Attualità e composizione del Comune, considerazioni sparse sul Lumpen

da Action30 (del 3 Febbraio 2009, una Vita fa… per stimolare oggi un dibattito)

Si potrebbe dire che quasi tutte le rivoluzioni, tutte le trasformazioni sociali culturali e politiche, siano state condotte “materialmente” dal LUMPEN (la violenza è affare di pochi). Permettetemi un flash. Pensiamo alla rivoluzione luterana, ad esempio, che di fatto ha creato la Germania (nello specifico la Prussia) più_o_meno come noi la conosciamo (liberandola dall’oppressione della Chiesa “romana”). È stato il LUMPEN che, ad un certo punto della diatriba Lutero-papato, ha sviluppato tutta la violenza che poi è stata canalizzata ed utilizzata dai principi prussiani. Rimanendo al XIX secolo (solo per non ampliare eccessivamente il campo delle osservazioni), mi permetto di riprendere brevemente il 18° brumaio di Luigi Bonaparte, dove Marx affronta la questione del LUMPENPROLETARIAT (tradotto in italiano come sottoproletariato, probabilmente modificandone anche il senso).
Due cose, innanzitutto:
Uno; Marx individua un LUMPENPROLETARIAT “nobile” ed uno “plebeo”. Ovvero per Marx l’aristocrazia finanziaria, nelle sue forme di guadagno come nei suoi piaceri, non è altro che la riproduzione dei sottoproletariato alla sommità della società borghese (riferimento da Lotte di Classe in Francia). Quindi partiamo dal presupposto che il LUMPENPROLETARIAT non è definito semplicemente dalla qualità o dalla quantità del reddito. E, chiaramente, non si vuole confondere neanche con la LUMPENBOURGEOISIE (come l’ha definita qualcuno in relazione all’America latina).
Due; (riporto dal 18° brumaio di Luigi Bonaparte) “[…] col pretesto di fondare un’associazione di beneficenza il sottoproletariato di Parigi era stato organizzato in sezioni segrete; ogni sezione era diretta da agenti bonapartisti; alla testa della Società vi era un generale bonapartista. Accanto a roués in dissento, dalle risorse e dalle origini equivoche; accanto ad avventurieri corrotti, feccia della borghesia, vi si trovavano vagabondi, soldati in congedo, forzati usciti dal bagno, galeotti evasi, birbe, furfanti, lazzaroni, tagliaborse, ciurmatori, bari, ruffiani tenitori di postriboli, facchini, letterati, sonatori ambulanti, straccivendoli, arrotini, stagnini, accattoni, in una parola, tutta la massa confusa, decomposta, fluttuante, che i francesi chiamano la bohème. Con questi elementi a lui affini, Bonaparte aveva costituito il nucleo della Società del 10 dicembre. “Società di beneficenza”, in quanto i suoi membri, al pari di Bonaparte, sentivano il bisogno di farsi della beneficenza alle spalle della nazione lavoratrice. Questo Bonaparte, che si erige a capo del sottoproletariato; che soltanto in questo ambiente ritrova in forma di massa gli interessi da lui personalmente perseguiti, che in questo rifiuto, in questa feccia, in questa schiuma di tutte le classi riconosce la sola classe su cui egli può appoggiare senza riserve, è il vero Bonaparte, il Bonaparte sans phrase“.

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Dai commons al comunismo, dal comunismo ai commons

Riportiamo di seguito la traduzione italiana (a cura della Rivista mensile SU LA TESTA) e, successivamente, il testo originale del contributo redatto per il Web Journal THE COMMONER da Peter Linebaugh (autore, con Marcus Rediker, del libro I RIBELLI DELL’ATLANTICO).

Possiamo definire sinteticamente qualche differenza tra commons e comunismo. Le pratiche di commoning persistono tra lavoratori e contadini, e il comunismo è la generalizzazione di queste pratiche. Uno dei ruoli storici dello stato borghese fu quello di criminalizzare i commons; un’aspirazione dei comunisti era quella di rovesciare lo stato borghese. La testimonianza dei commons spesso appare come aneddotica o come folkloristica o come “crimine”, una storia minore, una piccola trasgressione; qualche episodio di comune può comparire per sbaglio in un altro argomento più importante; prove di beni comuni consuetudinari possono apparire peculiari a località o mestieri, e comunque appartenenti a storie locali o di settore, non alle “grandi narrazioni”. La testimonianza del comunismo, dall’altro lato è data da giornalisti, filosofi, economisti e polemisti, e aspira grandiosamente a divenire la narrazione che pone fine alle narrazioni!

