Il catalogo degli schemi retorici più usati contro i vegetariani

Si può essere vegetariani incoerenti. Ma anche onnivori incoerenti. E allora?

Per correttezza mettiamo le carte in tavola, e lo facciamo nel primo rigo di questo intervento: chi scrive segue una dieta vegetariana. Nessun giudizio su chi non lo fa. Al contrario: spesso il nostro problema è solo quello di difenderci, in quanto, psicologicamente, essere vegetariani può rappresentare per alcune categorie di onnivori (per fortuna limitate) una sorta di accusa implicita alle altrui abitudini, e provoca spesso reazioni. Queste reazioni sono poi condizionate dalla madre di tutti gli errori: la dissonanza cognitiva. L’impossibilità, per i più,  di convivere con la propria naturale ed inestinguibile incoerenza, o con un qualsiasi senso di colpa, ci costringe a cambiare i fatti che ci circondano. Quindi accade che se io non riesco a cambiare il mio comportamento (per sanare contraddizioni e sensi di colpa), allora devono essere i fatti che mi fanno star male ad essere sbagliati. Ci accaniamo contro dei fatti, come fa la volpe con l’uva, distorcendoli per accontentare le nostre esigenze psicologiche. Ma a proposito di reazioni:  su facebook ed internet in generale, però, le accuse si fanno pesanti: pullulano giudizi molto severi (è doveroso dirlo, da entrambe le parti): gruppi, gruppetti, sette e “controsette” in lotta continua fra loro. I meccanismi da social network estremizzano le idee e le posizioni, creano continuamente e strumentalmente false dicotomie, polarizzazioni e partiti, semplificano la realtà, fomentano estremizzazioni spesso per fini solamente economici e pubblicitari (i siti internet vivono di click e banner pubblicitari, i gruppi su facebook più scatenano risse e più aumentano di popolarità). La nostra mente, come scriveva l’antropologo Lévi-Strauss, funziona già per opposizioni  binarie come crudo/cotto, la rete non fa che sfruttare questa tendenza. Uno dei temi più “semplificati” in rete con la creazione di false dicotomie è appunto un argomento che meriterebbe più rispetto ed un dibattito serio: l’alimentazione vegetariana/vegana. Questo intervento, che vuole essere un cantiere aperto, cerca di problematizzare alcune semplificazioni in cui ci si imbatte non solo su internet, ma vivendo quotidianamente. Cominciamo col dire che prossimamente pubblicheremo un vademecum della retorica di vegani e vegetariani. Per ora, iniziamo dall’altra parte. Questi schemi nella stragrande maggioranza delle volte non sono usati consapevolmente, nel senso che è la nostra mente, la nostra cultura e il nostro linguaggio che funziona così. E questo non solo quando vegetariani, vegani, onnivori e carnivori litigano fra loro, ma in tanti altri argomenti e casi argomentativi. Usiamo schemi retorici nella stragrande maggioranza delle volte perché la comunicazione spesso ci “obbliga” a difendere una argomentazione e sminuire quella del nostro avversario, e per far questo usiamo non mezzi razionali (argomentazioni), ma irrazionali (spesso più efficaci). E lo facciamo senza averli studiati. Nelle seguenti frasi, che analizzeremo come exemplum di casi simili, spesso ci sono più combinazioni di fallacie. Saranno analizzati solo gli stereotipi retorici più comuni usati contro vegetariani /vegani, non certo le tante affermazioni usate da alcuni onnivori per difendere le proprie posizioni, come può esserlo la frase “mangio carne perché gli animali  non sono soggetti morali”. Certo, il confine fra i due casi può divenire labile. Ma il secondo  tipo di lavoro meriterebbe un libro a parte e non è nel nostro interesse scriverlo.

“E’ la legge della natura. Il leone mangia la gazzella, noi mangiamo le mucche. Così facendo siete contro natura”

Un giorno di qualche secolo fa, il filosofo scozzese David Hume si accorse che quando i filosofi parlavano dell’essere (e cioè dei fatti, dello stato di cose), immediatamente dopo li ritrovava a parlare del “dover essere” (e cioè dell’etica, di come devono andare le cose). Per Hume, il passaggio dal primo livello al secondo è totalmente arbitrario, diremmo ora con un termine abusato,  “ideologico”: l’essere non fonda in nessun modo il “dover essere”. Cerchiamo di tradurre in maniera più comprensibile quanto appena detto con un esempio:  dire “l’uomo è onnivoro” (essere) non fonda in  alcun modo  “l’uomo DEVE uccidere gli animali” oppure  “l’uomo DEVE mangiar carne” (dover essere). Veniamo quindi al punto di questa diffusissima fallacia retorica: la fallacia naturalistica. La fallacia naturalistica è quell’errore metodologico (e strumento retorico) che tramuta le nostre convinzioni etiche o le nostre abitudini in fatti naturali (a ragion veduta, pseudofatti), e questo, del tutto erroneamente. Esempio: “le donne occidentali coprono il seno, quindi è una legge di natura per l’umanità femminile provare imbarazzo a seno scoperto”. Gli antropologi chiamano questo particolare errore induttivo come “naturalizzazione della cultura”, e cioè la tendenza di ogni popolo e cultura del pianeta a chiamare “legge”  (di natura, divina o simili) le proprie convinzioni etico/culturali.

