Interstellar, le lontane stelle contro il nulla della realtà. La filosofia di Nolan

Tre parole per  cominciare

Un film epico e visivamente straordinario, di ampio respiro, con affascinanti temi esistenziali, fisico/scientifici e filosofici, che di rado si vedono al cinema, e che solo per questo andrebbe premiato. Inoltre, tantissime citazioni cinematografiche e letterarie. Insomma,  un tipico azzardo alla Nolan. Con alcuni difetti, alcuni dei quali  lo rendono, a tratti, irritante e deludente. Tutto sommato: buono.  Nolan inscena un’epopea dell’eroe (o meglio, gli eroi: padre e figlia), con temi sulla falsariga dello straordinario e meglio riuscito “Inception“, dove affrontava i mondi e gli universi contenuti nella nostra psiche e nella nostra immaginazione, il tempo e lo scorrere della vita in ognuno di essi, il tempo della “realtà” (“ma ce n’è una sola?” direbbe il Nolan-Philip Dick) ed il tempo della psiche e dei suoi mondi sommersi. In questo film, similmente, Nolan esplora i mondi interstellari e relativistici, con simili paradossi temporali e spaziali, simili domande: c’è solo una realtà? Un solo tempo? Devo accontentarmi di essa? A queste domande e tematiche, come vedremo, rispetto a “Inception” ne aggiunge altre, molto più classiche, prevalentemente etiche ed esistenziali. Molta carne al fuoco davvero, ma non preoccupatevi, ci siamo noi.

Narratologia

“Interstellar” da un punto di vista meramente narratologico è la classica avventura dell’eroe, l’eroe dai mille volti così efficacemente decodificato da Joseph Campbell, l’antropologo diventato guru degli sceneggiatori di Hollywood. Da questo punto di vista, si tratta di una saga costruita da Nolan a tavolino, con riga e compasso, abbastanza usuale (basti pensare a “Matrix”, o al primo “Star Wars”). Tutte le innumerevoli narrazioni di eroi della letteratura mondiale, per Campbell, raccontano più o meno la stessa storia. C’è una chiamata iniziale dell’eroe (eroe che all’inizio vive una vita che in realtà non è vera vita), un mentore (o guardiano di soglia, un personaggio anziano/saggio che introduce l’eroe lontano dal “villaggio”, lo catapulta in una avventura o missione che una volta intrapresa lo cambierà per sempre),  gli aiutanti (che assisteranno l’eroe nell’avventura), una eroina (di cui l’eroe s’innamora), le prove (fra queste prove, il tradimento, o un antagonista), il soccorso (da parte, spesso, di una dea), la prova finale (spesso l’eroe muore), la resurrezione , il ritorno a casa. L’eroe che alla fine torna a casa non è più quello di prima, ma è cambiato, maturato, trasfigurato. Questo lungo monomito è la storia di una iniziazione. Nel caso di “Interstellar”, l’eroe-Ulisse è l’ex pilota della Nasa Cooper, che vive da recluso in una realtà sterile e decadente che non lo soddisfa. Lui “guarda le stelle”. Grazie alla figlia (nella narratologia, assume un ruolo di cooprotagonista, ma anche di “dea”), incontra il guardiano di soglia, l’anziano/saggio professor Brand, che lo invia fra le stelle, con degli aiutanti (fra cui l’eroina, Amelia, la figlia di Brand). Una delle battute del principale aiutante dell’eroe, il robot TARS, è significativa: “l’unica maniera escogitata dall’uomo per andare avanti è lasciarsi qualcosa dietro“. Il suo riferimento è naturalmente alla terza legge della dinamica che permette la propulsione aerospaziale, ma ha anche un significato esistenziale legato al viaggio dell’eroe ed alla sua iniziazione, al suo cambiamento. Dopo di ciò, ecco le indispensabili prove dell’eroe, il tradimento (doppio tradimento: il prof. Brand e l’astronauta Mann), la prova finale, la morte-risurrezione, il ritorno a casa. Infine, la nuova partenza.  In tutta questa epopea, l’eroe cambia se stesso e, assieme all’altro eroe complementare (la figlia), salva l’umanità condannata alla morte, come vedremo, alla “sterilità” (come non pensare a I figli degli uomini di Cuaròn?).

