Il riduzionismo razionalistico in economia. Recensione a “Etica ed economia” di Amartya Sen

Lectio, Dino Valls

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Riducendo tutte le diverse virtù a quest’unica specie di proprietà, Epicuro si abbandonava ad una tendenza che è naturale in tutti gli uomini, ma che specialmente i filosofi tendono a coltivare con particolare godimento, quale grande mezzo per mostrare la propria abilità, la tendenza cioè a far risalire tutti i fenomeni al minor numero possibile di principi.
(Adam Smith, 1790, trad. di S. Maddaloni)

Smontare i dogmi della razionalità economica moderna è l’obiettivo di questo opuscolo di Amrtya Sen, originariamente partorito in seguito ad un ciclo di conferenze tenute nel 1986 a Berkeley. In particolare, la razionalità intesa come “massimizzazione dell’interesse personale”. Nel saggio, il premio nobel all’economia dimostra che è avvenuto un distacco netto fra etica ed economia, e mostra il danno che l’ipotesi di un comportamento mosso dall’interesse personale ha recato a questa “pseudo-scienza”.

Il padre dell’economia moderna, Adam Smith, era professore di etica a Glasgow, ed era lungi dall’essere un riduzionista. Ciò dimostra quanto nel suo pensiero le due cose andassero insieme (etica ed economia). Sen distingue due origini dell’economia: entrambe sono collegate alla politica. La prima origine è in Aristotele: l’economia è subordinata all’etica. La seconda origine è ingegneristica: il comportamento umano visto come basato su motivi semplici e caratterizzabili. Sen cita in questa scuola Léon Walras, William Petty, George Stigler, addirittura l’opera sanscrita attribuita a Kautilya, una specie di Machiavelli indiano forse contemporaneo di Aristotele. Senza scordare i nomi più noti come Francois Quesnay, David Ricardo e Augusin Cournot.

Secondo Sen, la metodologia dell’economia positiva ha eluso le motivazioni etiche che influenzano il comportamento umano effettivo, con questo senza negare che l’approccio ingegneristico sia utile e che abbia avuto dei frutti. La tesi di Sen è che l’economia può essere resa davvero produttiva, anche di valori, se si presta maggiore attenzione alle considerazioni di natura etica ma anche – direbbe un economista della scuola austriaca – irrazionale, che informano il comportamento ed il giudizio umano. L’ipotesi di comportamento razionale svolge un ruolo importante nell’economia moderna. Ma il mondo ha i suoi ma Macbeth ed i suoi Amleto. Tendenzialmente, la razionalità è vista:

1 come coerenza interna. Ma per Sen, una persona può essere coerente anche nella non razionalità, cioè può fare esattamente il contrario di quello che la aiuterebbe ad ottenere ciò che vorrebbe. O può essere incoerente

2 come coerenza esterna, cioè massimizzazione dell’interesse personale. Questa concezione rifiuta l’etica. Stigler scrive che in situazioni di conflitto fra l’interesse personale e valori etici, la teoria dell’interesse personale vincerà. Sen confuta questo a-priori, portando l’esempio pratico di varie società, come l’India ed il Giappone. La vera questione di Sen è se ci siano varietà di motivazioni o se sia solo l’interesse personale a guidare gli esseri umani. La tradizionale dicotomia fra altruismo vs egoismo è del tutto fuorviante. Come fuorviante è l’interpretazione che è stata data di Adam Smith, forzata dai più. La “prudenza” di Smith è interpretata come interesse personale, benché lo stesso Smith nella “Teoria dei sentimenti morali” unisca la “prudenza” alla “ragione” e al “dominio di sé”. In realtà, Adam Smith è sempre stato contro il riduzionismo etico. Inoltre, egli era contrario a sopprimere o limitare il commercio. Ma questo non implicava che fosse contrario agli aiuti pubblici. Adam Smith, conclude Sen, filosofo morale ed economista, non condusse una vita schizofrenica come taluni critici hanno voluto ipotizzare, leggendo “La ricchezza delle nazioni” separata da “Teoria dei sentimenti morali”. In Italia, sulla stessa linea interpretativa di Amartya Sen è Alessandro Roncaglia, che in “La ricchezza delle Idee” scrive a riguardo di questo problema: “La distinzione fra interesse privato e interesse pubblico diventa opposizione, conflitto irresolubile -dice in sostanza Smith-solo se l’interesse privato viene interpretato in senso restrittivo, come egoismo (selfishness) anziché come interesse personale (self-interest), cioè come attenzione ai propri interessi moderata dal riconoscimento (anzi, dalla simpatia) per gli interessi altrui” (p.137). Che poi Smith non fosse un riduzionista, ma anzi, riconoscesse “come metodo di lavoro” considerare più aspetti e più cause in un particolare fenomeno o comportamento umano, appare evidente nella considerazione che Smith fa del lavoro “epocale” di Mandeville (passo citato da Roncaglia): “il grave errore del libro del dottor Mandeville è di rappresentare come interamente viziosa ogni passione che lo sia in qualche grado o in qualche direzione. Così egli tratta come vanità ogni cosa che abbia qualche riferimento ai sentimenti degli altri -quali sono, o quali dovrebbero essere; ed è attraverso questo stesso sofisma che stabilisce la sua conclusione preferita: che i vizi privati siano pubblici benefici” (Teoria dei sentimenti morali, 1759)

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