Filone di Alessandria, il primo ponte fra ebraismo ed occidente. La filosofia e Vittorio Arrigoni

L’immagine di un ellenismo omogeneo fornita da Droysen (il creatore del termine “ellenismo”), come insegna bene la recente storiografia, è tutta da smitizzare. Già Hans Jonas faceva notare, nel suo famoso studio sullo gnosticismo, quanto questa antica “globalizzazione” provocata dalle conquiste di Alessandro il Grande fosse ostacolata dai particolarismi locali, e al suo interno generasse la così detta “reazione orientale”, che si opponeva alla diffusione della filosofia, dello stile di vita, della lingua greca, di quel modello che in oriente si percepiva come “occidentale”. Fondamentale in questa linea di approfondimento delle reali dinamiche del periodo ellenistico è il testo di Arnaldo Momigliano (Alien Wisdom. The limits of Hellenization) che esemplifica in maniera compiuta l’incontro fra ellenismo e culture che orbitavano intorno il mediterraneo: rispettivamente Celti, Giudei, Romani, Iranici. All’interno di questa analisi è importante sottolineare, alla luce del mio discorso, la particolarissima ed unica, per certi versi, “reazione” ebraica all’incontro con l’ellenismo, con questa “perturbazione” filosofica-culturale (e non scordiamoci, militare) proveniente dal semisconosciuto occidente.

Nel 1000 a.C. il territorio della Giudea era parte di un regno ebraico indipendente e tale rimase per alcuni secoli; successivamente però fu assoggettato, prima dagli Assiri, poi dai Persiani, e in seguito dagli Ellenici, fin quando, dopo la rivolta dei Maccabei, Gerusalemme entrò nell’orbita romana. Nel periodo ellenistico, dopo un secolo circa di dominio dell’Egitto Tolemaico, nel 200 a.C. fu incorporato in un altro stato ellenistico concorrente, il Regno Seleucide, a cui appartenevano anche Babilonia e Antiochia. Il re Antioco IV Epifane aveva progettato l’adozione di una politica culturale e religiosa per costruire un nuovo stato universale su basi greche. I grandi stati ellenistici, nati dalle conquiste di Alessandro Magno, si estendevano su un territorio che andava dall’Egitto all’India. Ma quanto più numerose erano state le culture orientali che si erano aperte alla cultura greca e ne avevano adottato le forme di vita, tanto più si era attenuata l’ intensità di quest’ultima. In questa prospettiva, anche Gerusalemme, centro della cultura ebraica, doveva diventare una città a modello greco. Gli studi di Martin Hengel mostrano quanto questo processo di assimilazione, già nel II secolo a.C, fosse prevalente nelle fasce di popolazione ebraica di classe elevata, all’interno della vita urbana del territorio palestinese.

I predecessori di Antioco IV avevano sempre rispettato la posizione particolare dello stato sacerdotale giudaico; ma in occasione della guerra con l’Egitto (169 a.C.), Antioco prelevò un prestito forzoso dai tesori del Tempio di Gerusalemme; ciò contribuì a sviluppare un clima di risentimento ed ostilità tra i Giudei. Ciononostante tra gli stessi Giudei della città, un gruppo numeroso aderiva entusiasticamente agli ideali ellenistici. Sotto il Gran Sacerdote Giasone era stato costruito un ginnasio in cui una parte della gioventù giudaica si dedicava, assieme ai greci, ad esercizi fisici ed intellettuali. In netto contrasto con questi filellenici erano, nelle campagne, i “pii”, i chasidim, che rifiutavano qualsiasi contatto con l’ellenismo. La comunità dei greci e dei filellenici prese il nome di “Antiocheni”. Il culto del dio di Abramo, con relativi riti, fu proibito; l’ellenizzazione, in questo breve periodo probabilmente forzata, portò inesorabilmente alla guerra. La “resistenza” fu guidata dalla famiglia dei Maccabei contro i filoellenici, in una guerra che divenne anche civile e che coinvolgeva istanze sociorivoluzionarie. Tre anni dopo Giuda Maccabeo poté abbattere l’altare di Zeus e procedere alla riconsacrazione del Tempio stesso (164 a.C.).

La storia fra ellenismo e cultura ebraica è intrecciata di piccoli incontri e grandi scontri; la situazione è diversa e meno ideologica invece nelle comunità della diaspora ebraica, dove avvengono le prime e importanti, straordianarie sintesi filosofiche e linguistiche. La traduzione del Pentateuco in greco avviene in effetti ad Alessandria; un simile atto provocherà la reazione dell’ala più intransigente e tradizionalista non solo di Alessandria, ma anche di Gerusalemme, che fino ad allora conservava buoni rapporti con la comunità di Alessandria. Questi conflitti traspaiono nella letteratura greca ed ebraica del tempo: il III libro dei Maccabei, il libro di Ester, la lettera di Aristea, sono documenti unici nei quali apertura e chiusura, scontro politico ed ideologico si intrecciano senza precedenti. Per quanto riguarda la produzione filosofica ebraica in periodo ellenistico, essa è del tutto assente, escludendo l’eccezione di Filone, che in una comunità ebraica meno legata pokiticamente al territorio palestinese, quella egiziana, poco dopo l’episodio dei Maccabei, realizzerà una importante sintesi fra filosofia greca e cultura ebraica, in greco (è probabile che l’ebreo Filone conoscesse solo in maniera approssimativa l’ebraico, la lingua dei Padri!). Ma Filone rimane probabilmente – escludendo qualche altro testo di letteratura alessandrina – l’unico esempio storico di una conciliazione, l’unico esempio prima del Cristianesimo. L’Ebraismo infatti (e la rivolta dei Maccabei, i Farisei nel loro antiellenismo e gli Zeloti di epoca Romana sono un esempio di ciò) rappresenta la più poderosa resistenza controidentitaria all’influenza ellenistica nel mondo antico e l’ebraismo-cristianesimo paolino potrebbe rappresentare la fase ebraica di compromesso con la cultura dominante, dopo una primitiva “scomunica” della weltanschauung ellenica. Paolo cioè sarebbe, prima di essere un “giudeo”, un “ellenico”. L’ellenismo di Paolo – come Filone, un altro ebreo della diaspora – sarebbe tutto nella volontà di superare lo schema “popolo eletto” superando i particolarismi della legge ebraica, che egli furbescamente “iscrive” nella natura umana (cfr. lettera ai Romani).

Nel mondo giudaico erano di fronte dunque l’identità culturale ellenica (più moderna, meno localista, cosmopolita, più razionalizzante e aperta) e l’identità ebraica (legata all’ identità religiosa e soprattutto al Libro, vera e propria memoria scritta dell’ethos ebraico). Un conflitto eterno, a quanto pare. Qualcosa ne sa il nostro Vittorio Arrigoni, vittima indiretta di un ethos fatto libro, di una cultura fatta natura. Le roccaforti identitarie, le moderne Masada, impongono la costruzione di altre Masada: i Salafiti sono la conseguenza più diretta dell’intransigenza di Israele e delle condizioni in cui versano i Palestinesi nella striscia di Gaza. Il loro credo estremista prevede l’eliminazione di qualsiasi perturbazione occidentale nell’identità islamica palestinese, anche di un ragazzo come Vittorio, un giovane eroe da sempre in prima linea con le sofferenze del popolo palestinese. Si è cioè creato uno Zelotismo di matrice islamica. Corsi e ricorsi storici, direbbe il filosofo. E’ il dramma millenario dell’identità e del potere. La cultura e la filosofia, in tutto ciò, possono ben poco.

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