Il Nietzsche classista, razzista, illiberale, antimoderno, reazionario…

Hitler visita l'archivio Nietzsche e stringe la mano di Elisabeth Foster,  la sorella del filosofo (Weimar, 1933)

Hitler visita l'archivio Nietzsche e stringe la mano di Elisabeth Foster, la sorella del filosofo (Weimar, 1933)

quello che non avreste mai voluto leggere

«Lo “sfruttamento” non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita. – Ammesso che questa, come teoria, sia una novità – come realtà è il fatto originario di tutta la storia: si sia fino a questo punto sinceri con se stessi»  (Al di là del bene e del male).

Spesso si dice che il “genio” esca fuori dalla storia, sia in grado di trascenderla per andar oltre i suoi schemi culturali. La “revisione” nietzschiana degli anni Sessanta ha contribuito a far tornare questo mito romantico dalla stessa finestra del nichilismo ermeneutico, da cui sembrava svanito. Ma  niente di tutto questo è possibile. Friedrich Nietzsche, che pure è stato il più grande innovatore filosofico del suo tempo, risulta anch’egli un prodotto socio-culturale. Il filosofo che ha distrutto ogni dogma viveva di dogmi. Anche il filosofo che ha combattuto la storia lineare e progressiva cristiana e  illuministica viveva nella storia. L’ermeneutica contemporanea, che pure ha contribuito a fondare, ci assicura del fatto che il “prodotto” (Nietzsche) ha contribuito a creare cultura, e storia. Ma  questo non toglie che di un prodotto si parli. E non è possibile capire e interpretare Nietzsche senza il darwinismo sociale, il positivismo più becero, la Germania ed il pangermanismo di Bismarck, senza la filosofia tedesca (e la sua peculiare ma sfaccettata riscoperta della grecità come rifugio contro la modernità), l’imperialismo europeo, l’avversione al socialismo, al liberalismo e ai contenuti più egalitari dell’illuminismo. E, per esempio, non si può capire a pieno la sua distinzione fra morale dei signori e degli schiavi,  fra schiavitù e uomini liberi (che coltivano l’aristocratico e letterario otium) senza tener presente anche la biografia di Nietzsche, che si arruolò come volontario nella guerra franco-prussiana; inoltre, a soli 34 anni si dimise dall’insegnamento ricevendo una pensione e frequentando, quasi apolide, un genere di vita del tutto privo di problemi economici. Nietzsche respinge con sdegno gli sviluppi della società industriale e del liberalismo, e accusa  i liberali e i socialisti di odiare l’antichità classica, fondata sul riconoscimento della necessità di affidare il lavoro ad una classe di schiavi, la cui terribile condizione renderebbe possibile a un ristretto numero di uomini “olimpici” la produzione e la fruizione del mondo dell’arte. Tutto ciò è, anche, Friedrich Nietzsche. Ma a determinare il suo pensiero vi è anche la solitudine, la sofferenza, la sua famiglia, le sue emicranie (sifilide?), la sua quasi cecità e la gelosia (Lou von Salomé, la “superdonna” con cui intraprese un menage à trois, gli procurerà una depressione).  Questo lo si scopre leggendo i suoi testi, studiando la sua biografia, e fermandosi su quei temi “tetri” che le (relativamente) recenti letture del filosofo tedesco  hanno volutamente trascurato, snobbato o marginalizzato, per dare maggior risalto alle sue indubitabili e magistrali intuizioni. Nietzsche, in sintesi, è il più radicale antimoderno dell’Ottocento, e al contempo il meno dogmatico, fascinoso e imprevedibile degli antimoderni.

