Jacques Derrida, “Donare il tempo. La moneta falsa”

a cura di Elisa Scirocchi

 

There’s a PRESENT for you darling!

Se pensate di leggere Derrida una domenica in spiaggia sotto il fresco di un ombrellone, o in mezzo al caos di un tram all’ora di punta vi sbagliate (oppure sapete di avere delle ottime capacità di concentrazione). Non vi spaventate, non è richiesta alcuna speciale abilità, si tratta solo di LEGGERE, di regalarsi del tempo per farlo. Take your time.

Nel 1991 Jacques Derrida dà alle stampe questo affascinante testo dal titolo “Donare il tempo. La moneta falsa”. La sua è una scrittura volutamente complessa. Una scrittura talvolta impertinente. Decostruire, infrangere, lasciare spazio al nuovo, questi sono i termini sui quali dovremmo soffermarci. Decostruzione di parole come eliminazione consapevole di points of view privilegiati da cui guardare il mondo. Dunque, prepariamoci a ritornare indietro sulla stessa pagina, mettiamo in conto di rileggere più volte la stessa frase, e accantoniamo l’idea, ormai superata, di trovare un senso unico alle cose, alle parole, ai gesti, all’umano. Questa è l’essenza intima del lavoro di Derrida, e della sua filosofia, che egli stesso rappresentata proprio come una cartolina spedita, ma mai recapitata.
Digressione (Necessaria).

Il testo che stiamo analizzando ruota in modo vorticoso attorno ad una citazione letteraria che ci conduce a Charles Baudelaire e a un suo racconto che porta il nome di “La moneta falsa”, titolo che lo stesso Derrida riutilizza per il suo testo. Un racconto che dobbiamo, o dovete, (ri)leggere, altrimenti ciò che scrivo non avrebbe alcun significato. (Vada per la decostruzione di ogni univocità, ma che si sappia almeno su che cosa riflettiamo).

 La moneta falsa

“Mentre ci allontanavamo dalla tabaccheria, il mio amico fece una diligente selezione dei suoi spiccioli; nella tasca sinistra del panciotto introdusse alcune monetine d’oro; nella destra, qualche monetina d’argento; nella tasca sinistra dei calzoni, una abbondante manciata di soldoni, e nella destra, infine, una moneta d’argento da due franchi che aveva particolarmente esaminata.

Singolare e minuziosa divisione!, osservai fra me.   
Incontrammo un mendicante, che tese verso di noi il berretto, tremando. Nulla conosco di più inquietante della muta eloquenza di quegli occhi supplichevoli, che contengono a un tempo, per l’uomo sensibile che sa leggervi, tanta umiltà e tanti rimproveri. Egli vi trova qualcosa che s’avvicina a quella profondità di complicato sentimento che è negli occhi lagrimanti dei cani frustati. L’elemosina del mio amico fu assai più considerevole della mia, ed io gli dissi: Avete ragione; dopo il piacere di rimaner sorpresi, non ve n’è alcuno maggiore di quello di produrre una sorpresa.

Era la moneta falsa, egli mi rispose tranquillamente, come per giustificarsi della sua prodigalità. Ma nel mio miserabile cervello, sempre intento a cercare mezzodì alle quattordici (di quale estenuante facoltà mi ha fatto dono la natura!) entra subitamente l’idea che un tal modo d’agire da parte del mio amico non fosse scusabile se non col desiderio di creare un avvenimento nella vita di quel povero diavolo, e forse anche di sapere quali conseguenze diverse, funeste o no, possa produrre una moneta falsa in mano a un mendicante. Non poteva essa moltiplicarsi in monete buone? Non poteva anche condurlo in prigione? Un oste, un fornaio, per esempio, lo avrebbe forse fatto arrestare come falsario o come spacciatore di valuta falsa. O forse quella moneta sarebbe stata, per un povero piccolo speculatore, il germe di una ricchezza di pochi giorni. E così la mia fantasia galoppava, prestando le ali alla mente del mio amico e traendo tutte le deduzioni possibili da tutte le ipotesi possibili.

