambi sono premesse istantanee indisponibili alla volontà quotidiana, ma il paradigma è variabile nella storia mentre l’a priori è indisponibile anche al divenire della cultura, pur restando accessibile alla filogenesi, al divenire della specie. Trovo opportuno considerarli come due forme di indisponibilità ben distinte e situate ad un livello differente, evitando la tentazione di considerare il paradigma di Kuhn come una sorta di evoluzione dell’a priori di Kant. Altrimenti si rischierebbe di rimanere privi di un termine necessario[12] e di doverlo poi re-inventare al momento del bisogno.

IV.     INTERNALISMO

Kuhn evita di focalizzarsi sulla definizione di un preciso metodo scientifico e per dire come è la scienza si concentra sui fattori sociali,[13] considerando inoltre qualitativamente secondari gli influssi provenienti dalla parte di società esterna alle comunità scientifiche. Per questi motivi la sua analisi si può dire internalista.[14]

Alcune delle caratteristiche che Kuhn attribuisce alle comunità scientifiche sono l’importanza di essere iniziati al settore specifico per mezzo di un’educazione simile, la piena comunicazione ed il giudizio unanime all’interno di ciascun singolo gruppo, la responsabilità esclusiva dei membri per il raggiungimento degli obiettivi caratteristici del loro gruppo (incluso l’addestramento dei loro successori), e il divieto non scritto di appellarsi ai vertici politici o alla popolazione.[15]

L’internalismo sociale di Kuhn fa sì che la sua opera possa essere interpretata come un attacco alla validità del discorso scientifico, il quale risulterebbe relativizzato e direzionato dal contesto socio-culturale, ma questo non corrisponde alle intenzioni di Kuhn, che è un ammiratore dell’impresa scientifica. In un certo senso potremmo dire che l’analisi di Kuhn ha qualcosa di simile a quella di Kant, nel suo essere una critica del sapere mirata non a destabilizzarlo ma a renderlo più solido per mezzo di una maggiore consapevolezza della propria struttura.[16]

V.      LA SCIENZA NORMALE: L’ATTIVITÀ GUIDATA DAL PARADIGMA STABILE

È sulla base del concetto di paradigma che Kuhn distingue fra scienza normale e periodi di cambiamento rivoluzionario. La scienza normale è l’attività svolta in presenza di un paradigma stabile, e consiste principalmente in «operazioni di ripulitura».[17] Più precisamente, si occupa di descrivere con sempre maggiore precisione il principale oggetto di interesse definito dal paradigma, di verificare fatti che possono costituire prove di validità del paradigma, e di estendere il medesimo a nuove aree di ricerca piuttosto che di approfondirne le parti ancora indefinite, determinando costanti fisiche e leggi quantitative.[18]

Secondo Kuhn la scienza normale, avendo accettato la tipologia di fenomeni definita dal paradigma,[19] «non ha per scopo quello di trovare novità di fatto o teoriche e, quando ha successo, non ne trova nessuna.»[20]

VI.     INSEGUENDO I ROMPICAPO

Dato che le attività tipiche della scienza normale non consistono in una diretta ed entusiasmante ricerca del nuovo, ma in una routine svolta all’ombra di un paradigma, Kuhn si chiede dove gli scienziati trovino la motivazione per condurre la loro professione,[21] e formula la risposta in questi termini:

«Portare un problema della ricerca normale alla sua conclusione equivale ad ottenere ciò che si è anticipato in un modo nuovo, e ciò richiede la soluzione di tutta una serie di complessi rompicapi strumentali, concettuali e matematici. Colui che riesce nell’impresa si dimostra un esperto solutore di rompicapi, e la sfida del rompicapo è una parte importante delle ragioni che di solito lo spingono avanti.»[22]

Successivamente Kuhn osserva come una caratteristica decisiva del rompicapo sia quella di possedere una soluzione, conseguenza questa del suo essere una sorta di completamento del paradigma in corso di validità. Come controesempio possiamo pensare al problema di definire una pace di lunga durata,[23] che non è un rompicapo nel senso appena descritto, perché potrebbe anche non avere una soluzione.