Il suo stesso linguaggio, con quegli aforismi ad un passo dall’esoterico, si presta al gioco delle interpretazioni e sfugge alle letture troppo sistematiche. Domenico Losurdo cita Kurt Tucholsky, che  scrive: “Dimmi ciò di cui hai bisogno e ti troverò una citazione di Nietzsche“. Ciò non toglie che le matrici del suo pensiero ad uno storico delle idee e della filosofia appaiano abbastanza evidenti. La “recente” (1992) pubblicazione  della nuova traduzione de “La volontà di potenza” a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau ha riacceso il dibattito sul “Nietzsche cattivo e disgustoso”. Il nuovo Nietzsche, letto con più obiettività e più globalmente, perde quegli attributi frettolosi di “antisemita” (spesso Nietzsche stesso elogia gli Ebrei, pur sottolineando la nefasta morale “invidiosa” giudaico-cristiana. Non mancano però “strani” aforismi “lirici-lombrosiani” come il seguente: “Il loro occhio non convince, la loro lingua diventa facilmente troppo rapida e si imbroglia, la loro collera non s’intende del profondo e rispettabile ruggito leonino, il loro stomaco non regge ai grandi banchetti, né il loro intelletto ai forti vini, le loro braccia e gambe non permettono a essi le passioni altere (nelle loro mani palpita spesso non so quale ricordo); e perfino il modo in cui un ebreo monta a cavallo […] non è privo di difficoltà, e fa capire che gli ebrei non sono mai stati una razza cavalleresca”). Inoltre, cade la vecchia accusa di essere stato il principale punto di riferimento del nazismo: oltre all’evidente anacronismo, il nazismo ha fagocitato diverse correnti filosofiche eterogenee indipendentemente dai loro contenuti specifici, purchè accomunate dalla moda antiliberale (la reazione di diversi intellettuali alla “ribellione delle masse”). Inoltre, il sempre contraddittorio Nietzsche attacca, in alcuni punti delle sue opere, gli stessi nazionalisti tedeschi, nonché la moda dell’antisemitismo (cita negativamente, per esempio, “i predicatori di corte e gli speculatori antisemiti“).

Ma rimane un fatto: la nuova rilettura ha tuttavia dato prova che Elisabeth, la sorella di Nietzsche, non aveva (a parte qualche dettaglio) alterato i frammenti dell’opera postuma. Ferraris, in quarta di copertina, è abbastanza categorico, e descrive il mito della “manipolazione” della sorella-nazista di Nietzsche come un espediente storico per stornare da lui la grave responsabilità del suo pensiero conservatore e illiberale: “Se anche la lode del terrore e dello sfruttamento – uguale in questi frammenti 1883-1888 ordinati dalla sorella e dal discepolo e copista Peter Gast così come in opere che Nietzsche pubblicò nel pieno dei suoi spiriti – sembra precorrere Auschwitz, non è un buon motivo per accusare la sorella-parafulmine, e per dire che Nietzsche non avrebbe mai voluto o pensato La volontà di potenza. Soprattutto, quest’opera ha offerto materia di riflessione ai maggiori filosofi di questo secolo; il Nietzsche di Heidegger, giusto per tenersi alle evidenze maggiori, sarebbe inconcepibile senza questa compilazione“. E altrove ha aggiunto: “Nietzsche ha scritto cose tremende. Possiamo dirlo, senza con questo sposare il partito di Bäumler, né quello di Lukács (che restano differenti, e nella scelta, che fortunatamente non si porrà mai, sarei per Lukács); dobbiamo dirlo, per non cadere nell’equivoco di ammansire Nietzsche sino a renderlo irriconoscibile […] Ovvio che non ha mai fabbricato un Lager; ma proprio per questo, non c’è affatto bisogno di negare che il male che compare con tanta violenza in tante sue pagine è il frutto di una falsificazione dell’eredità o di un equivoco ermeneutico“. Pur senza arrivare all’interpretazione che di Nietzsche danno György Lucaks e Ernst Nolte, che di lui fanno il profeta del Terzo Reich, è innegabile il fatto che il suo pensiero rappresenti l’avanguardia intellettuale della borghesia reazionaria tedesca che, citando Lucaks, pur cercando di leggere e decostruire il secolo, “non ebbe ancora esperienza del periodo imperialistico in se stesso”. I tentativi di interpretare diversamente l’aforisma della “magnifica bestia bionda che vaga bramosa di preda e di vittoria” rivelano solo la delusione degli interpreti che si aspettano ancora da Nietzsche un “genio puro” e “metastorico”. La “denazificazione” degli interpreti degli anni Sessanta di Nietzsche (Gilles Deleuze  compreso) nasconde una loro cocente delusione.