Ad esempio, l’epoca vittoriana ha alimentato il mito dell’uomo competitivo, l’uomo che sopravvive e prospera solo se è il più forte, solo se compete, basandosi sull’estremizzazione di alcune tesi di Darwin. Ebbene, in quel caso un’intera epoca ha trasformato in “leggi di natura” quello che era un sistema economico/culturale, e cioè il competitivo liberismo/liberalismo inglese dell’Ottocento. C’è da dire a questo proposito che oggi l’etologia e le neuroscienze, a differenza del secolo passato, rivalutano nettamente la collaborazione inter e intraspecifica come volano selettivo ed evolutivo. Ma anche se con i nuovi studi genetici si scoprisse un giorno nell’uomo il gene ”mangia-la-carne-che-ti-fa-bene” oppure il gene “uccidi-sangue-che-bello” ciò non fonderebbe alcunché, né un’etica, né un’alimentazione. Se avessimo delle corna, ciò non fonderebbe il nostro diritto di incornare un rivale, al limite potrebbe solo fondare la nostra propensione biologica  a farlo.  L’argomento del “leone” (o qualsiasi altro esempio naturale di animali carnivori per natura) è retorico perché, seguendo Hume, paragona (assimilandole) impropriamente le possibilità di scelta etica, dietetica e di vita degli umani alle limitatissime possibilità dei non umani, e questo per legittimare (?!?) una presunta eticità o doverosità nel “comportarci come loro”. Un leone mangia la gazzella perché non ha capacità che gli permettono di farne a meno, non ha l’aratro, né ha studiato etologia, dietetica, né ha studiato filosofia, liberalismo, illuminismo, socialismo, non si pone problemi di diritti animali o diritti altrui, non ascolta musica né si è laureato in agronomia, perché non può farlo. Il suo interesse primario, in natura, coincide SEMPRE con l’abbattimento di un’altra individualità animale e non ha un metabolismo attrezzato per fare altro. Il nostro interesse primario (per tantissime ragioni) può facilmente non coincidere con ciò. E’ tutto qui. E un leone uccide e divora, spesso, anche i cuccioli di leone, ma non ce ne viene nessun insegnamento etico o morale, né questo fonda la nostra dieta. Di certo non imitiamo tanti comportamenti del leone, come l’uso del PC, o l’annusarci reciprocamente il sedere; questo schema retorico vorrebbe che ne imitassimo solo la dieta. I nostri amici genetici più vicini, gli Scimpanzé, è stato osservato che qualche volta praticano cannibalismo. Vale sempre la legge di Hume. La natura (essere) non fonda alcunché nell’etica (dover essere) o, comunque, non “fonda” nulla in maniera vincolante (attualmente gli studiosi, a differenza del passato, cercano le basi “naturali” dell’empatia umana, della cooperazione e della repulsione del sangue). Altrimenti, seguendo l’erroneo travisamento di quel che scrisse Darwin, non ci sarebbe neanche lo Stato, il welfare state, l’umanesimo e faremmo estinguere i “meno adatti”, “rinforzando il branco”.

Per l’avversario retorico, è “legge naturale” uccidere un animale o farlo uccidere da altri; in realtà è “legge” solo avere nel nostro corpo i giusti costituenti, che troviamo più o meno facilmente ovunque nel mondo vegetale, basta documentarsi bene. I mezzi con i quali ci procuriamo questi costituenti non riguardano i nostri geni e la nostra biologia. Certo meglio non inventare paradisi o eden in cui l’umanità non uccideva per vivere, come spesso fanno alcune sette animaliste. Ora però l’umanità può tranquillamente (e per mille utili ragioni, nonché per una scelta etica) farne a meno. Concludendo: la retorica, in questo caso, consiste nel far parlare ideologicamente il nostro corpo, la nostra biologia: l’essere onnivoro del mio corpo non prevede nessun obbligo né etico, né biologico di assumere cibi animali (e non prevede, è doveroso dirlo, l’obbligo morale contrario, e cioè una dieta vegetariana). Se proprio volessimo leggerci qualcosa in questo “fatto” che è il nostro corpo, l’essere onnivori  è solo una chance in più che l’evoluzione ci ha dato per sopravvivere se dovessimo trovarci in un ambiente ora privo di vegetali, ora privo di animali, ora privo di carcasse. Che è più o meno quello che è successo nella nostra storia biologica.

 

 “Ma il bimbo africano?”

L’avremmo messa al primo posto se non fosse per la regina, la fallacia naturalistica. Il “bimbo africano” è comunque una combinazione semplice ma efficace di più schemi retorici. Il più delle volte suona così:

“Ma non ti rendi conto che tu discuti di queste cavolate e la metà della terra muore di fame, di sete ecc.? Ci sono le persone che muoiono, ci sono omicidi, e tu ti occupi degli animali. Non ti rendi conto di quante cose più importanti ci sono da affrontare?”

Si posso individuare almeno tre bias retorici. Il benaltrismo, l’appeal to emotion, e la falsa dicotomia (falso dilemma, di cui ci occuperemo più avanti). Il benealtrismo è quella strategia per cui, ad un problema qui ed ora, si risponde con “il problema è ben altro”, in maniera tale da svalutare il problema di cui si parla, relativizzarlo di fronte ad una gerarchia di problemi più generali o apparentemente più vitali imposta dall’esterno, di cui questo problema sarebbe una banale appendice, o semplicemente, paragonato, sarebbe irrilevante. Secondo questo schema retorico, gli unici problemi che valgono sono spesso massimi sistemi, spesso lontani dall’immediato e dalla pratica, o problemi radicalmente diversi da quelli in oggetto. Ad esempio, forme di benaltrismo in contesti diversi: “A:  l’amministrazione non mi ha pagato lo stipendio”. B risponde: “quello che non funziona è il sistema Italia, senza parlare dell’economia mondiale”. Oppure: “A: quella donna è stata uccisa dal suo compagno per gelosia, è un femminicidio”. B risponde: “sì, ma il problema vero è la violenza dell’uomo contro i suoi simili”. Oppure: “A: quell’immigrato dell’Uganda è stato preso a calci e pugni per il colore della sua pelle, questo è puro razzismo”. B risponde: “questo non è razzismo, è l’imbecillità umana”. Oppure: “A: quegli extracomunitari sono senza fissa dimora….“. B risponde: “ma occupiamoci dei problemi degli Italiani!“.

L’appeal to emotion è invece quella tecnica che cerca di suscitare reazioni emotive nel “rivale”, come sensi di colpa o sorpresa e dolore, per fargli svalutare la sua posizione. Forme di appeal in un contesto simile, unite al benealtrismo, sono le seguenti: “A: al tacchino preferisco pasta e  fagioli”. B risponde: “Ti preoccupi della dieta quando in diverse parti del mondo non si ha di che nutrirsi. Sai che farebbero alla vista di quel tacchino in Bangladesh?”. Il povero bambino denutrito del Bangladesh, che certamente mangerebbe sia il tacchino che il piatto di pasta e fagioli, se fosse sufficientemente pasciuto e istruito potrebbe però rispondere a B che in una prospettiva glocale mangiare un sacchetto di fagioli consuma molte meno risorse naturali per la sua sfortunata patria che mangiare una fettina di carne di due etti. Un altro esempio: “B: Ti preoccupi degli animali morti, e agli uomini morti chi ci pensa?”  Quest’ultimo esempio, il cui appeal to emotion obbligherebbe moralmente tutte le persone civili della terra a far parte di una squadra anticrimine o filantropica, disertando ogni altra occupazione o sensibilità etica,  ci porta ad un’altra combinazione di fallacie molto simile a quella del “bimbo africano”, combinazione molto comune che analizziamo nel prossimo paragrafo. In conclusione, una postilla: a parità di ettari sfruttati, il ciclo produttivo “mangimi” ====) “carne” (il mangime più usato è la soia arricchita) consuma molte più risorse e inquina molto di più rispetto all’agricoltura primaria, in cui, ad esempio, la soia potrebbe essere usata direttamente per  l’alimentazione umana senza essere ritrasformata in carne di animali da macello. Quindi, se proprio si vuole restare al gioco retorico e, in qualche maniera, avere uno sguardo sistemico “pensando all’Africa” nel quotidiano e senza volerci trasformare in Gino Strada, sarebbe altrettanto salutare ridurre il consumo di carne e derivati animali.

