Michela Marzano, Estensione del domino della manipolazione, una recensione di Rezi Perelli

Dino Valls, "Noxa"

“Privilegio di una minoranza, il capitalismo è impensabile senza la complicità della società…è necessario che, in un modo o nell’altro, l’intera società ne accetti, più o meno consapevolmente, i valori”. Fernand Braudel, La dinamica del capitalismo

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Il saggio illustra con semplicità (si legge la prima volta in quattro, cinque ore) come la cultura d’impresa abbia negli ultimi anni influenzato e determinato anche quella accademica, con la pretesa di sostituirsi ad essa come agente di cambiamento sociale (“istituzione totale capace di restituire senso alla nostra società”); si parla di estensione del dominio della manipolazione, proprio perché si è portato il linguaggio strutturato del management nella sfera privata. La Marzano ci vuole aiutare ad aprire gli occhi su un pericolo da non sottovalutare, quello della mentalità manageriale che sta invadendo da tempo la vita quotidiana, tanto da poter dire che oggi si “vive per lavorare”, e non più “si lavora per vivere”. Sta passando il messaggio che nel lavoro ci sia tutto l’essere, che l’individuo sia il lavoro che fa, ampliando il “sei quello che hai” (E. Fromm), il lavoro, insomma, come specchio dell’anima dell’uomo: “Ma nel momento in cui si identifica completamente con gli interessi dell’azienda, l’individuo perde la capacità di percepire la manipolazione cui è sottoposto. La relazione fusionale funziona talmente bene che un rischio mal gestito o un errore commesso precipiteranno il lavoratore in un vuoto esistenziale. Ha fallito dinanzi a coloro che si fidavano di lui, non è stato all’altezza delle aspettative: le aspettative altrui, ma anche le sue… Che senso ha la sua esistenza?”.

"Lunchtime atop a skyscraper", scattata nel 1932 su un grattacielo del Rockefeller center

Si citano a questo punto i casi di suicidio sul luogo di lavoro in Francia, fenomeno esploso a partire dal 2000 (tra i trecento e quattrocento all’anno), puntando i riflettori su ciò che avviene in proposito in aziende come Renault e Peugeot Citroen, dove la “manipolazione perversa” rivela tutta la sua capacità distruttiva nei confronti del lavoratore. Il libro è interessante per lo stimolo alla riflessione sul fenomeno dell’ambiguità, caratteristica della manipolazione. Illuminante il termine “le trappole del linguaggio”, ovvero l’accostamento di termini che dovrebbero essere in contraddizione fra loro, quali realizzazione personale/eccellenza, impegno/flessibilità, impiegabilità/fiducia, autonomia/conformismo. Con queste ambiguità l’individuo non sa più bene come posizionarsi, a cosa dare più importanza, gli si chiede qualcosa ed il suo contrario. Fa riflettere anche l’appunto che la Marzano fa sull’ossimoro “risorse umane”, sostenendo che è un tentativo di unire due concetti che però insieme non possono esistere, stante l’appartenere del termine “risorse” al mondo delle cose e quindi inconciliabile con il rispetto che si deve tenere per l’essere umano.

Tipici spot del coaching motivazionale

Max Weber sembra comparire tra le righe quando incontriamo la definizione de “la gabbia dorata“, forse uno dei punti centrali del saggio della Marzano. La “gabbia di acciaio” weberiana è stata riverniciata, resa dorata, ed in questo nuovo luccicare è ancora più costrittiva, perché più subdola nel suo presentarsi all’uomo: anche se abbiamo l’impressione di essere liberi, in realtà non facciamo altro che onorare i ruoli che ancora vengono imposti, mentre si tratta di una libertà solo nominale. La Marzano è radicale nel suo attacco al coaching manageriale che ha contribuito a creare la nuova categoria della servitù volontaria per manipolazione: “Sta qui il colpo di genio del management contemporaneo: investire il coach di una conoscenza, diremmo quasi di un potere straordinario, che ha la presunzione di rendere libero l’essere umano […]. Lo scopo è persuadere i fruitori del coaching che esiste sempre un modo per andare al di là dei propri limiti, si tratti della volontà o della propensione al rischio. L’individuo viene considerato esclusivamente secondo una logica d’interesse; l’esistenza è ridotta a una serie di formule che dovrebbero permettere di risolvere i problemi più diversi, compresi quelli delle forme di vita, di comunicazione, degli standard sociali e educativi”. Sempre facendo riferimento a Max Weber e alla sua teoria sui vari tipi di leadership, si nota quale sia la posizione della Marzano a riguardo dei “nuovi profeti”, leader carismatici, che vengono tratteggiati con feroce e quasi irridente ironia, rendendo la lettura, su questi punti, veramente divertente. Viene presentato per esteso, come esempio emblematico, il caso paradossale del fallimento Enron con in primo piano la figura del suo amministratore delegato Jeff Skilling, uno dei tanti manager trasformati in “guru ipermedializzati” , celebrati dalla stampa come un tempo venivano celebrati i leader politici e “investiti di presunti poteri sovrannaturali”.

Grande attualità nel capitolo primo, dove si vede come la filosofa italiana accusi il sistema attuale per essere stato la causa dell’avvenuta scomparsa della solidarietà tra i lavoratori. La cronaca di questi mesi, con i fatti della vicenda Fiat e dei nuovi contratti siglati con solo parte dei sindacati, ci dà una prova esplicita di ciò che la Marzano sostiene a riguardo della paura che ha invaso il mondo del lavoro e della “crisi permanente”. La paura di essere licenziati e l’argomento crisi diventano, appunto, l’espediente per giustificare, da parte delle imprese, anche la soppressione di alcuni diritti acquisiti da tempo e solo dopo avere combattuto lunghe lotte unitarie. Lotte che erano proprio intrise di quella solidarietà che oggi il sistema è, a quanto pare, riuscito a cancellare applicando alla perfezione il “tutti contro tutti” e il “dividi e conquista” (quale risultato potevano avere, oltre a quello scontato del sì alle proposte di Marchionne, i referendum proposti nei mesi passati, se non quello di avere esplicita divisione tra lavoratori?). Utile qui testualmente riportare una domanda che ci pone la Marzano: “Si può stabilire un ponte tra il padronato e i sindacati quando perfino la solidarietà tra i lavoratori è venuta meno?”.

Per concludere: nel libro l’autrice si presenta, senza paura di farlo e senza nasconderlo (“straccia” persino le carte etiche delle grandi imprese, portando in primo piano quella della Danone, “Si fa etica come un po’ si fa pubblicità: si vende bene, e consente di attirare l’attenzione del grande pubblico”), come una delle (poche?) Cassandre che i sofisti, manipolatori contemporanei, cercano di far tacere.

Rezi Perelli  —  http://www.reziperelli.it/

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Vedi anche la recensione a Volevo essere una farfalla, di Michela Marzano

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3 Commenti a “Michela Marzano, Estensione del domino della manipolazione, una recensione di Rezi Perelli”

  • buono rosanna:

    sono daccordo su tutto. il capitalismo è diventato una trappola mortale.

  • Mantione Alessandro:

    Articolo molto interessante,d’accordo sul linguaggio..direi anche pensiero e linguaggio, ideologia e manipolazione!!

  • Asia Costa:

    Ottima recensione, ho letto poi il libro della Marzano è davvero la lettura data dall’autore della recensione, Rezi Perelli, è stata perfetta. Complimenti

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