Lo stile di vita elitario auspicato dal filosofo è inequivocabile: “Trattenerci reciprocamente dall’offesa, dalla violenza, dallo sfruttamento, stabilire un’eguaglianza tra la propria volontà e quella dell’altro: tutto questo può, in un certo qual senso grossolano, divenire una buona costumanza tra individui, ove ne siano date le condizioni (vale a dire la loro effettiva somiglianza in quantità di forza e in misure di valore, nonché la loro mutua interdipendenza all’interno di un unico corpo). Ma appena questo principio volesse guadagnare ulteriormente terreno, addirittura, se possibile, come principio basilare della società, si mostrerebbe immediatamente per quello che è: una volontà di negazione della vita, un principio di dissoluzione e di decadenza. Su questo punto occorre rivolgere radicalmente il pensiero al fondamento e guardarsi da ogni debolezza sentimentale: la vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e più debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel più temperato dei casi, uno sfruttare – ma a che scopo si dovrebbe sempre usare proprio queste parole, sulle quali da tempo immemorabile si è impressa un’intenzione denigratoria?”.

 Questi assunti teorici non hanno nulla da invidiare all’arditismo delle bionde aquile che realizzeranno alcune di queste idee. La teoria nietzschiana dei “signori della terra”, il suo titanismo antidemocratico esasperato viene dispiegato a più riprese e abbastanza chiaramente:  “L’ordine, l’ordine gerarchico delle caste, formula soltanto le leggi supreme della vita stessa; la separazione dei tre tipi umani è necessaria per conservare la società, per rendere possibili i tipi superiori e supremi; la disuguaglianza dei diritti è la condizione prima dell’esistenza dei diritti stessi”. Nietzsche appare a più riprese ossessionato da queste nuove idee “gregarie” e “libertarie” che serpeggiano per l’Europa, ma non per questo dispera. C’è ancora  tempo e speranza: “lo spettacolo dell’europeo di oggi mi dà molte speranze: si sta formando un’audace razza dominante, sulla base di una massa gregaria estremamente intelligente. Fra poco, i movimenti che tendono a compattare questa massa non saranno  più soli in prima linea“. L’analisi è ancora più specifica: “L’ animale gregario che con tutte le forze aspira alla verde felicità universale del pascolare sulla terra, cioe alla sicurezza, alIa mancanza di pericoli, alla comodità, alla vita facile e infine, ‘se tutto va bene’, spera anche di sottrarsi a ogni genere di pastori e di guide. Le sue due dottrine piu frequentemente predicate suonano così: “uguaglianza dei diritti” e “compassione per tutto cio che soffre” e lo stesso soffrire è considerata da costoro come qualcosa che va assolutamente abolito. Il fatto che simili ‘idee’ possano ancora essere moderne ci dà il cattivo concetto di questa modernità“.

  Di qui, un “manifesto programmatico”, o meglio, un auspicio. A questa modernità “indicibile”, Nietzsche oppone l’autentica renaissance dell’uomo nuovo: “la sua volontà di vita deve innalzarsi fino a un’incondizionata volontà di potenza e di preponderanza, e che pericolo, durezza, violenza, pericolo nelle strade e nel cuore, disuguaglianza dei diritti, il nascondersi, lo stoicismo, l’arte del sedurre, le diavolerie di ogni genere, insomma l’opposto di tutto cio che il gregge desidera è necessario all’elevazione del tipo di uomo. Una morale con queste intenzioni capovolte, che voglia addestrare l’uomo a salire in alto anzichè a restare nella comodità e nella mediocrità, una morale che si proponga di allevare una casta di governanti -i futuri signori della terra- deve, per poter essere insegnata, legarsi alla legge morale esistente e insinuarsi sotto le sue parole e apparenze. Ma a tale scopo […] si debba prima e soprattutto allevare una nuova specie in cui a quella volontà e a quell’istinto venga garantita la durata per molte enerazioni, una nuova specie e casta di padroni: questo lo si capisce facilmente, così come si capisce bene come andrebbe proseguito questa pensiero, che non enuncerò oltre. Preparare una inversione dei valori per una ben determinata specie forte di uomini, dalla forza di volontà e dalla spiritualità altissime, e a tale scopo scatenare in loro lentamente e con prudenza una grande quantità di istinti tenuti a freno e calunniati: chi pensa a questo appartiene a noi, agli spiriti liberi“.