“Tu sei vegetariano, dunque anteponi la vita degli animali a quella degli uomini”

Anche in questo caso molto comune, vi è una combinazione di più fallacie. All’appeal però, più che il benealtrismo, si aggiunge la fallacia dello straw man (uomo di paglia) e quella della falsa dicotomia. La tecnica dell’uomo di paglia consiste nel ricostruire la posizione dell’avversario in maniera goffa, patetica e assolutamente inesatta, in maniera tale da poterla attaccare più facilmente. Infatti, la posizione etica della stragrande maggioranza dei vegani e vegetariani non si riassume in questa frase: cercare di limitare la sofferenza animale, o essere antispecista, non significa affatto preferire gli animali non umani a quelli umani. I due animali (umani e non) non sono messi su una bilancia: quest’operazione è pura retorica, e ci conduce all’altra fallacia, e cioè la falsa dicotomia. La fallacia della falsa dicotomia crea artificiosamente due sole soluzioni ad un problema (quando in realtà ce ne sono molte altre), legando la posizione dell’avversario ad un estremo, ritenuto socialmente immorale o falso, oppure legando la posizione dell’avversario all’estremo palesemente illogico e assurdo. In questo caso, crea la dicotomia fra animali e uomo, legando la posizione avversaria alla soluzione meno accettabile (straw man “preferisci gli animali”). Un esempio in un contesto diverso: “A: ritengo la posizione di quel partito insostenibile”. B risponde: “Tutti coloro che non sono di quel partito non sostengono la democrazia”. Oppure, un caso simile (dove subentra anche una fallacia leggermente diversa, la falsa implicazione o non sequitur: “Ebbene sì, la scienza non ha ancora spiegato questo fenomeno”. B risponde: “Se la scienza non ha ancora spiegato questo fenomeno, allora vuol dire che questo fenomeno non è spiegabile scientificamente”).

Esempio tipico, diremmo paradigmatico, in contesto vegano/vegetariano della falsa dicotomia è quello dell’ “animale sulla zattera” (l’esempio è parafrasato dal filosofo animalista Tom Regan). Lo potremmo riassumere nel modo seguente:

caro vegetariano, esaminiamo la tua coerenza. Sei su una scialuppa di salvataggio assieme ad altri tre uomini e ad un maiale. State morendo di fame. Che fai, preferisci morire di fame? Mangiare un altro uomo? Oppure mangi il maiale?”.

Anche in questo caso, nutrendosi di una domanda retorica, lo schema retorico si basa sul creare una falsa dicotomia, e cioè tra la sopravvivenza di uomini e quella di altri animali. Inoltre, lo schema retorico crea un esperimento mentale fuorviante per equiparare  implicitamente una situazione di emergenza alla realtà di tutti i giorni. In realtà, la situazione in cui vive comunemente l’uomo non è quella del maiale sulla zattera: è invece quella di poter scegliere, in un supermercato o in un negozio di alimentari, non certo fra la sua vita (o quella di un altro uomo) e quella di un altro animale, ma fra cibi più o meno etici, cibi che hanno prodotto una certa sofferenza e cibi che ne hanno prodotta di meno, cibi che consumano vite animali e che non ne consumano, cibi salutari e cibi meno salutari ecc. L’uomo della realtà è per la maggior parte delle volte diverso dall’uomo della zattera: non muore di fame, non è costretto a scelte così drastiche, non è costretto a consumare altre vite animali per sopravvivere, ha un’ampia scelta di possibilità più o meno etiche. Nei casi eccezionali, la regola può anche esser sostituita da comportamenti, per l’appunto, eccezionali. La retorica cerca appunto di trasformare l’eccezione nella regola. Come nel caso del film “Alive”, in cui i sopravvissuti di una squadra di rugby precipitati sulle Ande sono costretti  a cibarsi dei loro compagni morti: è un comportamento di emergenza, ma che non rappresenta la normalità della nostra vita. Volendo, un cannibale potrebbe creare uno schema retorico per persuadere al consumo di carne umana nel seguente modo, del tutto simile al nostro esempio: “tu che non mangi la carne umana, ora vorrei esaminare la tua coerenza. Se precipitasse un aereo sulle Ande ecc ecc”. Ci possono essere casi in cui uccidere uno o più animali può essere necessario, ma nella stragrande maggioranza dei casi la vita ci mette davvero poco in questa situazione, specie con gli animali complessi che noi usiamo per alimentazione o il vestiario. Col progresso della tecnica e delle conoscenze, ci si è resi contro che vivere di vegetali è non solo possibile, ma più salutare, più sostenibile, e più etico (etica animale). Il nostro interesse non coincide necessariamente con la morte di moltissimi animali che ci circondano, poiché raramente capitano circostanze come il “maiale sulla zattera”.

Sei un borghese viziato

Il “vizio borghese” sarebbe naturalmente quello di scegliere una dieta vegana/vegetariana. L’avversario retorico usufruisce in realtà del benealtrismo e dell’appeal to emotion (vedi sopra), parafrasando il concetto che “ci sono cose molto più importanti di cui occuparsi”. Inoltre aggiunge un concetto nuovo: “proprio perché sei figlio del vizio e del benessere di questo occidente puoi permetterti di pensare ad una dieta simile, ad una moda simile. Tanti popoli, tanta gente non può farlo”. La debolezza di una posizione retorica simile è lampante. Diete “vegetariane” o simil-vegetariane si praticano per le ragioni più diverse (religiose, economiche, ambientali, ideologiche ecc.) da centinaia di anni, dalle classi sociali più diverse e dai popoli più diversi. Il fatto che ciò si pratichi prevalentemente nel nostro moderno occidente (come si pratica l’alfabetizzazione, l’università, si prende un aereo, si legge un libro, si usa un WC, si guida un’auto, si è pacifisti, si è guerrafondai, ecc. ) e che alcuni popoli o classi sociali, in approssimative e labili gerarchie di sviluppo contenute nella mente del vostro interlocutore, non pratichino ciò, ebbene, questo non depone né contro né a favore di tali pratiche. Inoltre, lasciatecelo dire, usando lo stesso retorico schema, si potrebbe con più forza affermare che è molto più borghese mangiare un etto di carne (che costa molto di più, prevede più passaggi di trasformazione dell’energia e quindi consuma più risorse, inquina di più, ed è prodotto con l’uccisione evitabilissima di vite animali) che mangiare un sacchetto di fagioli dello stesso peso.

