Omaggio al maestro. Recensione a Tristi tropici di Claude Levi-Strauss

L'antropologo Claude Levi-Straus in Amazzonia, 1936

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Ricordo quando, da matricola in filosofia, lessi quest’avventura antropologico-filosofica. Purtroppo, non mi fu proposta da docenti né da qualche gruppo universitario, ma mi capitò fra le mani in maniera quasi accidentale, come una mela in testa. Mi rimase dentro, e la sento tutt’ora, vivida, nella mia formazione. Il mio fu un viaggio mentale: uscii dalle mie certezze, dalla mia cultura, dalla mia università, dalle mie discipline, dal mio mondo. Il viaggio muta il pensiero, è come un pellegrinaggio religioso, ma quando si viaggia non si può essere mai del tutto neutri, “tabula rasa” come vorrebbe la più ingenua delle antropologie culturali. Claude Levi-Strauss, morto nel 2009 a cent’anni di vita (tutt’altro che passati in solitudine) era convinto che quando si viaggia si è sempre qualcosa, qualcuno. Scriveva Chateaubriand che ogni uomo “porta in sé un mondo composto di tutto ciò che ha visto e amato, a cui ritorna continuamente anche quando percorra e sembri abitare un mondo straniero”. Recensire il più classico dei libri di antropologia del più noto antropologo del ventesimo secolo non è certo facile. “Tristi tropici” è un’avventura della conoscenza, un cruciale viaggio mentale al quale ci hanno abituato solo i grandi filosofi. Un romanzo più che un saggio scientifico. Ma non solo. E’ finalmente anche un viaggio reale e non solo mentale, con questi appunti e riflessioni del suo avventuroso studio etnologico in Brasile, immediatamente dopo aver conseguito la sua laurea in filosofia a Parigi. Un viaggio in piroscafo che illuminerà la cultura europea e mondiale che allora stagnava nelle paludi del razzismo, dell’ottimismo tecno-scientifico, della guerra, del darwinismo sociale, nel mito lineare del progresso e in una crisi economica mondiale che certo non migliorava le cose, anzi, spesso le peggiorava. Contrariamente a quello che potrebbe sembrare, la carriera di questo studioso nasce da cose semplici e inconfessabili, da ben noti istinti sociali (o a-sociali) primordiali. Scrive: “Ho ricercato la mia strada molto a lungo… in etnologia son un completo autodidatta. Una prima rivelazione l’ho avuta per ragioni inconfessabili: smania di evasione, desiderio di viaggiare”. Subito dopo la laurea, arrivato nel 1934 in Brasile per ricoprire una cattedra di sociologia a San Paolo, Levi-Strauss organizza dei viaggi in una nazione ancora inesplorata, che lo porteranno a contatto con popolazioni già contaminate dalla colonizzazione ma non ancora distrutte. Questa atmosfera di crisi e decadenza regna in tutto il libro. Qualche critico l’ha definita un’atmosfera lucreziana, ed è infatti una citazione di Lucrezio che Claude riporta nella prima pagina del suo libro: “nec minus ergo ante haec quam tu cecidere cadentque” (il senso di questa frase, nel suo contesto originale è: tutte le cose che ti sono precedute sono morte, allo stesso modo soccomberanno quelle che verranno dopo di te). Una decadenza che andava in netto contrasto, per esempio, con quel clima teleologico, quel vitalismo spiritualista e meliorista della storia che si respirava in Europa, creato e vissuto, fra gli altri, dalle voci più insospettabili come quella di Henri Bergson, allora di moda in tutta l’Europa, non solo in Francia. Pochi anni più tardi, il secondo conflitto mondiale ed il suo tremendo carico di morti avrebbe insanguinato l’Europa ed il mondo intero. All’interno del libro troveremo, fra le altre cose, abbozzi di quelle straordinarie intuizioni e riflessioni, sviluppate in altri suoi lavori, che faranno di lui l’innovatore dell’antropologia mondiale, ferma da lungo tempo a quelli stessi schemi mentali e filosofici che combatte nel corso del libro. Da Freud, Levi-Strauss impara che le antinomie statiche come “razionale” e “irrazionale” erano “non altro che giochi senza senso”. E, nel suo modo tipicamente antiprogressista ed eclettico di fare ricerca, trovò ispirazione perfino dalla geologia, una scienza che studia la natura dimostrando “la diversità vivente” e che “giustappone un’ età all’altra e le perpetua”. Ma oltre all’allora nascente strutturalismo, di cui lui è uno dei pincipali fondatori, è stato il marxismo che ha contribuito a completare il suo straordinario percorso intellettuale.

