La figlia di Carrie Buck, di Stephen Jay Gould

Prima di essere una toccante storia umana, questo brano è un giallo. Un giallo storico risolto solo recentemente grazie ad indagini in vecchi archivi. E’ la storia di Carrie Buck, la prima donna statunitense (la prima di una lunga serie) a cui venne praticata, in maniera ufficiale, una sterilizzazione eugenetica coatta da parte del proprio governo. E’ una storia, a livello di gender, principalmente di donne, ma più genericamente di poveri, di classismo, di razzismo ed eugenetica, di darwinismo sociale, ambientata negli USA, prima ancora che la Germania nazista applicasse e sviluppasse in maniera orrendamente originale questi protocolli medici che provenivano (anche) da oltre oceano, e che non termineranno certo con la fine della Germania hitleriana. Una storia che parla anche di scienza, quell’impresa e quel fenomeno sociale che spesso legittima ideologicamente se stesso presentandosi col camice bianco: asettico, apolitico ed imparziale. Questa storia, e non poteva essere altrimenti,  è narrata da un grande scienziato: il divulgatore, paleontologo, naturalista e darwinista Stephen Jay Gould. Per gentile concessione della casa editrice Feltrinelli, presentiamo il piccolo saggio di Gould intitolato “La figlia di Carrie Buck”, apparso in italiano nella bellissima raccolta (link) “Il sorriso del fenicottero”, Feltrinelli (1987). La traduzione del piccolo saggio è di Lucia Maldacea.

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Il Signore lo mise per iscritto all’inizio di quel prototipo di ogni prescrizione che sono i Dieci Comandamenti:

… perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano … (Esodo, 20:5).

L’aspetto terribile di questa enunciazione è l’evidente ingiustizia: la promessa di punire una discendenza innocente per i misfatti compiuti dai suoi lontani antenati. Una differente forma di colpevolezza per associazione genealogica cerca di rimuovere questo marchio di ingiustizia rinnegando una premessa tanto cara al pensiero occidentale: il libero arbitrio. Se la discendenza è contaminata non soltanto dalle cattive azioni degli antenati, ma anche da una forma materiale di male, che si trasferisce direttamente per eredità biologica, la “colpa dei padri” diventa allora un segnale o un avvertimento per un probabile comportamento scorretto dei figli. Così Platone, mentre da una parte negava che i figli dovessero soffrire direttamente per i misfatti compiuti dai loro genitori, dall’altra era d’accordo che un uomo, il cui padre, nonno e bisnonno erano stati tutti condannati a morte, venisse messo al bando.

Forse è una pura coincidenza che sia Geova sia Platone abbiano scelto tre generazioni come criterio per stabilire differenti forme di colpevolezza per associazione. Ma noi conserviamo una forte tradizione popolare o vernacolare, che ci fa vedere in un fatto che si ripete tre volte la prova minima che una cosa è regolare. l mali, si dice, vengono in tre. Due può essere un’associazione accidentale; tre rientra in uno schema preciso. Forse, allora, non dovremmo meravigliarci  che li più famoso verdetto di colpevolezza per consanguineità si basasse sullo stesso criterio. Sto accennando alla difesa che Oliver Wendell Holmes fece della sterilizzazione obbligatoria in Virginia (decisione della Corte suprema, nel 1927, nel processo Buck v. Bell): “tre generazioni di imbecilli bastano”.

Le restrizioni sull’immigrazione, con quote nazionali poste come discriminazione contro coloro che erano ritenuti non idonei mentalmente,  in base alle prime versioni dei test per il QI, segnarono il massimo trionfo del movimento americano di eugenetica: cioè di quella teoria dell’eredità così piena di pecche, così popolare all’inizio del secolo e per nulla estinta oggi (si veda il prossimo saggio), che cercava di “migliorare” il nostro ceppo umano, impedendo la moltiplicazione di coloro che erano ritenuti non idonei sotto il profilo biologico e incoraggiando, invece, la procreazione tra i presunti idonei. Ma il movimento per emanare e far osservare le leggi per una sterilizzazione “eugenetica” obbligatoria ebbe un impatto e un successo certamente non meno pronunciati. Se riuscivamo a tener lontani dalle nostre coste gli incapaci e gli stupidi. potevamo anche impedire la moltiplicazione di coloro che erano in ugual misura minorati, ma già presenti nella nazione.