“E le zanzare? E i batteri? Anche quelli sono esseri viventi! Salviamo anche loro? E le piante che mangi? Non sono anche loro esseri viventi?” / “Sei vegetariano, dici di assumere un comportamento sostenibile,  e poi prendi l’auto come tutti gli altri?”

Uno degli schemi più diffusi e riconosciuti. Efficace contro gli avversari impreparati, fa leva su alcune argomentazioni retoriche ben collaudate, documentabili fin dalla Grecia classica. Anche in questo caso, ci sono combinazioni di fallacie argomentative, non c’è n’è solo una. Cominciamo con l’appeal to emotion. Gli pseudo argomenti si riducono ad una ingenua accusa di incoerenza, quindi il tutto cade anche in un noto schema retorico, il tu quoque (uno dei tanti argomenti ad hominem); inoltre fanno leva principalmente sull’alimentare il senso di colpa dell’avversario vegan/vegetariano,   facendogli notare che i suoi sforzi sono incompleti, incoerenti, stupidi, superficiali, rispetto alla immensa galassia animale, o rispetto alla galassia “forme di vita sulla terra” (nel caso delle piante). Dunque, si cerca di dimostrare, facendo leva sul sentimento di incoerenza, che essere vegetariani porta a conclusioni assurde e contraddittorie, poiché in tal caso si dovrebbero rispettare tutte le forme di vita, non solo pesci, mucche, maiali, polli e tacchini.  Compare cioè un altro schema retorico molto unito al tema della coerenza, e cioè la fallacia del tutto o niente (che spiegheremo fra qualche capoverso). All’avversario retorico, a questo punto, si possono far notare diverse cose:

1) Fallacia ad hominem. Far notare che l’ideologia della “raccolta differenziata” potrebbe essere accusata, con la stessa misura, di incoerenza, visto che capita spesso che chi pratica raccolta differenziata possa comprare cibi con imballaggi, visto che usa l’auto (che inquina), visto che il giorno tal dei tali mister X, un vero fanatico della differenziazione dei rifiuti, ha buttato una carta per terra. Oppure si potrebbe accusare l’ideologia del volontariato fra i bambini in Africa di non occuparsi della gioventù di Scampia. O si potrebbe accusare la non violenza di Gandhi, che ha liberato l’India dal colonialismo inglese, per il fatto che Gandhi  fra le mura di casa non sia poi stato così tanto non violento. Ma l’incoerenza di una persona, o l’impossibilità di essere totalmente coerenti con le proprie idee, non inficia e non svaluta il fatto che il comportamento che adotto (anche in maniera parziale) o in cui credo, sia giusto rispetto ad uno scopo. Il fatto che l’interlocutore sia totalmente coerente alle sue idee o non lo sia affatto non inficia che il suo ideale sia giusto o sbagliato rispetto a determinati fini.

2) La fallacia del tutto o niente (negli ambienti anglosassoni si chiama eloquentemente “Nirvana fallacy” o similmente “perfect solution fallacy”). In questo schema retorico, l’avversario retorico presuppone, per screditare le posizioni del vegetariano/vegano, che ad un tema o ad un problema ci sia solo una soluzione perfetta, oppure sostiene che una parziale soluzione debba esser respinta, criticata, distrutta, offesa, perché il problema generale esisterebbe ancora dopo che venisse risolta solo una parte del problema. Nel discorso tutto o niente, molto legato a quello ad personam dell’incoerenza, i vegetariani vengono designati dagli avversari prima come “salvatori del mondo” (o purtroppo, spesso si disegnano così da soli, lasciando adito a giusti attacchi), per far poi vedere quanto siano incoerenti con questo ruolo messianico. Ma un vegetariano non salva il mondo. Si occupa di un problema, ha una sensibilità, e ciò in cui crede è in linea ed è coerente con alcuni obiettivi, che possono essere, a seconda dei casi, ambientali, etici (etica animale), salutisti. Potremmo usare la stessa retorica per le auto elettriche: salvare il pianeta? Nessuno sano di mente acquisterebbe auto elettriche pensando che sia solo questo comportamento a salvare il pianeta. Ma è un passo avanti, non indietro. Un passo graduale. Ma per questa fallacia retorica, non ci sono passi graduali. Infatti, una delle sue più comuni declinazioni etiche è che non potendo essere morali su tutto non dovremmo essere morali su niente (o sarebbe inutile esserlo).

Una mucca, tralasciando un discorso etico ed empatico, e parlando solo dell’aspetto ambientale, è più di un Suv, è una Ferrari, e consuma un’infinità di risorse. Ci sono infiniti studi sul ruolo dell’alimentazione carnivora sull’impatto ambientale. Ma questa idea di “purezza”, sia cognitiva che morale, immobilizza, e non solo perché è pura retorica. La megamacchina che ci circonda si cambia o si prova a cambiarla a piccoli passi (se si vuole, perché ci sono vegetariani che non hanno sensibilità ambientale, e nessuno qui gliene fa una colpa) in tante maniere diverse, ognuno ha la sua lotta e la sua particolare sensibilità, nell’affrontarla. Ci sono tanti piccoli comportamenti  che in un’ottica glocale possono migliorare la situazione complessiva, in una “mera” ottica di cambiare i consumi. Alcuni di questi piccoli comportamenti fanno  parte dello stile di vita vegetariana. Detto questo, nessun vegetariano salva il mondo:  il comportamento di un vegetariano  rispetto alla materia “essere vegetariano” (e non in merito ad  altri comportamenti che compie un qualsiasi vegetariano) è razionale rispetto a determinati valori,  valori in primis come la sofferenza animale, la perdita  oggettiva di vite animali uniche ed irripetibili e la  sostenibilità. Tralasciando altre cose che un vegetariano può  o meno fare, può o meno sapere o può o meno compiere. E si tralasciano perché si danno per scontato, e non possiamo esigerle solo perché si è vegetariani. Sono comportamenti che “dovremmo” chiedere a tutti, ma che invece esigiamo solo dai nostri avversari retorici. Da che mondo e mondo, l’esigenza di coerenza riversata SOLO verso determinate categorie di persone è pura retorica.

