Frans de Waal, Primati e Filosofi: evoluzione e moralità

 

uno dei libri più venduti dell'autore

Chi è Frans de Waal? Qui il suo canale facebook, continuamente aggiornato sulle sue osservazioni  in “pillole”, naturalmente secondo quello strano linguaggio rapido, visivo e immediato che veicola la rete. In due parole, de Waal è un eminente primatologo che ha dato un’ importante svolta a questi studi, con tutte le conseguenze del caso. Non esiste migliore introduzione dei suoi  lavori di questo video (sub. Ita), dove soprattutto i filosofi troveranno pane per i loro denti. Nella parte finale del video, de Waal afferma, riferendosi implicitamente a quella distinzione sempre viva (o ancora viva) tra “moderni” e “postmoderni”: […] questo studio divenne molto famoso, ricevemmo molti commenti, soprattutto da antropologi, economisti e filosofi. I filosofi non lo apprezzarono per niente. Perché credo si fossero convinti che l’imparzialità fosse un argomento complesso e che gli animali non potessero concepirla. Un filosofo arrivò a scriverci che era impossibile che le scimmie avessero il senso dell’imparzialità perché l’imparzialità era stata inventata con la Rivoluzione Francese. Un altro scrisse un intero capitolo dicendo che avrebbe accettato che si trattasse di imparzialità se la scimmia che aveva ricevuto l’uva l’avesse rifiutata. La cosa buffa è che Sarah Brosnan, che ha condotto l’esperimento con gli Scimpanzè, aveva un paio di combinazioni con gli Scinpanzé in cui, quello che riceveva l’uva, la rifiutava, fino a quando anche il partner riceveva dell’uva”. Lascio i commenti ai lettori; dico solo che de Waal non ha assolutamente abbandonato il concetto di “natura”, anzi, vi si è gettato completamente alla sua ricerca. Comunque la si pensi su de Waal, è difficile negare l’importanza del suo lavoro, che si estende per più di tre decenni, tra cui gli ultimi 18 anni presso il National Primate Research Center della università di Emory. Il lavoro di de Waal ha contribuito a un cambiamento sostanziale nel modo di pensare scientifico e popolare sul comportamento sociale degli animali, non solo dei primati. In particolare, la ricerca di de Waal sulla risoluzione dei conflitti dei primati e sul loro comportamento sociale ha screditato l’ipotesi che i primati siano  individualisti e aggressivi. Il suo lavoro ha dimostrato scientificamente che non solo molti primati mostrano veramente l’opposto di quanto teorizzato solo pochi anni fa dalla comunità scientifica, ma anche che il loro complesso comportamento sociale è come radicato nella loro natura, come lo è ogni istinto di autoconservazione. I primati si comportano socialmente  non a dispetto delle loro disposizioni biologiche, ma piuttosto seguendo una loro profonda disposizione naturale. Parlando secondo i canoni della più classica filosofia continentale, si potrebbe dire che de Waal abbia dimostrato la “buona natura” dei nostri più vicini compagni di evoluzione. Nel libro qui recensito, de Waal ha provato il grande salto che un po’ tutti i primatologi sono spesso propensi a fare, quello verso l’uomo, nel cercare di capire laicamente le basi della moralità umana, i “mattoni” che ne costituiscono le fondamenta. Ma se per l’autore la scienza fonda abbondantemente la comprensione della moralità umana,  de Waal appare scettico verso coloro che vorrebbero che la scienza determini i valori umani, o verso coloro che con un approccio militante (si riferisce ai “new atheists”) finiscono per sostituire un comportamento dogmatico con un altro.

