Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850. Una recensione di Francesca Borsari

I moti del 1848 in tutta Europa. Anche questa volta, l'inizio fu in Francia

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Il lavoro che viene qui ristampato, fu il primo tentativo di spiegare attraverso la concezione materialistica un frammento di storia contemporanea partendo dalla situazione economica corrispondente. (Friedrich Engels, p. 39)

Credo che la succitata frase riassuma in sé la motivazione principale per la quale leggere questo libro. Ulteriori motivazioni risiedono nella scorrevolezza del testo e, dal mio punto di vista, nella dimostrazione di quanto peso può avere un’idea nell’interpretazione storica. L’opera di MarxLe lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” fu pubblicata sulla Neue Rheinische Zeitung come serie di articoli. Nel 1895 Engels pubblicò una nuova edizione dell’opera di Marx intitolandola “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” dando titoli nuovi ai tre capitoli già apparsi. Come quarto capitolo aggiunse le parti dedicate alla Francia della Rassegna maggio-ottobre 1850 con il titolo “La soppressione del suffragio universale nel 1850“.

Il contesto filosofico dal quale Marx prende le mosse e dal quale è possibile spiegare quest’opera, è quello della messa in crisi della filosofia hegeliana perpetrata da Feuerbach, da Kierkegaard e da egli stesso tra gli anni ’40 e ’50 dell’800. Si era criticata l’idea di un idealismo assoluto che inseriva la ragione in un processo dialettico che rivelava la struttura stessa della realtà: l’accento è posto di nuovo sull’uomo. Marx rifiuta di Hegel l’identità della storia con la realizzazione di un principio assoluto, ma riprende la struttura dialettica del processo storico. Anche per Marx la storia è importante, ma perché terreno di trasformazione delle relazioni degli uomini. Nella produzione delle proprie condizioni materiali di vita gli uomini costruiscono un insieme di relazioni che sono la vera struttura della società; la storia non è che l’evoluzione di queste strutture economiche. Tutto il resto (diritto, religione, cultura, arte ecc.) non è che sovrastruttura e dunque, in quanto tale, dipendente dalla struttura e senza vera autonomia.

Le varie fasi della storia umana sono pertanto intrinsecamente caratterizzate dai differenti livelli raggiunti dalle società umane nell’organizzazione della produzione materiale e dei suoi strumenti. Marx distingue nella storia una fase asiatica, una antica, una feudale e una borghese. Il passaggio da una fase all’altra (e qui si coglie un lato del potente influsso hegeliano su Marx) avviene per le contraddizioni insanabili che vengono a costituirsi in seno a ciascuna forma di organizzazione produttiva. Marx ritiene che attraverso la contraddizione estrema a cui inevitabilmente conduce la società borghese si giungerà, attraverso un capovolgimento dialettico, ossia una rivoluzione, ad una fase finale della storia in cui si attuerà un sistema economico senza proprietà privata dei mezzi di produzione e quindi senza il conseguente sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Quest’opera si inquadra perfettamente nella sua concezione dialettica della storia, e costituisce anzi, come scrive Engels nella prefazione, il primo tentativo di spiegare attraverso la concezione materialistica un frammento di storia contemporanea partendo dalla situazione economica corrispondente (p.39). Se nel Manifesto aveva già applicato a grandi linee questo metodo a tutta la storia moderna, qui gli eventi politici vengono collegati in ultima istanza a cause economiche. Perché vengono scelte proprio queste date e questo luogo da Marx per applicare concretamente il suo metodo d’analisi? Il 1848 non è un anno come gli altri, ma è periodo di rivoluzioni in tutt’Europa che in generale tendono a rompere i legami con l’Assolutismo e i residui feudali, in cui si afferma ulteriormente l’ideologia nazionale e in cui la matrice popolare è più forte che in precedenza. A questi problemi si reagirà in maniera diversa a seconda dei diversi paesi.

La Francia costituisce il terreno privilegiato d’analisi perché aveva già vissuto una rivoluzione che aveva rotto i legami con il feudalesimo e aveva inciso sui rapporti sociali. I moti del ’48 pertanto non costituiscono un evento nuovo ma si collocano in una sorta di progressione nel processo che conduce alla dittatura del proletariato. Al centro di questa visione c’è la definizione di rivoluzione del 1789 come di rivoluzione borghese, che aveva annientato la nobiltà per sostituirvi una nuova aristocrazia finanziaria, monarchica e conservatrice, installatasi al potere nel luglio 1830. Le lotte dal 1848 al 1850 vengono condotte pertanto dalla restante parte della borghesia contro quella frazione borghese che detiene il potere. Se come conseguenza di questi moti il carattere della società diviene specificamente più borghese, un’altra diretta conseguenza è anche la crescita del proletariato. Il significato di questo periodo nella concezione materialistica della storia è quella di fase borghese che precede la rivoluzione finale.