La figlia di Cooper, Murphy, come abbiamo detto, è anche cooprotagonista. La sua presenza rende meno lineare, più “complicata”, la classica epopea dell’eroe maschile. In effetti, anch’essa subisce una iniziazione dallo stesso mentore del padre (il professor Brand), poi subisce il tradimento dello stesso, e la sua vera e propria prova di vita è il distacco traumatico dal padre. Come vedremo, le due vite (quella di Cooper e quella di Murphy) sono legate profondamente, ed anche la loro maturazione (e la loro riconciliazione), nelle sequenze finali del film, avviene nello stesso momento (o meglio, nello stesso “momento” relativistico). Lei risolve l’equazione e si riconcila con padre, lui intuisce l’importanza del “legame”, dell’empatia universale che va al di là della pura ragione e che supera lo spazio-tempo. Esaminiamo, ora, le nette dicotomie che seguono e tracciano il percorso dei due eroi, nonché la trama di tutto il film.

LE DICOTOMIE (mai creare un film senza)

1) Prima dicotomia: Egoismo individuale, mera sopravvivenza VS altruismo di specie, empatia, amore

Questa opposizione domina tutto il film, e separa l’eroe maturo da quello immaturo, nonché i personaggi negativi da quelli positivi. È molto simile alla dicotomia pregnante del film “Cloud Atlas”, quasi che tutto “Interstellar” sia una lunga citazione del bel lavoro dei fratelli Wachowski. Per “Interstellar”, l’amore (anche un po’ moralisticamente) diviene esplicitamente l’unica forza, oltre la gravità, a poter attraversare il tempo e le varie dimensioni dello spazio. Tutti i modelli negativi del film condannano il genere umano (e vedremo con quali importanti differenze nella prossima dicotomia), contrariamente a quelli positivi. L’umanità futura, per Nolan, ha superato l’egoismo/egotismo (oltre alle ordinarie dimensioni spaziali) e questo ha garantito la sua sopravvivenza. E’ proprio questo pensare agli altri, al gruppo anziché all’individuo, a creare un legame tra futuro e passato, un legame che supera il tempo e lo spazio; nel film, l’umanità futura crea misteriosamente dei wormhole (buchi neri) per aiutare l’umanità del passato, e quindi, per aiutare se stessa. Il monito morale di Nolan è: siamo un legame, il nostro presente non è nient’altro che il passato di qualcos’altro, il passato di coloro che verranno dopo di noi. Con tutte le responsabilità del caso. Questa verità etica è disseminata nel film ora esplicitamente, ora velatamente, come fosse una qualsiasi legge della fisica assimilabile alla relatività di Einstein o alla dinamica. L’empatia diventa una sorta di legge fisica. In questo, Nolan non voleva realizzare un prodotto coerente per un’aula di fisica o d’ingegneria aerospaziale, ma solo trasformare un credo etico in potenti immagini non appartenenti alla nostra realtà quotidiana.

2) Seconda dicotomia. Utopia, cuore, sogno, immaginazione VS  ragione calcolante, scienza che si ferma al “dato”

Padre e figlia incarnano la perenne lotta e amicizia di "ragione" e "immaginazione"

Ogni personaggio del film incarna un topos esatto di questa celebre (e abusata) dicotomia. Gli unici due che cambiano prospettiva nel corso del tempo sono l’eroe e la figlia dell’eroe, che arrivano, come vedremo, ad una sintesi finale fra le due opposte posizioni occupate: Murphy il sogno, Cooper la ragione. Per il resto, Nolan non si occupa di problematizzarla troppo. In due episodi significativi del film, l’eroe appare ancora immaturo. Il primo, proprio all’inizio: la figlia va “oltre” il metodo scientifico del padre. Crede ad un “fantasma”,  che cerca di comunicare con lei. Il padre infatti le cita il metodo scientifico per opporsi alla sua fantasticheria non dimostrabile. La fantasticheria (direbbe Nolan) di Colombo, Copernico, e altri innovatori, che cominciano, senza  troppe evidenze scientifiche (almeno all’inizio), ad immaginare mondi diversi. Una scelta simile, Cooper la fa a metà film, quando l’equipaggio si trova a dover scegliere su quale pianeta scendere. L’eroina Amelia, seguendo il suo cuore (ha un legame amoroso), propende per uno, mentre Cooper, seguendo i dati scientifici, sceglie il pianeta dell’astronauta Mann. La scelta migliore (come sapremo dopo) è quella di Amelia, poiché Mann si trasformerà nel Giuda della situazione, e perché ha falsificato i dati del pianeta ghiacciato.

