Adorno, Minima Moralia. Una recensione di Gabriele Ottaviani

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Meditazioni della vita offesa”: il sottotitolo già dice tutto. Centocinquantatre aforismi (per quanto decisamente meno sintetici di quanto si sia portati a considerarli avendo una conoscenza generica di quelli più consueti, che arrivano quasi a essere solo brevi sentenze, motti, detti proverbiali), non uno di più, non uno di meno, scritti tra il 1944 e il 1947 ed editi per la prima volta nel 1951, che in apparenza possono sembrare quasi un puro e semplice esercizio di stile, un’esclusiva e disincantata divagazione pressoché senza meta;  in realtà costituiscono i fotogrammi della pellicola del film, girato da Adorno  (1903-1969) in vesti forse più di operatore che non di regista o sceneggiatore, dell’uomo occidentale, che si muove lungo un orizzonte che interessa l’ambito sociale, quello culturale, la dimensione politica, e a cui il filosofo, sociologo e musicologo che abbandonò per gli Stati Uniti la sua terra natia, la Germania (quando questa si vide invasa dall’orrore del Nazismo) non rinuncia mai di concedere la possibilità del riscatto.

Il primo aforisma si intitola “Per Marcel Proust”, e probabilmente non avrebbe mai potuto esserci miglior incipit per questa silloge. Adorno infatti svela da subito le carte che, evidentemente senza gelosia, tiene in mano, le dispone sul tavolo quasi sbattendole in faccia al prossimo, descrive un clima, dipinge delle immagini, palesa le modalità di creazione dell’opera che ha scelto di adottare: c’è ironia, anche feroce, gusto per la provocazione, lucidità. Mostra immediatamente, insomma, dove vuole andare a parare, e come desidera arrivare al punto: “Il figlio di genitori benestanti che, non conta se per talento o per debolezza, prende una professione, come si dice, intellettuale, quella dell’artista o dello studioso, si trova particolarmente a disagio tra coloro che portano il nome stomachevole di colleghi. Non solo gli si invidia la sua indipendenza, si diffida della serietà delle sue intenzioni, e si sospetta in lui un inviato segreto dei poteri costituiti. Questa diffidenza è bensì prova di risentimento, ma sarebbe, per lo più, giustificata. Ma le resistenze vere e proprie sono altrove. Anche l’attività spirituale è diventata, nel frattempo, “pratica”, un’azienda con rigida divisione del lavoro, banche e numerus clausus. […] Così si provvede alla conservazione dell’ordine: gli uni debbono collaborare perché altrimenti non potrebbero vivere, e quelli che potrebbero vivere altrimenti, vengono tenuti al bando perché non vogliono collaborare. È la vendetta della classe disertata dagli intellettuali indipendenti: le sue esigenze s’impongono fatalmente proprio là dove il disertore cerca rifugio”.

A questo segue “La panchina sull’erba”: il titolo – non si tratterà di un caso unico nell’opera – è ripreso da un paio di versi di un Lied assai conosciuto in Germania (“Il posto più caro che abbia sulla terra / è la panchina sull’erba presso la tomba dei miei genitori”), e qui Theodor W. Adorno dice che “il rapporto coi genitori comincia tristemente, oscuramente a trasformarsi. Economicamente impotenti, essi hanno cessato di incutere timore. […] Oggi ci troviamo di fronte a una sedicente giovane generazione, che, in tutti i suoi moti e impulsi, è intollerabilmente più adulta di quel che i genitori non siano mai stati. […] Oggi cominciamo a regredire verso uno stadio che non conosce più il complesso edipico, ma il parricidio. L’eliminazione di persone molto anziane è uno dei misfatti simbolici dei nazisti. In questo clima si stabilisce una tarda e consapevole intesa coi genitori, basata sul fatto che siamo tutti condannati, e turbata solo dal timore di non essere in grado, impotenti come siamo, di provvedere a loro come essi provvedettero a noi quando possedevano qualcosa. La violenza che subiscono fa dimenticare la violenza che fecero subire”. E con la famiglia “è scomparso non solo l’organo più efficiente della borghesia, ma la resistenza che, se opprimeva l’individuo, d’altro canto lo rafforzava, o addirittura lo produceva. La fine della famiglia paralizza le controforze. L’ordine collettivistico nascente è una tragica parodia di quello senza classi: e col borghese liquida l’utopia che si nutriva dell’amore della madre”.

In altri aforismi Adorno sostiene poi che esistono diverse categorie di individui in preda alla paura, “dal disoccupato al personaggio in vista che teme di suscitare da un momento all’altro la collera di coloro di cui rappresenta l’investimento”, che non c’è nulla di più innocuo delle piccole gioie che però, anche se sembrano sottratte alla responsabilità del pensiero, “non hanno solo un momento di sciocca arroganza, di insensibilità e di cecità volontaria, ma entrano immediatamente al servizio del loro estremo opposto”, e “anche l’albero in fiore mente nell’istante in cui è contemplato senza l’ombra del terrore”, che “conviene diffidare di tutto ciò che è leggero e spensierato”. Gli intellettuali, per il solo fatto di frequentare quasi esclusivamente altri intellettuali, non dovrebbero “ritenere i loro simili ancora più bassi e più meschini del resto dell’umanità”; e se “in un annuncio mortuario per un uomo d’affari si poteva leggere: <<La larghezza della sua coscienza… – giocando con la somiglianza della relativa espressione tedesca con la corrispondente che ricorda la nostra “mancanza di scrupoli” – …gareggiava con la bontà del suo cuore>>”, sostenendo dunque senza volerlo che “il buon defunto è stato un uomo senza scrupoli”, si “spedisce direttamente il corteo funebre nel regno della verità”.

Il matrimonio? Adorno asserisce che “serve oggi, per lo più, al trucco dell’autoconservazione: ognuno dei due congiurati attribuisce all’altro la responsabilità di tutto il male che commette, mentre – in realtà – essi vivono insieme una vita torbida e stagnante”. L’avarizia? Uno dei sette vizi capitali ha per il filosofo due varianti: “la prima è l’arcaica, la passione che non concede nulla a sé e agli altri […] ma caratteristica del nostro tempo è un’altra specie di avaro: l’avaro per cui nulla è troppo caro per sé e tutto è troppo caro per gli altri”. Inoltre “a che punto siamo con la vita privata, si vede dalla sede in cui dovrebbe svolgersi. <<Abitare>> non è più praticamente possibile”, e gli uomini “disapprendono l’arte del dono”. La cultura viene criticata in base a un’idea che, dicendo di battersi contro l’ideologia, a sua volta lo diviene, quella basata sul “motivo della menzogna”: “la cultura prospetta l’immagine di una società umana che non esiste”. Il paragrafo intitolato “Frutta nana” è poi un florilegio di sentenze, tra cui: “La cortesia di Proust sta tutta nel risparmiare al lettore la vergogna di credersi più intelligente dell’autore”, “Nell’Ottocento i Tedeschi non hanno fatto che dipingere i loro sogni, e non ne è risultato altro che verdura”, “Ai Francesi bastava dipingere della verdura perché fosse già un sogno”, “Nella psicoanalisi non c’è nient’altro di vero che le sue esagerazioni”, “La pagliuzza nel tuo occhio è la migliore lente d’ingrandimento”, “Il tutto è il falso”, parafrasando e rovesciando “Il vero è il tutto” di hegeliana memoria. E l’individuo? Per Adorno è come una pianta di serra, che, se “matura presto, vive nell’anticipazione”.

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