Searle, La riscoperta della mente. Una recensione

a cura di Stefano Comito

Searle contro Dennett

John Searle, filosofo americano, inizia la sua carriera incentrando il proprio interesse sulla filosofia del linguaggio, ma con il passare del tempo i suoi studi si spostano nell’ambito della filosofia della mente, tant’è vero che è lui stesso a considerare la filosofia del linguaggio un ramo della filosofia della mente. Tuttavia, il rapporto tra Searle e i filosofi della mente non è idilliaco. Infatti ha talvolta sostenuto come in questo ramo della filosofia analitica vi siano persone che hanno acquisito fama e notorietà, senza avere fornito alcun contributo rilevante alla comprensione dei fenomeni mentali. Potremmo dire che ogni riferimento da parte di Searle a Dennett non è per niente casuale considerando anche l’assoluta divergenza tra le teorie che propongono i due pensatori.  La riscoperta della mente è il testo più appassionato della produzione di Searle, in cui tenta di scardinare la tesi, sostenuta da Dennett e dai materialisti, che concepisce la mente come il software che “gira” nell’hardware cerebrale e che paragona dunque la mente a un programma per calcolatore. Searle aveva già argomentato con l’esperimento mentale della stanza cinese che in realtà la metafora della mente come un programma per computer è fuorviante ma in questo saggio va ancora più in profondità, contestando anche il progetto di ricerca della psicologia cognitiva che concepisce il cervello come un elaboratore di informazioni.

I primi due capitoli sono dedicati ad abbattere le tesi materialiste eliminativiste dei vari Dennett, Paul e Patricia Churchland, Rorty e Stich e il comportamentismo di Wittgenstein e Ryle. Il terzo capitolo Searle lo dedica all’esposizione di alcuni esperimenti mentali al fine di chiarire come non vi sia necessariamente una connessione tra coscienza e comportamento. La parte centrale del saggio è dedicata a esporre la sua teoria della coscienza; infine, negli ultimi due capitoli critica il programma di ricerca della psicologia cognitiva.

La fonte del pregiudizio eliminativista nei confronti della mente sorge proprio dal dualismo cartesiano che vede la nostra realtà distinta in sostanza materiale e sostanza pensante, e dunque concepisce un mondo abitato anche da anime immateriali, una teoria che certamente non può essere di alcun aiuto alla scienza. Il timore da parte dei filosofi e di alcuni scienziati di ricadere in un ambito religioso e sovrannaturale ha condotto a eliminare lo spettro dalla macchina e a “spiegare via” la mente e la coscienza assimilandola per esempio al software di un computer o a una disposizione al comportamento. In sostanza, secondo Searle, il tentativo di rendere scientifica la coscienza ci ha costretto a eliminarla, ma ci ha condotto anche a negare il dato più rilevante, “l’apparenza che è realtà” (ripetuto più volte all’interno del saggio), ossia, che ognuno di noi è ciò che è proprio perché è cosciente. A dispetto dei filosofi del seicento che avevano collocato la mente e il suo aspetto peculiare, cioè la coscienza, in una realtà che non poteva essere indagata dalla scienza, e a dispetto del materialismo del ventesimo e ventunesimo secolo, che in nome della scienza ha negato l’esistenza della coscienza, Searle sostiene che la coscienza può essere investigata dalle scienze naturali e che ha un posto nell’ Arredamento del mondo.