Rimane indelebile e coerente (alla luce dei fatti), nonchè piuttosto efficace e riassuntivo, il giudizio che di Nietzsche dava Primo Levi: “Il verbo di Nietzsche mi ripugna profondamente; stento a trovarvi un’affermazione che non coincida con il contrario di quanto mi piace pensare; mi infastidisce il suo tono oracolare; ma mi pare che non vi compaia mai il desiderio della sofferenza altrui. L’indifferenza sì, quasi in ogni pagina, ma mai la Schadenfreude, la gioia per il danno del prossimo, né tanto meno la gioia del far deliberatamente soffrire. Il dolore del volgo, degli Ungestalten, degli informi, dei non-nati-nobili, è un prezzo da pagare per l’avvento del regno degli eletti; è un male minore, comunque sempre un male; non è desiderabile in sé. Ben diversi erano il verbo e la prassi hitleriani”. Per i lettori che volgiano approfondire, offriamo un breve capitolo di “Nietzsche e la critica della modernità” (1997), dello studioso italiano Domenico Losurdo, il quale ha pubblicato diverse opere su questo Nietzsche oscuro, misconosciuto o “rimosso” dai più, contribuendo a riaccendere il dibattitto in Italia e all’estero. Per una breve cronistoria di questo dibattito, vedi qui

Eterno ritorno, volontà di potenza e annientamento dei malriusciti (di Domenico Losurdo)

L’emancipazione dalla religione e dai suoi surrogati viene celebrata con accenti di soave seduzione: «Abbiamo lasciato’ la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi». Siamo così «nell’orizzonte dell’infinito », un orizzonte fascinoso, ma privo di valori consacrati, di certezze, di punti di riferimento, e quindi inquietante sino alla disperazione; in questo senso, «non c’è niente di più spaventevole dell’infinito». Rinunciatario e vano sarebbe, tuttavia, voler procedere a ritroso: «Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste più “terra” alcuna!»136. Essa è dileguata con la morte di Dio, annunciata prima dalla Gaia Scienza e poi da Cosi parlò Zarathustra. A partire da queste pagine e da questi temi, Nietzsche è stato spesso letto come il teorico o il profeta dell’individualismo post-moderno, cioè di un individualismo che ha ormai tagliato i ponti con la «terra» della teologia e della filosofia della storia, con la finitezza dell’universo pre-copernicano e pre-darwiniano. Ma è interessante vedere dove va a sfociare la critica del messianismo e di ogni forma di teologia o filosofia della storia: «il cristiano vive nella speranza» e con lui «la grande moltitudine degli schiavi»137 antichi e moderni, sedotti dalla predicazione evangelica ovvero da quella socialista. Tale fiduciosa attesa viene liquidata, mediante la contrapposizione alla visione unilineare del tempo, propria della tradizione ebraico-cristiana, della tesi, mutuata dall’antichità classica, dell’eterno ritorno dell’identico. E così Nietzsche sembra voler ritornare al punto di partenza.