DAI COMMONS AL COMUNISMO
Peter Linebaugh, traduzione a cura di Su la Testa (Marzo 2011)

We can propose some short ated contrasting commons and communism. Commoning practices persist among workers and peasants, communism consists of the generalization of such practices. An historic role of the bourgeois state was to criminalize the commons; an aspiration of the communists was to overthrow the bourgeois state. Evidence of the commons will often appear anecdotal or as folklore or as ‘crime’, just a small story, a minor transgression; evidence of commons may appear incidentally to some other, major theme; evidence of customary commons may appear particular to locale or craft, and belonging thus to trade or local histories, not ‘grand narratives’. Evidence of communism, on the other hand, is provided by journalists, philosophers, economists, and controversialists, and grandiosely aspires to become the narrative to end narratives!

MEANDERING ON THE SEMANTICAL-HISTORICAL PATHS OF COMMUNISM AND COMMONS
Peter Linebaugh, December 2010 su The Commoner

In questo interessante contributo, Peter Linebaugh si interroga principalmente sulla traiettoria concettuale, ma anche pienamente pratico-politica, che dai commons porterebbe al comunismo. Non uno sforzo di poco conto, quindi. Certamente un appunto di questo genere sembra essere quasi indispensabile al dibattito odierno che ruota soprattutto intorno alla questione dei “Beni Comuni“. In Italia capita spesso di usare il rasoio con suggestioni che pure meriterebbero maggiore approfondimento ed attenzione. Linebaugh si approccia all’argomento utilizzando lo stesso modus attraverso cui, con Marcus Rediker, ha scritto I RIBELLI DELL’ATLANTICO. Al centro della trattazione, infatti, ci sono Eventi concreti, momenti di Vita realmente vissuta, porzioni di storia trovati in un calderone di vecchi accadimenti dell’antagonismo (presto dimenticati) e riproposti in una veste differente. Uomini e donne, personaggi e parole, molto spesso si uniscono nell’Emancipazione del corpo e per la Liberazione dello spirito. In questa dimensione del conflitto l’elemento mistico-religioso non può essere epurato da ogni considerazione politica (a tal proposito rimandiamo al nostro Bloch racconta Munzer), anzi diventa quasi determinante. Perchè sempre di Emancipazione si parla. Da queste attualità diffuse sarebbe possibile ricostruire una traccia: la traccia dei commons che diventano altro, si trasformano. Omnia sunt communia, urlava il predicatore Muntzer guidando i contadini tedeschi all’assalto della città di Munster nel XVI secolo, reclamando pane, lavoro e “Beni Comuni”.

L’ipotesi da cui parte Linebaugh si presenta come una provocazione: se il comunismo, almeno così come lo conosciamo oggi, in realtà sia nato (e cresciuto) in ambienti differenti da quelli del socialismo “scientifico” e, successivamente, della pianificazione sovietica? Già si odono in lontananza alcuni strali, non proprio eleganti, degli “scienziati” contro gli “utopisti” durante le prime Assemblee della Prima Internazionale (e della Seconda). Ci sarebbe molto materiale, storico e politico, su questo argomento, eppure non è al centro del contributo che stiamo prendendo in considerazione. Nel suo articolo, Linebaugh, marca un punto di vista a nostro avviso molto importante: “Il pensiero parigino (dove ‘nacque’ il comunismo scientifico, nella seconda metà dell’Ottocento, ndR) era avanzato soltanto nel contesto di una teoria del progresso della storia”. Quindi il valore aggiunto che i moti parigini (e, soprattutto, la Comune del 1871 su cui sia Marx che Lenin hanno scritto molte pagine importanti) hanno dato al Comunismo è stata la Filosofia della Storia, la concezione del progresso e dell’inevitabilità evoluzionistica della palingenesi comunista. In Francia è avvenuto il “primo” passaggio dalla tradizione dei commons, quindi delle lotte contingenti e locali per i “beni comuni” (per la sopravvivenza e l’autonomia di una comunità di Esseri viventi) a quella del comunismo storico: “Possiamo definire sinteticamente qualche differenza tra commons e comunismo. Le pratiche di commoning persistono tra lavoratori e contadini, e il comunismo è la generalizzazione di queste pratiche”. Ed infatti, a ben vedere, già con la “gloriosaRivoluzione inglese e con la successiva conquista dell’Atlantico, interesse degli Stati divenne criminalizzare i commons, privatizzarli e fornire una grande base di manodopera a basso costo da impiegare nelle nuove terre da colonizzare oppure nelle fabbriche in espansione nelle Città.