E’ retorico e faziosamente polemico esigere coerenza assoluta dai vegetariani quando per la stragrande maggioranza  dei comportamenti umani non esigiamo la stessa coerenza. Una qualsiasi categoria di persone può essere “parzialmente coerente”, ma qui diviene una mancanza che  non si può perdonare ai vegetariani/veg. Se individuiamo un comportamento corretto rispetto a determinati  scopi (es: partecipare ad una manifestazione pacifista a Washington  è coerente rispetto allo scopo di  non voler che gli USA dichiarino guerra alla Corea) è retorico occuparsi di fare il terzo grado ad uno di questi pacifisti se lo vedo urlare contro una persona o se lo vedo gestire malamente un gruppo di lavoro di cui è responsabile. Oppure, se non lo vedo occuparsi della pace nella repubblica del Kosovo.

3) Un’ultima riflessione su frasi retoriche  in cui compaiono piante, batteri, o altre forme di vita lontane dall’avere un sistema nervoso centrale, o altre forme di vita con cui difficilmente si riesce ad entrare in empatia.  Si è detto che l’avversario retorico cerca di dimostrare, facendo leva sul sentimento di incoerenza, che essere vegetariani porta a conclusioni assurde, parziali o contraddittorie, poiché in tal caso si dovrebbero rispettare tutte le forme di vita, non solo pesci, mucche, maiali, polli, tacchini ecc. In realtà, questo schema tocca le corde di una verità etica molto importante per taluni vegetariani e che ci sentiamo di condividere. Per la nostra personale visione, è importante salvaguardare la vita, la bellezza e la varietà di tutte le forme di vita non umane. Questo però si ferma davanti a delle esigenze importanti. Es: le zanzare non vanno uccise qualora vi sia la possibilità di fare altrimenti, e cioè difenderci da esse senza esserne “feriti”. E cioè, se si trovasse un prodotto che metta in fuga la zanzare, si potrebbe eticamente fare a meno di ammazzarle. Se non ne ho realmente bisogno, perché dovrei distruggere quella pianta o distruggere quella forma di vita? I ”limiti” sono infatti costituiti dalla sopravvivenza e incolumità della nostra specie. Se con una corretta alimentazione vegetariana o vegana posso fare a meno dell’uccisione o sfruttamento indiscriminato della maggior parte  di forme di vita complesse che mi circondano, perché non rinunciare al desiderio (e non certo all’esigenza) di una bistecca? Un concetto molto importante che ci riporta ai casi in cui ci siano davvero, e non retoricamente, “maiali sulla zattera” (vedi sopra) e che esprime, per esempio, la Deep Ecology di Naess nei seguenti termini: “Una breve formula potrebbe essere così elaborata: «Un bisogno vitale di un essere vivente non umano A è superiore ad un interesse non indispensabile dell’essere umano B»” (Arne Naess, A Defense of the Deep Ecology Movement).

4) E’ un tema più controverso e delicato, ma è doveroso parlarne. Esiste una complessità diversa nelle organizzazioni biologiche, sia intese come unità che come organismi. Tale diversa  complessità non fonda un’etica, ma è da tener presente nei casi in cui si sia obbligati a scegliere quale organismo vada sacrificato. Quindi, anche in base alle considerazioni emerse nel punto 3, “uccidere” una pianta è pur sempre un problema etico, ma è un problema etico inferiore ad uccidere un pesce o una mucca. Lo schema retorico sopra analizzato, fra gli altri errori, equipara impropriamente ed  a-scientificamente organismi di tipo, complessità, caratteristiche, comunicazione, sistema nervoso, comparsa di caratteristiche di unicità, capacità di soffrire, capacità di relazionarsi con l’ambiente esterno e rispondere agli  stimoli esterni, ecc. totalmente diversi.

Alessandro Stella

Per approfondire consigliamo il sito curato da Silvia Molè: www.fallacielogiche.it

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18 Commenti a “Il catalogo degli schemi retorici più usati contro i vegetariani”

  • facebook.com/leverebestie:

    Se tutti i vegetariani e i vegani fossero come Apu, nessuno avrebbe da ridire su cosa mangiano.
    https://www.youtube.com/watch?v=WCwWgkolVes

  • Grazie per il post che analizza molto efficacemente ciò che ci capita (ai vegan) quasi quotidianamente. Tuttavia la comunicazione “vis a vis” è tutta un’altra cosa.
    Per comunicare è necessario l’interessamento di almeno due soggetti: uno che sia in grado di proporre, l’altro che sia in grado di recepire il messaggio.
    Spesso, purtroppo, ci si ritrova a parlare con muri di gomma che sciorinano tutti gli argomenti standardizzati evidenziati nel vostro post.
    Pare che la realtà delle cose e dei fatti a troppe persone ancora sfugga per motivi indotti dalla società consumistica in cui viviamo.
    La maggior parte delle persone non pensa, o meglio, è indotta a non pensare, ed ha paura di cambiamenti, ed è proprio di questa paura, di queste “gabbie mentali”, che il “sistema” si nutre.
    Sono contento, comunque, leggendo, di aver imparato qualcosa di utile alla causa della liberazione animale.
    Proporrò questo post online ogniqualvolta i discorsi stagnino sui “soliti luoghi comuni”.
    Ancora grazie,
    Good Bear

    • Geniomaligno:

      ma grazie a te per il commento! E come dici, spesso non servono nemmeno le statistiche dei milioni di animali morti ogni giorno per indurci a mettere in crisi il nostro stile di vita. Penso che la buona battaglia da combattere sia principalmente psicologica. Prima combattiamo la dissonanza cognitiva. Ecco perchè non reputo efficace alimentare TROPPI senzi di colpa: il primo risultato imho è il rifiuto.

  • Massimo:

    Solo… complimenti, e anzi, attendo con un po’ di timore altrettanta intelligenza a favore delle tesi onnivore-carnivore, che non è facile trovarne!

  • Marina:

    Grazie per questa bella boccata di ossigeno e intelligenza. Che sollievo vedere che si può argomentare di temi caldi senza scadere nella retorica, anzi destrutturando le armi retoriche per tornare alla logica. Chapeau.

  • Nico:

    Non sono vegano, non sono vegetariano, e mangiare carne mi piace.
    Non dico che la mia scelta sia giusta o sbagliata, pertanto non giudico mai le scelte altrui che sono rispettabili e corrette tanto quanto le mie.
    Ho sempre cercato di avere il buon senso di evitare di andare in un ristorante dove le portate principali sono a base di carne, nel caso ci fosse un vegetariano nel gruppo per rispetto altrui.
    Nonostante questo spesso mi sono imbattuto in vegani e vegetariani che facevano di tutto per dirmi che loro avevano ragione e che io sbagliavo a mangiare carne, usando frasi stereotipate del tipo “Assassino, stai mangiando un cadavere!”.