Ma l’amico troncò bruscamente la mia fantasticheria, riprendendo la mie stesse parole: Sì, avete ragione; non c’è piacere più dolce di quello di cagionare sorpresa a un uomo donandogli più di quanto non speri. Lo guardai nel bianco degli occhi e fui spaventato al vedere che quegli occhi brillavano di un incontestabile candore. Vidi allora chiaramente che aveva voluto fare, ad un tempo, la carità e un buon affare; guadagnarsi quaranta soldi e il cuore di Dio; portar via il paradiso a buon mercato; e infine pigliarsi senza spesa una patente d’uomo caritatevole. Gli avrei quasi perdonato il desiderio del delittuoso piacere di cui poco prima lo avevo supposto capace; mi sarebbe sembrato strano e singolare che si divertisse a compromettere i poveri; ma non gli perdonerò mai la meschinità del suo calcolo. Non si è mai scusabili d’esser malvagi, ma c’è un po’ di merito nel sapere che si è tali; e il più irreparabile dei vizi è quello di commettere il male per stupidità”.

 

Cominciamo con l’impossibile.(C’mon).

“[…] Connettere, in un titolo, il tempo e il dono, può sembrare un laborioso artificio. Che cosa può avere a che fare il tempo con il dono? Vogliamo dire: Che cosa ci sarebbe da vedere? Che cosa avrebbero a che vedere tra loro? […] Certo, non hanno niente a che VEDERE insieme, e innanzitutto perché hanno entrambi un rapporto singolare con il visibile […]”.

Ruotando sul gioco di parole tra tempo/presente e dono/presente Derrida associa il dono al tempo. Come il tempo sfugge all’occhio, così il dono sfugge ad ogni tipo di identificazione, infatti, un dono visibile non è mai un dono. Il dono, per Derrida, non deve mai essere visibile, altrimenti cessa di essere un dono e diviene scambio, un inetto circolo economico. La meraviglia del parodosso in questione ricade anche nel termine stesso del tempo/presente, il quale apparentemente è qui, o come dicevano i latini hinc et nunc, ma di fatto non è mai visibile, non è tangibile, dunque, non è.  Derrida in questo è chiaro: Non dobbiamo mai confondere il dono con il suo fenomeno, in altre parole con la bieca manifestazione di sé. Il dono, per essere tale, deve rompere l’ordine perfetto della realtà. Egli deve necessariamente debordare, spiazzare, essere fuori misura. Il dono è l’eccezione invisibile, e non quantificabile, all’indifferenza umana, è un presente (tempo e/o regalo), e come tale sfugge. “[…] Dove c’è il dono, c’è il tempo […]”. Io nel dono, nell’atto di donare, dono il mio tempo. Dono quell’attimo che rompe il tempo quantitativo, e che taglia la sua linearità. Potremmo quindi affermare che il dono è una sfida all’ultimo sangue tra l’attimo e l’eterno.

A questo punto, doverosa è una distinzione tra ciò che è dono autentico, e ciò che non lo è affatto. Se ammettiamo che il senso ultimo del nostro vivere si manifesti nel rapporto con gli altri, ci assumiamo con rigore la responsabilità delle nostre azioni. Solo la morale, solo la nostra prassi comportamentale, può dire di noi, e può, al tempo stesso, essere detta. Come scrive Derrida, lo stesso titolo del racconto di Baudelaire ci mette nella condizione di dover pensare: Siamo obbligati a riflettere su che cosa sia una moneta vera, e cosa sia una moneta falsa, allo stesso modo in cui noi ora siamo qui a domandarci cosa sia un dono autentico, e cosa invece non lo sia. Ciò che è falso non è vero, ciò che non è vero non è. Un dono in-autentico non è un dono, ciò che non è un dono è uno scambio, un vergognoso e squallido do ut des. Il dono, se siamo in grado di donare veramente, non prevede nulla in cambio. Dunque, il donatore fasullo del racconto dona senza donare, perché nelle sue tasche rimane sempre la stessa quantità di denaro. Egli non toglie niente a sé, ma trattiene ciò che, se fosse stato un vero donatore, avrebbe dovuto lasciar andare.