Concludendo si potrebbe dire che, per Peter Linebaugh, esista una relazione dinamica e quasi gerarchica tra commons e comunismo. Inizialmente i commons erano spazi politici riferibili alle lotte ed alla resistenza contro la pervasività delle logiche economiche di Mercato nella Vita “comune” degli Esseri umani; successivamente il comunismo ha raccolto tutti questi conflitti, unendoli e costruendo una piattaforma politica immaginando un “soggetto” che la caratterizzasse (il “proletario”) ed a cui affidare il compito storico dell’Emancipazione e della Liberazione: “Ora nel XXI secolo la semantica dei due termini sembra essersi rovesciata, con il termine comunismo che appartiene al passato dello Stalinismo, all’industrializzazione dell’agricoltura, e al militarismo, laddove i commons appartengono ad un dibattito internazionale sul futuro planetario di terra, acqua e mezzi di sussistenza per tutti.

Aggiornamenti:
Sull’argomento sarebbe da leggere anche l’articolo di Paolo Cacciari su Carta.

Il cimitero di Praga (Umberto Eco), una Recensione

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Alla radice dell’ultimo libro di Umberto Eco, Il cimitero di Praga, c’è la “Forma Universale del Complotto“. Un impegno di non poco conto tanto per lo scrittore quanto per il lettore. In effetti per Simonino Simonini, protagonista indiscusso del Romanzo (e, per certi versi, della nostra Storia ottocentesca), si tratterebbe solo di scegliere, organizzare, ordinare e comporre tutto quello che, in realtà, sarebbe già di pubblico dominio, perchè “La gente crede solo a quello che sa già“. Ex falso sequitur quodlibet non è semplicemente un teorema (attribuito tradizionalmente a Duns Scoto), citato nel libro, che indica come dal falso possa seguire qualsiasi cosa individuata a piacere, ma è il fil rouge del Romanzo d’Appendice scritto da Umberto Eco (a trent’anni dal Nome della Rosa). A pensarci bene non è neanche qualcosa da far passare completamente inosservata perchè, attraverso questo “percorso” privilegiato, si potrebbe tranquillamente arrivare a certe “storture” della coscienza sociale che si vivono (in maniera sempre più assuefatta) ai “giorni nostri”. E, a pensarci ancora meglio, ci sembra una citazione già ripresa da Giorgio Agamben nelle prime pagine del libro “La Comunità che viene“. Quindi tutto si rende molto interessante, molto attuale.

