Filosofia, libertà e… il mare!

C’era una volta, tanto ma tanto tempo fa, su un’isola lontana lontana, un anziano pescatore. Viveva in una capanna vicino alla spiaggia del mare, mare dal quale, con la sua canna da pesca, la sua barchetta di tronco e la sua rete, riusciva a procurarsi il cibo per vivere. Era sempre calmo e sereno, limpido come il mare che lambiva l’isola. Amava stare ore e ore sdraiato all’ombra di una palma, su di una piccola altura che dominava la spiaggia ed il mare. Rimaneva sdraiato ore ed ore a riposare, a pensare ed a sognare.

Un giorno arrivò all’isola un ricco signore con una gigantesca nave da carico. Il ricco signore sbarcò sull’isola per recarsi al paesino, poco lontano dalla spiaggia del pescatore, per svolgere i suoi affari. Dopo aver concluso i suoi affari, si incamminò per tornare alla nave passando dall’altura dove il pescatore riposava. L’uomo ricco fu sorpreso dal notare questo vecchio pescatore che dormiva con il sorriso sulle labbra. Si avvicinò incuriosito al vegliardo e gli si sdraiò vicino, all’ombra dell’accogliente palma.

– Sto perdendo tempo. – pensò tra sé con ansia, – devo tornare al lavoro. – Ma lì era tutto così bello! Il cielo ed il mare non erano mai stati così vivi: sembravano due innamorati al primo appuntamento, che si scrutano, silenziosi ed imbarazzati, prima di baciarsi. Il pescatore, destatosi nel frattempo, si accorse del nuovo venuto: – E tu chi sei buon uomo?

Rispose il ricco: – Sono un commerciante di seta e di ferrame. Vedi quella grossa nave giù nella baia? È mia. Sopra vi lavorano cinquanta dipendenti, tutti miei stipendiati. Sono passato dal paesino qui vicino, ma nessuno sembra interessato alla mia merce. Pazienza. Le mie molte industrie in continente, producono più merce di quella che riesca a vendere. Dovrò aprire perciò nuovi mercati. E tu, o canuto vegliardo, chi sei?

– Io sono soltanto un povero pescatore.

– E che ci fai qui, sdraiato tutto il giorno?

– Riposo – rispose il vecchio.

– Attento, pescatore. Chi dorme non piglia pesci. – ammonì il ricco signore. – E allora? – esclamò il vecchio. Poi continuò: – Io lavoro per vivere, non vivo per lavorare. Poi, quando voglio, mi sdraio qui e mi riposo, guardo l’alba ed il tramonto, il cielo ed il mare. Penso e sogno. E tu, buon uomo, perché lavori tutto il giorno?

– Che domande! – rispose prontamente il ricco signore, – Lavoro tutto il giorno affinché un giorno, io possa permettermi di… riposare… -. Il volto del ricco signore cambiò improvvisamente. Il vecchio pescatore sorrise amabilmente: – Anche tu, come vedi, vuoi semplicemente riposare -.

A queste parole, il ricco signore rinunciò al proposito di partire: rimase sdraiato accanto al pescatore, ed insieme, continuarono a scrutare il cielo ed il mare fino al tramonto, e oltre. Chi, questa estate, passerà da quell’isola lontana, potrà ancora scorgere, arenata e logora nella vecchia baia, una grande nave carica di seta e ferrame. Sull’altura, invece, troverà il ricco signore ed il pescatore a riposare, ed a rimirare il cielo ed il mare.