Nel volume Primati e Filosofi: evoluzione e moralità,  e sulla base delle letture di ulteriori letture di de Wall del 2003 sui valori umani, lo studioso estende le sue tesi in una esplorazione delle origini evolutive della moralità umana. Affermazione centrale di de Waal nel saggio principale è che le disposizioni emotive pro-sociali dei primati non umani costituiscono i “mattoni” della moralità umana. In seguito il libro contiene  gli interventi del giornalista e scrittore scientifico Robert Wright, del filosofo della scienza Philip Kitcher e dei filosofi morali Christine M. Korsgaard e Peter Singer. De Waal conclude il volume con una risposta ai suoi commentatori e critici. Il testo esemplifica  alcuni dei “pericoli” dell’affrontare un tema di così elevata importanza da tanti da punti di vista diversi, come la biologia evolutiva, la psicologia sperimentale, e la filosofia morale. Vorrei discutere in questa recensione alcuni di questi pericoli. Ma, ancora più importante, mi preme sottolineare che questo volume dimostra anche l’esigenza, l’indubbio beneficio, e, anzi, inevitabilità di portare queste prospettive nella stessa conversazione, nella direzione, ormai obbligata, di un pensiero pluridisciplinare, complesso e sistemico. Se la filosofia non diventa sistemica è destinata inevitabilmente all’estinzione.  Consiglio questo volume a tutti coloro che sono interessati alle origini evolutive della moralità secondo diversi approcci. Primati e filosofi si arricchisce di scienziati e filosofi di indubitabile interesse, ma è anche abbastanza accessibile e divulgativo al fine di coinvolgere coloro che sono nuovi all’argomento. Anzi, il testo potrebbe facilmente essere utilizzato come strumento didattico in un corso di filosofia morale, o, dalla parte delle scienze un po’ più “dure”, di etologia o psicologia umana.

Una delle principali preoccupazioni che sorgono tra de Waal e dei suoi commentatori è la seguente: il discorso sulla “evoluzione della morale” è alquanto ambiguo. “Moralità”, in un certo senso, potrebbe semplicemente fare riferimento a un insieme di regole o principi morali. Ma “la morale”, in un altro senso, potrebbe riferirsi alla serie di pratiche umane in cui sono implicate azioni guidate da tali principi, o giudicate nei loro termini, o comunque mediate da convinzioni morali o atteggiamenti. E’ quest’ ultimo fenomeno che de Waal sta indagando. Si interessa di quelle capacità e attitudini psicologiche sottostanti senza le  quali il comportamento di un individuo non potrebbe qualificarsi come morale o immorale. Potremmo chiamare questo insieme di capacità rilevanti come “attitudine morale” ,  o come si chiama nel mondo anglosassone, the moral agency, l’agire morale. Così, la domanda guida di de Waal è  se le fondamenta di questa “attitudine morale” umana si trovino nelle disposizioni psicologiche e nei comportamentali dei nostri cugini evolutivi, i primati. La sua risposta è un sonoro “sì”. I “mattoni” del libero arbitrio umano, sostiene lo studioso, sono presenti in altri primati, e sono costituiti da una serie di emozioni altruistiche e di risposte comportamentali  la cui funzione evolutiva principale (fra le altre) è stata quella di facilitare il coordinamento e la coesione sociale, e risolvere in maniera efficace problemi adattivi. De Waal basa la sua conclusione su considerazioni metodologiche e su una ricchissima offerta di osservazioni empiriche. Metodologicamente, de Waal contrappone la sua argomentazione a  ciò che egli chiama  teoria veneer” della morale (veneer significa in inglese pressappoco “patina sottile”), una teoria che attribuisce a T.H. Huxley (attribuzione contestata da Kitcher), G.C. Williams, Richard Dawkins, e Robert Wright (attribuzione contestata da Wright). La Teoria, come caratterizzata da de Waal, dice veramente poco su ciò che costituisce la moral agency; piuttosto, essa si occupa di un problema diverso: se le capacità che sottendono il nostro giudizio morale apparente siano naturali, ed essa  sostiene che non lo sono. La teoria veneer, scrive de Waal

vede la morale come una innovazione culturale raggiunta solo dalla nostra specie. Questa scuola non vede tendenze morali come parti integranti della natura umana. I nostri antenati, a suo avviso, son diventati morali per scelta. … [La teoria veneer] presuppone che in fondo non siamo veramente morali. Giudica la morale come una sovrapposizione culturale, una sottile patina che nasconde una natura altrimenti egoista e brutale.

Gli studi sull'empatia si moltiplicano. Qui, uno italiano, condotto sull'imitazione neonatale di alcuni macachi

Secondo questa definizione, la teoria veneer,  sostenendo che “in fondo in fondo non siamo veramente morali“, sembra ritenere che il libero arbitrio è, strettamente parlando, illusorio. Huxley, tuttavia, affermava che siamo in grado di esercitare il vero e proprio moral agency, ma “nonostante”  la nostra natura:  siamo giardinieri morali che devono mantenere costantemente le erbacce della nostra natura a bada”. Il biologo Michael Ghiselin, però, suggerisce che se non siamo morali per natura, non lo siamo affatto. Ciò che sembra essere la morale è proprio questo: un aspetto, una patina, una tesi incapsulata nelle motto:  Gratta un’ altruista, e vedrai  sanguinare un ipocrita“.