Nello sforzo di mettere in discussione se non cancellare due millenni di storia, passa dalla denuncia del «danno della storia per la vita» alla radicale storicizzazione del sapere. Questa investe da ultimo il sentimento della speranza e la visione unilineare del tempo su cui esso si fonda, e tale visione viene prima relativizzata mediante l’evidenziamento della sua genesi storico-sociale (le illusioni e pretese dei reietti che si agitano nel mondo ebraico-cristiano), e poi messa definitivamente fuori causa con la tesi o con il mito dell’eterno ritorno dell’identico. La fuga a ritroso dalla catastrofe della modernità e dalla notte che incombe sulla civiltà mette infine capo alla riscoperta del meriggio pagano dell’innocenza del divenire e dell’eterno ritorno: prive di ogni senso appaiono ormai le rivendicazioni avanzate alla realtà politico-sociale in nome della morale e di pretesi valori universali; persino sul piano cosmologico non c’è più posto per le speranze di redenzione o di mutamento delle classi subalterne ovvero degli schiavi incatenati o da incatenare al carro della civiltà. A questo punto, la condanna dell’apocalittica cristiana e socialista si configura come la condanna di ogni trascendenza, religiosa o rivoluzionaria che sia: con la loro attesa del «giudizio finale», cristiani e socialisti si servono dell’al di là, celeste o mondano che sia, per «insozzare l’al di qua» e «condannare, calunniare, insozzare la società»138. Insozzando l’al di qua e contrapponendo ad esso un al di là o comunque un fine, un «mondo vero» che svaluta il presente e il terreno, il movimento che dal cristianesimo conduce al socialismo sfocia inevitabilmente nel nichilismo, di cui però non è consapevole quella tradizione, abbarbicata alla ricerca di un senso oltremondano che non c’è. Condotto invece al suo compimento e inteso come consapevole e finale dissoluzione di ogni retaggio metafisico e teologico, «come negazione di un mondo vero, di un Essere» e come recupero pieno e gioioso del senso della terra, il nichilismo è sinonimo di liberazione e «potrebbe essere un pensiero divino»139. Al tema del nichilismo, delle sue diverse forme e del suo possibile superamento, passando attraverso piani di lavoro sempre nuovi e incessanti ripensamenti, Nietzsche vorrebbe dedicare quella che sembra talvolta considerare la sua opera principale, La volontà di potenza, che non a caso, però, rimane incompiuta. E, tuttavia, traspare con sufficiente chiarezza l’altra faccia della «trasvalutazione dei valori». Il superuomo di cui Zarathustra auspica e profetizza l’avvento dopo la morte di Dio recupera sì il senso della terra e della gioia terrena calpestato da una tradizione millenaria ma afferma anche una volontà di potenza che è l’essenza stessa della vita e che può essere tanto più priva di scrupoli per il fatto che illusione e inganno si è rivelata ogni morale declinata al singolare, ogni comunità etica capace di unire gli uomini, anzi ogni discorso facente riferimento all’uomo in quanto tale. Zarathustra, «il senza Dio», «questo anticristo e antinichilista, questo vincitore di Dio e del nulla», redime sì «dal grande disgusto, dalla volontà del nulla, dal nichilismo» e spazza via gli «ideali ostili alla vita, calunniatori del mondo», ma per lasciar spazio a «spiriti fortificati da guerre e vittorie» e che non avvertono disagio o senso di colpa per la loro «sublime malvagità»140.

Il cristianesimo rivela di essere affetto da ripugnante «odio contro la terra e il terrestre» anche per il fatto che vorrebbe «spezzare ogni forma di autodominio, di virilità, di spirito di conquista, di bramosia di potere» e pretenderebbe «di conservare e di mantenere in vita», anzi persino di celebrare, «questa eccedenza di casi mal riusciti», questo «residuo di tarati, di malati, di degenerati, di essere difettosi, di necessari sofferenti» che l’umanità, come «ogni altra specie animale» e anzi più di qualsiasi altra, necessariamente produce141. D’altro canto, cos’è il nichilismo della tradizione cristiano-socialista se non una «morale della compassione» che, ostinandosi a rivolgere la sua sollecitudine a ciò che è degno di perire, finisce col negare la vita?142 La «sana crescita della specie» esige l’amputazione o il sacrificio dei «malriusciti, deboli, degenerati». Ostinandosi a volerli salvare, cristianesimo e socialismo perdono di vista le esigenze  dell’«allevamento complessivo» della specie e si lasciano così guidare da un «altruismo», che è la maschera in realtà dell’«egoismo di massa dei deboli». Come il primo, anche l’ultimo Nietzsche sembra fare appello alla morale: «L’autentica filantropia esige il sacrificio a vantaggio della specie», mentre il rifiuto di tale sacrificio rappresenta l’«estrema immoralità»143; «la selezione della specie, la sua purificazione del cascame» è «la virtù per eccellenza»; «si devono amputare le membra malate – ecco la prima morale della società»; «la società è un corpo nell’ambito del quale a nessun membro è lecito essere ammalato»144 Coloro che accecati dal mito del progresso, per rispetto superstizioso dei «materiali di rigetto e di scarto» che ogni processo vitale inevitabilmente comporta145 e per «compassione nei confronti della povera gente», vorrebbero abolire le «calamità» o le presunte calamità che affliggono l’umanità, si macchiano della grave colpa di opporsi alla «grande economia del l ‘ Intero»146 si rendono colpevoli di «delitto contro la vita», anzi, di «delitto capitale contro la vita»147. Ora la tradizione rivoluzionaria è accusata di sviluppare non una morale gregaria, ma, al contrario, una morale che assolutizza l’individuo. Col cristianesimo «il singolo è diventato così importante che non è più possibile sacrificarlo: dinanzi a Dio tutte le “anime” sono uguali. Ma ciò significa mettere in questione, nel modo più pericoloso, la vita della specie». Una tale religione «ha indebolito la forza di sacrificare uomini», esigendo che siano risparmiati «tutti i sofferenti, i diseredati, i malati» e bloccando con ciò la necessaria «selezione»148.