Un elemento comune che aveva caratterizzato tutte le rivoluzioni era dato dalla situazione economica: nel biennio 1846-47 l’Europa aveva attraversato una fase di crisi che aveva investito prima il settore agricolo poi quello industriale e commerciale, provocando carestie, miseria e disoccupazione. Il clima di disagio, congiuntamente all’azione dei democratici porta a lotte nelle quali si richiedono maggiori libertà politiche e democrazia, con spinte talvolta verso l’emancipazione nazionale. In queste rivolte si vede una massiccia presenza dei ceti urbani popolari. All’inizio del ’48, poco prima che scoppiassero le rivolte, era stato pubblicato da Marx ed Engels il “Manifesto del partito comunista”, destinato a diventare il testo base della rivoluzione proletaria. Ecco perché si identifica il ’48 come l’anno ufficiale di nascita del movimento operaio, così come uno degli spartiacque ideali che dividono l’età moderna da quella contemporanea. La rivolta partì in Francia, così come era accaduto nel 1830, nella “monarchia liberale” di Luigi Filippo del primo ministro Guizot, dove fu proprio la maturazione economica, civile e culturale a far apparire più intollerabile l’oligarchia.

Sotto Luigi Filippo non regnava la borghesia francese, ma una frazione di essa, i banchieri, i Re della Borsa, i re delle ferrovie, i proprietari delle miniere di carbone e ferro e delle foreste, e una parte della proprietà fondiaria venuta con essi ad un accordo: la cosiddetta aristocrazia finanziaria (p.91).

Si costituì un vasto fronte di opposizione che comprende al suo interno liberali progressisti, democratici bonapartisti e socialisti, e persino cattolici e legittimisti. I democratici, che erano nettamente minoritari in Parlamento e che miravano a raggiungere il suffragio universale, si attivarono al di fuori attraverso la cosiddetta campagna dei banchetti, ovvero riunioni in forma privata che consentivano la propaganda per la riforma elettorale. La proibizione di uno di questi banchetti il 22 febbraio innescò la mobilitazione di lavoratori e studenti parigini. Il governo ricorse alla Guardia nazionale, corpo di cittadini armati ed espressione della borghesia cittadina più volte utilizzata per reprimere sommosse operaie, che tuttavia in questa circostanza finì con il fare causa comune con i manifestanti. L’intervento dell’esercito rese poi impossibile raggiungere qualsiasi compromesso. Il 24 febbraio Luigi Filippo abbandonò Parigi e venne eletto un governo che si pronunciò a favore della repubblica e annunciava la prossima convocazione di un’Assemblea costituente da eleggere a suffragio universale.

Il nuovo governo era composto dai capi dell’opposizione democratico-repubblicana e persino da due rappresentanti dei lavoratori. Alla ripresa del dibattito politico (non c’è più la limitazione alla libertà di riunione, si moltiplicano clubs, giornali e associazioni), seguì una certa moderazione nel governo (viene ad esempio preferito il tricolore alla bandiera rossa, simbolo della rivoluzione socialista; inoltre, ad opera del ministro degli esteri Lamartine si rinuncia ad esportare la rivoluzione oltre i confini nazionali). I capi rivoluzionari più influenti Blanqui e Barbès rinunciarono ad un’insurrezione contro il governo provvisorio perché la ritenevano destinata all’insuccesso: i socialisti in questo periodo si dimostravano ancora deboli, debolezza confermata dalla mancanza di posizioni di potere in Parlamento. In materia sociale oltre ad un tetto massimo di undici ore lavorative giornaliere, fu stabilito l’obiettivo del pieno impiego. A questo proposito vennero istituiti gli ateliers nationaux, che dal loro teorico principale Louis Blanc erano pensate come cooperative di produzione, mentre di fatto gli operai in essi coinvolti vennero adibiti a lavori di pubblica utilità. L’esperimento gravava ad ogni modo sulle finanze statali ed era considerato come un’ingerenza statale troppo forte in campo economico da molti all’interno dello schieramento repubblicano.