La teoria veneer deve affrontare una serie di problemi, secondo de Waal. In primo luogo, poiché questi teorici negano che le nostre tendenze morali siano naturali, sono sempre a corto di spiegazioni scientifiche sul perché abbiamo queste tendenze e su come le esercitiamo. In secondo luogo, sostenendo una teoria che postula una natura umana fondamentalmente asociale ed egoista, e il relativo “contratto sociale” uno sviluppo solo al servizio di interessi individuali, cascano come mosche di fronte alle evidenze empiriche schiaccianti che dimostrano il contrario. De Waal scrive: “Non c’è mai stato un momento in cui siamo diventati sociali: discendenti di antenati altamente sociali – una lunga genealogia di primati – siamo vissuti in gruppo da sempre. Lo stato di natura potrebbe essere stato “brutto, brutale e breve”, ma per gli esseri umani e i loro antenati primati, è sempre stato “sociale nella sua essenza”. In terzo luogo, se per de Waal è evidente che i nostri cugini primati dimostrino una serie di altruistiche disposizioni comportamentali, allora la spiegazione più parsimoniosa evolutivamente di queste come altre disposizioni è che siano omologhe con i tratti dei nostri antenati.

De Waal sostiene la sua tesi positiva approfondendo il secondo e terzo punto di cui sopra e citando lavori empirici sul comportamento degli animali raccolti in decenni di ricerca. Le osservazioni che condivide circa il comportamento sociale dei primati sono affascinanti, e le sue conclusioni sono allo stesso tempo sorprendenti e plausibili. Ad esempio, de Waal scrive di Krom, uno scimpanzé dello zoo di Arnhem, che un giorno si è interessato di un pneumatico pieno d’acqua appeso a un tronco. I suoi tentativi erano quelli di avvicinare il pneumatico troppo lontano. Testimone della lotta di Krom è la nipote di sette anni, Jakie,  intervenuta  per aiutarlo. Come? Spingendo via gli altri pneumatici e abbassando gentilmente il pneumatico pieno d’acqua. Lo mise davanti a Krom, che procedette a bere l’acqua con gusto. Un altro esempio è il comportamento consolatorio negli scimpanzé. Dopo un conflitto aggressivo tra due scimpanzè, un “passante” spesso consola il “perdente”  mettendo, ad esempio, un braccio intorno a lui. In tali casi di consolazione, non vi è alcun evidente e immediato beneficio per il consolante. De Waal ha anche osservato che gli scimpanzé sono più propensi a condividere il cibo con gli scimpanzé che li hanno spulciati in precedenza, esprimendo così una sorta di gratitudine.

Queste osservazioni, specialmente  le prime due, dimostrano  una preoccupazione per gli altri che non è né accidentale né riducibile a indiretto interesse personale. Piuttosto, de Waal sostiene, questi comportamenti rappresentano l’esercizio di una capacità di entrare in empatia con gli altri individui, una capacità il cui nucleo è un semplice meccanismo di percezione-azione (PAM, Perception-Action Mechanism). Il PAM, spiega de Waal, “fornisce un osservatore (il  ‘soggetto’) con accesso allo stato emotivo di un altro (l’ ‘oggetto’) attraverso proprie rappresentazioni neurali e corporee del soggetto“. Continua:

Quando il soggetto occupa lo stato dell’oggetto, le rappresentazioni neurali di stati simili nel soggetto vengono attivate ​​automaticamente. Più vicini e più simili sono il soggetto e l’oggetto, più facile sarà per la percezione del soggetto attivare risposte autonomiche e motorie, risposte che corrispondono all’oggetto  (ad esempio, cambiamenti nella frequenza cardiaca, la conduttanza cutanea, l’espressione facciale, la postura del corpo). Questa attivazione permette al soggetto di ottenere “sotto pelle” l’oggetto, condividendo i suoi sentimenti e bisogni, che incarnati scambievolmente favoriscono la simpatia, la compassione, e il mutuo soccorso.