LA FILOSOFIA

Il filosofo Levi-Strauss parla della sua progressiva maturazione di un disgusto per la filosofia studiata a la Sorbona, che descrive, fra neo-kantismo e bersonismo imperante, come “una specie di contemplazione estetica che la coscienza operava su se stessa […] l’insegnamento filosofico poteva essere paragonato a quello di una storia dell’arte che proclamasse il gotico necessariamente superiore al romanico, e, nell’ordine del primo, il gotico fiorito più perfetto di quello primitivo, senza mai chiedersi che cosa è veramente bello e che cosa non lo è. La forma era vuota di significato, e non aveva quindi più riferimento. […] Malgrado ciò intuisco cause più personali che determinarono il rapido disgusto per la filosofia e mi fecero aggrappare all’etnografia come ad un’ancora di salvezza… ignoravo tutto sull’etnologia, non avendo mai seguito un corso, e quando sir James Frazer fu per l’ultima volta alla Sorbona e vi tenne una conferenza memorabile – credo nel 1928 – benché fossi al corrente dell’avvenimento, non mi sfiorò nemmeno l’idea di assistervi”. Quanto all’esistenzialismo è abbastanza lapidario. Troppa compiacenza verso le “illusioni della soggettività”. E aggiunge: “in luogo di abolire la metafisica, la fenomenologia e l’esistenzialismo introducono due metodi per crearle degli alibi”.

Tuttavia, dell’esperienza universitaria filosofica porta con sé Freud e Marx: “A un diverso modello di realtà, il marxismo mi sembrava procedesse allo stesso modo della geologia e della psicanalisi intesa nel senso che il suo fondatore le aveva dato: tutti e tre dimostrano che comprendere vuol dire ridurre un tipo di realtà ad un altro; che la realtà vera non è mai la più manifesta: e che la natura del vero traspare già nella cura che mette a nascondersi. In ogni caso si pone lo stesso problema, quello del rapporto fra il sensibile e il razionale, e lo scopo perseguito è lo stesso: una specie di “super-razionalismo” mirante a integrare il primo col secondo senza nulla sacrificare alle sue proprietà”. Claude cerca di allargare i suoi orizzonti, e scopre autori come Lowie, Kroeber e Boas che gli aprono la strada per il nuovo mondo dell’etnologia, un “nuovo mondo” in tutti i sensi. Questo nuovo mondo etnologico, grazie a studiosi del calibro di Franz Boas (di cui i nazisti bruceranno i libri qualche anno più tardi), è appena uscito (a stento) dalle paluti dell’ razzismo biologico, dell’eurocentrismo, del darwinismo sociale e dell’evoluzione unilineare della culture, per scoprire la galassia del relativismo etnologico. E’un nuovo mondo che Claude descrive con gli occhi di un europeo erede di Colombo, certo, ma dalla cultura profondamente mutata.

