Anelli dell’Io, di Douglas Hofstadter. Una recensione di Stefano Comito

Il titolo originale del libro è “I’m a strange loop” (2007)

Douglas Hofstadter è un brillante neuroscienziato, filosofo e divulgatore scientifico che insegna psicologia e informatica all’Università dell’Indiana negli Stati Uniti. Anelli nell’Io è un’opera recente, infatti, è pubblicata nel 2008 a molti anni di distanza dal saggio che ha fatto conoscere Hofstadter al mondo intero, ossia, Gödel, Escher, Bach o GEBHofstadter ammette che Anelli nell’Io nasce anche sull’onda emotiva di GEB, poiché ha sempre avuto l’impressione che il messaggio centrale contenuto in Gödel, Escher, Bach non sia mai stato compreso in tutta la sua pienezza. Tuttavia, GEB non è l’unica opera che ha reso famoso Hofstadter; molto prolifica e intensa è stata la sua collaborazione con Daniel Dennett insieme con il quale, nel 1981, ha contribuito alla pubblicazione dell’opera L’io della mente che ottenne molto successo. L’influenza della collaborazione con il filosofo americano si ripercuote nelle idee di Hofstadter e si riscontra anche in Anelli nell’Io in cui il capitolo XVI è dedicato interamente allo scambio di e-mail tra i due in un periodo buio della vita di Hofstadter, ovvero, quello successivo alla scomparsa della moglie Carol.

Nei primi otto capitoli il tentativo di Hofstadter è di criticare una concezione fisicalista dell’io o coscienza o “luce interiore”; inoltre, è presente la tematica del vegetarianismo, una regola di vita che ha abbracciato fin da quando era giovane. Nei capitoli 9-10 è discussa l’autoreferenzialità e paradossalità scoperta da Kurt Gödel, di alcune proposizioni, all’interno del sistema dei Principia Mathematica di Russell e Whitehead. Nei capitoli successivi è analizzato come l’analogia può aiutare a creare significati ulteriori e nascosti, è trattato diffusamente il tema dell’io e dei vari sé presenti nell’io di ciascuno di noi, l’inconsistenza del dualismo e l’illusorietà del libero arbitrio. Infine nell’ultimo capitolo Hofstadter si lascia andare a conclusioni etiche che riguardano soprattutto la magnanimità e l’amicizia e il rapporto che sussiste tra consapevolezza cognitiva e coscienza morale.

Il libro è ricco di metafore e analogie, non a caso la creatività del pensiero analogico, che Hofstadter definisce uno degli strumenti della cognizione umana per indagare la realtà, è al centro dei suoi studi. Tuttavia, il saggio non è solo intriso di analogie ma anche in misura minore di due dialoghi, come quello che nasce nel cap.20, incui si scontrano, da una parte il nostro autore, e dall’altra un immaginario lettore scettico nei confronti delle idee del libro e che termina con una risposta negativa nei riguardi di quella voce interiore che, in ognuno di noi, reclama con insistenza l’esistenza di un io o di una “prima persona” contro qualunque affermazione che tutto ciò possa essere un’illusione o semplicemente il risultato di qualche processo fisico. L’opera intreccia riflessioni autobiografiche, filosofia, psicologia e alcuni spunti di logica, ma può essere considerato come un saggio di filosofia della mente, aperto anche ai non specialisti della materia, per la profondità con la quale il nostro autore tratta i temi presenti nell’opera.