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Vedi anche il sito LIBERARCHIA per un’altra avventura del pensiero

“In balia di una sorte avversa”, di B. S. Johnson. Per una “strana” recensione…

"Viandante su mare di nebbia", Caspar David Friedrich

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Una bella serata di fine Novembre. Bella per essere una serata di fine Novembre, in Città. La temperatura non è ancora precipitata e si riesce ad avere le mani scoperte senza il pericolo che la pelle si rompa in cento stigmate laiche. Il cielo è ancora tagliato da una o due nuvole che, durante il mattino, hanno lasciato cadere qualche goccia di pioggia. E’ un chiaroscuro affascinante tra l’oscurità della notte, illuminata timidamente dalle luci gialle di periferia, e le differenti tonalità di grigio che caricano le nuvole. Il vialetto che porta alla fermata del bus è ricoperto di foglie ingiallite che si mischiano al terriccio bagnato. Cerco un guado sicuro mentre sistemo l’auricolare ed alzo il colletto della mia giacca marrone. Cercando di non cadere su quell’intingolo di foglie e terra, le mando un messaggio. Farò qualche minuto di ritardo. La fermata del bus ha il solito aspetto tranquillo. La Chiesa lì davanti sovrasta una piccola Edicola verde. Accanto c’è la segnaletica, la mia segnaletica. Un divieto di sosta. Un appoggio su cui sostare, aspettando di vedere più avanti il mio bus. Una canzone finisce e ne comincia un’altra. Così per altre due o tre volte. Io mi spingo in avanti per cercare di avere una visuale migliore, come se la vista avesse il potere di far accadere le cose. Come se il destino si sentisse spiato e potesse cedere ai miei bisogni. Faccio un giro intorno a me stesso e ritorno a posare la schiena sulla segnaletica. Intano finisce un’altra canzone ed un’altra ancora comincia. Decido di prendere dalla mia borsa nera il libro che sto leggendo. Acquistato qualche giorno prima su consiglio di una brava banditrice letteraria. B. S. Johnson, “In balìa di una sorte avversa“. Prefazione di Jonathan Coe. Di Jonathan Coe non ho letto molto e ricordo a stento qualche titolo, però quel poco che ho letto mi è piaciuto. Un tipo di cui ci si può fidare. Perchè con i libri, ormai, è come con le persone. Costano troppo ed è meglio andare sul sicuro. Meglio non rischiare. L’autore del libro non lo conosco per niente. Ma questa lettura, questo B. S. Johnson, mi provoca ad affrontare un’esperienza nuova. Mi piacciono le provocazioni. E’ come uno sbirro che ti fissa per farti reagire e tu devi essere così bravo da non rispondere. Mi piace rispondere alla provocazioni, o non rispondere. A seconda della provocazione. Ad ogni modo questa provocazione si presenta come un cofanetto che contiene 27 sezioni non rilegate. Un libro fatto razionalmente a brandelli e dato in pasto al lettore che, seguendo una indicazione di massima, può leggere e creare altro dopo aver letto. Non è la solita banalità della conclusione “a scelta” di chi legge. Che idiozia. Le conclusioni sono come la coda di un topo. Troppo lunghe. Troppo insignificanti. Quello che conta è il corpo. La possibilità di modificare la composizione degli organi. Mettere un rene dove Dio ha visto un pene. Sbeffeggiare in questo modo la santità dell’opera d’Arte. Che bella provocazione. Mi mancano poche sezioni. Quattro, o forse tre. Comincio a leggere, ma prima mi guardo intorno provocando il destino. Il numero, il mio numero, non si vede ancora. Ma c’è una ragazza. Comincia un’altra canzone. Comincia un’altra sezione.

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Il tempo come progresso: tra παιδεία e moderno/2 La teoria storiografica

È nella civiltà greca che si crea la congerie di termini e di concetti che prepara alla critica storica, dal primo stabilirsi del problema della verità fino alla questione della tecnica affrontata da Heidegger. Un importante avvio al problema della verità fu dato proprio dall’opera di Heidegger Essere e tempo (1927), in cui il filosofo tedesco accoglieva l’interpretazione di Άλήθεια come non-occultezza, disvelatezza e vedendo in  Άλήθεια il fenomeno originario della verità.

