Umberto Eco, Storia della bellezza. Una recensione di Erica Trabucchi

Cristo misura il mondo con un compasso, da una Bibbia Moralizzata, 1250 circa

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Esattamente come per la bruttezza, anche la definizione di bellezza non è univoca: bello è qualcosa che attrae, che colpisce, che spinge a soffermare lo sguardo senza reprime un senso di meraviglia, addirittura di estasi. Spesso si definisce il bello come qualcosa che è buono; e in questo caso si attribuisce alla bellezza una caratteristica utilitaristica, che non è propria del termine. Altre volte una cosa bella è una cosa desiderabile, apprezzata ma non posseduta, e che proprio per questa mancanza di possesso risulta ancora più ricercata, ma che forse, per altri non è meritevole di attenzione. Altre volte è la passione per una data cosa a condizionare il nostro giudizio. Si potrebbe dire che la bellezza, esattamente come la bruttezza, sono dunque soggettivi. Questo libro presenta una preziosa carrellata testuale e visiva delle più importanti concezioni estetiche sulla “bellezza” che hanno caratterizzato la cultura occidentale.

Franchino Gaffurio, Esperimenti di Pitagora sulle relazioni tra i suoni, in Theoria Musicae, 1492

Certo è che fin dall’antichità si è cercato di evidenziare come le cose proporzionate e armoniche fossero indice di bellezza, unitamente alla piacevolezza del colore, che per il mondo greco e romano erano caratteristiche indicanti la bellezza. In Grecia, la bellezza è spesso legata ad altre idee, come la bontà e la virtù. La scultura è legata a forme armoniche (l’armonia è stabilità da precisi canoni) ma anche statiche, con qualche straordinaria eccezione come Laocoonte.  Iniziano così a comparire trattati e elaborati circa la proporzione in ogni ambito della natura: dall’uomo all’architettura, dalla musica alla pittura. In ogni campo vengono elaborate delle regole da seguire per poter affermare di aver realizzato un’opera bella. Il tema della bellezza viene però elaborato sistematicamente da Socrate e Platone, con sviluppi che avranno ripercussioni nella successiva storia della cultura occidentale. Secondo i Memorabilia di Senofonte Socrate sembra aver voluto legittimare sul piano concettuale la prassi artistica, distinguendo almeno tre diverse categorie estetiche: la Bellezza ideale, che rappresenta la natura attraverso un montaggio delle parti; la bellezza spirituale, che esprime l’anima attraverso lo sguardo, e la bellezza utile. Più significativa e articolata la posizione di Platone, da cui nasceranno le due principali concezioni di bellezza elaborate in occidente: la bellezza come armonia e proporzione delle parti (derivata da Pitagora) e la bellezza come splendore, esposta nel Fedro, che influenzerà il pensiero neoplatonico. Per Platone “la bellezza ha un’esistenza autonoma, distinta dal supporto fisico che accidentalmente la esprime; essa non è dunque vincolata a questo o quell’oggetto sensibile, ma risplende ovunque. Non è neanche un concetto esteriore (celebre era infatti la bruttezza esteriore di Socrate, che però risplendeva di bellezza interiore). Poiché il corpo è per Platone una caverna buia che imprigiona l’anima, la visione sensibile deve essere superata dalla visione intellettuale, che richiede l’apprendimento dell’arte dialettica, ossia della filosofia”. La stessa arte umana sarebbe una falsa copia dell’autentica bellezza e come tale è diseducativa per i giovani: meglio dunque bandirla dalle scuole, e sostituirla con la bellezza delle forme geometriche.

Nel Medioevo ritorna in auge il problema del colore e della sua importanza per rendere bello un oggetto. Attenzione: non si parla solo di opere d’arte ma di oggetti di uso comune: si fa largo l’idea che anche gli oggetti di uso pratico debbano essere piacenti per poterli meglio apprezzare. Si comincia così a decorare i cassoni dei letti, i bauli da viaggio e più è ricca la decorazione più gli oggetti divengono preziosi, apprezzati e quindi belli. Ma non è tutto. Il Medioevo ci lascia anche un’altra grande verità: la bellezza sta anche in cose che non vediamo ma possiamo udire o cantare. Inizia appunto nell’XI secolo a svilupparsi e diffondersi la poesia dei trovatori provenzali, i romanzi dei cavalieri bretoni e la poesia degli stilnovisti italiani. In tutti questi casi si fa strada una particolare immagine di una delle creazioni più belle del mondo: la donna, oggetto d’amore casto e sublimato, desiderata ardentemente ma lontana, sfuggente, irraggiungibile. “Una prima interpretazione di questo atteggiamento è che esso sia manifestazione di ossequio feudale: il signore, ormai volto alle avventure della crociata, è assente, e l’ossequio del trovatore si sposta sulla dama, adorata ma rispettata, di cui il poeta si fa vassallo servente, seducendola platonicamente con le sue canzoni. La dama assume il ruolo che spettava al signore, ma la fedeltà al signore fa sì che essa sia intoccabile”. Si potrebbe pensare a una sorta di ripiego, una sostituzione del signore che è assente, che priva però la donna della sua attrattiva: riversare sulla dama l’attenzione non è segno di interesse, di elogio della bellezza femminile, ma una condizione obbligata dall’assenza del signore. Può essere una interpretazione; sicuramente alcuni passi delle canzoni o delle poesie non sembrano essere dettate da un sentimento meno forte dell’amore e della vera passione verso qualcosa di assolutamente interessante, eccitante, piacevole. Canta Bernart de Ventadorn nel XII secolo “E non è meraviglia s’io canto meglio di altro cantore, quelle che più di tutto trae il mio cuore verso Amore, e meglio sono pronto al suo comando”. Nelle parole del cantori emerge però anche un altro aspetto particolare: il fatto che l’attrazione verso la donna sia motivo di sofferenza e che di tale sofferenza ci sia da gloriarsi, da compiacersi e il cavaliere accetta con gioia le pene del cuore. Nascono così tutta quella serie di fantasie sul possesso della donna, in cui più la donna appare irraggiungibile, più è bella;  più è bella, più il desiderio di averla accresce le pene del poeta.