Non faremo una recensione sistematica, svelando trame e personaggi (interventi di un taglio differente potreste trovarli nei link segnalati, di volta in volta, in coda a questo testo). Ci sembrerebbe ingeneroso nei confronti dello sforzo narrativo e della vitalità editoriale. Le recensioni dovrebbero servire solo a creare dibattito, non a descrivere i libri. Per questo focalizzeremo il nostro interesse solo su un aspetto, forse il più importante, attraverso il quale proveremo a tratteggiare la fisionomia del confronto che si potrebbe creare: lo stretto legame che generalmente si produce tra creazione del “Complotto” ed inviduazione del “Nemico”. Tutto il Romanzo, infatti, sembra essere teso a descrivere le trame, intrecciate tanto dalla casualità quanto dalla necessità, che hanno portato alla diffusione dei “Protocolli dei Savi anziani di Sion“. Nel libro si narrano vicende storicamente accadute (solo il personaggio di Simonino Simonini è prodotto dal nulla, o meglio è la ricostruzione di una serie di trame), si fa una genealogia approfondita del “dispositivo Complotto” e di come esso possa essere utilizzato per costruire e depotenziare (quando non distruggere) il “Nemico”. Si narra della generazione di un paradigma che intreccia pezzi di immaginario collettivo, si astrae dalla Realtà e viene utilizzato, con declinazioni diverse a seconda delle esigenze, per scopi differenti e da organizzazioni anche molto lontane. Ingrediente fondamentale di questa ricetta non è, naturalmente, la Verità ma sono le immaginazioni popolari, gli interessi (alti e bassi) dei sistemi sociali e la comodità storica. Così, attraverso le stesse strutture di accusa, si potrebbero colpire ugualmente gruppi sociali anche contrapposti. Per certi versi si potrebbe considerare una scrittura complementare a “Teoria del Partigiano” di Carl Schmitt.

L’unica vittima sacrificale di tutto questo processo di creazione sembra essere, in modo particolare, proprio la Verità. In questo modo la Storia si confonde con il Presente, un Presente in cui ognuno si sente in diritto/dovere di dare al Mondo la propria opinione, magari riuscendo a dire anche l’esatto opposto a distanza di qualche momento. E’ il Presente veicolato dalla mediatizzazione, dagli strumenti di anonimizzazione che nascondono il Corpo e le azioni dietro fasci digitali ad alta velocità. E’ il Presente in cui andrebbe ricercato un nuovo “patto” tra Verità e Parola.

Si potrebbe inserire Il cimitero di Praga nella vetrina della New Italian Epic perchè, a nostro avviso, ne possiede tutti gli elementi utili. Sembra anche essere sicuramente un testo pop (popular), non solo per il successo di pubblico ma anche per il modo “basso” di narrare una Storia (si entra direttamente a contatto con una certa “tranquillità del quotidiano”, con i suoi canoni e le sue paure condivise).

Alcune recensioni: Giornalettismo.com.

Italiani, brava gente!

Ha scatenato un mese di polemiche questo intervento di Roberto Benigni al Festival di Sanremo, ripreso qualche giorno fa dall’interessante contributo (da noi già citato) di Wu Ming che ricostruisce la Storia del nostro inno nazionale (dimostrando come, in realtà, faccia riferimento ad episodi che con l’Unità d’Italia c’azzeccano poco e niente). La cartina di tornasole utilizzata da Wu Ming è l’articolo di Alberto Mario Banti pubblicato da Il Manifesto il 20 Febbraio (che ha suscitato numerose reazioni, alcune anche molto violente). Banti, in sostanza, accusa: “con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale“. Perchè la sua lezione farebbe discendere il nostro “chi siamo” dai Romani, dalla Lega Lombarda, dai Vespri sicialiani e da Balilla (“ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci“). Tutti Eventi che, con l’Unità d’Italia, non avevano nulla a che vedere. Anzi, in certi casi erano rivolti contro gli stessi Piemontesi. Attenzione al neo-nazionalismo, conclude Banti, perchè si annida sempre nel nostro ventre. E, a vedere i festeggiamenti per il 17 Marzo, forse non ha avuto torto. Evocare con tanta enfasi l’auto-incoronazione di un Re (Vittorio Emanuele II) come momento fondamentale del nostro “chi siamo“, sembra davvero fuori epoca. Siamo così deboli che basta un sventolio di bandiere per riempire il vuoto di Comunità e di Terra che abbiamo.
Criticare Roberto Benigni, però, è un pò come provare a criticare (seppur bonariamente) Roberto Saviano. Quasi impossibile (si farebbe “Lesa maestà“, scrive provocatoriamente Il Fatto Quotidiano). L’immaginario collettivo trasforma troppo facilmente gli Esseri umani in “manifestazioni eroiche dello Spirito”. La ragione è semplice: è fin troppo comodo delegare la propria creatività ad altri piuttosto che praticarla quotidianamente per provare a trovare alternative di Vita. Troppo comodo stare davanti alla TeleVisione, partecipare all’audience oppure leggere un libro, senza esserne direttamente protagonisti.
Ad ogni modo, tornando all’argomento, un filo spinato divide due territori: patriottismo e nazionalismo. Anche assumendo (senza dare nulla per scontato, perchè di dubbi ce ne sono fin troppi) che uno sia cattivo e l’altro buono, il cuore del discorso sembra essere un altro. Come, giustamente, hanno fatto notare molti commentatori: siamo in piena euforia “italiana” senza renderci conto di cosa questo voglia dire. Non abbiamo mai fatto i conti con le nostre brutalità in Grecia, nella ex Jugoslavia ed in Africa. Tutto è stato censurato ed insabbiato, anche grazie (e, forse, a causa) dell’amnistia togliattiana. Wu Ming ricorda che la “Nazione” nasce, romanticamente, dall’intreccio idealtipico di Suolo e Famiglia (anche Engels parla di questo legame ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato). Questa è l’idea “conservatrice” della Patria. Ora, è su questo connubio costituente si dovrebbe ragionare. Stato/Patria/Nazione, Suolo e Famiglia sono elementi che si riconfigurano nell’attualità attraverso il Governo neoliberale dell’Emergenza. E’ questa nuova modalità che, da un lato, crea forme sociali di Comunità-Territorio (progressiste, come in Val di Susa; reazionarie, come la Lega Nord) che sostituiscono i legami Suolo-Famiglia e dall’altra genera una sorta di neo-nazionalismo identitario e poco incline alla riflessione. Basta una Bandiera per sentirsi parte di qualcosa, nel bene o nel male.