Una corretta definizione strumentale della tecnica la identifica come un mezzo in vista di un fine, ma questa sua strumentalità non dice che cosa sia l’essenza della tecnica, poiché la constatazione non svela necessariamente ciò che le sta davanti nella sua essenza. Sennonché τέχνη non è solo il fare manuale ma si eleva soprattutto verso la produzione e la ποίησις, per cui la tecnica dispiega il suo essere nell’ambito nel quale accade  il disvelamento dell’ἀλήθεια. Ma appunto la tecnica moderna, faceva notare Heidegger, a differenza della τέχνη, è una provocazione e l’essenza della tecnica è impositiva e non è più sufficiente una definizione strumentale della τέχνη. La tecnica non è il pericolo ma il pericolo è nell’essenza della tecnica. L’influenza di Heidegger fu notevole e la sua proposta fu seguita quasi da tutti, ma Detienne si pone in polemica con questo filone della ricerca affrontando il trapasso dal μῦθος al λόγος.

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Il tempo come progresso: tra παιδεία e moderno/1 Senofane e Esiodo

Nel frammento 18 Diels-Kranz di Senofane, è presente il fondamento dell’idea di progresso nell’Occidente, come scrive Ludwig Edelstein nell’Idea di progresso nell’antichità classica.[1]A proposito di questa idea di progresso – precisa l’autore – non si tratta comunque di progresso in termini moderni.

Nel frammento 18 Diels-Kranz di Senofane si afferma che il tutto non è rivelato dagli dèi, ma, attraverso la ricerca, all’uomo è consentito nel tempo di giungere al meglio.

Nel frammento si afferma precisamente:

«οὔτοι ἀπ’ ἀρχῆς πάντα θεοὶ θνητοῖσ’ ὑπέδειξαν, ἀλλὰ χρόνωι ζητοῦντες ἐφευρίσκουσιν ἄμεινον.»[2]

«Certamente fin dall’inizio non tutto gli dèi svelarono ai mortali, ma nel corso del tempo quelli che ricercano trovano ciò che è meglio.»

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Buone ferie!

Anche quest’agosto con lo zaino in spalla! Vi auguro buone ferie con una poesia di Dino Campana:

La luna illuminava ora tutta la Pampa deserta
e uguale in un silenzio profondo. Solo a tratti
nuvole scherzanti un po’ colla luna, ombre
improvvise correnti per la prateria e ancora
una chiarità immensa e strana nel gran
silenzio. Mi ero alzato. Sotto le stelle impassibili,
sulla terra infinitamente deserta e misteriosa,
dalla sua tenda l’uomo libero tendeva
le braccia al cielo infinito non deturpato
dall’ombra di Nessun Dio.

(Dino Campana, Pampa, Canti Orfici)

Filosofia del fanatismo. Amos Oz, la coerenza, la follia, la strage di Utoya

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Si chiama Anders Behring Breivik, ha 32 anni, ed è l’autore del massacro della Norvegia. Non è un ceceno, un palestinese, un kamikaze, un seguace di Maometto. E’ alto e biondo, si professa conservatore e cristiano. Soprattutto: non è un pazzo. E’ certo ossessionato dall’idea che l’Islam conquisti la debole e inetta vecchia Europa con le sue patetiche e arrendevoli forme di multiculturalismo e di “politicamente-corretto”. Ma non è un pazzo. Ho anche visionato il suo video-manifesto su youtube. Niente di diverso da altri manifesti al confine fra la sindrome di accerchiamento e di complotto, l’antimarxismo e l’antislamismo di estrema destra (antislamismo che tende spesso a diventare antisemitismo). Ma Andres ha fatto un evidente salto di qualità nel superamento dell’idea nella realtà. Da un punto di vista formale, è un Magdi Allam “estremista”, che ha perso il contatto con la realtà ma che è diventato estremamente coerente con il “principio”: il principio primo è che i laburisti norvegesi, la sinistra o che altro stanno rendendo la Norvegia e l’Europa un territorio di conquista delle orde islamiche. Il secondo, è che la politica partica è un mezzo vecchio e inutile: per svegliare le masse norvegesi dai loro buonismi occorre il terrore. Per qualcuno, per qualche gruppo fanatico dell’estrema destra nordica (e non solo), Anders potrebbe presto diventare un eroe. Nel suo diario, all’idea del massacro, programmato in due interi anni, scrive: “Fallimenti logistici: devo ripensare la questione del silenziatore, l’importatore che avevo contattato ha cancellato tutti gli ordini privati. Non vorrei surriscaldare l’arma, forse devo pensare ad una baionetta. ‘Marxisti infilzati’ diventerebbe un marchio”.