Il pensiero di Hofstadter incarna il sogno della psicologia cognitiva di indagare la mente umana senza tenere conto del sostrato fisico che la implementa, quindi della sostanza che ne è alla base. Soprattutto nei primi otto capitoli è criticato, in alcuni punti, il pensiero del filosofo americano John Searle, già acerrimo rivale di Daniel Dennett. Searle sostiene che per capire il funzionamento della mente umana e per comprendere la nascita della coscienza dobbiamo riferirci al sostrato biologico, la mente emerge dal comportamento di miliardi di neuroni. Insomma, secondo Searle il mistero della coscienza è affidato a una neurobiologia più evoluta. Secondo Hofstadter, invece, il mondo microscopico non rende conto del fatto che noi nella vita di tutti i giorni ragioniamo facendo a meno di questo livello e riferendoci secondo termini di grandezza macroscopici: “Questa è la ragione per cui è molto più naturale per noi dire che una guerra è stata scatenata per motivi religiosi o economici, che non cercare di immaginare una guerra come un vasto pattern di particelle elementari interagenti, cercando poi di pensare in quei termini […], sebbene i fisici possano sostenere che l’unico “vero” livello di spiegazione sia quello” (pag.53). Il riduzionismo dei fisici è inesorabile e troppo dettagliato per spiegare entità astratte come l’io, l’ES, il super-io, i concetti, la grammatica della propria lingua o anche solo il senso dell’umorismo. Perciò secondo Hofstadter dobbiamo fare un balzo più avanti, a un livello più alto e più astratto rispetto a una storia che ha come protagonisti neuroni, assoni, dendriti, collegamenti sinaptici. Ciò che conta per attribuire una coscienza o un io a un organismo non sono le cellule o la sostanza, non la materia, ma i pattern di organizzazione.

L’idea di Hofstadter è che l’io nasce da uno strano anello all’interno del nostro cervello come il risultato di un intricato gioco di specchi, o meglio sorge dalla capacità dell’essere vivente di percepire alcuni aspetti del proprio ambiente e di ritorcere la percezione dell’ambiente verso se stesso, grazie anche al livello di complessità raggiunto: “Dopotutto l’unica cosa che un essere che sta lottando per la propria sopravvivenza trova sempre nel suo ambiente è…se stesso” (pag.98).  La nostra vita interiore, il nostro io, sorge allora dalla percezione la quale nel suo tragitto verso l’interno dei cervelli attiva dei simboli, che sono entità sopra il livello materiale e che corrispondono ai concetti. Nell’essere umano la capacità di concettualizzare, di categorizzare e rappresentare è schizzata alle stelle rispetto alle altre specie viventi, come i cani e le scimmie, che hanno un repertorio veramente molto limitato di categorie e concetti. Nel cervello dell’uomo, invece, i concetti hanno una struttura annidata il che vuol dire che un concetto può implicarne un altro e così via, tanto che, da un repertorio limitato, è sorta un’estensione concettuale pressoché senza confine, capace di rappresentare sia il mondo esterno sia quello interno. L’io è quindi questo strano anello ed è strano perché il nostro cervello ha la capacità di rappresentarsi fenomeni di complessità illimitata e quindi di ritorcersi su se stesso, ma è anche incapace di percepire la realtà che sta sotto a quella simbolica, un’incapacità che ci spinge: “Ad allucinare una profonda scissione tra il mondo materiale […] e un mondo astratto pervaso d’intenti fatto di speranze e convinzioni e gioie […] nel quale sembrano regnare tipi di causalità radicalmente diversi” (pag.250).  L’io non è concreto o palpabile ma è un’astrazione che ci appare tremendamente reale, è un simbolo connesso con altri simboli che “Nasce scarno ma che cresce fino a diventare la struttura astratta più importante fra tutte quelle che risiedono nei nostri cervelli” (pag.223).