L'antropologo Franz Boas illustra visivamente una danza tribale

Prima di fare l’etnologo fra gli indigeni, Claude fa l’antropologo proprio fra i coloni, fra i bianchi di San Paolo. Il quadro sociologico che delinea è semplice come ogni sintesi, ma aderente ai fatti: “i diversi compiti erano stati divisi in una società molto ristretta. In essa s’incontravano tutte le occupazioni, i gusti, le curiosità giustificabili della civiltà contemporanea, ma ognuna era rappresentata da un solo esemplare. I nostri amici non erano propriamente delle persone, ma piuttosto delle funzioni la cui importanza intrinseca, e non la loro disponibilità, sembrava aver determinato la lista. C’erano così il cattolico, il liberale, il legittimista, il comunista; e su un altro piano, l’ astronomo, il bibliofilo, l’amatore d cani (o di cavalli) di razza, di pittura antica, di pittura moderna; e ancora l’erudito locale, il poeta surrealista, il musicologo, il pittore. All’origine di queste vocazioni non c’era un vero interesse di approfondire un campo della conoscenza; se due individui, per una falsa manovra o per gelosia, si trovavano ad occupare lo stesso terreno, o terreni distinti ma troppo vicini, non pensavano che a distruggersi l’un l’atro, con una tenacia ed una ferocia veramente notevoli. D’altra parte, tra feudi vicini, si scambiavano visite intellettuali, riverenze ed inchini; e ognuno era interessato non soltanto a difendere il suo impiego, ma anche a perfezionare quel minuetto sociale in cui la società paolista sembrava trovare un inesauribile diletto”. Ma lo sguardo analitico dello studioso si esercita anche sui pionieri, gli straccioni, gli avventurieri, i mercenari ed i cercatori d’oro oltre il Paranà, in un territorio che sembrava spazzato da un mostro che, mentre lo bruciava, seminava spore umane, che pian piano nascevano, si mescolavano fra loro, e una volta maturate, umanizzavano il territorio, e lo spogliavano come virus che attaccano l’organismo ospite.

Ad approfondire il rapporto che l’uomo intrattiene col territorio, la follia, lo spogliamento, la sovrappopolazione e il legame quasi deterministico con la distruzione del territorio, con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con le barbarie, nei primi capitoli dell’opera Levi-Strauss fa anche riferimento al suo viaggio in India ed al suo impatto certo non felice con l’Islam. Nelle caste indiane, per esempio, lo studioso vede un modo socio-corporativista per rimediare a questi squilibri territoriali.

LE ESPLORAZIONI IN BRASILE

Una donna della tribù dei Caduvei

Ma il viaggio reale (e non solo mentale) brasiliano è già cominciato: “Nel trasportarci a migliaia di chilometri, il viaggiare ci fa salire o scendere di qualche grado nella considerazione altrui. Ci sposta nello spazio, ma mutua inoltre il nostro livello sociale, in meglio o in peggio; e il colore e il sapore dei diversi luoghi non possono essere dissociati dal rango, sempre imprevisto, in cui ci pone per gustarli”. Nel corso del libro, oltre il Paranà, Levi-Strauss racconta il suo primo incontro con dei “selvaggi” (gli Indiani del Tibagy) che scopre essere né “veri Indiani”, né “selvaggi” in quanto avevano già intrapreso “scambi” culturali con i colonizzatori, e di cui descrive tecniche e struttura sociale. Dopo questo primo importantissimo battesimo, Claude, approfittando della vacanze estive, si spinge verso i Caduvei della frontiera paraguayana e verso i Bororo del Mato Grosso centrale. Umanità eterogenee e decadenti, in lotta per non scomparire definitivamente, alle prese con missionari cristiani fanatici e con problemi che derivano proprio, in alcuni casi, dall’incontro con i bianchi, come l’alcolismo. Nel descrivere con rigoroso metodo etnografico l’ economia, la ripartizione del lavoro, mode, tabù, estetica, sessualità, superstizioni, religione, credenze, riti, pantheon,  uso dello spazio e del tempo, conformazione geografica e sociale dei villaggi, nel proporre modelli scientifici che interconnettono la struttura sociale delle varie popolazioni ai diversi dati culturali apparentemente eterogenei, nel raccogliere, con l’aiuto dei suoi informatori, tecniche, oggetti, disegni e miti, fra le varie riflessioni e descrizioni mi colpisce molto quando afferma un principio che porterà con sé per tutta la vita e che approfondirà in altri suoi lavori: “L’insieme dei costumi di un popolo è contrassegnato sempre da uno stile; questo forma dei sistemi. Sono persuaso che questi sistemi non esistono in numero illimitato, e che le società umane, come gli individui – nei loro giochi, nei loro sogni, nei loro deliri – non creano mai in modo assoluto, ma si limitano a scegliere certe combinazioni in un repertorio ideale agevolmente ricostruibile. Facendo l’inventario di tutti i costumi osservati, di tutti quelli immaginati nei miti, di quelli evocati nei giochi dei fanciulli e degli adulti, dei sogni degli individui sani o malati e dei comportamenti psicopatologici, si giungerebbe a comporre una specie di quadro periodico come quello degli elementi chimici, in cui tutti i costumi reali o semplicemente possibili apparirebbero raggruppati in famiglie, e in cui non avremmo più che da riconoscere quelli che le società hanno effettivamente adottato”. Questa sintesi che nasce dall’analisi sul campo, tipica dell’antropologia strutturale ed applicabile a qualsiasi paesaggio umanizzato, a qualsiasi cultura e territorio, nonostante le varie critiche che gli sono state rivolte, rimane un caposaldo della ricerca etnologica contemporanea.