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Il volto femminile della filosofia. Una recensione

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Il “Volto femminile della filosofia” vuole essere più di un libro, saggio o ricerca filosofica: è anzitutto un esame attento delle vite dei grandi pensatori del passato, uno sguardo curioso sulle loro dinamiche familiari, sulle condivisioni affettive ed esperenziali, per carpirne, come e quanto, queste ne abbiano influenzato pensiero e produzione. È un excursus biografico e bibliografico, che vede le donne compagne di viaggio, autrici nascoste di gesti, parole, azioni, che hanno condizionato, qualche volta indirizzato o addirittura educato il pensiero maschile. Eroine silenti di gesta quotidiane: mogli, madri, figlie, sorelle che, a modo loro, spesso come sagge consigliere, alle volte come presenze ingombranti, hanno contribuito a rendere grandi i filosofi.

Socrate, Seneca, Agostino, Immanuel Kant, Sigmund Freud per esempio abbiamo scoperto aver ricevuto ottimi esempi di vita rispettivamente da Fenarete, Elvia, Monica, Anna Regina e Amalie. sono nomi di donne comuni che la storia non ricorda perché non hanno scritto nulla, né tantomeno compiuto niente di eclatante, eppure il loro insegnamento, la loro esemplarità di vita, il loro carattere e pensiero hanno forgiato spiriti attenti, menti geniali e uomini di spessore. E il loro ruolo, non solo di genitrici ma anche di consigliere, viene riconosciuto pubblicamente da molti dei figli. Dirà per esempio Sant’Agostino ne Le Confessioni di Monica: “ci amò come se di tutti fosse stata la madre e ci servì come se di tutti fosse stata la figlia”, e Antonio Gramsci scrive alla madre “tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza e tu hai dato tutte le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già nell’unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli” e ancora Giovanni Gentile dirà della genitrice: “la sua voce ancora e sempre dentro mi suona”.

 Da figli a padri, perché i pensatori hanno avuto vere e proprie lezioni di vita dalle stesse figlie, così per esempio Galileo Galilei, che nel periodo del processo e poi dell’abiura, veniva premurosamente sostenuto dalla figlia suor Maria Celeste, che così scriveva al padre: “considerando io (…) la giustizia della causa e la sua innocenza in questo particolare momento, mi consolo e piglio speranza di felice e prospero successo, con l’aiuto di Dio benedetto, al quale il mio cuore non cessa mai d’esclamare, e raccomandarla con tutto quell’affetto e confidenza possibile. Resta solo ch’Ella stia di buon animo, procurando di non pregiudicare alla santità con il soverchiamente affliggersi, rivolgendo il pensiero e la speranza sua in Dio, il quale, come padre amorevolissimo, non mai abbandona chi in Lui confida e a Lui ricorre”. Altre figlie come Jenny Marx e Anna Freud, calcheranno in tutto per tutto le orme dei loro illustri padri, divenendo attente discepole di un pensiero a cui daranno col tempo il loro contributo femminile.

Un posto nella storia dei filosofi è riservato anche alle sorelle: anime consanguinee, presenze attente alle volte anche fastidiose. Donne che si ritrovano a condividere parte della loro esistenza con uomini insicuri, fragili e desiderosi di consigli (sarà così per esempio per Blaise Pascal nei confronti della sorella Jacqueline), o riottosi, iracondi ed ermetici nelle riflessioni, spesso infastiditi da suggerimenti femminili non richiesti (è notoria a tal proposito l’insofferenza nutrita da Friedrich Nietzsche per la sorella Elisabeth).