Hofstadter fa molte analogie per farci comprendere cos’è un io come quella del feedback visivo o quello audio, ma l’analogia più importante concerne la scoperta da parte di Gödel di una struttura più elevata all’interno dei Principia Mathematica di Russell e Whitehead. Gödel scoprì, infatti, il modo di far ritorcere su se stesso l’intero sistema di Russell che al livello del logico austriaco appare incompleto e non immune ai paradossi nel momento in cui sono formulate proposizioni autoreferenziali: “Proprio come Bertrand Russell venne colto alla sprovvista dalla comparsa inattesa di significati gödeliani di alto livello nel cuore della sua roccaforte ultraprotetta dei Principia Mathematica, allo stesso modo chi non avesse mai concepito di considerare i cervelli ad altri livelli se non a quello degli spruzzi di sostanze chimiche […] sarebbe assai sorpreso dall’emergere dei simboli” (pag.241). Tuttavia, se il mio cervello cerca costantemente di concettualizzare, categorizzare e cogliere l’essenza delle cose in una danza simbolica, al suo interno chi percepisce questa danza? Esiste un io che funge da percettore del mondo esterno e interno? Ebbene, secondo il filosofo americano l’io non è una sostanza, non è una proprietà che può esistere a prescindere dalla complessità rappresentazionale e simbolica del cervello, è qualcosa inventato dal cervello stesso: “ […] Il tuo cervello come il mio ha inventato per assoluta necessità, qualcosa che chiama “io”[…] il tuo cervello ha abbindolato se stesso. L’io […] è un’efficacissima illusione, e lasciarci irretire da questa illusione ci garantisce favolose chance di sopravvivenza” (pag.353). L’io secondo questa prospettiva è semplicemente un mito utile agli esseri umani per vivere la propria esistenza senza preoccuparsi dell’attività sub-simbolica, ossia di quella a livello microscopico, di particelle elementari della realtà fisica, ricca di regolarità causali, che ci condannerebbe a un’esistenza priva di strutture significanti, al contrario del senso pregnante che attribuiamo alle nostre convinzioni e ai nostri desideri che sorgono a un livello più alto di astrazione. E’ un mito che nasce dalla constatazione della discrepanza tra le dure leggi della fisica che sembrano racchiudere tutto l’universo e l’esistenza di cose vaghe e indistinte chiamate “io” che ci appare reale e incontrovertibile e che sembra volere sfuggire al rigido determinismo fisico. L’idea della favola dell’io è centrale anche all’interno del taoismo o dello zen che hanno cercato di liberarsi della sua paradossalità e di smantellarlo per raggiungere quello stato di spersonalizzazione cui tendono gli aspiranti zen. Tuttavia, per Hofstadter non c’è niente da fare nemmeno in questo caso nel senso che la nozione di io è fin troppo radicata nelle nostre convenzioni sociali e linguistiche per poterne fare a meno, è troppo importante, almeno finché, non avremo portato a compimento una rivoluzione di tipo copernicano anche all’interno della nostra visione di noi stessi.

Come detto in precedenza, la morte della moglie Carol ha profondamente scosso l’animo di Hofstadter e pur ammettendo che l’ipotesi più coerente è che alla fine della nostra vita torneremo nel nulla, il filosofo americano sostiene che nell’io di ciascuno di noi albergano vari e molteplici sé delle persone che ci sono vicine, rappresentazioni in parte fedeli di chi abbiamo conosciuto cosicché il nostro cervello è abitato in misura minore da altri io, da altre anime. Pur tenendo conto che anche un sé è semplicemente un concetto, un simbolo più complesso di altri, ciò lo conduce all’affermazione che: “L’essenza di un essere umano […] è distribuita in un gran numero di cervelli. Ci vogliono un paio di generazioni perché un’anima si estingua, perché lo scintillio cessi, perché tutte le braci si spengano. Anche se il monito “cenere alla cenere e polvere alla polvere” può alla fine essere vero, il passaggio che descrive non è così netto e acuto come tendiamo a pensare” (pag.332).

Gli ultimi capitoli sono dedicati a scardinare l’idea di un approccio dualista alla realtà, che porterebbe diritto a una concezione magica e misteriosa del mondo che ci circonda, e ad abbattere quella che Hofstadter definisce una delle “vacche sacre” del pensiero filosofico, ossia, il libero arbitrio che il filosofo e neuroscienziato americano definisce una pura illusione, in quanto, i nostri desideri sono sempre in contrasto con gli ostacoli che la realtà ci pone di fronte. Da Hume fino ai giorni nostri, passando per Dennett e Hofstadter, il pensiero filosofico – scientifico ha smantellato le nostre certezze sull’io e sulla coscienza, sull’interiorità e la soggettività, ci verrebbe da chiedere: dov’è finito l’Io? Qualcosa che sembrava essere certo e intimamente indubitabile è ora senza fondamenta relegato alla stregua di un mito. Come direbbe Hofstadter nell’ultimo capitolo delle sue profonde riflessioni: “Sospesi a metà tra l’inconcepibile immensità cosmica dello spazio-tempo relativistico e il guizzare elusivo e indistinto di cariche quantiche, noi esseri umani, più simili ad arcobaleni e miraggi che ad architravi o macigni, siamo imprevedibili poemi che scrivono sé stessi vaghi, metaforici, ambigui, e a volte straordinariamente belli” (pag.434).

Stefano Comito

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