Agnolo Bronzino, Allegoria di Venere, dettaglio, 1545

La bellezza delle donne nell’arte è sicuramente consacrata con la Venere, rappresentata dai più celebri pittori Cinquecenteschi; Giorgione e Tiziano ci hanno lasciato due delle opere più esemplificative del caso. La Venere dormiente è una giovane ragazza nuda, stesa su un lenzuolo che pare di seta lucida e morbida, alle cui spalle si può scorgere tutta la bellezza della natura al tramonto, il cielo rossastro, le nubi leggere. Un paesaggio che trasmette pace e tranquillità; la ragazza sembra essere una componente di questo mondo fatato e angelico. Diversa è la Venere di Urbino di Tiziano, una giovane e avvenente donna, con i capelli sciolti sulle spalle che sembra voler guardare negli occhi gli osservatori, ai quali non sfugge la malizia con la quale la giovane poggia la mano sinistra nella zona inguinale. Il fatto che la donna si trovi all’interno di un palazzo e alle sue spalle siano affaccendate due serve quasi non interessa l’osservatore, attratto dallo sguardo della ragazza. Partendo da questi due esempi di opera d’arte, ci si accorge che anche il pittore di fronte al problema della bellezza si pone in modo differente e non sempre univoco: posizioni, colori e forme rispondono al proprio principio di bellezza, ai proprio pensiero e al proprio credo. Anche l’imperfezione può essere sinonimo di bellezza: La Venere di Baldung- Grien,in Le tre età della donna e la morte con la sua carnagione chiara e sensuale sembra alludere a una bellezza fisica e materiale insieme, resa ancora più realistica dall’imperfezione delle forme, rispetto ai canoni classici e in contrasto con la figura della morte scheletrica e spaventosa. Anche la figura maschile è posta al centro del mondo rinascimentale, ma in una posa differente: ama farsi rappresentare in tutta la sua potenza, la sua fierezza e la sua forza. Gli uomini sono in pose che enfatizzano la ricchezza posseduta, con abiti sontuosamente decorati, o con i vessilli della propria regalità.

Cambiano i secoli e cambiano i canoni e le idee di bellezza: per Veermer la bellezza è una donna al lavoro, intenta nelle mansioni quotidiane; per Rubens è liberamente sensuale; per Correggio (Io, Vienna 1530) la bellezza è inquietudine. È bellezza anche la malinconia (Dürer) e l’acutezza e l’ingegno (Pietro da Cortona). È nel Settecento che i diritti del soggetto entrano pienamente a definire l’esperienza del bello; viene coniata in questo periodo la concezione di sublime, a cui fornisce un contribuito fondamentale Edmund Burke con la sua Ricerca filosofica sull’origine delle idee del Sublime e del Bello. In arte questa ricerca del sublime si concretizza in opere dal soggetto naturalistico, ma nello stesso tempo si vede il prevalere di opere in cui l’informe, il doloroso e il tremendo hanno un ruolo importante: mari in burrasca, cieli carichi di pioggia, ambienti desolati nei quali l’architettura cade in rovina, sono molto apprezzati per il senso di incompletezza, di non appartenenza, di bello che va oltre la ragione. Ancora diverso è il concetto di bellezza nel Romanticismo, dove, appunto, si mescolano passione e sentimento; ma è anche una bellezza tragica, di fronte al quale il protagonista è indifeso. Ne è emblema Il bacio di Francesco Hayez, due giovani amanti che si stanno baciando nel momento dell’addio, dopo il quale il ragazzo dovrà partire per la sua missione, lasciando l’amata sola e con l’angoscia di non rivedere mai più colui che ama.

Più si sente la bellezza come un fatto personale, più cambia il modo dei pittori di proporla: simbolismo, impressionismo, fino ad arrivare all’astrattismo sperimentano e lasciano esempi di bellezza che a volte sono immediati, altre volte si possono capire solo cercando di andare oltre, cercando di spiegare il perché delle scelte degli autori, le loro esperienze  e la realtà che hanno vissuto. Cosa si può dire della bellezza di oggi? Sicuramente per molti la bellezza è provocazione: “L’arte delle avanguardie non pone il problema della bellezza. Si sottintende certo che le nuove immagini siano artisticamente belle e debbano procurare piacere, ma non come le opere di Giotto o Raffaello, ma proprio perché la provocazione viola tutti i canoni estetici sino a quel momento rispettati”. L’arte non vuole fornire l’ennesima immagine della bellezza naturale ma “vuole insegnare a interpretare il mondo con occhi diversi, a godere del ritorno a modelli arcaici o esotici”. Nessuno come gli artisti contemporanei hanno dimostrato che la bellezza è qualcosa che va oltre ai soli canoni estetici, è una sensazione che colpisce e non lascia indifferenti, è una esperienza così forte da influenzare le proprie scelte e le proprie aspettative. La bellezza va oltre alla fisicità che consumisticamente ci viene proposta: è qualcosa che nasce dal profondo e che si può trovare anche nella cosa più piccola e insignificante che abbiamo sotto agli occhi.

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