Di seguito Il Leone del Deserto, film diretto da Moustapha Akkad con Anthony Quinn censurato in Italia nel 1982 perché, secondo l’allora Primo Ministro Giulio Andreotti, “danneggia l’onore dell’esercito“.

Unità!

Ecco il giorno, l’Unità d’Italia. Si festeggia. Sventolano bandiere colorate, coccarde tricolore ornano i petti di molte persone. Orgoglio, identità nazionale, Patria, Onore. Tutte grandi parole, di ampio respiro. Anche condivisibili (se prese criticamente, una alla volta). Ma non si festeggiano le parole, si ricordano principalmente gli Eventi. Cosa dovremmo apologizzare, quindi? La storia di una sistematica colonizzazione, voluta non si sa bene da chi e come. Dove c’erano fabbriche e lavoro è venuta la disoccupazione; dove i contadini si sono ribellati contro le proprie catene, delusi anche dai presunti liberatori, c’è stata una strage. Dovremmo festeggiare l’incoronazione di un Re che, secondo qualcuno, avrebbe fatto l’Italia. Ma l’idea di Italia non nasce nel 1861. Forse, l’Italia, non esiste ancora. E’ il gran rimosso della nostra contemporaneità nazionale, il “non detto” con cui dovremmo cominciare a confrontarci.

Nota bene. Intervento molto interessante di Wu Ming sull’argomento

Altai

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[…] – Le ultime volontà di mia madre furono che venissi cresciuto da buon giudeo. A questo mi sono ribellato per tutta la vita, fino a diventare l’opposto, un vessatore della mia gente. Eppure oggi sono qui. Forsa era destino che andasse così, che facessi un giro lungo e tortuoso. Il disegno di Dio è imperscrutabile. Non possiamo sapere in anticipo quali accidenti ci porteranno a essere ciò che siamo, nè possiamo sapere se i mezzi che scegliamo si riveleranno giusti. Quel che so è che stanno accadendo grandi cose, Cipro è il progetto più ambizioso che un ebreo abbia mai immaginato, e io sono stufo di stare qui ad aspettare -. Puntai il dito verso il vecchio. – Le vostre sconfitte non rendono vano il tentativo di riprovarci. Potere scegliere se essere di nuovo utile a una causa, oppure star qui ad attendere che abbocchino i pesci. […]

ALTAI, Wu Ming

“Progetto Locale”, Alberto Magnaghi. Una recensione…

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Un Progetto sul Territorio
Suggestioni alternative per una lettura di “Progetto Locale”