E nella confusione, in parte ingenua, in parte intenzionale, della borghesia parigina, nell’opinione, mantenuta ad arte, della Francia e dell’Europa, quelle workhouses furono la prima realizzazione del socialismo, che insieme con esse veniva messo alla gogna (p.129).

Le correnti di estrema sinistra vennero dapprima sconfitte durante le elezioni per l’Assemblea costituente del 23 aprile, durante le quali il suffragio universale portò al voto anche i cattolici conservatori. I vincitori furono i repubblicani moderati, mentre i socialisti Blanc e Albert vennero esclusi dal governo. Le manifestazioni di piazza ripresero il 15 maggio, che si conclusero tuttavia con l’arresto di molti leader della sinistra rivoluzionaria, con la chiusura degli atelier e con l’obbligo di integramento dei disoccupati nell’esercito. Il 23 giugno seguirono altre manifestazioni popolari e ricomparvero le barricate. Di fronte alla radicalità della situazione, vengono concessi i pieni poteri al ministro della guerra, il generale Louis Eugène Cavaignac che agì con la repressione degli insorti. La rivolta dei lavoratori parigini concretizzava quello spettro del comunismo tanto temuto dalla società borghese:

La borghesia doveva respingere le rivendicazioni del proletariato con le armi alla mano. E la vera culla della repubblica borghese non è la rivoluzione di febbraio, ma la disfatta di giugno (p. 136).

Il governo era tuttavia in mano ai repubblicani moderati, che nel mese di novembre approvarono una costituzione democratica, che seguendo il modello statunitense, eleggeva a suffragio universale sia un presidente della Repubblica con potere esecutivo che l’Assemblea legislativa. Il 10 dicembre si tennero le elezioni presidenziali: i democratici si presentarono divisi, mentre i conservatori uniti e fermi sulla candidatura di Luigi Napoleone Bonaparte, figlio di un fratello dell’imperatore, candidatura che si dimostrò vincente rispetto all’elettorato popolare.

Napoleone era l’unico uomo che avesse esaurientemente rappresentato gli interessi e la fantasia della nuova classe dei contadini sorta nel 1789 (p. 170).

Bonaparte, di tendenze conservatrici (dicembre 1848) ottenne poi una larga maggioranza alle elezioni del maggio 1849 e poté così realizzare una politica decisamente reazionaria: dalla repressione della Repubblica romana alla difesa dell’istruzione confessionale, alla soppressione del suffragio universale.

Secondo Marx le rivoluzioni del ’48 sono solo “piccole lacerazioni nella dura crosta della società europea”, tuttavia esse annunciano un capitolo nuovo della storia umana: l’emancipazione del proletariato, che sarebbe stato il motore della storia del XIX secolo. Le vicende del 1848 sono collocate cioè in una prospettiva storica che mette in luce l’importanza della classe operaia come punto di partenza per una nuova esperienza rivoluzionaria, esprimendo le linee attraverso le quali si svolgerebbe la storia futura. La sconfitta della classe operaia nelle rivoluzioni del 1848 permette al movimento dei lavoratori di acquisire maturità politica, così come coscienza di classe, senza le quali sarebbe stato impossibile vincere la sua battaglia storica e organizzarsi nei termini di una rivoluzione europea. La celebre frase le masse possono essere dirette solo sulla base della loro esperienza, verrà ripresa come tesi da Lenin.

Pare ovvio che la sua prospettiva preveda un giudizio generalmente positivo riguardo le rivoluzioni. Al contrario dei teorici della borghesia liberale che le intendono come deviazioni del corso normale della storia e come estremismi, Marx le concepisce come momenti in un certo senso creativi della storia, all’interno dei cosiddetti “periodi pacifici”. In tali momenti secondo il filosofo vengono eliminate contraddizioni, poiché le varie classi determinano in maniera diretta la vita sociale gettando le basi per quella “sovrastruttura politica” che si regge appunto sui rinnovati rapporti di produzione. L’elemento di eliminazione della contraddizione era presente anche in Hegel, ma da lui veniva risolto sul piano logico nel momento della sintesi; Marx invece lo fa risolvere sul terreno materiale in un processo storico che è altrettanto dialettico. Questo processo contiene al suo interno anche la fase analizzata in questa sede, che non rappresenta quindi un momento definitivo, ma solo una fase. Marx contesterà pertanto chi intravede invece in ciò un processo compiuto, chiamando questa visione “democrazia volgare”: corrente nella quale si crede ingenuamente che all’interno del popolo non vi siano contraddizioni di classe e non si tiene conto del potenziale rivoluzionario della piccola borghesia. All’interno di questa democrazia il proletariato non ha ancora sviluppato un programma autonomo ed un conseguente partito di classe.