Qui il giudizio morale è molto forte. Derrida lo dice a gran voce: Non possiamo accettare che si arrivi a una tale condotta, non possiamo permetterci il lusso di dimenticare chi siamo. In quanto uomini siamo frutto della nostra coscienza morale. Coscienza che dobbiamo accogliere (ed è proprio il caso di dirlo) come un regalo/dono/tempo presente in atto, prezioso. Solo sfuggendo alla richiesta del resto, io mi regalo, presentifico (rendo presente come tempo e/o come regalo) il mio essere uomo in mezzo ad altri uomini. Intollerabile, e aberrante, è la stupidità che ci lascia agire senza ragione, senza alcuna consapevolezza, scevri da ogni conformità a ciò che è ragionevole. Ma fare il male per stupidità (e qui potete anche richiamare alla mente l’arguta Hannah) non elimina il male, semmai ne delinea soltanto le ragioni, infime e spudorate, che lo hanno permesso. Dal giudizio negativo, alla gogna, e al perdono il passo è però inevitabile. Questo non fa che aprire una nuova questione: Cosa è il perdono? Cosa intendiamo quando usiamo la parola perdono? Il perdono in sé non nasconde solo etimologicamente le radici del dono (e quindi anche del tempo), ma lo racchiude in modo connaturato nella sua essenza (cfr. “Perdonare”, 2004).

Ma qual è la vera colpa del donatore fasullo del racconto di Baudelaire? “[…] La colpa dell’amico, la sua colpa irreparabile è di non essersi mostrato all’altezza del dono che la natura gli aveva fatto: egli non ha saputo onorare il contratto che lo legava naturalmente alla natura, non ha assolto il suo debito. Un debito naturale, dunque, un debito senza debito o un debito infinto […]. Senza pensare alle conseguenze delle sue azioni, il falso donatore ha agito. Egli ha trattenuto qualcosa che invece avrebbe dovuto donare, ha contratto un debito con l’altro e per giunta non è neppure consapevole di ciò, poiché ne ignora l’esistenza. Il messaggio dirompente di queste parole sta proprio nella riscoperta dell’umiltà. Un vero dono è umile, senza firma, senza peso, senza calcolo, senza tempo (pur essendo un “presente”). Dobbiamo in modo accorto sentirci parte di un genere al quale non possiamo sottrarci, dobbiamo spiegare le nostre ali in volo senza voltarci indietro per guardare a che punto sono gli altri rispetto a noi. Così è la vita autentica. Questo è il tempo che abbiamo a disposizione da vivere. Iniettiamo sotto pelle il concetto di responsabilità, scriviamolo su tutti i muri del mondo, insegniamolo nelle piazze, applichiamolo nella vita. Donate, a voi e agli altri. Donatevi il vostro tempo e così troverete anche la voglia, e il coraggio di donarlo agli altri.

Dal momento che abbiamo iniziato a vivere insieme, dobbiamo imparare a comportarci.

Elisa Scirocchi

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2 Commenti a “Jacques Derrida, “Donare il tempo. La moneta falsa””

  • UT:

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  • Federico:

    Interessante l’ articolo, anche se a mio avviso vi sono delle inesattezze(lo dico da studente di filosofia che sta preparando un esame anche su questo testo) e mi rivolgo all’ autrice: Derrida non dà affatto per scontato che l’ amico abbia donato moneta falsa, infatti afferma nelle sue considerazioni che potrebbe benissimo aver donato moneta autentica ed aver detto poi all’ amico di aver donato moneta falsa, questa è un’ ipotesi da considerare al pari dell’ ipotesi che l’ amico potrebbe aver creduto di donare moneta falsa mentre in realtà abbia donato moneta vera, ipotesi rara ma pure possibile.
    Inoltre Derrida dice espressamente che “moneta falsa” potrebbe essere pure il titolo, nel senso che Baudelaire ci stia dicendo che in realtà il vero titolo è un altro.
    D’ altra parte, come sottolinea più volte e con forza Derrida, moneta falsa non può essere una moneta che si riconosca già come tale, in quanto non sarebbe più falsa ma vera. Moneta falsa dev’ essere una moneta che si spacci per vera, se viene già riconosciuta in partenza come falsa non sarà mai tale. Derrida afferma più volte che il senso di questo racconto è poli-valente e che la “verità” di tale racconto la conosce probabilmente solo Baudelaire, e forse neanche lui.
    Federico

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