VII.    IL RUOLO DELLA CRISI

Il mondo non si lascia mai incasellare definitivamente, e nonostante la scienza normale non vada direttamente alla ricerca delle novità, il suo lavoro porta sistematicamente a trovare fenomeni nuovi[24] che esigono, per essere integrati, un cambio di paradigma.[25] Ne risulta che la scienza condotta secondo un paradigma è un metodo efficace per portare al cambio di paradigma. È come se la scienza normale fosse uno spingere ai propri limiti una certa idea del mondo, fino a renderne necessaria una ristrutturazione la cui profondità giustifica l’impiego del termine rivoluzione.

Un paradigma entra in crisi quando si manifestano delle anomalie che non riescono ad essere risolte nemmeno dallo sforzo prolungato dei migliori scienziati della comunità di riferimento. L’entrata in crisi del paradigma corrente è quasi sempre una condizione necessaria perché venga preso in considerazione un nuovo paradigma. Ad esempio, l’idea che fosse la Terra a girare intorno al Sole era già stata anticipata da Aristarco di Samo nel terzo secolo avanti Cristo, ma al tempo non ebbe seguito perché il paradigma tolemaico, il quale poneva la Terra immobile al centro dell’universo, spiegava in modo accettabile i fenomeni celesti, e il passaggio al modello eliocentrico non avrebbe offerto nessun vantaggio tangibile.[26] Al tempo di Copernico invece, «l’astronomia tolemaica aveva fallito nel risolvere i suoi problemi;[27] era venuto il tempo di dare una chance a un concorrente.»[28]

VIII.   LA DEFINIZIONE DI UN VOCABOLARIO?

Prima dell’affermarsi di un paradigma condiviso,[29] gli scienziati scrivono libri destinati anche a coloro che appartengono ad altre scuole o che sono esterni al contesto della loro particolare scienza, e in tali libri spiegano i dettagli preliminari dell’impostazione utilizzata. Dopo l’affermazione di un paradigma scrivono invece articoli destinati agli appartenenti alla stessa comunità e usano un linguaggio molto specifico, che può essere di difficile comprensione per i non specialisti.[30]

Il paradigma sembra corrispondere a una definizione di vocabolario dopo la quale è possibile operare in modo completamente logico, dando per fissi, chiari, e distinti i termini impiegati. Durante la rivoluzione scientifica la logica è invece priva del vocabolario di riferimento tramite il quale stendersi in un discorso soddisfacente.

IX.     INCOMMENSURABILITÀ E IRRAZIONALITÀ NELLA TRANSIZIONE FRA PARADIGMI

Quando il paradigma corrente viene messo in dubbio inizia una fase di transizione priva dei tratti di razionalità esplicita così evidenti nelle attività della scienza normale. Il paradigma non è più il fondamento di un discorso oggettivo da cui trarre giustificazione. L’orientamento che di solito ci fornisce viene a mancare e ci si trova a dover scegliere il nuovo riferimento fra più paradigmi concorrenti senza indicazioni precise sui criteri per venire a capo della questione. È vero che i paradigmi potrebbero essere confrontati fra di loro in base alla capacità di risolvere una serie di problemi, ma prima bisognerebbe mettersi d’accordo sulla lista dei problemi più rilevanti, e ciò normalmente avviene proprio in base al paradigma stesso. Non è nemmeno possibile invocare una sorta di linguaggio neutrale da utilizzare per discorrere sui paradigmi quando è il momento di compararli, in quanto i tentativi per creare un tale linguaggio sono falliti, e i meglio riusciti sono proprio quelli che presuppongono un paradigma.[31] In ultima analisi ogni argomento proposto dai difensori del nuovo e del vecchio paradigma si risolve ad essere all’incirca questo: «Il mio paradigma è meglio del tuo perché va d’accordo con sé stesso».[32]