E infine ci sono le donne amate, compagne di vita, in grado di lasciare nell’animo del filosofo pensieri malinconici tali da diventare stralci di poesie, così per esempio scriveva di Emilie, Voltaire “Non ho perso un’amante, ho perso la metà di me stesso”, mentre arrabatandosi nel suo dolore Kierkegaard affermava di Regina Olsen “La legge di tutta la mia vita è che lei ritorna in tutti i punti decisivi”; mentre Beccaria scriveva alla moglie Teresa sono in mezzo alle adorazioni, agli encomi, i più lusinghieri, considerato come compagno e collega dei più grandi uomini dell’Europa, guardato con ammirazione e con curiosità […] e pure io sono infelice e malcontento perché lontano da te”. Quando vicine le donne amate diventano invece preziose alleate, stelle polari, punti di riferimento nel cammino esistenziale, amiche che ascoltano e guidano, muse ispiratrici. Uno per tutti Karl Popper disse di Josephine Anna Henninger: “Senza di lei (…) molto di ciò che ho fatto non sarebbe mai stato realizzato“.

Nell’opera di Miriam Rocca, dunque, uomini straordinari di ieri e di oggi sono sempre affiancati da donne: donne che vivono nell’ombra, donne ispiratrici, donne impavide, fredde o generose, perché, come affermava Maritain: “… l’essere umano non è compiuto se non nell’uomo e nella donna presi insieme“.

Il Manzoni eretico. La sua filosofia e la sua teologia

“Ogni tanto tra mezzo al ronzio continuo di quella confusa moltitudine, si sentiva un borbottar di tuoni, profondo, come tronco, irresoluto; [..] que’ tempi, forieri della burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata da un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza ad ogni operazione, all’ozio, all’esistenza stessa. Ma in quel luogo destinato per sé al patire ed al morire, si vedeva l’uomo già alle prese col male soccombere alla nuova oppressione; si vedevan centinaia e centinaia peggiorar precipitosamente; e insieme, l’ultima lotta era più affannosa, e nell’aumento de’ dolori, i gemiti più soffocati: né forse su quel luogo di miserie era ancora passata un’ora crudele al par di questa”. (I promessi sposi – 1840, cap XXXV, descrizione del lazzaretto)

Alessandro Manzoni è il letterato romantico italiano che più di tutti avverte la tremenda dicotomia tra fede cristiana e ragione, ma non solo; lo studio attento delle sue opere tradisce più volte la rassicurante lettura cattolica che per molto tempo ha dominato la sua interpretazione critica. Il messaggio più nuovo e moderno di Manzoni, il suo insegnamento problematico, angosciante e tutt’altro che autoritario e dogmatico, sta nel porre il lettore di fronte all’ignoto ed al segreto della vita senza rinunciare alle armi della ragionevolezza, della filosofia, del pensiero e del buon senso, ma tuttavia indicandone la debolezza, la fallacia. La fallacia di ogni tentativo di indicare un senso precostituito della vita, un “sugo della storia”, e soprattutto, un senso razionale al male. Sotto i colpi del Manzoni maturo, non cade solo la rassicurante ragione illuminista delle sue prime opere, o il teleologico idealismo hegeliano, ma anche la rassicurante fede cattolica e la sua teodicea: crolla cioè ogni legittimità di interpretare i legami tra mondo divino e storia umana. Manzoni cioè opera una vera e propria decostruzione, anche ironica, dell’idea cattolica di provvidenza.