Il movimento in favore della sterilizzazione obbligatoria prese l’avvio con grande serietà nell’ultimo decennio dell’Ottocento, incoraggiato da due importanti fattori: la nascita dell’eugenetica come movimento politico influente e la perfezione di interventi chirurgici sicuri e semplici (la vasectomia per gli uomini e la salpingectomia, resezione e legatura delle tube uterine, per le donne) che sostituivano la castrazione e altre forme di mutilazione inaccettabili dal punto di vista sociale. Lo stato dell’Indiana sancì nel 1907 la prima legge in favore della sterilizzazione, basata su principi eugenetici (in precedenza, alcuni stati avevano ingiunto la castrazione come misura punitiva per certi crimini a sfondo sessuale, anche se leggi del genere venivano fatte rispettare raramente e, di solito, ne venivano rovesciati gli effetti in seguito a una revisione giudiziaria). Come numerose altre leggi che sarebbero venute dopo, quella legge provvedeva a far sterilizzare gente malata che era sotto l’assistenza sanitaria dello stato: o ricoverati in ospedali psichiatrici e in case di cura per malattie mentali o carcerati. La sterilizzazione poteva essere imposta a individui giudicati insani, idioti, imbecilli, deficienti appena sotto la normalità e a stupratori o criminali condannati, quando lo raccomandava una commissione di esperti.

Già negli anni trenta più di trenta stati avevano sancito analoghe leggi, spesso accompagnate da una estesa lista di cosiddetti difetti ereditari, in cui erano compresi, in alcuni stati, l’alcolismo e la tossicodipendenza e, in altri, perfino la cecità e la sordità. Queste leggi erano continuamente messe in discussione e raramente, nella gran parte degli stati, venivano fatte osservare. Soltanto la California e la Virginia le applicarono con zelo. Già nel gennaio 1935 qualcosa come 20.000 sterilizzazioni “eugenetiche” coatte erano state eseguite negli Stati Uniti, e quasi la metà di esse in California. Nessuna organizzazione mai si batté per queste leggi più chiassosamente e con maggior successo dell’ Eugenics Record Office, il braccio semiufficiale, e miniera di dati, del movimento eugenetico d’America. Harry Laughlin, soprintendente di quell’ufficio, dedicò la maggior parte della sua carriera a un’instancabile campagna di propaganda scritta e di pressioni in favore della sterilizzazione eugenetica. Egli sperava, quindi, di eliminare in due generazioni i geni di quello che chiamava il “decimo sommerso” o “il più spregevole decimo della nostra popolazione attuale”. Nel 1922, egli propose una “legge modello per la sterilizzazione”, intesa

a impedire la procreazione di persone non idonee sotto l’aspetto sociale a causa di difetti ereditari, autorizzando e provvedendo alla sterilizzazione eugenetica di certi genitori potenziali con caratteri ereditari degenerati.

Formulario di un ospedale della Virginia per la sterilizzazione sessuale

Questa legge modello divenne il prototipo per la maggior parte delle leggi che furono promulgate in America, anche se alcuni stati arrivarono anche più in là, come Laughlin suggeriva. (Le categorie di Laughlin comprendevano “i ciechi, compresi quelli che avevano un senso della vista gravemente deteriorato; i sordi, compresi quelli che avevano un senso dell’udito gravemente deteriorato; e individui che dovevano dipendere da altri, come gli orfani, gli inetti, i senzatetto, vagabondi e gli indigenti”). I suggerimenti di Laughlin furono tenuti in gran conto nella Germania nazista, dove la legge modello ispirò l’infame Erbgesundheitsrecht, che fu fatta osservare rigidamente e che condusse, alla vigilia della seconda guerra mondiale, alla sterilizzazione di circa 375.000 persone, la maggior parte perché affetta da “frenastenia congenita”, ma comprendenti anche quasi quattromila ciechi e sordi.