La coscienza è una proprietà mentale e il fatto che una certa proprietà è mentale non implica che non sia anche fisica, il problema è che la filosofia si è adeguata a una terminologia ormai obsoleta che vede contrapposti il dualismo e il materialismo e che quindi bisogna scegliere: o il mistero o solo e solamente la materia. Invece, secondo Searle, la coscienza emerge dal comportamento di miliardi di neuroni che interagiscono tra loro in un sistema che ha una relazione anche con l’ambiente esterno; è un fenomeno naturale come la liquidità dell’acqua, la fotosintesi, la digestione e la mitosi ed è un fenomeno intrinseco ai cervelli umani. E’ questo il naturalismo biologico di Searle che il filosofo americano sostiene, non ha nulla a che spartire né con qualsiasi tipo di dualismo, né con teorie religiose o misteriche, né con il materialismo: “Riformulando il detto cartesiano, non potremmo dunque più limitarci ad affermare penso dunque sono e sono un essere pensante, ma anche Sono un essere pensante, dunque sono un essere fisico” (pag.31). Accanto alle proprietà intrinseche della natura descritte dalla fisica come la carica elettrica, la massa, lo spin, nella nostra realtà, c’è spazio anche per i nostri qualia, le nostre esperienze soggettive, per la coscienza che è un fenomeno mentale reale e irriducibile, che sfugge a qualsiasi tipo di riduzionismo. La coscienza è una caratteristica del nostro cervello ed emerge dal comportamento dei neuroni, ma nello stesso tempo non è riducibile al sostrato neurologico, non può essere dedotta riferendosi unicamente alle caratteristiche fisiche dei neuroni.

L'esperimento della stanza cinese
L’esperimento della stanza cinese

Che cosa ha ostacolato la comprensione della nostra soggettività? E’ proprio il modello usato dalla scienza basato sull’osservazione che non può essere applicato allo studio della coscienza. Per Searle né l’introspezione che si basa sul modello visivo della conoscenza, né la metafora dell’accesso privilegiato è in grado di rendere conto della soggettività che è l’aspetto peculiare della coscienza: “ La coscienza altrui […] non può essere osservata, come tale direttamente; non possiamo andare oltre l’osservazione dell’individuo, del suo comportamento […] In realtà non siamo in grado di osservare ciò che di soggettivo accade dentro noi stessi. Infatti, non appena la soggettività cosciente è chiamata in causa cade ogni distinzione tra l’osservazione compiuta e l’oggetto di tale osservazione. Il modello visivo della conoscenza […] è impraticabile non appena si chiama in causa la cosiddetta introspezione; qualunque introspezione di uno stato cosciente è a sua volta uno stato cosciente” (pag. 113). Allora, la comprensione della mente e del suo aspetto cosciente è affidata a una neurobiologia del futuro che riuscirà a indagare perfettamente i meccanismi causali del cervello che producono uno stato di coscienza. Oltre ai processi neurofisiologici e a stati di coscienza, nel cervello non c’è nient’altro; non ci sono quelle strutture profonde inconsce postulate dalla psicologia cognitiva come il linguaggio del pensiero, la grammatica universale, inferenze o regole, perché violano il principio di connessione, cioè non sono accessibili alla coscienza, allo stesso modo delle idee inconsce di stampo freudiano poichè, per Searle, l’inconscio non esiste come cosa in sé (come sosteneva Freud) ma come ciò che ha una relazione con la coscienza. Infine nozioni come computazione, algoritmo e programma, usate dalla psicologia cognitiva, non designano caratteristiche fisiche di un sistema, ma sono assegnate da un atto di attribuzione di un osservatore esterno e quindi non hanno una realizzazione fisica nella natura, né tantomeno, all’interno del nostro cervello. Da cui consegue che il cognitivismo che considera il cervello come un elaboratore di informazioni non è un programma di ricerca adatto per indagare un fenomeno naturale come la mente.

La riscoperta della mente non è solo il titolo di un saggio di Searle ma è anche l’invito a riscoprire la nostra soggettività, a dare più importanza all’apparenza che è anche realtà delle nostre esperienze qualitative, a scapito di qualunque teoria eliminativista o materialista che in nome della scienza dei computer e dell’ intelligenza artificiale forte non tiene conto della coscienza e del fatto che “Noi cerchiamo di far somigliare gli esseri umani ai nostri modelli computazionali, invece di tentare seriamente di comprendere il funzionamento della mente” (pag.265).

Stefano Comito

 

 

 

 

 

 

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