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Il cimitero di Praga (Umberto Eco), una Recensione

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Alla radice dell’ultimo libro di Umberto Eco, Il cimitero di Praga, c’è la “Forma Universale del Complotto“. Un impegno di non poco conto tanto per lo scrittore quanto per il lettore. In effetti per Simonino Simonini, protagonista indiscusso del Romanzo (e, per certi versi, della nostra Storia ottocentesca), si tratterebbe solo di scegliere, organizzare, ordinare e comporre tutto quello che, in realtà, sarebbe già di pubblico dominio, perchè “La gente crede solo a quello che sa già“. Ex falso sequitur quodlibet non è semplicemente un teorema (attribuito tradizionalmente a Duns Scoto), citato nel libro, che indica come dal falso possa seguire qualsiasi cosa individuata a piacere, ma è il fil rouge del Romanzo d’Appendice scritto da Umberto Eco (a trent’anni dal Nome della Rosa). A pensarci bene non è neanche qualcosa da far passare completamente inosservata perchè, attraverso questo “percorso” privilegiato, si potrebbe tranquillamente arrivare a certe “storture” della coscienza sociale che si vivono (in maniera sempre più assuefatta) ai “giorni nostri”. E, a pensarci ancora meglio, ci sembra una citazione già ripresa da Giorgio Agamben nelle prime pagine del libro “La Comunità che viene“. Quindi tutto si rende molto interessante, molto attuale.

Non faremo una recensione sistematica, svelando trame e personaggi (interventi di un taglio differente potreste trovarli nei link segnalati, di volta in volta, in coda a questo testo). Ci sembrerebbe ingeneroso nei confronti dello sforzo narrativo e della vitalità editoriale. Le recensioni dovrebbero servire solo a creare dibattito, non a descrivere i libri. Per questo focalizzeremo il nostro interesse solo su un aspetto, forse il più importante, attraverso il quale proveremo a tratteggiare la fisionomia del confronto che si potrebbe creare: lo stretto legame che generalmente si produce tra creazione del “Complotto” ed inviduazione del “Nemico”. Tutto il Romanzo, infatti, sembra essere teso a descrivere le trame, intrecciate tanto dalla casualità quanto dalla necessità, che hanno portato alla diffusione dei “Protocolli dei Savi anziani di Sion“. Nel libro si narrano vicende storicamente accadute (solo il personaggio di Simonino Simonini è prodotto dal nulla, o meglio è la ricostruzione di una serie di trame), si fa una genealogia approfondita del “dispositivo Complotto” e di come esso possa essere utilizzato per costruire e depotenziare (quando non distruggere) il “Nemico”. Si narra della generazione di un paradigma che intreccia pezzi di immaginario collettivo, si astrae dalla Realtà e viene utilizzato, con declinazioni diverse a seconda delle esigenze, per scopi differenti e da organizzazioni anche molto lontane. Ingrediente fondamentale di questa ricetta non è, naturalmente, la Verità ma sono le immaginazioni popolari, gli interessi (alti e bassi) dei sistemi sociali e la comodità storica. Così, attraverso le stesse strutture di accusa, si potrebbero colpire ugualmente gruppi sociali anche contrapposti. Per certi versi si potrebbe considerare una scrittura complementare a “Teoria del Partigiano” di Carl Schmitt.

L’unica vittima sacrificale di tutto questo processo di creazione sembra essere, in modo particolare, proprio la Verità. In questo modo la Storia si confonde con il Presente, un Presente in cui ognuno si sente in diritto/dovere di dare al Mondo la propria opinione, magari riuscendo a dire anche l’esatto opposto a distanza di qualche momento. E’ il Presente veicolato dalla mediatizzazione, dagli strumenti di anonimizzazione che nascondono il Corpo e le azioni dietro fasci digitali ad alta velocità. E’ il Presente in cui andrebbe ricercato un nuovo “patto” tra Verità e Parola.

Si potrebbe inserire Il cimitero di Praga nella vetrina della New Italian Epic perchè, a nostro avviso, ne possiede tutti gli elementi utili. Sembra anche essere sicuramente un testo pop (popular), non solo per il successo di pubblico ma anche per il modo “basso” di narrare una Storia (si entra direttamente a contatto con una certa “tranquillità del quotidiano”, con i suoi canoni e le sue paure condivise).