La campagna per la sterilizzazione eugenetica coatta in America raggiunse il culmine e il massimo della rispettabilità nel 1927, quando  la Corte suprema, con una votazione di otto favorevoli e un contrario, approvò la legge della Virginia per la sterilizzazione in Buch v. Bell. Oliver Wendell Holmes, il più celebre giurista d’America, allora sugli ottantacinque anni, espresse  per iscritto l’opinione della maggioranza nel suo abituale stile brillante ed efficace. Vi incluse anche il noto paragrafo con l’agghiacciante battuta finale, citata da allora come la quintessenza dei principi eugenetici. Ricordando con orgoglio le sue lontane esperienze come soldato di fanteria nella Guerra civile, Holmes scriveva:

Abbiamo visto più di una volta che il bene comune può esigere dai migliori cittadini il dono della loro stessa vita. Sarebbe strano che non potesse fare affidamento su coloro che già minano la forza dello stato per un sacrificio che per loro sarebbe minore…  Sarebbe meglio per tutto il mondo se, invece di aspettare a giustiziare per i loro crimini discendenti degenerati o di far vegetare degli imbecilli, la società impedisse a coloro che sono chiaramente non idonei di dare un seguito alla loro schiatta. Il principio su cui poggia la vaccinazione obbligatoria è abbastanza ampio da coprire anche la resezione delle tube uterine. Tre generazioni di imbecilli bastano.

Chi erano, dunque, le famose “tre generazioni di imbecilli” e perché dovrebbero ancora indurci a interessarci di loro? Quando lo stato della Virginia, nel 1924, promulgò la legge per Ia sterilizzazione coatta, Carrie Buck, una giovane bianca di diciotto anni,  viveva come ospite non volontaria alla State Colony for Epilectics and Feeble-Minded. Come prima persona scelta per essere sterililizzata in base alla nuova legge, essa si trovò al centro di una sfida alla costituzione, lanciata in parte da cristiani conservatori della Virginia che sostenevano (a parere dei “modernisti” della eugenetica) punti di vista antiquati circa il diritto di scelta del singolo e la “benevolenza” dello stato.  (Le etichette politiche semplicistiche non sono valide in questo caso, e raramente lo sono, in generale, per il seguente motivo. Abitualmente consideriamo l’eugenetica un movimento conservatore e coloro che la criticano più aspramente esponenti della sinistra. Questo allineamento ha tenuto, in generale, nel nostro decennio. Ma l’eugenetica, osannata ai suoi tempi come l’ultimo grido nel campo del modernismo scientifico, attrasse molti liberaIi e annoverò tra i tanti critici più rumorosi gruppi spesso etichettati come reazionari e antiscientifici. Se da questa mutevolezza di fedeltà a un’idea può emergere una qualsiasi lezione politica, potremmo prendere in considerazione l’inalienabilità di certi diritti umani.)

Ma perché Carrie Buck si trovava nella State Colony e perché venne prescelta? Oliver Wendell Holmes sostenne la scelta che fu fatta di lei, ritenendola assennata, nelle righe di introduzione al giudizio che espresse nel 1927:

Carrie Buck è una donna bianca frenastenica, affidata alla State Colony .. Essa  è figlia di una donna nelle stesse condizioni e internata nello stesso istituto, ed è madre di una bimba illegittima pure frenastenica.