Negli ultimi anni di vita cosciente del filosofo, centrale diviene il tema della resa radicale dei conti con coloro che mettono in pericolo l’esistenza ordinata della civiltà e la vita stessa. Si deve alfine procedere all’«annientamento di milioni di malriusciti»149 bisogna «annientare con occhio divino e senza impacci»150; «qui non ci possono essere patti: qui bisogna distruggere, annientare, far guerra»151. E ancora: «I deboli e i malriusciti devono perire […] E a tale scopo si deve essere loro anche d’aiuto»152; il necessario e benefico «attentato a due millenni di contronatura e deturpamento dell’uomo» comporta «l’inesorabile annientamento di ogni elemento degenere e parassitario»153. Sinistre suonano tali dichiarazioni, ma è bene collocarle nel loro contesto storico. Il filosofo esige la «castrazione» per i delinquenti154, per  «i malati cronici e nevrastenici di terzo grado», per i «sifilitici»: bisogna insomma impedire la procreazione «in tutti i casi in cui un figlio sarebbe un delitto» e «mettere un figlio al mondo» sarebbe «peggio che togliere una vita»155. Sono gli anni in cui un cugino di Darwin, Francis Galton, (noto a Nietzsche e da lui citato con favore)156 lancia l’eugenetica che subito riscuote grande successo, in particolare negli Usa, il paese che in questo momento si distingue nella realizzazione pratica delle misure di questa nuova «scienza». Sotto la spinta di un movimento sviluppatosi già alla fine dell’Ottocento, tra il1907 e il 1915, ben tredici stati americani emanano leggi per la sterilizzazione coatta, cui devono sottostare, secondo la legislazione dell’Indiana (lo stato che per primo si muove in tale direzione), «delinquenti abituali, idioti, imbecilli e violentatori». Non mancano coloro che, ritenendo tali misure insufficienti, enfatizzano la sterilizzazione in primo luogo come misura di profilassi sociale, cui dovrebbero sottostare i poveri e vagabondi abituali e, più in generale, le classi inferiori e tendenzialmente criminali157. Nietzsche si pronuncia inoltre per l’«annientamento delle razze decadenti»158. Anche in tal caso è bene precisare il quadro storico. Alcuni anni prima che il filosofo tedesco scriva il testo qui citato, un teorico del social-darwinismo come Ludwig Gumplowicz riferisce il fatto, ritenuto ovvio e pacifico, per cui, in determinate condizioni, «gli uomini della giungla e gli Ottentotti» vengono considerati e trattati «in quanto “esseri”(Geschöpfe) che è lecito sterminare come la cacciagione del bosco»; a comportarsi in tal modo sono persino «i Boeri cristiani»159.D ‘altro canto, alla pratica dell’espansione e del dominio coloniale del tempo rinvia lo stesso Nietzsche allorché giustifica (o celebra) la «”barbarie” dei mezzi» dai conquistatori impiegata «in Congo o dove che sia»: la necessità di mantenere «la signoria sui barbari» esige la liquidazione della consueta «sdolcinatezza europea»160.L ‘atmosfera culturale e politica della fine dell’ottocento è carica dell’idea o della tentazione del ricorso a misure «eugenetiche» che, nel caso delle popolazioni coloniali, confinano pericolosamente col genocidio.

 

 

Note:

135 Al di là del bene e del male, af. 46.

136 La gaia scienza, af. 124.

137 Aurora, af. 546.

138 Crepuscolo degli idoli. Scorribande inattuali, af. 34.

139 Nachgelassene Fragmente 1885-1887, cit., p. 354, trad. it. cit., vol. VIII, 2, p. 16.

140 Genealogia della morale, 11, af. 25 e 24.

141 Al di là del bene e del male, af. 62.

142 Genealogia della morale, pref., 5.

143 Nachgelassene Fragmente 1887-1889, cit., p. 471, trad. it.

cit., p. 258.