Si badi che Nolan non attacca la scienza e la razionalità tout court, ma sembra prendersela con quel tipo di scienza e di razionalità incarnati rispettivamente dal vecchio mentore di Cooper, il prof. Brand, e dall’astronauta Mann. Il primo rappresenta quella scienza che, da sola, pretende di stabilire i criteri morali del vivere e del morire. Senza interpellare nessuno (figuriamoci Platone), lo scienziato-sovrano nella sua solitudine ha decretato la morte dell’umanità sulla terra e la sopravvivenza di essa altrove mediante nuovi Adamo ed Eva, e tante provette eugenetiche (il piano B). Il secondo, Mann, simboleggia invece quella scienza che vive senza etica, che può trasformarsi in egoismo ed individualità becera alla prima svolta. Luoghi comuni, senz’altro, topos letterari, ma mica tanto. Certo, argomenti molto semplificati, che andrebbero riproblematizzati altrove, arduo farlo con il linguaggio cinematografico.

La”“mascotte” del film, nonché elemento positivo ed aiutante provvidenziale dell’eroe, è il robot di bordo. Sembra quasi che l’equilibrio di questa dicotomia, nel robot, possa essere settato a mano (equilibrio tra ragione e pulsione); l’eroe ha invece bisogno, per arrivare ad una sintesi delle opposizioni, di vivere la sua “avventura”, la sua epopea, la sua iniziazione umana.  Alla fine, l’eroe, dopo esser tornato dalla figlia, e dopo aver superato la prova finale, sembra aver capito la lezione (la sintesi fra i due estremi della dicotomia), e riparte per mettersi alla ricerca del suo amore-eroina. Un altro folle volo, ma questa volta, seguendo il cuore, il legame. D’altra parte, anche la figlia “matura” una posizione mediana: ripensando al passato, comprende di non aver avuto a che fare con fantasmi, ma col padre, e che era l’umanità stessa a parlarle dal futuro. Il sogno, la fantasticheria assume un metodo, e diviene anche un legame morale. Le sue giuste equazioni matematiche, per essere completate, avevano bisogno di un quid un po’ diverso.

Il mondo si salva perché i due opposti-eroi, padre e figlia, collaborano fra loro. Ed entrambi maturano la sintesi delle posizioni che incarnano all’inizio. Nolan in questo segue e riattualizza la fantascienza più classica: il capitano Kirk e l’ ufficiale scientifico Spock pur essendo agli antipodi, insieme sono quanto di migliore ci sia nella federazione.

Citando il filosofo Gregory Bateson, la doppia maturazione dei due eroi di Interstellar e la loro complementarità si riassume nella frase: “Il rigore da solo è morte per asfissia, ma la creatività da sola è pura follia“.

3) Terza dicotomia. Accontentarsi della “realtà”, conservazione dello stato di cose VS ambizione del nuovo, rigenerazione

Parecchio simile alla dicotomia precedente, ma che racchiude meglio questa umanità ucronica e decadente, sterile e senza ruoli femminili ad incarnare la maternità (nella famiglia del novello eroe-Ulisse, Penelope è morta, e un anziano si prende cura dei figli in assenza dell’eroe), senza ruoli materni ad incarnare e simbolizzare il “domani”, il rinnovamento. In questa ucronia appena abbozzata da Nolan, anche i ruoli sociali sono “fissati”. Dei “guardiani” decidono tutto, compiti e ruoli altrui. Chi produce cibo, chi deve diventare ingegnere,  che cosa pensare del passato (e quindi del futuro). Fissano la “realtà”, il dato, senza nessuno che vada o che possa andare più in là delle colonne d’Ercole. Il dato, la sterilità, la misteriosa piaga che fa appassire tutto e devasta i campi, e affama la popolazione. Sembra infatti che piaga alimentare e morale siano tutt’uno in questo strano mondo parallelo. “Supereremo ogni problema, lo abbiamo sempre fatto” è una della frasi di Cooper pronunciate prima della partenza. Ma è ancora immaturo.