    Tali persone, in definitiva, non sono perfettamente identiche a chi è vegano e si sente ogni giorno la stessa solfa? Quando io non vegetariano, mi trovo con un 70% di vegetariani che si comporta nel modo suddetto, che dovrei fare?

    Quindi in fin dei conti, guardiamo anche l’altra faccia della medaglia.

    • anna:

      Nico, sono vegetariana da 23 anni e dopo tutto questo tempo faccio i salti di gioia quando su una tavolata di 20 persone siamo in 2 a non mangiar carne, perciò alla frase:
      “mi trovo con un 70% di vegetariani che si comporta nel modo suddetto, che dovrei fare?”
      rispondo: presentami i tuoi commensali!!!!
      Poi, sì stai mangiando un cadavere!
      No, non sei un assassino perchè molto probabilmente non l’hai ucciso tu.
      Anna

    • Sofia:

      I vegetariani che hai incontrato hanno ragione.
      Non c’è una scelta perfetta, ma ci sono scelte più giuste e corrette di altre.
      Col tuo mangiar carne contribuisci all’inquinamento del pianeta e allo sfruttamento e alla morte di 50 miliardi di animali all’anno. Qualunque persona sana di mente ti direbbe che quello che stai supportando è un sistema sbagliato. Non per giudicarti, ma per farti aprire gli occhi e farti migliorare.
      Faccio un esempio: se tu mettessi scarpe notoriamente create da bambini del terzo mondo sfruttati, io ti potrei dire “Scusa, perché compri quelle scarpe? Non puoi comprare quell’altra marca, che i bambini non li sfrutta? Ti sembra giusto che per fare le tue scarpe la vita di altri esseri umani debba essere rovinata?”
      E’ come se tu mi chiedessi di rispettare la tua “scelta” di comprare scarpe costruite da quei bambini. Il problema è che la scelta non è solo tua, dato che coinvolge altre persone. Più la tua scelta è etica, meno dolore creerai nel mondo. Ma se non te ne frega niente e ritieni che alimentare la violenza e cercare di fermarla siano la stessa cosa, abbiamo già finito di parlare.

  • Elisabetta:

    Non mangio carne da 17 anni. Non mi interessa quello che mangiano gli altri, il mio compagno è onnivoro e fa quello che gli pare, non mi sono mai permessa di entrare in merito alle scelte altrui ma in questi 17 anni ho risposto innumerevoli volte a molte delle affermazioni riportate qui sopra (infatti mi sono fatta grasse risate). Innumerevoli volte.
    L’ultima è stata pochissimi giorni fa, a cena con un amico. Ho chiuso la discussione dicendo “non capisco perché se io non guardo nel tuo piatto, tu debba guardare nel mio. La mia scelta non ti toglie niente, e se sei sereno con quello che fai, perché ti senti toccato da quello che faccio io, tanto da triturarmi le gonadi cercando spasmodicamente l’incoerenza nel mio comportamento?”. Ha sorriso (touchè?) ed è finita lì.
    Comunque, nota amena: in 17 anni la domanda principe è sempre stata “e la povera carota cosa ti ha fatto?”. Mai nessuno che citi la lattuga, il pomodoro o il ravanello, infatti mi chiedevo cos’ha la carota che crea più empatia degli altri ortaggi?

  • Nino Lacidogna:

    Complimenti per l’analisi sulle argontazioni retoriche. Seppure in parte off topic, mi preme lasciare un commento specie a fronte dei commenti letti in fondo all’articolo.
    Un argomentazione non affrontata è quella che ho letto poco sopra, quella del: “Non capisco perche ì vegetariani si sentano superiori rispetto a chi mangia carne. Io non critico la tua scelta, non volo che tu critichi la mia”. A questa domanda retorica la risposta giusta è: perche un vegetariano è eticamente superiore a chi mangia carne. Non abbiamo problemi a ritenere eticsmente sbagliata la posizione di chi stupra, tortura, ammazza e cannibalizza. Cosi come troviamo pazzesco difendere chi ha ideato e perpetrato l’olocausto. Come giustamente dice tra gli altri un noto attivista per i diritti animali, Gary Yourofsky, chi mangia carne si rende complice attivo di un olocausto animale, basato sulla stessa forma discriminatoria dell’altro, fondata sulla sua bestializzazione. La famosa domanda del maiale sulla zattera è di per se fallata perché presuppone come un dato di fatto la “difesa della specie” che farebbe in ogni caso propendere verso l’uccisione del maiale. Tale concezione è anch’essa,in realtà, una costruzione culturale: di fronte al pericolo, salveremmo uno sconosciuto o il nostro cane?
    Per chi compie una scelta vegetariana, può esserci una motivazione differente da quella degli altri: per qualcuno è dettata dal salutismo, per un altro dall’etica del “giusto”, per un altro da un ragionamento ambientalista. Ma c’e anche chi lo fa (e personalmente appartengo a quel gruppo) per profonda empatia nei confronti dell’altro: in tale processo di profonda comprensione dei sentimenti dell’essere “animale”, è già compreso un lavoro volto al superamento della convenzionale separazione dell’uomo dal resto dell’esistenza, quindi un supersmento dell’antropocentrismo e dell’egosintonia. Sono sempre più convinto che, per quanto utili siano le argomentazioni che smontano le costruzioni retoriche e culturali a difesa del nostro modo di vivere, il reale cambiamento si possa ottenere lavorando sull’allargamento della sensibilità e della capacità di empatizzare dell’essere umano. Io oggi non riuscire i mai a mangiare un pezzo di carne non perché razionalmente convinto della giustezza di tale scelta, ma perche intimamente addolorato dal dolore di quel qualcuno (e non qualcosa) il cui corpo è stato fatto a pezzi dopo enormi dolori. È l’empatia che mi rende vegetariano. O meglio sarebbe dire, che mi impedisce di nutrirmi della carne di un animale.
    Grazie mille.

    • Geniomaligno:

      due distinguo:
      1) personalmente reputo che qui ci sono troppe facili assimilazioni su alcuni crimini morali, che invece andrebbero ricontestualizzate. Mangiare un animale che non ho mai (o quasi) visto in vita, l’ho sempre visto con una mela in bocca e sui tavoli da pranzo, di cui etologicamente so pochissimo (l’ignoranza è una colpa? per la giurisprudenza sì, ma qui parliamo di etica), non ammazzato da me, un “me” facente parte di una cultura umana nella quale è da sempre una faccenda abbastanza usuale usare animali per cibo o alimentazione e usare specialisti per occuparsi della loro uccisione o del loro allevamento/sfruttamento… ebbene, tutto ciò non è equiparabile ad un omicidio, né ad uno stupro, né alla shoà, né crimini simili. Gary Yourofsky, in questo, sbaglia profondamente. Fare simili equiparazioni secondo me ci allontana dall’obiettivo comune (infatti fra gli onnivori spesso nasce un abbozzo di quel meccanismo molto noto agli psicologi come “colpevolizzazione degli accusatori”) ma
      oltre ciò non è corretto neanche epistemologicamente ed eticamente. La maggior parte degli onnivori, inoltre, non sarebbe in grado di uccidere l’animale di cui si nutre, poichè entrerebbe subito in empatia con lui se solo ci vivesse insieme un solo minuto.

