Amos Oz, Contro il fanatismo. A cura di Elisa Scirocchi

Mentre il gelato si scioglie

Siamo nel Gennaio 2002. Immaginiamo di essere studenti dell’Università di Tubinga e di avere l’onore di ascoltare le tre lezioni che Amoz Oz è stato invitato a tenere per noi.

Quest’oggi sono qui per parlarvi della mia attività. Operazione incestuosa da parte di un autore, questo disquisire del proprio scrivere. […] Vi racconterò alcune storie su come sono diventato scrittore, su come scrivo e come cancello, e vi esporrò alcune delle mie frustrazioni e altrettanti momenti di gioia.”

Nonostante gli sforzi d’immaginazione, io non ero lì tra gli studenti di Tubinga, non ho potuto godere di quelle lezioni, ma solo della loro raccolta nel testo “Contro il fanatismo”, pubblicato due anni dopo quell’incontro in Germania. In questo libello (che definisco così solo per la brevità che lo caratterizza) lo scrittore Amos Oz ci regala un’analisi ironica, e apparentemente naïf , di una realtà, invece, tanto controversa e sofferente. Lo stile asciutto della narrazione, nasconde in modo straordinario dentro di sé tutte le lacrime che sgorgano da quella terra oramai da millenni.

Ancora prima di trattare il difficile tema del fanatismo, Oz ci coinvolge con la nostalgia di un racconto autobiografico, e ci guida per mano alla scoperta della sua cultura, e dell’animo fantasioso, che sin da bambino l’ha accompagnato. Figlio unico di una famiglia modesta, ma colta, Amos ama mangiare gelati. Suo padre è bibliotecario, sua madre è insegnante privata di storia e letteratura. La sua piccola casa è piena solo (o quasi) dell’odore della carta dei libri che la riempiono. Amos e la sua famiglia vivono nella Gerusalemme dei primi anni Quaranta, non ancora Stato d’Israele. Costretto a seguire i genitori nei caffè, dove questi incontravano i loro amici, il piccolo Amos, riceveva come premio un gelato per avere resistito a quelli che, agli occhi di un bambino, non erano altro che dei momenti di tedio profondo. Un gelato, però, che lo ripagava di tutto, anche perché un “gelato nella Gerusalemme di quell’epoca era più raro che la pace nel Medio Oriente di oggi.”

Mangiando il gelato Amos non poteva fare a meno di assecondare la sua indomita curiosità, il suo spiccato spirito di osservazione. E soffocando le parole degli astanti al suo tavolo, egli osservava, divagava con la mente, scriveva le sue storie. Così, tra un gelato e l’altro, il vivace Amos, senza accorgersene, nutrì lo scrittore che era in lui. Scrive Oz in proposito: “Imparai ad alleviare la mia solitudine osservando la gente, immaginando, inventando […].”