CRITICITA’ DEL FILM

1) I commenti didascalici e surreali dei personaggi, nelle parti più delicate del film. Nolan cerca di evitare l’esoterismo di film come “2001 Odissea nello spazio” (ad appannaggio esclusivo di filosofi e cinefili) ma cade nell’estremo opposto, e precisamente nel ridicolo, creando dei dialoghi “didattici” per spiegare quello che accade. Uno dei dialoghi artificiali più assurdi è proprio nel climax più alto del film, con il robot di bordo, quando l’eroe affronta la prova della singolarità del buco nero.  C’è sempre una terza via fra l’esoterismo e la “didattica”, e questa via Nolan l’ha ben percorsa in “Inception“, lasciando agli spettatori margini di interpretazione visiva e immaginativa. Come affermava Aristotele più di duemila anni fa, bisogna lasciare allo spettatore un po’ di gioia della scoperta. Sinceramente, non si è ben capito il perché non abbia voluto percorrere la stessa strada, se per ragioni di botteghino o di missionarietà neocatecumenale.

2) L’eccesivo ed evidente uso delle dicotomie sopra descritte, nonché dell’abusata “epopea dell’eroe”, rendono il film un déjà-vu, e danno la sensazione di prevedibilità e di film costruito a tavolino.

3) Ultima. Ne abbiamo piene le pXXXX di Statunitensi che salvano il mondo.

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5 Commenti a “Interstellar, le lontane stelle contro il nulla della realtà. La filosofia di Nolan”

  • [...] Filosofiprecari.it riporta un’interessante l’analisi sul rapporto tra scienza-creatività, [...]

  • Ottimo! Ho trovato il film forse fin troppo colmo delle dicotomie da te delineate. Inoltre il disvelare i segreti insiti nel mistero della Natura (ad esempio la scena nel wormhole), mi pare rovinare spesso quella visionarietà potenziale che potrebbe offrire una scena meno “realistica” (virgolette d’obbligo) e più onirico-cinematografica.
    Sotto questo aspetto ad esempio le stanze silenziose completamente buie o completamente illuminate di Under the Skin (ultimo dei filmoni sci-fi che mi è capitato sott’occhio) sono di una potenza comunicativa incalcolabile.
    Approfitto per linkare una mia analisi tanto rapida quanto banalotta.
    http://pellegrininellaverita.com/2014/12/02/da-interstellar-a-walking-dead-le-istanze-morali-nella-metafisica-del-cinema-contemporaneo/

    Anyway: gran blog!

  • [...] (non completamente meritata, vedasi anche il follow up) a una prettamente “filosofica” (blog dei filosofiprecari per una bellissima, pellegrininellaverità per un intero pacchetto). Sceneggiatura, regia dialoghi [...]

  • Nicoladc89:

    Con temi sulla falsariga dello straordinario e meglio riuscito “Inception“?
    Ma che dici mai? Ci sono certamente somiglianze tra Inception e Interstellar, come del resto ci sono sempre tra film dello stesso autore, ma i temi certamente no. Inception, come del resto Memento e Insomnia, è un film sull’alterazione mentale, sulla distorsione della mente (che essa sia causata da un incidente, dall’insonnia o dalla condivisione dei sogni). Interstellar è tutt’altra cosa…

  • erikmc12:

    bella analisi, il film comunque è di impostazione gnostica, il che dopo ‘the dark knight rises’ era prevedibile da parte di Nolan: il protagonista compirà alla fine il suo viaggio definitivo divenendo Nuovo Adamo (Cristo) di un nuovo ‘paradiso extraterrestre’ che è la luce del domani per quei pochi eletti che ci arriveranno…
    Non c’è bisogno di un Salvatore come quello della religione cristiana, perché l’uomo è artefice del suo destino e con le sole sue forze può salvarsi da solo; per farlo l’importante è CONOSCERE, l’amore in fondo è pure quello quantificabile, l’empatia è una legge fisica etc etc
    E che ci si può salvare da soli è talmente vero….. che l’umanità che sta in ‘Paradiso’ ci apre il wormhole e poi ci lascia fare fregandosene di tutto il resto, della serie: “chi fa da sé fa per tre (pianeti)”, e “aiutati che ‘Dio’… ti sta a guardare” P
    L’uomo è artefice del suo destino, passato/futuro e individualista/collettivista che esso sia: gli scienziati sostituiranno Dio, la fisica quantistica spiega già tutto, anche la fede nell’aldilà, che poi resta un “aldiqua”… e pazienza se ancor più lontano nel tempo – fra miliari e miliardi di anni – l’universo intero resterà un camposanto vuoto di materia..

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