144 Ivi, p. 413, trad. it. cit., p. 203.

145 Ivi, p. 87, trad. it. cit., vol. VIII, 2, p. 293.

146 Ecce homo. Perché sono un destino, af. 4.

147 Nachgelassene Fragmente 1887-1889, cit., pp. 471 e 417, trad. it., cit., pp. 258 e 207.

148 Ivi, p. 218-9, trad. it. cit., p. 10-11.

149 Nachgelassene Fragmente 1884-1885 , cit., p. 98, trad. it. cit., p. 86.

150 NachgelassenFe ragmente 1885-1887, cit., p. 31, trad. it. cit., vol. VIII, 1, p. 23-4.

151 Nachgelassene Fragmente 1887-1889, cit., p. 220, trad. it. cit., p. 12.

152 L’Antirristo, af. 2.

153 Ecce homo. La nascita della tragedia, af. 4 .

154 Nachgelassene Fragmente 1885-1 887, cit., p. 479, trad. it. cit., vol. VIII, 2, p. 129.

155 Nachgelassene Fragmente 1887-1889, cit., pp. 401-2, trad. it. cit., vol. VIII, 3, p. 191.

156 Il filosofo lo cita con favore in due lettere a F. Overbeck (Sils, 4 luglio 1888) e A. Strindberg (Torino, 8 dicembre 18881, in Nietzsche Briefwechsel, cit., vol. III,5, p. 347 e p. 508.

157 Cfr. A. E. FINK, Causes of Crime. Biological Theories in the United States 1800-1915 (1938), Perpetua, New York 1962, pp. 188-210.

158 Nachgelassene Fragmente 1884-1885, cit., p. 69, trad. it. cit., p. 59.

159 L. GUMPLOWICZ, Der Rassenkampf Soziologische Untersuchungen, Wagner’sche Universitatsbuchhandllung, Innsbruck 1883, p. 249.

160 Nachgelassene Fragmente 1885-1 887, cit., p. 47 1, trad. it. cit., vol. VIII, 2, p. 120.

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3 Commenti a “Il Nietzsche classista, razzista, illiberale, antimoderno, reazionario…”

  • Geniomaligno:

    “Se il fascismo, e ancor più il nazismo, sono stati la presa di potere del Parasitenproletariat (e di ciò è difficile dubitare), la strumentalizzazione di Nietzsche da parte di questi regimi costituisce una netta e tragica conferma di ciò che Trockij scriveva già nel 1900 [cfr. “À propos de la philosophie du surhomme”, in “Cahiers Leon Trotsky”, n. 1, 1979]. Non bisogna nascondersi, poi, che questa strumentalizzazione non implicò affatto una falsificazione vera e propria: fu sufficiente prendere alla lettera certe affermazioni di Nietzsche, non tener conto delle affermazioni contrarie, trascurare un’analisi sistematica del suo pensiero. Si trattò di una sorta di antologizzazione in negativo: di una scelta accurata delle peggiori tesi del peggior Nietzsche. Ma queste tesi c’erano davvero e anche il Nietzsche “cattivo” esiste veramente accanto a quello “buono”, sebbene oggi si tenda ad occultarlo con l’operazione inversa di un’antologizzazione in positivo. Troppe volte Nietzsche si è espresso a favore della schiavitù, troppe volte ha parlato con disprezzo del proletariato, troppe volte ha esaltato o quanto meno giustificato come naturali e necessarie, la guerra e la violenza. Non si può quindi assolverlo dall’accusa di essere stato il patrono filosofico del Parasitenproletariat, e persino di quello in camicia nera e bruna: storicamente lo è stato, che lo si voglia o no. Trockij sbaglia sotto un solo profilo: in quanto riduce interamente Nietzsche a ideologo del Parasitenproletariat, e non tiene conto (pur facendone menzione, per ciò che riguarda il movimento anarchico) di altre possibili utilizzazioni ideologiche del suo pensiero e del ruolo storico che esso potrebbe svolgere. Il problema, insomma, è il seguente: se vogliamo attribuire all’intellettuale contemporaneo (e a noi stessi come tali) un compito che vada oltre le esigenze che la società borghese impone ai suoi membri, e che non si risolva d’altra parte nell’adorazione mistica dei valori o nell’esaltazione della forza, possiamo trovare in Nietzsche indicazioni utili a questo scopo? Forse si. Ma bisogna saperle cercare”. (Luigi Alfieri, “Nel labirinto. Quattro saggi su Nietzsche”, Giuffrè, 1984)