L’esistenza del PAM è evolutivamente spiegabile; un tale meccanismo avrebbe conferito un significativo vantaggio evolutivo ai nostri antenati primati, la cui sopravvivenza individuale dipendeva dalla cooperazione e dal coordinamento con i conspecifici. E, tuttavia, questo meccanismo avrebbe anche aperto la porta a una preoccupazione per gli altri, che trascende l’auto-conservazione, vale a dire, la preoccupazione morale. Se l’empatia è ciò che rende possibile il moral agency, e se l’empatia si è evoluta attraverso la selezione naturale del PAM, allora le radici di questo moral agency sono davvero naturali, contrariamente a quanto sostenuto dalla veneer theory.

Tutti i critici di de Waal rifiutano questa versione semplicistica di teoria veneer che egli infilza col suo fioretto. E, anche se alcuni di loro (Kitcher, per esempio) sono in disaccordo con le conclusioni di de Waal circa l’entità, nei primati, di tendenze altruistiche, tutti concordano sul fatto che de Waal abbia rivelato un livello non trascurabile di risposta empatica nei primati non umani. Dove non sono d’accordo con de Waal è sulla questione se l’empatia e gli altri “sentimenti morali” costituiscano le fondamenta del  moral agency. In questione, allora, è se queste disposizioni emotive siano le capacità fondamentali alla base della moral agency umana.  Questo problema si rivela fondamentale nelle risposte dei critici a de Waal, a cui mi rivolgerò ora.

de Waal con alcuni amici lemuri

Obiezione principale di Robert Wright per de Waal riguarda il tipo di linguaggio antropomorfico che de Waal utilizza, a volte. Wright sostiene che de Waal scivoli tra linguaggio emotivo e cognitivo. Cioè, a volte spiegherebbe  il comportamento di un animale con le linee guida delle emozioni (empatia, disagio personale, rabbia) e, talvolta, nei termini di calcolo strategico o deliberazione cosciente (ragionamento, intenzione, decisione). Nella maggior parte dei casi, entrambi i tipi di spiegazione sono compatibili con il comportamento osservato; dopo tutto, molte delle nostre disposizioni emotive sono “deleghe per calcolo strategico” nel senso che sono state naturalmente selezionate per la loro vantaggiosità nel raggiungere in modo efficiente un certo obiettivo dell’organismo. Ma, sostiene Wright, in assenza di prove indipendenti che i primati non umani possiedano le capacità di calcolo strategico e deliberazione conscia –l’abilità linguistica, per esempio –de Waal dovrebbe limitare il suo linguaggio all’antropomorfismo emotivo. Tutto da dimostrare, naturalmente, è che queste prove non ci siao, specie nella complessa etologia moderna.

Dunque, il dibattito sul moral agency si piega tra due classiche dicotomie (forse un po’ stantie, a dirle per chi scrive), e cioè tra i meccanismi emozionali involontari e le deliberazioni coscienti.  Korsgaard e Kitcher suggeriscono un’altra  risposta abbastanza classica a questa annosa domanda.  Korsgaard e Kitcher invocano la distinzione del filosofo Harry G. Frankfurt tra una creatura irrazionale e una razionale. Una irrazionale è una creatura che agisce seguendo qualunque desiderio o impulso più forte in quel momento, senza prendere atto del fatto che questo desiderio o impulso debba essere efficace. Korsgaard e Kitcher sostengono che de Waal abbia dimostrato, al massimo, che i primati non umani siano animali irrazionali empatici. Le azioni dei primati sono, a volte, motivate ​​da involontari impulsi, emotivi ed empatici (Kitcher include una attenta discussione sui gradi di altruismo psicologico ed è d’accordo con de Waal che i primati abbiano dimostrato altruismo di “intensità moderata”). Questo perché non hanno la capacità di fare un passo indietro e di riflettere su questi impulsi, di essere guidati da loro giudizi riflettenti sulle loro motivazioni. Non riescono a soddisfare una condizione necessaria per poter parlare, anche nel loro caso, di moral agency. Korsgaard esprime questo concetto in termini kantiani. Ancora una volta, in discussione tra de Waal e suoi critici non è la questione se i primati non umani dimostrino empatia, ma, piuttosto, se l’empatia costituisca il criterio fondamentale del moral agency. Sebbene Korsgaard associ il punto all’autogoverno riflessivo di Kant, Kitcher trova considerazioni parallele in Hume e Adam Smith. E anche Peter Singer, un utilitarista, si trova d’accordo con Kant riguardo il fatto che la capacità di riflettere sulle nostre risposte emotive automatiche è fondamentale per l’agire morale.