      L’etica fra gli animali umani segue criteri diversi, c’è per esempio, fra le altre cose, un importante criterio che fra umani e i non umani non può esserci, e cioè la reciprocità (non che ci sia SEMPRE, ma c’è generalmente e almeno potenzialmente). Dunque, anche i giudizi morali dovrebbero essere diversi a seconda dei casi. Di ben altra solfa è un “assassinio” rispetto al consumare carne, ma non c’è bisogno neanche di scriverlo. Al limite (e qui non sono ironico, dico solo che stiamo parlando di problemi etici diversi), chiamerei un cacciatore “uccisore di un animale non umano”, l’assassinio è un altro problema. E chiamerei uno che si ciba di un animale ucciso da altri, o da una macchina, come “mangiatore di animali non umani uccisi”, non “cannibale”. Abbiamo molti problemi già nel diminuire la violenza nella nostra stessa specie, figurati quanto possa essere difficile generalizzare un tale atteggiamento etico anche “fuori” dai confini di specie e diventare antispecisti. Quindi, se pur di “crimine” o “problema morale” si tratta, non ne va data tale etichettatura, a prescindere dall’ecatombe quotidiana di vite animali. Spesso è proprio l’orrenda consapevolezza di tale ecatombe che ci fa dare tali etichette. Però, a ben guardare, ci sono tante cose da considerare per esprimere tali giudizi morali (aggiungo: il sistema produttivo di massa e meccanizzato che sta sostituendo anche il gesto scioccante dell’uccisione manuale delle vittime animali, il regime mediatico, gli interessi in gioco che tendono a normalizzare il tutto, il senso di impotenza che ci domina quando si assiste ad un sistema implacabile verso la sofferenza animale, ecc ecc ), così tante attenuanti che le cose divengono molto grigie e perdono i colori netti quando si parla di responsabilità o complicità individuali. Così come è una fallacia colpevolizzare una vittima, è altrettanto fallace attribuire per forza ad un “crimine” o ad un problema sociale una responsabilità certa oggettiva. Questa è l’altra medaglia dell’errore della “ipotesi del mondo giusto” e cioè il fatto che un problema, seppure enorme ed evidente come quello dell’ecatombe animale e della sofferenza animale, debba avere una responsabilità oggettiva altrettanto evidente, specie quando si parla di consumatori. Ma pure nella Germania nazista (ora lo faccio io il paragone improprio con la shoà) c’erano responsabilità diverse. Non si può dare la stessa responsabilità morale di Hitler, Himmler e Goring a tutta la nazione tedesca, cosa che ben si sapeva al processo di Norimberga. A me questa accusa di “siete come i nazisti” o siete “complici dei nazisti” che lanciano rispettivamente alcuni onnivori ai veg e alcuni veg agli onnivori sa molto di fallacia di “reductio ad hitlerum” (vedi anche “legge di Godwin”).

      2) in merito alla “superiorità”. A parte che creare misure e competizioni nell’etica (chi è migliore?) è fuori ogni discorso e discussione. Inoltre, per dare giudizi simili non servono “categorie”, come veg, onnivori ecc, ma è un discorso individuale. Io non sono una categoria, e i miei comportamenti globali (non solo rispetto agli animali non umani) non sono riassunti da una etichetta. Sembrerà scontato, ma la categoria “veg” generalmente può essere definita “superiore eticamente” solo se consideriamo come parametri esclusivi alcuni fini, e cioè evitare la sofferenza degli animali non umani, e procurare la salvezza dell’alterità animale boicottandone i consumi per cibo/vestiario. Rispetto a tali fini, sicuramente, c’è “superiorità”. Se però cambiamo fini e parametri di “misura”, le cose possono cambiare radicalmente. L’errore in questo caso è prendere una parte per il tutto, e la nostra vita etica ha diversi fini “valutabili” moralmente (certo non tutti i fini hanno lo stesso valore, ma non possiamo neanche pretendere di stabilire quale sia il più importante). Quindi, è una superiorità relativa ad uno scopo, per quanto importante. Del resto, credere anche nella sola possibilità di una qualche “superiorità etica assoluta” non ha senso. Personalmente cerco di evitare di dare giudizi etici sui comportamenti altrui in qualsiasi campo; e in questo specifico campo, cerco di evitare questa che credo sia una sorta di fallacia dell’alternativa morale: “o sei totalmente morale con gli animali non umani, oppure sei totalmente immorale (o moralmente inferiore)”

  • Salvo:

    X Geniomaligno

    Neanche Hitler conosceva tutti gli ebrei che ha fatto ammazzare.

    • Geniomaligno:

      sarebbe interessante, un giorno, parlare di Hitler, e cioè del sostituto moderno e post-moderno di satana. Compare in ogni nostro giudizio morale, quando vogliamo connotarlo di MALE ASSOLUTO. Parlare di Hitler, però, significa parlare di quanto fosse banale, mediocre, inetto, cinico ecc, altro che MALE ASSOLUTO. Sì, il male è banale. Era semplicemente al posto sbagliato, nel momento sbagliato. E se metti un banale, mediocre, inetto e cinico nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, nasce il Nazional Socialismo o simili. La frase “neanche Hitler conosceva” per quanto ironica coglie una verità di fondo: che l’esempio stesso mondiale di male assoluto aveva dei problemi molto comuni, che appartengono all’uomo medio, in parte a ciascuno di noi. Questa sarebbe una buona base di discussione per ogni problema etico, anche di etica animale. Se proprio si vuole partire da Hitler, naturalmente. Ogni altro uso di Hitler, nazismo e simili, in questo campo, ribadisco, è errato e controproducente.

  • Marta:

    Grazie per questo interessante articolo.
    Mi piacerebbe sapere anche come affrontare la simpatica obiezione “OK ma se devo cambiare le mie abitudini per il bene degli animali allora dovrei anche non avere uno smartphone, non acquistare e gettare prodotti in plastica, non lavarmi per non sprecare acqua, ecc ecc ecc…. fino a non respirare”. Quindi, visto che le cose da fare per essere “virtuosi” sono troppe, allora tantovale non fare nulla. Voi che rispondereste?