  • Orphne:

    Non confondiamo la “cattiveria” con la pura presa di coscienza di una situazione di fatto. La sopraffazione del prossimo può essere una scelta o una rinuncia. Ma non è il “male in sè”. Staccare l’uomo dalla Natura di cui è parte è invece una bugia. La Storia altro non è che una storia degli egoismi? Forse si… Ma non ho mai trovato in N. un egoismo avaro, che non effondesse più di quanto riceveva. Un egoismo traboccante, solare. L’uomo è diventato quel che è oggi in quanto cacciatore organizzato, ma oggi vorrebbe essere vegetariano proprio grazie ad una intelligenza che beneficia del suo non essere stato vegetariano. Il vecchio, caro, dolce N. altro non ha fatto che puntare il dito su un analogo paradosso, dell’uomo che non esercita più la propria forza come sopraffazione, ma come missione. Una missione che non è tensione alla vetta, ma al tramonto. Neppure lui è un fine, con tutta la sua forza, ma solo un piccolo punto dell’infinito cammino. Bella cosa l’evoluzione, vero? Ma chi vuol essere il Neanderthal? Nessuno? Però è curioso, tutti vogliono essere il Sapiens… Il problema è che tutti si percepiscono come un fine. Ed è legittimo, ma se ciascuno è il fine ultimo di se stesso nessuno allora lo sarà per chiunque altro. L’uomo non ha ancora imparato a vivere e morire, a dire “che mi importa di me?”, ad amare abbastanza “la vita e se stesso” da non cercare quel Nirvana dove tutto è perfetto perchè non c’è nulla. Questo era il tradimento finale di Socrate, aver ridotto la sua vittoria alla stanchezza di vivere. Non ho mai sentito un amore più grande per la Vita che in Nietzsche. Ma che poteva farci se “la Vita ama parlar male di se stessa”? Che farci se poi alcuni confondono la Forza con una legittimazione alla violenza, mentre altri confondono la Mitezza con la debolezza? La Vita avanza per vie oscure. Amarla e seguirla significa percorrere quelle vie come un cieco, bendato e di notte. Non ci si fida, ma a tutto ci si affida, ad una provvidenza che da ogni inciampo trae la nostra forza. Saper convertire il fato nel proprio oro. L’uomo filosofale. Questo è l’oltre uomo, non un violento trapiantatore del proprio seme, stupratore di un futuro che è già oggi e può appartenere a tutti.

  • Bah:

    Per rispondere a considerazioni normie e superficialissime di Orphne, che non ho neanche voglia di leggere sino in fondo per rispetto al mio buon senso, la Natura implica tantissime cose, ma nessuna di queste è l’Uomo. In un epoca in cui si elogiano presidenti neoeletti sorvolando sulla sua misoginia e sulla pericolosa ondata di razzismo che ha sempre contraddistinto paesi ignoranti del Nord e dell’Ovest, si sta facendo spazio il mito del profeta poetico, di cui Orphne vuole farsi esponente. Non conscio che: l’uomo di Neanderthal se (raramente) mangiava carne faceva lo sciacallo, che probabilmente molte popolazioni non-sedentarie e popoli non-ariani (o indoeuropei, che dir si voglia) erano matriarcali. E con una punta di saccenza che è tipica di un certo filosofo così incosciente da ignorare che anche la compassione, la gentilezza, la libertà e lo spirito fanno parte della più generica definizione di Natura (cioè, tutto ciò che esiste). Come se lo stato attuale, creato poi ad oc dai falsi miti del poeta ‘contro la massa’ (come se dire cretinate e cose senza nesso logico renda dei ‘poeti maledetti’), di potenza, di questi mondi tedeschi e, appunto, indoariani (vista la simpatia di Nietzsche verso il mondo giustificazionista induista), tutti smentibili con una terza elementare. Uno stato in cui degli ignoranti si permettono anche di parlare di Vita, assurgendo solo uno dei tanti modelli della Natura, e, in un ottica giusnaturalista vecchissima e fascista, dire che tutto ciò che è Natura è bene. Ma non eravate voi ‘al di là del bene o del male’? O prendete a bene solamente cose psicotiche con il solito bias di conferma solo per sembrare dei ‘poeti taglienti’?

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