Un ulteriore punto affrontato nel libro riguarda il rapporto fra moralità e gruppo. De Waal osserva che le disposizioni emotive altruistiche si sono evolute come un fenomeno di gruppo, e che questa mentalità in-group /out-group esiste oggi nelle nostre pratiche morali correnti. Il punto qui è che la preoccupazione morale, anche se, per definizione, si estende al di là di se stessi, solo raramente  si estende al di là della propria comunità. Singer, per esempio, sostiene che, poiché le disposizioni emotive altruistiche citate da de Waal sono sempre limitate nella portata, non riescono a dimostrare la funzione di imparzialità, che è definitiva nei termini di preoccupazione morale come principio normativo. La risposta di De Waal a Singer la lascio ai lettori: avverto che è spiazzante, ma a mio avviso ben fondata.

Riassumendo e concludendo: il dibattito tra de Waal e dei suoi critici riflette sia l’importanza che la difficoltà di affrontare insieme queste due domande: (1) L’agire morale umano umana ha le sue radici nei nostri antenati evolutivi? (2) Quali sono i criteri dell’agire morale umano?

I critici di de Waal sostengono, implicitamente o esplicitamente, che una risposta approfondita  per la seconda questione getta qualche dubbio sulla risposta positiva di de Waal alla prima domanda. Kitcher, per esempio, considera il discorso di de Waal circa i “mattoni” della morale come inaccettabilmente vago. Il problema sarebbe che, anche se de Waal ha raccolto prove impressionanti per  dimostrare le tendenze pro-sociali nei primati,  non avrebbe approfondito le differenze umane. Ma a mio avviso, de Waal regge pienamente il confronto con i critici: sembra che, propriamente, su alcuni punti de Waal e gli interlocutori siano interessati a problemi diversi ed a aspetti diversi. Con qualunque partito vogliate schierarvi durante la lettura del testo,  rimane un dato certo: l’enfasi di de Waal sulla continuità tra gli esseri umani e altri primati (ci sarà sempre, in questo tipo di studi, chi ha come focus della ricerca le somiglianze, chi le differenze) amplia il campo di indagine in cui i filosofi morali, psicologi ed etologi devono lavorare e confrontarsi. E questo è un notevolissimo risultato in sé, portato avanti da uno straordinario studioso contemporaneo.

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3 Commenti a “Frans de Waal, Primati e Filosofi: evoluzione e moralità”

  • Aspettiamo che de Waal chieda ad una scimmia chi essa sia. Siamo certi che nel linguaggio che gli è più proprio emetterà dei suoni che potrebbero anche avere un’articolazione sensata. Solo che l’uomo, a sua differenza, resterebbe in silenzio.
    Questa è la differenza.

  • Geniomaligno:

    cari amici, può essere. Ma se chiedete qualcosa di simile ad un primate potreste avere davvero delle sorprese 🙂 http://www.filosofiprecari.it/wordpress/?p=209

  • > L’etica è basata su convenzioni stipulate con il gruppo.
    > La morale emerge dal rispetto di convenzioni stipulate con noi stessi.
    > Le convenzioni stipulate con noi stessi rispondono alla necessità di realizzare la nostra immagine.
    > L’immagine che abbiamo di noi stessi si forma grazie all’azione “pedagogica” implicita nell’appartenenza al gruppo.

    Si tratta, come avviene in tutti i processi evolutivi, di un percorso circolare che in forma frattale vede aumentare la complessità delle sue manifestazioni “morali” al crescere della complessità strutturale dell’ente che le esprime.
    Anche un elettrone che lascia il suo orbitale attorno al nucleo compie un’azione “immorale” rispetto all’integrità del suo atomo… e forse, l’agire morale umano ha le sue radici a partire da li, altro che dai nostri antenati evolutivi.
    Questo si, che amplierebbe veramente il campo di indagine in cui i filosofi morali, psicologi ed etologi devono lavorare e confrontarsi…

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