X.      INTIMITÀ DEL PARADIGMA

Questa problematicità nel confrontare i paradigmi è resa più significativa dalla difficoltà per il singolo uomo di passare da un paradigma ad un altro. Parlare di un paradigma diverso dal proprio è piuttosto facile, si tratta di un’operazione che gli storici della scienza compiono normalmente; ma indossarlo nell’intimità della mente è un’altra cosa, in quanto esso interviene fin dalle primissime fasi di formazione della conoscenza, quando nascono le sensazioni a partire dagli stimoli.

In tale processo gli stimoli sono supposti essere uguali per tutti, mentre le sensazioni possono essere diverse da individuo a individuo. L’effetto del paradigma è quello di rendere uniformi tali primissime interpretazioni del mondo, nell’ambito della comunità scientifica che lo adotta; ciò avviene soprattutto per mezzo dell’esposizione a esempi pratici senza i quali la conoscenza trasmessa con il linguaggio sarebbe incompleta.

XI.     SMETTERE DI SAPERE

Kuhn utilizza, con le dovute cautele, un paragone tra i cambiamenti di paradigma e i cambiamenti  di gestalt visuale in base ai quali le stesse macchie d’inchiostro vengono interpretate come oggetti differenti.[33] A differenza dei cambi di gestalt però, lo scienziato non ha la possibilità di muoversi avanti e indietro fra i diversi paradigmi.

A tal proposito voglio ricordare un esperimento descritto da Kuhn[34] in cui viene chiesto ad alcuni soggetti di identificare delle carte da gioco a seguito di una veloce esposizione in serie. Alcune di queste carte sono anomale; per esempio vi sono dei cuori neri e delle picche rosse. Inizialmente «il quattro di cuori nero, ad esempio, poteva venire identificato come quattro di picche o come quattro di cuori. Senza avvertire minimamente una difficoltà, esso veniva fatto rientrare immediatamente entro una delle categorie concettuali preparate dall’esperienza precedente.»[35] In un momento successivo l’osservatore si accorge dell’anomalia, capisce a cosa deve stare attento e classifica correttamente anche le carte anomale. In questa seconda fase l’osservatore sa che ci potrebbe essere una forma di picche colorata di rosso, e quando vede tale colore si affretta a verificare se la punta della figura sia collocata in alto o in basso. Ipotizzare che l’osservatore torni allo stadio precedente implica che egli smetta di sapere che la figura rossa potrebbe essere capovolta ed avere un picciolo. Ma la dismissione di un sapere, la dimenticanza, non è un’operazione normalmente disponibile alla coscienza.

XII.    UN VERSO NELLA PSICHE

Quanto descritto nel paragrafo precedente non è riferito direttamente alla transizione fra paradigmi, ma ritengo sia utile ad esemplificare la difficoltà a muoversi fra stati differenti della psiche in senso lato. Precisato questo, aggiungo che il tipo di transizione preso in esame implica che i due stati tra i quali si verifica il passaggio si trovino in condizioni qualitativamente differenti, tali per cui uno è adeguato ad essere il successore dell’altro. Il nuovo stato si presenta come un sapere che appare in modo improvviso e che scioglie alcune tensioni prima irrisolte, dove per tensione potremmo riferirci a catene di pensieri che si caricano di valore in entrata senza riuscire a versarlo nel tronco principale della struttura concettuale della mente.[36]

Il movimento con cui il nuovo stato si instaura nella mente assomiglia allora a uno scivolamento lungo una discesa che improvvisamente è apparsa e che nel suo apparire subito si configura come un percorso necessario. Come conseguenza dell’asimmetria di questa situazione è possibile porsi una domanda: ciò che in un certo momento appare come un passaggio inevitabile, può essere ribaltato? Può essere costruito un percorso di sapere cosciente che riporti ad una condizione tale che tenda allo stadio antecedente? Esiste una trasformazione che cambi la salita in discesa e faccia rotolare il sasso al contrario?