In breve, il punto cruciale era la trasmissione ereditaria (di fatto la forza motrice di tutta l’eugenetica): se il deficit mentale che era stato misurato fosse derivato da malnutrizione, sia del corpo sia della mente, e non da geni alterati, come poteva essere giustificata la sterilizzazione? Se una buona alimentazione, un’educazione, cure mediche e un’istruzione adeguate potevano fare della figlia di Carrie Buck una cittadina del lutto rispettabile, come poteva lo stato della Virginia giustificare la salpingectomia di Carrie contro la sua volontà ? (Alcune forme di deficit mentale vengono trasmesse per via ereditaria  lungo le linee di discendenza familiari, ma la maggior parte no: una conclusione non molto sorprendente quando consideriamo le migliaia di insulti che subiamo nel corso della nostra esistenza, dalle anomalie nel corso dello sviluppo embrionale ai traumi della nascita, alla malnutrizione, al rifiuto e alla povertà. In ogni caso, nessuna persona  imparziale presterebbe fede, oggi, ai criteri sociali di Lauhlin per l’identificazione dei deficit ereditari – i buoni a nulla, i senzacasa, i vagabondi, i poveri – anche se vedremo presto che Carde Buck fu internata proprio in base a questi criteri.)

Quando il caso di Carrie Buck divenne il banco di prova per la legge della Virginia, i grandi sacerdoti dell’eugenetica capirono che era giunto il tempo di assumere una posizione precisa sull’argomento cruciale dell’eredità. Così l’Eugenics Record Office inviò in Virginia Arthur H. Estabrook, il loro eccellente osservatore, per studiare scientificamente il caso. Lo stesso Harry Laughlin depose al processo e la sua memoria in favore dell’eredità fu presentata al tribunale locale che confermò la legge della Virginia e in seguito avanzò lentamente verso la Corte suprema come Buck v. Bell. Laughlin fece due obiezioni importanti alla corte. In primo luogo, disse che Carrie Buck e la madre, Emma Buck, erano state giudicate frenasteniche in base al test di Stanford·Binet per il Qi, allora ai primi passi. Carrie aveva ottenuto un punteggio corrispondente a una età di nove anni, Emma un punteggio corrispondente a un’età di sette e undici mesi. (Questi valori si situavano tecnicamente, secondo le definizioni dell’epoca, nell’ambito degli “imbecilli“. Da qui la scelta successiva del termine da parte di Holmes, anche se la sua espressione ignobile è spesso citata erroneamente come “tre generazioni di idioti”. Gli imbecilli avevano un’età mentale dai sei ai nove anni; gli idioti davano prestazioni peggiori e i deficienti migliori, per usare approssimativamente la vecchia nomenclatura del deficit mentale).

Laughlin sostenne anche che quasi sempre la frenastenia risiede, ineluttabilmente, nei geni e che il caso di Carrie Buck rientrava sicuramente in questa maggioranza. Così disse:

In generale, la debolezza mentale è provocata dalla trasmissione ereditaria di qualità degenerate; talvolta, però, potrebbe essere causata da fatti ambientali che non sono ereditari. Nel caso in questione, vi sono molte indicazioni che la debolezza mentale e la delinquenza morale di Carrie Buck fossero dovute in primo luogo all’eredità e non all’ambiente.

La figlia di Carrie Buck fu allora, e lo è sempre stata in seguito, la figura chiave di questo caso penoso. All’inizio di questo saggio ho mostrato che tendiamo (spesso a nostro rischio) a considerare due come potenziale accidente e tre come uno schema prefissato. La presunta imbecillità di Emma e di Carrie sarebbe potuta essere una coincidenza sfortunata, ma la diagnosi di un analogo deficit mentale per Vivian Buck (fatta da una assistente sociale, come vedremo, quando la bimba aveva solo sei mesi) fece inclinare la bilancia dalla parte di Laughlin e indusse Holmes a dichiarare che la linea di discendenza dei Buck era essenzialmente corrotta da un deficit ereditario. Vivian completava il quadro: tre generazioni di imbecilli bastano. Per di più, se non fosse stata una figlia illegittima, il caso (in entrambi i sensi) non sarebbe mai nato. Oliver Wendell Holmes guardava con orgoglio il lavoro che aveva compiuto. L’uomo così rinomato per il suo principio di repressione legale, colui che aveva proclamato che la libertà non deve essere tolta senza che vi sia un “pericolo chiaro e presente”, per non incorrere nel rischio di urlare “AI fuoco, al fuoco”, in un teatro gremito di gente, senza che ciò sia vero, scrisse a proposito del suo giudizio in Buck v. Bell: “Sentivo che mi stavo approssimando al primo principio della riforma reale.” E così Buck v. Bell rimase per cinquant’anni una nota a piede di pagina di un momento della storia americana che forse sarebbe meglio dimenticare.