Nonostante la globalizzazione, la circolazione mondiale delle merci e delle comunicazioni, l’istantaneizzazione della Vita e dei rapporti individuali e commerciali ed il dominio del virtuale e dell’aria, la Terra non è scomparsa. Senza Terra non c’è speranza. I punti di partenza e di arrivo sono sempre ben radicati al suolo. Ci si imbarca su un aereo, si accede ai network virtuali, si attraversano i mari e gli oceani (per turismo o per lavoro), sempre a “partire da” e a “finire con” la terraferma. Porti, aereoporti, stazioni, postazioni internet. Sono proprio questi luoghi “terrestri” dell’incontro e della comunicazione, di imbarco e di sbarco delle cose e degli Esseri umani, che cominciano ad assumere un significato diverso. Sono i crocevia della retorica imperiale, spazi di conflitto tra piani e striature. Come le strade disegnate e realizzate dai romani in Età repubblicana, la striatura del Potere che mostrava ai barbari le vie della presenza e della diffusione della cittadinanza romana e della legge, della civitas e dell’ordine. Oltre il limes della pianificazione stradale poteva esserci solo la foresta, con i suoi sentieri oscuri e la sua barbarie da ordinare, disciplinare e controllare. La retorica del potere, quindi, ha ancora entusiasticamente bisogno della Terra per esprimersi e per costruire un discorso che sia visibile, che sia reale. Lo sguardo e l’udito si perdono senza la materialità della Terra. Per questa ragione i Luoghi diventano, più di ieri, potenziali veicoli di diffusione, organizzazione e controllo di massa. Ci ritroviamo nel ben mezzo di quel conflitto-confronto tra “spazio liscio” e “spazio striato” individuato dalle visioni estatiche di Deleuze e Guattari: “Lo spazio liscio e lo spazio striato – lo spazio nomade e lo spazio sedentario – lo spazio dove si sviluppa la macchina da guerra e lo spazio dove si istituisce l’apparato di Stato non sono della stessa natura. Ma a volte possiamo notare un’opposizione semplice tra i due tipi di spazio. Altre volte dobbiamo rilevare una differenza molto più complessa, per cui i termini successivi delle opposizioni considerate non coincidono del tutto. Altre volte ancora dobbiamo ricordare che i due spazi esistono in realtà solamente per i loro incroci reciproci: lo spazio liscio non cessa di essere tradotto, intersecato in uno spazio striato, lo spazio striato è costantemente trasferito, restituito ad uno spazio liscio.” (Deleuze e Guattari 1980, p. 698). Spazio liscio e spazio striato, quindi, non sono una perfetta dicotomia conflittuale ma due elementi in continua interazione, in equilibrio storico precario che potrebbe risolversi per l’uno o per l’altro a seconda delle circostanze. Siamo pienamente inseriti su questa bilancia che ora sembra essere a favore delle striature, laddove ogni spazialità è descritta da norme e funzionamenti processuali. La striatura, ad ogni modo, cerca sempre di chiudere lo spazio mentre “nel liscio ci si ‘distribuisce’ su uno spazio aperto”. (ivi, p. 706). Bisogna tenere in conto le interazioni.

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sulla Democrazia… #0

Aggiungiamo altro materiale al percorso sulla Democrazia, intesa come “forma di Governo delle cose e degli Esseri umani”, che abbiamo già toccato in altri articoli su questo spazio: La funzione democratica della Cultura nella Società di massa, Come ti governo le cose e gli Esseri umani e vecchio/nuovo Fascismo, una lettura….

Luciano Canfora sulla Democrazia.

Qui una riflessione sulle caratteristiche dell’attuale sistema di Governo “occidentale”, tratta dal libro di Luciano CanforaLa Democrazia. Storia di una ideologia”, Editori Laterza, Roma-Bari 2004 (stralci dal capitolo XV, “Il sistema misto”).

Bloch racconta Munzer, una Recensione.

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Ernst Bloch, Thomas Munzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, Milano (traduzione di Simona Krasnovsky e Stefano Zecchi).