Alcune recensioni: Giornalettismo.com.

Oratoria, retorica, il saper parlare. Analisi del discorso di Marco Antonio


Retorica di filosofiprecari

Il discorso di Marco Antonio, qui reso in versione cinematografica da uno statuario e olimpico Marlon Brando (italiano, qui doppiato dal grande Emilio Cigoli, voce forse più coinvolgente di quella originale), è uno degli esempi più incredibili dell’uso dell’arte oratoria. E’ uno degli esempi più illuminanti di quello che è il vero fine di un discorso: la gestione dell’emotività dell’interlocutore. Shakespeare, anche in questo caso (come nel Mercante di Venezia, ma in tante altre opere) dimostra che a saper convincere un pubblico sono sempre coloro che usano particolari accorgimenti retorici.

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Il riso, il rito, Umberto Eco. Una recensione de Il nome della rosa

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(Gli argomenti di Jorge contro il riso ne Il nome della Rosa di Umberto Eco)

Leggevo recentemente un libro di Walter Burket, “Homo Necans”. Si sta parlando del “rituale” e della sua valenza conservativa. Cito letteralmente:

Forte dell’usanza religiosa è il costume dei padri. E’ dal tempo dei presocratici che si dibatte ostinatamente la questione di come l’umanità sia giunta alle prorpie rappresentazioni religiose, mentre tutti gli individui dell’epoca storica e certamente innumerevoli generazioni dell’età preistorica si lasciarono imprimere la loro credenza religiosa dalla generazione anziana. […] evidentemente, l’importanza dei riti per la perpetuazione delle società umane è stata così grande che, da innumerrevoli generazioni, è diventata essa stessa un fattore di selezione. Chi non vuole o non può sottrarsi ai riti della società non ha alcuna chance al suo interno: soltanto chi è integrato vi agisce ed influisce. Il carattere di serietà dei rituali religiosi diventa qui una reale minaccia: una defaillance psichica di fronte a essi significa la catastrofe personale. Per esempio, un bambino che reagisca alla solennità con la voglia di ridere non sopravviverà in una comunità religiosa. Apollonio di Tiana smascherò d’un colpo un siffatto giovane come posseduto dal demonio; fortunatamente lo spirito cattivo abbandonò subito il giovane atterrito… Abati medievali combattevano il diavolo a veri e propri colpi di bastone, e del resto sino in epoca moderna invalse l’uso della “frusta del diavolo”.

Leggendo queste righe mi sono venuti in mente due elementi. Il primo è un dato personale. Il ricordo di un prete, durante una catechesi, nella mia infanzia. Mi misi a ridere mentre parlava, lui mi guardò come volesse strangolarmi, e disse a tutti in tono perentorio: “Ragazzi, cercate di non ridere mentre parlo. Un po’ è perchè mi mancate di rispetto – non a me, ma all’abito che porto – e poi perchè mentre siamo così in preghiera, il riso non viene da Dio”. Ho un po’ ricostruito, ma queste furono le sue parole lapidarie. Parole che mi ricordano un libro che si è capito poco, un best seller triller-medievale: “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco. Qui, Guglielmo di Baskervill (chiamato così anche in onore di Guglielmo d’Ockam, il più radicale nominalista antitomistico del medioevo) ha una discussione con il frate anziano dell’abazia, il venerabile Jorge sul riso. Guglielmo gli dimostra, citando la poetica di Aristotele ed i Vangeli, che il riso non è peccato. L’anziano frate obietta,  non sa rispondere, e lancia improperi su Aristotele e sul rivale citando rabbiosamente altri passi della Bibbia. Il libro che poi l’anziano benedettino nasconde, e per il quale uccide, non è altro che il libro perduto dello Stagirita dedicato al “RISO”.

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