Funerale presso i Bororo

Strauss, contro ogni mito del buon selvaggio, riconosce delle umanità che conservano delle significative invarianze, come l’orrore per la natura (una natura non divinizzata, ma intrepretata come antitesi e disvalore rispetto alla umana cultura) ma anche l’etnocentrismo ed il classismo. Per esempio, raccoglie un mito molto significativo fra gli Mbaya Guaiacuru, una popolazione nota nella zona per le sue straordinarie pitture e sculture (le donne sono pittrici, i maschi scultori) ma anche per la sua belligeranza, per la loro superbia e certezza di essere predestinati a comandare l’umanità. Anche qui, in alcuni villaggi sperduti d’oltreoceano, Levi-Strauss ritrova l’orgoglio della sua cara e odiata vecchia Europa, e si permette una certa ironia: “Ecco dunque il mito: quando l’essere supremo, Go-noenhodi, decise di creare gli uomini, tirò fuori per primi dalla terra i Guana, poi tutte le altre tribù; ai primi dette in retaggio l’agricoltura, agli altri la caccia. L’Ingannatore, l’altra divinità del panteon indigeno, si accorse allora che gli Mbaya erano stati dimenticati in fondo al pozzo e li fece uscire; ma poiché per loro non restava nulla, si assunsero l’unico compito disponibile, quello di opprimere e sfruttare gli altri. Vi fu mai contratto sociale più profondo di quello?”.

Fra improvvisi lampi di illuminazione e ponderate riflessioni, Levi-Strauss, nel corso dei vari capitoli, racconta la sua avventura umana, filosofica, antropologica ed esplorativa fra umanità aliene, ibride contro ogni mito di purezza e innocenza, sempre alla ricerca, come ogni scienziato sociale, di “invarianti”, ma anche delle più incredibili diversità. Fra i Bororo, memorabili sono le riflessioni di Levi-Strauss sull’importanza dello spazio abitativo, del “centro”, del territorio umanizzato, delle ripartizioni sociali fra identità di genere diverse, riflessioni che ricordano il nostro Ernesto De Martino mentre studiava i “selvaggi” meridionali italiani: “la disposizione circolare delle capanne attorno alla Casa degli Uomini (baitemmannageo) è di una tale importanza per quanto concerne la vita sociale e la pratica del culto, che i missionari salesiani della regione del Rio des Garças hanno capito subito che il mezzo più sicuro per convertire i Bororo, consisteva nel far loro abbandonare il villaggio per un altro in cui le case fossero disposte in ranghi paralleli. Disorientati in rapporto ai punti cardinali, privati del piano sul quale si basavano tutte le loro azioni, gli indigeni perdono rapidamente il senso delle tradizioni, come se i loro sistemi sociali e religiosi (che, vedremo in seguito, sono indissociabili) fossero troppo complicati per poter fare a meno dello schema reso evidente dalla pianta del villaggio, la cui fisionomia è perpetuamente vivificata dalle loro azioni quotidiane”. Sulle loro credenze post-mortem e sul modo in cui considerano la morte, annota: “I Bororo hanno un bell’ostentare i loro sistemi in una vasta prosopopea: come gli altri, del resto, essi non sono riusciti a smentire questa verità: la rappresentazione che una società fa dei rapporti fra vivi e morti si riduce a uno sforzo per nascondere, abbellire e giustificare, sul piano religioso, le relazioni reali che prevalgono fra i vivi”.