Quella di Ernst Bloch non è semplicemente una biografia. Il suo ritratto di Thomas Munzer (o Muntzer, stando a wikipedia) è piuttosto il racconto di un’Epoca, di una trasformazione che cammina direttamente sulle gambe degli Esseri umani. Bloch, infatti, narra innanzitutto un passaggio, quello dall’homo spiritualis all’homo oeconomicus (“l’uomo piatto che si adatta agli ordini pubblico-giuridici esistenti, troppo tiepidi e poco illuminati”, p. 95), che si snoda nel rapporto tra Religione e Politica, quando entrambe si interessano al “religàre” cioè al mettere insieme una Comunità secondo precise Norme (in ambito Sacro e “civile”). Non è un caso che la prima edizione del libro di Bloch risalga al 1921, contemporaneamente alla pubblicazione del volume “La Dittatura” di Carl Schmitt. Il libro su Muntzer, quindi, sembra inserirsi in un tentativo tutto “tedesco” di rispondere tanto alla Crisi strutturale (economica, sociale, istituzionale…) generata dal primo Conflitto mondiale quanto alla strada rivoluzionaria intrapresa dalla Russia bolscevica. Però se Schmitt, semplificando, giunge a pensare la Dittatura come una forma di “Stato di Eccezione” capace di “sospendere” lo Stato di Diritto per conservare, nella sostanza, l’architettura del Potere “Sovrano”; Bloch riprende il millenarismo di Epoca moderna per tentare di produrre un’Eccedenza, per andare oltre l’impalcatura dello Stato. Entrambi gli autori, però, sembrano interrogarsi sui momenti di Eccezione: che essa si chiami Dittatura (Schmitt) o “Utopia messianica” (Bloch), che altro non è se non un meccanismo di “sospensione” della Storia per percorrere altre strade.

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Mexico. Immagini di una Rivoluzione.

 

Palazzo delle Esposizioni, Roma.
Mexico. Immagini di una Rivoluzione
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Il 5 Ottobre è stata inaugurata al Palazzo delle Esposizioni (Roma) la Mostra fotografica “Mexico. Immagini di una Rivoluzione”. Come si può facilmente intendere, oggetto dell’Esposizione è la Rivoluzione messicana, ufficialmente cominciata con la decisione del liberale Francisco Madero (che, assieme ad altri esiliati negli Stati Uniti, redasse il “Piano di San Luis”) di opporsi militarmente al Regime dittatoriale di Porfirio Diaz (1876-1911).

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vecchio/nuovo Fascismo. Una recensione de l’Uniforme e l’anima

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In Italia sembra essersi riaperta (dall’inizio degli anni Novanta, a dire il vero) una contesa, a tratti controversa e spesso banalmente pletorica (basti considerare la vasta mole di Documentari e fiction che, di tanto in tanto, ingombrano i palinsesti televisivi), sul “Fascismo”. Utilizziamo le virgolette per astrarre il concetto dal suo significato (storico, politico, filosofico…), per rendere la parola piuttosto un significante di qualcos’altro, senza rimanere legati a qualche immagine particolare che spesso si ritrova nei libri (un manganello, il volto crucciato del Duce, il saluto romano, il fascio littorio…). In seconda battuta, quasi per rispettare una certa ritualità, si discute anche sulla ripresa dell’antifascismo da una parte come elemento di memoria storica e, dall’altra, come condensatore di un sempre auspicato “ricompattamento politico”. Si parla, quindi, di “Alleanza democratica” per battere le Destre, richiamandosi al Comitato di Liberazione Nazionale, alla Costituente e quant’altro. Più che parlare di antifascismo si dovrebbe cercare un lessico nuovo, dovrebbero sperimentarsi delle “vie di fuga” dalla realtà, una modalità di lettura e di approccio all’attualità capace di farci fuoriuscire anche dall’avvitamento teorico a cui l’antifascismo, spesso, condanna. Si tratta di ri-elaborare il presente per trovarne il gran rimosso. In tutto questo affannoso confrontarsi l’errore sarebbe quello di rendere il presente un’orma sulla sabbia, cercando di indossare le stesse scarpe utilizzate nel passato. Le scarpe, come tutti sanno, passano di moda o, comunque, si deteriorano con il passare del tempo. Meglio buttarle vie e comprarne di nuove.