“ […] Ma sono diventato scrittore anche perché vengo da una famiglia di profughi dal cuore a pezzi […].” Prosegue così, in modo brillante, e a tratti fortemente emotivo, il racconto della sua infanzia, dello struggimento della sua gente, della sua città fin troppo cosmopolita, della cultura ebraica e del suo innato spirito polemico e a volte sciovinista. Ci racconta poi del suo rapporto con la religione, con la politica e con la dolce arte dello scrivere. Riviviamo attraverso le sue parole eventi sanguinosi, tracciati con un apparente distacco: la Shoah, gli scontri del 1948 che portarono alla formazione dello Stato d’Israele, la Guerra dei Sei Giorni, l’11 Settembre. I suoi racconti, le sue digressioni però ci forniscono a pieno la misura della tragedia. Ma poi, tra tanto buio, tra il dolore della gente sfollata, e l’assenza incolmabile di coloro che non sono più ritornati a casa, si erge solitaria, perché spicca tra le altre, la parola COMPROMESSO. Compromesso come un accordo, come saper portare avanti le proprie ragioni nel rispetto delle ragioni altrui. Compromesso come quel momento infelice e doloroso in cui accettiamo di dover rinunciare a qualcosa in favore dell’altro. Compromesso come l’affermare di amare e rispettare l’umanità, nella propria persona, e nella persona altrui (Si Immanuel, questo lo avevi già detto tu!). Compromesso come accettare in modo consapevole le diversità che ci caratterizzano, e sfuggire, quindi, al pregiudizio. Dunque, compromesso come vita. Monolitico oppositore dell’uomo che accoglie il compresso, invece, è il fanatico. Il fanatismo “[…] è disgraziatamente una componente presente nella natura umana; un gene perverso […]”. Amos Oz ci delinea in modo a dir poco magistrale la figura del fanatico come un uomo sciocco e in preda alla disperazione più feroce. Fanatico è colui che tenta di vivere la sua vita nei panni di un altro, che egli riconosce come unico e indiscusso detentore della verità, quella verità che ama più della sua stessa vita. Fanatico è colui che pensa di poterci salvare, ignaro dell’impossibilità della sua missione. Fanatico è colui che, anche per scarsa cultura, non conosce affatto l’umorismo, e non sa neppure ridere di sé, perché non accetta l’esistenza di un point of view diverso dal proprio. Dunque, per il fanatico la parola “relativismo” ha lo stesso valore di verità della parola “unicorno”.

“[…] Una delle cose che rendono il conflitto israelo-palestinese particolarmente grave, è il fatto che esso sia essenzialmente un conflitto tra vittime. Due vittime dello stesso oppressore […].” Il nome di questo oppressore-carnefice, per Amos Oz è: Europa. In primo luogo il freddo carnefice si è da sempre arrogato il diritto di non corrispondere l’amore che il popolo ebraico provava per lui, divenendo fautore indiscusso di persecuzioni e genocidi; in secondo luogo egli ha mostrato da secoli un’ostilità, per ragioni culturali e religiose, nei confronti del popolo arabo, divenendo colonizzatore imperialista e sfruttatore di risorse. In questa condizione generalizzata di dolore le vittime sacrificali, siano esse israeliane o arabe, attraverso un’azione di transfert hanno ritrovato nell’altro il volto del loro carnefice, e si sono sentite giustificate alla violenza del massacro reciproco. Ancora una volta a correre in nostro aiuto è, secondo Oz, la parola COMPROMESSO. Gli israeliani dovranno riconoscere i diritti del popolo palestinese, e rinunciare, seppur a malincuore, ad alcuni territori del loro stato. Il popolo palestinese, d’altro canto, dovrà accettare il legame storicamente autentico tra il popolo ebraico e la terra d’Israele, cessando di trattare questo “giovane” stato come “[…] un’infezione passeggera […]”.

Allontanandomi dalla questione tanto complicata della guerra israelo-palestinese, scossa da tali osservazioni, inizio a vagare con la mente. Mi viene da pensare a tutte quelle volte che ho incontrato nel mio quotidiano un fanatico (di futili questioni s’intende), e a quante volte, per fortuna non troppe e ormai relegate a un tempo che fu, quando ero più giovane e spavalda, in cui io stessa fui fanatica. Che cosa differenzia in fondo il mio fanatismo da quello di un integralista? Forse solo una o due dosi in più di banale crudeltà. Motivo in più, questo, per accogliere con rinnovata consapevolezza le parole di Amos Oz, per mettere in atto, seppur nel nostro piccolo, la buona pratica del compromesso. Questo libro parla della storia del popolo ebraico come se fosse la storia dei tutti i popoli, di tutti gli uomini, nessuno escluso. Tra persone intelligenti e disposte all’alterità “[…] Verrà il tempo del caffè insieme […]”, e forse a quello stesso tavolo dove i grandi prenderanno decisioni importanti, ci sarà un bambino, costretto dai genitori a stare seduto composto, che intesserà le sue storie come uno scrittore, magari proprio mentre il gelato si scioglie.

Elisa Scirocchi

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Un Commento a “Amos Oz, Contro il fanatismo. A cura di Elisa Scirocchi”

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