E’ proprio in questo senso che si delinea il fine della parti principali del libro. La prima parte denuncia il “tradimento” dei democratici piccolo-borghesi nei confronti del proletariato dall’aprile al giugno del 1848. In questo governo provvisorio tutti gli elementi che avevano preparato o determinato la rivoluzione trovarono posto provvisoriamente nel governo di febbraio. E’ una miscela molto eterogenea che comprende le più entusiastiche aspirazioni di rinnovamento e le vecchie potenze dominanti che non aspiravano affatto al cambiamento. La piccola borghesia secondo Marx, una volta inclusa nel potere politico, ripiega su posizioni moderate. La seconda parte rappresenta una critica a Blanc e ai suoi seguaci rispetto al tema degli atelier nationaux e all’illusione di risolvere il problema del proletariato senza un effettivo scontro con la borghesia. La terza costituisce un’analisi e una critica delle illusioni della piccola borghesia rispetto al suffragio universale e alla lotta parlamentare intesi da questa come mezzo per ridurre all’impotenza gli avversari. Prova di questa illusione è l’elezione di Bonaparte, che è segno sia della mancata rete organizzativa del socialismo tra la gente comune, ma anche del conservatorismo e clericalismo della maggioranza degli elettori che si imputa al non essere ancora divenuti proletariato. Ancora una volta ricade l’accento sulla propedeuticità di questa fase e non certo sul suo essere definitiva. Nell’ultima fase è criticato invece il nullismo politico del partito social-democratico, dalla meschina azione del giugno 1849, alla politica seguita tra il 10 marzo 1850 e l’approvazione della legge che sopprimeva il suffragio universale.

Si è detto che quest’opera si configura come il primo tentativo di analisi concreta di fenomeni presenti nella storia come prova di teorie enunciate già nel Manifesto. Un primo esempio è l’approfondimento del problema dello Stato, rispetto al tema dell’indebitamento dello stato francese nel 1849. Marx ritiene che lo Stato debba semplificare al massimo l’organismo governativo impiegando meno persone possibili, entrando cioè così meno in contatto con la società borghese. Nel “partito dell’ordine” al contrario vengo utilizzati i poteri dell’esecutivo in funzione repressiva. Marx pensa al sovvertimento dello stato a lui coevo, ritiene infatti che lo Stato proletario avrà una diversa organizzazione; la Comune di Parigi gli fornirà poi l’idea della forma da dare a questa organizzazione. E’ in ogni caso questa la prima menzione alla dittatura del proletariato che sarà ripresa in seguito.

Un secondo aspetto che viene analizzato concretamente è la propedeuticità di questa fase borghese. La lotta in favore della repubblica borghese è qui un elemento educativo per il nascente movimento operaio. Il suffragio universale ad esempio non va letto nel significato che gli viene attribuito inizialmente, tuttavia ha il merito di scatenare la lotta di classe. Inoltre lo sviluppo stesso del capitalismo in questa fase ha come effetto quello di diffondere il proletariato sul territorio nazionale accelerando il processo che porta alla rivoluzione. E’ un punto questo sul quale Lenin tornerà per elaborare la strategia e tattica del movimento operaio russo nella rivoluzione del 1905.

Un terzo aspetto è l’importanza da lui data alla consonanza tra politica estera e interna di un determinato governo. Se tra le forze controrivoluzionarie europee intorno alla Santa Alleanza vi era un certo meccanismo solidale, allora anche le forze democratiche dovevano comprendere il collegamento internazionale della lotta. Occorreva pronunciarsi a favore della Polonia nel momento in cui viene smembrata e in contrasto alla Russia zarista. E’ ribadito pertanto il principio del solidarismo proletario che rappresenta la forza del movimento stesso.

Secondo Engels è il metodo utilizzato da Marx a rendere questo lavoro un’opera importante. Le vicende politiche, l’atteggiamento dei partiti o il modificarsi delle strutture statali non sono più eventi casuali psicologici, morali o ideali, ma vengono ricollegati alla realtà sociale e ai contrasti sociali, espressioni stesse di quella realtà.

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