Indios nambikwara

Oltre Caduei e Bororo, nei suoi viaggi incontra i Nambikwara ed i Tupi Kawahib. Anche qui, le incredibili sottigliezze dell’autore nell’analisi dei dati raccolti (anche accidentalmente) e le rispettive sintesi sono illuminanti. Un esempio, fra i Nambikwara, può essere utile riportare, magari pensando all’Europa: “un giorno incontro una ragazzina che porta a passeggio un cagnolino teneramente nel telo che sua madre usa per la sua sorellina, e osservo: “Carezzi il tuo cagnolino?”. Lei mi risponde seriamente: “Quando sarò grande ucciderò i porci selvatici e le scimmie; tutte le ucciderò quando lui abbaierà!”. Nel dir questo, fa un errore di grammatica che il padre rileva ridendo: avrebbe dovuto dire tilondage [quando sarò grande], invece del maschile ihondage che ha adoperato. L’errore è interessante perché illustra il desiderio femminile di elevare le attività economiche proprie di questo sesso al livello di quelle che sono privilegio degli uomini. Siccome il senso esatto del termine adoperato della bambina è “uccidere battendo con la mazza”, sembra voglia inconsciamente identificare il lavoro femminile di raccolta di legna e di piccoli animali, per i quali ci si serve di un apposito bastone, con la caccia maschile fatta con l’arco e le frecce”. Ugualmente interessanti sono le sue osservazioni sulla nascita della scrittura e sui suoi usi sociali, specie nei rapporti col potere. Ancora più emozionante è l’arrivo in piroga nel villaggio Tupi, probabilmente ancora intatto. Durante il viaggio, si erano imbattuti con quella che probabilmente era un’altra tribù, ma sconosciuta. Levi-Strauss descrive strane pratiche di omosessualità, naturalmente strane per un europeo.

L’ultimo capitolo del libro, intitolato “Il ritorno”, è in realtà un vero e proprio saggio metodologico in cui l’autore cerca il senso delle sue analisi, delle sintesi, e di se stesso, quasi a fare sociologia e psicologia del suo lavoro. Non a caso, penso che questo libro sia IL libro etnologico del ventesimo secolo. Tristi tropici è il diario di un viaggio che ha cambiato i destini dell’antropologia, proprio perché è scritto con sincerità e con quella massiccia dose di introspezione che rende il soggetto che studia e analizza, e che propone teorie sintetiche, un altro oggetto di analisi. L’Occidente, in questa disamina conclusiva, non viene né esaltato né annichilito, ma il suo pensiero sembra poter essere riassunto con queste parole amare, ancora una volta decadenti, ma terrbilmente reali: “Questa grande civiltà occidentale, creatrice delle meraviglie di cui godiamo, non è certo riuscita a produrle senza contropartita. Come la sua opera più famosa, pilastro sopra il quale si elevano architetture d’una complessità sconosciuta, l’ordine e l’armonia dell’Occidente esigono l’eliminazione di una massa enorme di sottoprodotti malefici di cui la terra è oggi infetta. Ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità”.

Alessandro Stella
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Alessandro Stella è dottore di ricerca in filosofia e storia della filosofia

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