Quindi, nel 1980, tornò alla ribalta per far rimordere la nostra coscienza collettiva, quando K. Ray Nelson, allora direttore del Lynchburg Hospital dove Carrie Buck era stata sterilizzata, cercando tra i documenti di quell’ente, scoprì che vi erano state effettuate più di 4000 sterilizzazioni, l’ultima delle quali ancora nel 1972. Egli trovò anche Carrie Buck, viva e vegeta vicino a Charlottsville, e sua sorella Doris, nascostamente sterilizzata in virtù della stessa legge (le era stato detto che doveva essere operata di appendicite), e ora, con fiera dignità, depressa e amareggiata perché avrebbe desiderato un figlio più di qualsiasi altra cosa nella vita e, da vecchia, aveva talmente finalmente saputo perché non era mai riuscita a concepire. Quando studiosi e cronisti si recarono a visitare Carrie Buck e la sorella, quello che solo alcuni esperti avevano saputo da sempre divenne chiarissimo a tutti. Carrie Buck era una donna di intelligenza evidentemente normale. Per esempio, Paul A. Lombardo della School of Law all’Università della Virginia, un eminente studioso di Buck v. Bell, mi scrisse h una lettera:

Quando la incontrai, Carrie leggeva ogni giorno i quotidiani e si trovava regolarmente con m’amica più istruita per farsi aiutare nel risolvere le parole crociate. Non era certo una donna sofisticata e mancava di qualità sociali, ma gli esperti di sanità mentale che la esaminarono in età avanzata confermarono le mie impressioni secondo le quali essa non era né affetta da una malattia mentale né ritardata.

In base a quali prove, allora, Carrie Buck era stata affidata alla State Colony for Epilectics and Feeble-Minded il 23 gennaio 1924? Ho Ietto gli atti dell’udienza in cui fu deciso l’affidamento: essi sono, a dir poco, superficiali  e contraddittori. Non fu presentata alcuna prova, oltre ai semplici e non documentati “si dice” dei suo genitori adottivi e alla sua breve apparizione dinnanzi a una commissione di due medici e di un giudice di pace. Non era stato usato neppure il test, primitivo e grossolano, di Stanford-Binet, così fatalmente imperfetto come misurazione di un valore innato (si veda ancora il mio Iibro The Mismeasure of Man, anche se è sufficiente la prova fornita dal caso Carrie),  ma perlomeno rivestito da un’aura di rispettabilità quantitativa.

Quando capiamo perché, nel gennaio 1924, Carrie Buck fu affidata alla State Colony, possiamo finalmente afferrare il significato nascosto del suo caso e il messaggio che questo contiene per noi oggi. La chiave silenziosa, di nuovo come all’inizio, è la figlia Vivian, nata il 28 marzo J924 e, a quell’epoca, nient’altro che un’evidente prominenza del suo ventre. Carrie Buck era uno dei diversi figli illegittimi di Emma Buck. Fu allevata dai genitori adottivi. J. T. e Alice Dobbs, e continuò a vivete con loro da adulta, aiutando nelle faccende domestiche. Fu violentata da un parente dei Dobbs e quindi incolpata per Ia gravidanza che ne conseguì. Quasi sicuramente fu affidata a un istituto (come i genitori dicevano) per nascondere la sua vergogna (e l’identità del suo violentatore), e non perché scienziati illuminati avessero scoperto il suo vero stato mentale. ln breve, fu allontanata per mettere al mondo il bambino e il suo caso non riguardò mai il deficit mentale: Carrie Buck fu perseguitata per presunta immoralità sessuale e devianza sociale. Le cronache deI suo processo trasudano del disprezzo della società bene per la gente povera di “facili costumi”. Chi realmente si prese cura di vedere se Vivian era una bambina di intelligenza normale? Essa era figlia illegittima di una donna a sua volta nata illegittimamente. Due generazioni di bastardi erano abbastanza. Harry Laughlin cominciò la sua “storia familiare” dei Buck scrivendo: “Questa gente appartiene alla classe di antisociali bianchi del Sud che sono indolenti, ignoranti e spregevoli”. Sappiamo poco di Emma Buck e della sua vita, ma abbiamo tante ragioni di dubitare del suo reale deficit mentale quante ne abbiamo avute  per la figlia Carrie. La loro presunta devianza era di ordine sociale e sessuale; l’imputazione di imbecillità era una copertura, a dispetto del giudice Holmes.