XIII.   ALCUNE CONCLUSIONI: LA RAZIONALITÀ RITROVATA

Il nocciolo del paradigma si situa in una zona prossima alle prime conversioni nella catena che dagli stimoli fisici conduce poi alle strutture maggiori del sapere umano. La sua essenza è difficile da definire in quanto è collegata al nesso ancora non pienamente esplicitato fra la struttura del mondo e quella del sapere a riguardo del mondo. Il paradigma non è pienamente disponibile alla razionalità discorsiva, e oltre ad essere situato in una posizione antecedente ad essa, la sua natura se ne differenzia: «Quello cui ci siamo opposti in questo libro è pertanto il tentativo, tradizionale da Descartes in poi ma non prima, di analizzare la percezione come un processo interpretativo, come una versione inconscia di quello che facciamo dopo aver percepito.»[37]

Il paradigma è sfuggente e si fatica a dire cosa sia, ma sappiamo che instaura un campo di razionalità locale nell’indicare un percorso di ricerca praticabile oggettivamente, ed è da questa funzione che deriva il suo successo nel processo evolutivo del sapere. Quando però diviene necessario confrontare fra loro paradigmi diversi, non disponiamo di un metodo esatto per compiere tale scelta; Kuhn osserva che ciò nonostante la razionalità globale del discorso scientifico viene effettivamente raggiunta per mezzo di quel dispositivo sociale che è la comunità scientifica, descritta come «uno strumento straordinariamente efficace per massimizzare il numero e la precisione dei problemi risolti attraverso il mutamento di paradigma.»[38] L’incommensurabilità individuabile nel discorso di Kuhn sembra un problema più descrittivo che pratico.[39]

Volendo ragionare il progresso dell’uomo in accordo col discorso di Kuhn, forse non si cercherà tanto di definire l’essenza del sapere o del metodo scientifico che lo produce, quanto piuttosto le specifiche della comunità di agenti in cui il sapere e il metodo per ottenerlo sono implementati. Se però ci si sposta dall’impostazione internalista di Kuhn verso una visione in un certo senso più pragmatica, bisogna ricordarsi che le comunità scientifiche sono poste in un contesto sociale che assorbe l’output fornito dalla scienza trasponendolo nel sistema produttivo e militare. La comparazione fra le idee avviene per mezzo della materia che esse dispongono, e l’ultimo sito di riconciliazione dell’incommensurabilità resta nella concorrenza per mezzo della distruzione e della costruzione materiale, nel senso che la guerra e l’economia forniscono, più o meno esplicitamente, una lista di problem solving indisponibile all’uomo.[40]

Portando la storia dentro la scienza ed evidenziando l’impossibilità di impostare un discorso esatto e continuo, Kuhn sembra rompere il cristallo della razionalità, ma questa rimane attingibile attraverso la dimensione procedurale delle comunità scientifiche e la selezione fra i gruppi sociali cui queste appartengono, senza che il successo di questo movimento globale implichi una completa consapevolezza degli eventi locali con cui il sapere si produce nei singoli pensatori.

 Copyright Manuel Cappello 2012



[1]      T.S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, Chicago, The University of Chicago Press, 19963.

        L’articolo è stato realizzato sulla base dell’edizione inglese appena citata. La traduzione in italiano delle citazioni è stata tratta successivamente da: T.S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 2009, traduzione di Adriano Carugo.

[2]      Kuhn 1996, pp. 119-120.

[3]      Ibidem, pp. 73-74, 107.

[4]      Kuhn 1996, p. 133; Kuhn 2009, pp. 163-164.

[5]      Kuhn 1996, pp. 130-135.

[6]      Kuhn 1996, p. 18; Kuhn 2009, pp. 37-38.