    • Geniomaligno:

      Marta, quella che citi (fra le altre cose, oltre a presupporre la fallacia del “tutto o niente”, vedi sopra) è una struttura retorica molto studiata dai filosofi di lingua anglosassone; si chiama tecnicamente Slippery Slope Argument, che possiamo tradurre con “piano inclinato” ma è spesso chiamata “effetto domino” ma anche “fallacia di brutta china”. C’è tanto materiale in rete su questa figura, posso consigliarti il sito dell’amica Silvia Molè a questa voce (in inglese) http://www.fallacielogiche.it/index.php?option=com_content&task=view&id=145&Itemid=153

      In due parole: il piano inclinato è un argomento ad effetto, quindi retorico, basato sul presupposto che ci sia un legame (un nesso casuale) tra A e B, poi tra B e C, poi, tra C e D, fino ad arrivare al legame D con F, F presentato come male assoluto. Dunque, se rifiuti di fare A, puoi evitare F, il male assoluto. Un esempio in contesto diverso dall’animalismo: “se darai a Gianni questo diritto, accadrà che domani comincerà ad ergersi sugli altri. Poi, comincerà a comandare, e quindi tu non varrai più niente nel gruppo”. Dunque, Gianni è legato retoricamente a “tu non verrai più niente”. In rete troverai esempi simili (su bioetica, razzismo, diritti minoranze, ecc, tutti sfruttano il piano inclinato).

      Inutile dirti che una cosa è la probabilità che una cosa avvenga, una cosa è che avverrà. E se avverrà, vanno dimostrati tutti i passaggi, (A con B, B con C, ecc) altrimenti è pura retorica. Il 99% delle volte, i passaggi, o i nessi casuali, o i legami, tra A e B ecc, sono solo apparenti, accomunati da qualcosa di simile ma non fondamentale, o formale ma non sostanziale.

      Fuor di retorica, aggiungo al tuo esempio: alcuni dei comportamenti che descrivi non sono concorrenziali; chi li mette in concorrenza fra di loro lo fa, come abbiamo visto, retoricamente, pensando al “tutto o niente”, e lo fa non in altre occasioni, ma solo quando si parla di sofferenza animale. Sospetto no? Il così detto “affanno” che viene pensando ai vari comportamenti etici è un’illusione prospettica e retorica, visto che nessuno esclude l’altro, visto che nessuno pretende coerenza massima (nessuno tranne chi ti accusa retoricamente), e visto che nessuno può essere corretto al 100%. Sarebbe già una grandissima vittoria etica riconoscere che il problema dell’alterità animale ESISTE, cosa che spesso negano gli accusatori retorici.

      Una buona partenza è, superando la dissonanza cognitiva, convivere con la propria incoerenza, con il proprio senso di colpa, relativo alla sofferenza animale; non negare il problema, né i fatti, riconoscere che il problema c’è, ed è enorme. Da questo difficile, ma importante, stato di grazia, ci si può incamminare in un percorso più etico riguardo gli animali non umani, non necessariamente etico al 100%.

      Il secondo passo è stabilire una gerarchia delle priorità (lo schema retorico da te citato mette sullo stesso piano cose e comportamenti molto diversi, alcuni inevitabili, altri facoltativi, altri non impellenti alla stessa maniera, alcuni non necessariamente legati ad un comportamento etico, e comunque non legati all’animalismo): qualsiasi atto umano, in una maniera o nell’altra, produce sofferenza, o danni, o squilibri. Detto questo, c’è molta differenza fra consumare acqua e consumare un prodotto ottenuto tramite l’uccisione, o l’aberrante e mostruoso sfruttamento di una creatura senziente. Una cosa è “sfruttare” il lavoro volontario e retribuito di un bracciante agricolo, altro è “sfruttare” la sofferenza e morte di un animale, quando si hanno cento mezzi alternativi per alimentarsi. Il COLTAN, in un telefonino, è purtroppo pressocché inevitabile, ma non è inevitabile mangiare carne. E niente mi vieta ogni tanto di trasgredire alla mia coerenza, l’importante è riconoscere e credere in alcune idee, in alcuni FATTI, e orientarmi verso di essi per quanto possibile. Come vedi, le casualità postulate ed abbozzate su un piano inclinato si smontano pezzo per pezzo, basta lavorarci un po’.

  • Luca:

    Complimenti per l’articolo! Io non sono vegetariano ma sto cercando di limitare il consumo di carne nel mio regime alimentare. Quando voglio acquistare un oggetto cerco di evitare tutto ciò che contenga parti di animali.

    Credo che il “problema” di fondo fra carnivori e non sia uno soltanto e mi permetto di scriverlo qui senza tanti giri di parole.

    Perché vuoi diventare, o sei diventato, vegetariano/vegano?

    Ecco, la risposta a questa domanda può dirci tanto sulla persona in questione.

    Se lo fai perché tieni alla tua salute, allora è probabile che tu viva la tua scelta in serenità e senza necessità di proiettarla sugli altri.

    Se invece rispondi alla domanda dicendo che lo fai per gli animali, per il pianeta, per la natura ecc ecc ecc… purtroppo in questo caso io non riesco a prenderti troppo seriamente e rischio di passare per quello che si oppone per principio.

    Nessuno salva niente. Viviamo tutti a discapito del prossimo (compresi gli animali), chi più e chi meno (bravo). Io cerco di farlo il meno possibile per quanto mi riesce, e lo faccio per stare bene in prima persona. Forse un giorno diventerò completamente vegetariano, ma la vedo dura.

    A tal proposito vorrei fare una domanda ai vegetariani/vegani più esperti.
    Cosa ne pensate delle diete basate sui gruppi sanguigni?
    Ne avete mai sentito parlare? Per esempio la storia secondo la quale il gruppo 0 apparterrebbe al “cacciatore” il quale si cibava prevalentemente di carne… e così via!

  • Francesca:

    Luca di certo la scelta vegetariana non è sufficiente per cambiare il mondo ma sicuramente contribuisce a migliorarlo e a ridurre la sofferenza più che la logica del menefreghismo bastata sul concetto “non faccio nessuno sforzo perché tanto non serve a niente e il mondo non cambierà mai”….questo può essere applicato ad ogni ambito della vita, fare poco e sforzasi di farlo ogni giorno è infinitamente meglio che fare niente, è un po come rifiutarsi di salvare una persona o un animale che sta annegando perché tanto “migliaia di animali e persone stanno annegando senza che nessuno li salvi”….dei gruppi sanguigni non so dirti

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