Veniamo ora al punto cruciale del caso: la figlia di Carrie, Vivian. Quale prova è mai stata addotta per dimostrare il suo deficit mentale? Questa e solo questa: al primo processo, alla fine del 1924, quando Vivian Buck aveva solo sette mesi, una certa Miss Wilhelm, assistente sociale della Croce Rossa, comparve dinanzi alla Corte e cominciò a esporre lealmente la vera ragione per la quale Carrie Buck era stata affidata alla State Colony:

Il signor Dobbs, che aveva adottato la ragazza (l’aveva presa quando era piccola), aveva riferito a Miss Duke (segretaria provvisoria per l’assistenza pubblica per la contea di Albemarle) che Carrie era incinta e che lui voleva affidarla a qualcuno, voleva mandarla in qualche istituto.

Miss Wilhelm pronunciò quindi il suo giudizio su Vivian Buck, confrontandola con la nipotina normale della signora Dobbs, che era nata appena tre giorni prima di Vivian:

E’ difficile giudicare le possibilità di una bambina così piccola, ma mi sembrava che essa non sia propriamente una bambina normale. Per l’aspetto. Devo dire che, forse, il fatto di conoscere la madre può influenzarmi sotto questo punto di vista, ma ho visto la bambina assieme alla bambina della figlia della signora Dobbs, che ha tre giorni soltanto più di lei, e tra le due c’è una differenza molto marcata nello sviluppo. Ciò è accaduto circa due settimane fa. Vi è qualcosa nell’apparenza che non è perfettamente normale, ma che cosa sia esattamente non riesco a dire. 

Questa breve testimonianza, e nulla più, fu tutta la prova contro quella cruciale “terza” generazione di imbecilli. Esami incrociati rivelarono che né Vivian né la nipotina dei Dobbs potevano camminare o parlare e che “la bambina della figlia della signora Dobbs reagisce con molta prontezza. Quando giocate con lei o cercate di attirare la sua attenzione, è una bambina che partecipa. L’altra no. Sembra molto apatica e non reagisce con prontezza”. A questo punto, Miss Wilhelm chiese con insistenza la sterilizzazione di Carrie Buck: “Io penso”, disse, “che perlomeno impedirebbe la propagazione della sua razza”. Diversi anni dopo, Miss Wilhelm negò di aver mai esaminato Vivian o di averla giudicata frenastenica. Purtroppo, Vivian morì all’età di otto anni per “enterocolite” (come fu registrato sul certificato di morte), una diagnosi che poteva significare molte cose, ma poteva anche indicare che essa era stata vittima di quelle malattie infantili legate alla povertà e che sono prevenibili  (uno spietato ricordo dell’argomento è contenuto in  Buck v. Bell). Pertanto, essa è una testimone muta nel nostro tentativo di riconsiderare quel caso famoso.