[7]      Può essere utile considerare il controesempio di un sapere che non ha tale effetto guida: Kuhn 1996, p. 16; Kuhn 2009, p. 35: «Ma sebbene questo raccogliere fatti sia stato essenziale per l’origine di molte scienze importanti, chiunque esamini, ad esempio, gli scritti enciclopedici di Plinio o le storie naturali di Bacone del XVII secolo, scoprirà che esso porta ad impantanarsi.»

[8]      Kuhn 2009, p. 220.

[9]      Ibidem, p. 225.

[10]    Kuhn 1996, pp. 44-45; Kuhn 2009, pp. 67-68: «Che cosa dobbiamo sapere – si chiede Wittgenstein – per potere applicare termini come ‘sedia’, ‘foglia’, o ‘gioco’ in maniera inequivocabile e senza provocare discussioni?

        Tale questione è molto antica e generalmente si è risposto dicendo che dobbiamo sapere, coscientemente od intuitivamente, che cosa è una sedia, una foglia, od un gioco. Dobbiamo cioè cogliere un certo insieme di attributi che tutti quei giochi e soltanto essi hanno in comune. Wittgenstein, però, concludeva che, dato il modo in cui usiamo un linguaggio ed il genere di mondo al quale lo applichiamo, non v’è bisogno di un simile insieme di caratteristiche. […] Per Wittgenstein, in breve, giochi, sedie e foglie sono famiglie naturali, ciascuna delle quali è costituita da una rete di rassomiglianze che si incrociano e coincidono tra loro in molti punti. L’esistenza di una tale rete di rassomiglianze è sufficiente a spiegare il nostro successo nell’identificare l’oggetto o l’attività corrispondente.»

[11]    Kuhn 1996, p. 44; Kuhn 2009, p. 66: «Gli scienziati possono […] essere d’accordo nella identificazione di un paradigma, senza essere d’accordo sulla sua interpretazione o razionalizzazione completa e senza neppure tentarne una. La mancanza di un’interpretazione comune o di una riduzione a regole su cui si sia d’accordo non impedisce ad un paradigma di guidare la ricerca.»

[12]    Quello che indica i tratti indisponibili alla storia ma non al divenire della specie.

[13]    Kuhn 1996, p. 210; Kuhn 2009, p. 251: «La conoscenza scientifica, come il linguaggio, è intrinsecamente la proprietà comune di un gruppo o altrimenti non è assolutamente nulla. Per capirla dovremo conoscere le caratteristiche specifiche dei gruppi che la creano e la usano.»

[14]    Cfr. A. Bird, Thomas Kuhn, in «The Stanford Encyclopedia of Philosophy», Edward N. Zalta (ed.), <http://plato.stanford.edu/archives/win2011/entries/thomas-kuhn/> (Winter 2011 edition): «Kuhn sees his work as “pretty straight internalist”».

[15]    Kuhn 1996, pp. 168, 177.

[16]    Cfr. G. Simmel, Kant. Sedici lezioni berlinesi, Milano, Edizioni Unicopli, 1999: «Kant […] muove dal dato di fatto di determinate conoscenze, che costituisce il suo solido punto di appoggio, e si chiede a questo punto: di quali mezzi conoscitivi dobbiamo disporre, in che modo e in quale composizione essi debbono operare, affinché quelle conoscenze ossia la matematica, l’esperienza generale, confermata nella pratica, la legge di causalità e alcuni altri assiomi dello studio della natura – possano possedere una validità incondizionata?»

[17]    Kuhn 2009, p. 44.

[18]    Kuhn 1996, pp. 25-30.

[19]    Ibidem, p. 24.

[20]    Kuhn 1996, p. 52; Kuhn 2009, p. 75.

[21]    Kuhn 1996, p. 36.

[22]    Kuhn 1996, p. 36; Kuhn 2009, p. 57.

[23]    Kuhn 1996, p. 36.

[24]    Kuhn 1996, p. 64; Kuhn 2009, p. 88.