Veniamo al dunque. Pensando ai “fascismi”, vecchi e nuovi che siano, si perde spesso di vista un elemento di primaria importanza che ne condiziona, a torto o a ragione, la lettura politica e l’interpretazione storica: la continuità. La continuità descrive e reitera un percorso da seguire. È una melodia, a tratti rassicurante, che salva dal “panico” delle cose nuove, delle immagini violente. La continuità è una cartina di tornasole che permette di distinguere, di dividere, di associare, di paragonare. Per queste ragioni (e per altre ancora) sembra che, per parlare di certe cose, non si possa fare a meno di citare qualcuno, di utilizzare una bibliografia ed un apparato critico di note e noterelle che, a volte, paiono indispensabili. Che cosa sono, spesso, le note se non un ponte sul passato per ottenere una legittimazione del presente? È un po’ la condanna della storiografia, quella che permette la “conservazione”. È la cultura accademica che si fa politica, si fa, appunto, continuità e diventa cultura sic et simpliciter. La continuità è legittimazione, è forza universitaria, è paradigma veritativo. Per stare a questo gioco, per svolgere adeguatamente il nostro ruolo, ci limitiamo solo a citare Antonio Gramsci, dai “Quaderni del Carcere”:

Come è possibile pensare il presente e un ben determinato presente con un pensiero elaborato per problemi del passato spesso ben remoto e sorpassato? Se ciò avviene, significa che si è “anacronistici” nel proprio tempo che si è dei fossili e non esseri modernamente viventi.

In questo modo proviamo ad incrinare la “condanna” della continuità.

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Quello che c'è da dire…

Certi Eventi non hanno nomi, entrano nell’immaginario collettivo per rimanervi. Per non essere dimenticati, perchè i drammi non si dimenticano. Si affrontano. Non hanno bisogno di essere nominati, di avere un volto. Perchè ogni volto si potrebbe sovrapporre all’altro. Ogni nome si potrebbe scrivere allo stesso modo. Perchè quello che racconta l’Evento è solo la materialità di una condizione umana. Una condizione comune, che non si scompone per ogni Essere umano che vi partecipa ma che comprende tutti. Siamo tutti compresi in questa giostra che produce massacro. I drammi, quindi, non dovrebbero essere negati bensì affrontati. I rimossi si fanno pesanti, sempre e comunque, e prima o poi ritornano come tragedie. Le sconfitte vanno sviscerate, per non cadere vittima dello sconfittismo.

Anche se, pensandoci, la vera tragedia è la nostra inconsapevolezza, la leggerezza con cui ci approcciamo al Mondo che ci circonda, sperando sempre nella sistemazione finale come “manna dal cielo”. Proprio la raffigurazione biblica della Manna sembra essere la più adatta a descrivere una certa attesa. Siamo nel deserto, ormai da troppo tempo. Cominciamo a vivere individualmente, costruendoci feticci di carta perchè ognuno ha bisogno di qualcosa in cui credere e, quando non c’è il Lavoro, il Reddito, spesso ci si rivolge al Cielo. Neghiamo ogni senso comune, ogni percezione collettiva delle cose e, soprattutto, degli Esseri umani.

La Verità, come ha detto qualcuno, è che “se cercate il colpevole, non c’è che da guardarsi allo specchio”. La responsabilità di questi Eventi e nostra, solo nostra. E’ una responsabilità collettiva, una sconfitta comune. Perchè siamo caduti tutti insieme in questo grande meccanismo di divisione che si chiama Mercato del Lavoro e non siamo mai riusciti a trovare elementi per fare rete, per condividere le Esperienze, per generalizzare un Conflitto. Stiamo insieme, ma ognuno si riflette nel proprio specchio. Anzi, ognuno sta fermo a guardarsi nel proprio pezzo di specchio (caducità del postmoderno). Camminiamo isolati, non pensando a nulla. Questa è la nostra sconfitta.

Da leggere: La Repubblica, Link, Prestazione Occasionale, Alfredo Ferrara.