Quando Buck v. Bell ritornò a galla nel 1980, mi colpì immediatamente il  fatto che il caso di Vivian fosse stato decisivo e che la prova dello stato mentale di una bambina morta all’età di otto anni poteva essere trovata sulle pagelle di scuola. Pertanto ho cercato di rintracciare i documenti di scuola di Vivian Buck per gli ultimi quattro quadrimestri  e alla fine ci sono riuscito. (Mi sono stati forniti da Paul A. Lombardo,  che mi inviò anche altri documenti, tra cui la testimonianza di Miss Wilhelm, e che dedicò parecchie ore a rispondere per iscritto alle mie domande e Dio sa quanto tempo a fare Il detective con successo, per quel che riguarda i documenti scolastici di Vivian. Non ho mai incontrato il dottor Lombardo; egli svolse tutto questo lavoro con pura gentilezza, per senso di collegialità e per amore della conoscenza, non perché si attendesse un compenso o avesse addirittura un riconoscimento. In una professione qual è quella accademica, così spesso guastata da meschinità e da stupidi bisticci per priorità insignificanti, questa generosità vale la pena di essere ricordata perché testimonia come le cose possono e dovrebbero essere).

Vivian Buck fu adottata dalla famiglia Dobbs, che aveva allevato (ma poi mandato via) anche sua madre Carrie. Sotto il nome di Vivian Alice Elaine Dobbs, essa frequentò la Venable Public Elementary School di Charlottesville per quattro quadrimestri, dal settembre 1930 al maggio 1932, un mese prima della sua morte. Era un’allieva perfettamente normale, con un rendimento scolastico nella media, né troppo brillante né particolarmente scadente. A quei tempi, prima che i voti fossero inflazionati, quando C significava “buono, 81-87” (come precisato in pagella) e non “cavarsela appena per il rotto della cuffia”, nel primo quadrimestre della classe 1A, dal settembre 1930 al gennaio 1931 Vivian Dobbs ottenne degli A e dei B per la condotta e C per tutte le materie tranne la matematica (che fu sempre difficile per lei e in cui prese D). Nel secondo quadrimestre passò nella classe 1B, meritando un A in condotta, C in matematica e B in tutte le altre materie. Nell’aprile 1931 il suo nome fu inserito nell’albo d’onore. Promossa alla classe 2A, ebbe delle difficoltà nel quadrimestre d’autunno del 1931, quando fu bocciata in matematica e ortografia, ma ottenne A in condotta, B in lettura, e C in calligrafia e in inglese. Essa fu “trattenuta nella 2A” per il quadrimestre successivo (o, come si usa dire tra noi, “lasciata indietro”; ma non certo per imbecillità se ricordo tutti i miei compagni che subirono un analogo destino). In ogni caso, essa fece di nuovo bene nell’ultimo quadrimestre ottenendo, nell’ultimo mese di scuola, B in condotta, lettura e ortografia e C in calligrafia, in inglese e in matematica nell’ultimo mese di scuola. Questa figlia di donne “dissolute e immorali” eccelleva in condotta e dava un rendimento soddisfacente, anche se non brillante, nelle materie scolastiche.

Pagella di Vivian Buck (Dobbs) per la classe 1B, in cui si nota un soddisfacente progresso. Si noti anche che, nell’aprile 1931, il suo nome fu inserito nell’albo d’onore

In breve, possiamo solo concordare con la conclusione che il dottor Lombardo ha raggiunto nella sua ricerca su Buck v. Bell: in tre generazioni di Buck non c’erano imbecilli. Non uno. Non so se conti molto correggere questi errori della storia, crudeli ma dimenticati, ma trovo significativo e sono soddisfatto chela sterilizzazione eugenetica coatta, un procedimento di così dubbia moralità, abbia trovato la sua giustificazione ufficiale (e la frase retorica più abbondantemente citata) in una evidente ipocrisia. Carrie Buck morì nel 1984. Per un capriccio del destino, e non perché qualcuno se ne fosse ricordato o fosse stato deciso di proposito, fu sepolta ad appena pochi passi dalla tomba della sua unica figlia. Nell’ennesimo e ultimo verso di una vecchia ballata molto amata, dalle tombe di Barbara Allen e del suo amante germogliano una rosa e un tralcio spinoso, la gioia e il dolore, che si avvolgono l’una attorno all’altro nel vincolo della morte. Possano Carrie e Vivian, vittime in modi diversi e colpite nel fiore della giovinezza, riposare insieme, in pace.

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Un Commento a “La figlia di Carrie Buck, di Stephen Jay Gould”

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