[25]    Kuhn 1996, p. 52.

[26]    Ibidem, p. 75.

[27]    La data in cui cade la Pasqua dipende dall’equinozio di primavera, che è uno dei due giorni dell’anno in cui la durata del giorno è pari a quella della notte. Il calendario giuliano (quello definito al tempo di Giulio Cesare ponendo sempre un anno bisestile ogni quattro) non era abbastanza preciso da conservare stabile nel tempo la data degli equinozi, cosa non molto gradita alla Chiesa, la quale desiderava creare un calendario in grado di mantenere costante il periodo dell’anno in cui cadeva la Pasqua. Il sistema copernicano era più adatto di quello tolemaico alla costruzione di un calendario affidabile di lungo termine.

[28]    Traduzione dell’autore. Cfr. Kuhn 1996, p. 76: «Ptolemaic astronomy had failed to solve its problems; the time had come to give a competitor a chance.» e Kuhn 2009, p.101: «L’astronomia tolemaica non era riuscita a risolvere i suoi problemi; era venuto il tempo di offrire ad un competitore l’opportunità di affermarsi.»

[29]    Tipiche situazioni pre-paradigma sono: Kuhn 1996, p. 15; Kuhn 2009, pp. 34-35: «…lo studio del movimento prima di Aristotele e della statica prima di Archimede, lo studio del calore prima di Black, della chimica prima di Boyle e Boerhaave e della geologia storica prima di Hutton.»

[30]    Kuhn 1996, pp. 13, 20.

[31]    Kuhn 1996, p. 127; Kuhn 2009, p. 156: «Nessun tentativo fatto fin’ora per raggiungere questo scopo è riuscito anche soltanto ad avvicinarsi a un linguaggio di pure percezioni che sia applicabile in tutti i casi. E quei tentativi che più vi si avvicinano, presentano una caratteristica che rafforza notevolmente parecchie delle tesi principali di questo saggio. Essi presuppongono fin dall’inizio un paradigma, ricavato o da una teoria scientifica corrente o da qualche sezione del linguaggio comune, dal quale si cercano di eliminare tutti i termini non-logici e non-percettivi.»

[32]    Kuhn 1996, p. 94; Kuhn 2009, p. 121: «Quando i paradigmi entrano, come necessariamente devono entrare in un dibattito sulla scelta di paradigmi, il loro ruolo è necessariamente circolare. Ciascun gruppo usa il proprio paradigma per argomentare in difesa di quel paradigma.»

[33]    Kuhn 1996, p. 85; Kuhn 2009, p. 112: «Questo parallelo può essere fuorviante. […] Nondimeno, la libertà di movimento della Gestalt, particolarmente perché è oggi così familiare, rappresenta un utile prototipo elementare per indicare quello che succede quando un paradigma muta su larga scala.»

[34]    Kuhn 1996, pp. 62-63; Kuhn 2009, p. 87: «…Bruner e Postman chiesero ai soggetti che si prestavano all’esperimento di identificare una serie di carte da gioco che venivano mostrate per breve tempo ed in maniera controllata.»

[35]    Kuhn 1996, p. 63; Kuhn 2009, p. 87.

[36]    Nel caso specifico potremmo pensare la tensione come collocata nella fase dell’esperimento in cui l’osservatore si accorge della presenza di un’anomalia senza riuscire a spiegarla. Il ragionamento sull’anomalia è in tal caso la catena di pensieri che non riescono a costituirsi in parte coerente di una visione complessiva della situazione esperimento.

[37]    Kuhn 1996, p. 195; Kuhn 2009, p. 235.

[38]    Kuhn 1996, p. 169; Kuhn 2009, p. 203.

[39]    Con ciò non intendo dire che sia poco importante.

[40]    Questo ragionamento presuppone che i portatori delle idee abbiano un corpo simile, che si muove nello stesso ambiente fisico, facendo uso delle medesime risorse materiali.

 

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