Gesù di Nazaret. Recensione di Flores d’Arcais all’ultimo libro di Ratzinger

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(dal Fatto Quotidiano, 25/03/2011, p. 18)

Gesù non era cristiano

Gesù non era cristiano. Era un ebreo osservante, che mai avrebbe immaginato di dar vita a una nuova religione e meno che mai di fondare una “Chiesa”. Non si è mai sognato di proclamarsi il Messia, e se qualcuno degli apostoli ha ipotizzato che fosse “Cristo”, lo ha fulminato di anatema. All’idea di essere considerato addirittura “Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”, secondo il “Credo” di Nicea, sarebbe stato preso da indicibile orrore.

Gesù era un profeta ebreo itinerante, esorcista e guaritore, che annunciava l’ “euangelion” apocalittico del “Regno” incombente per intervento divino. Ha predicato quasi esclusivamente in Galilea, per pochi mesi se stiamo ai tre sinottici, al culmine dei quali, recatosi a Gerusalemme, avendo provocato qualche disordine, viene condannato alla crocifissione per sedizione. Storicamente, una figura di minore importanza rispetto a Giovanni che battezzava sulle rive del Giordano, e ad altri predicatori apocalittici del suo tempo. Come ha scritto il maggior biblista cattolico italiano del dopoguerra “la vicenda di Gesù, al di fuori di quanti a lui si richiamano, è stata, in realtà, di poca o nessuna rilevanza politica e religiosa: una delle non poche presenze scomode in una regione periferica dell’impero romano, messe prontamente a tacere in modo violento dall’autorità romana del posto con la collaborazione, più o meno decisiva, di capi giudaici” [Giuseppe Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, Bologna 2002, p.39].


Alcune smaccate falsità

Il Gesù di cui parla Joseph Ratzinger nel suo libro appena uscito (Gesù di Nazaret – Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, che segue il primo volume pubblicato nel 2007) non è invece Gesù, bensì il Cristo dogmatizzato dai Concili di Nicea (325) e Calcedonia (451), dominati e decisi dagli imperatori di Roma, che con il Gesù della storia nulla ha a che fare e anzi contraddice e nega sotto ogni aspetto essenziale. Nulla di scandaloso, sia chiaro, se un Papa di Santa Romana Chiesa si mette a fare opera di teologia o di devozione intorno alla figura del Cristo. In fondo è il suo mestiere. Ma Joseph Ratzinger pretende di fare anche lo storico, di “giungere anche alla certezza della figura veramente storica di Gesù” (p. 9), perché “non possiamo dispensarci dall’affrontare la questione della reale storicità degli avvenimenti essenziali. Il messaggio neotestamentario non è soltanto un’idea; per esso è determinante proprio l’essere accaduto nella storia reale di questo mondo” (p. 119). Spiace dirlo, ma per tener fede alla spericolata pretesa di dimostrare la continuità tra Gesù di Galilea e il Cristo di Nicea, il professor Joseph Ratzinger è costretto a prodursi in quelle che sotto il profilo storico sono vere e proprie falsità, talvolta incredibilmente smaccate. Dato il poco spazio potrò esaminarne solo un paio.

Il Papa sostiene che le primissime comunità che si formano intorno alla fede che Gesù sia risorto, malgrado “tutte le discussioni difficili su ciò che dei costumi giudaici avrebbe dovuto essere conservato e dichiarato obbligatorio anche per i pagani” (sta facendo riferimento alla durissima controversia che contrappone Paolo a Pietro), su un punto sono unanimi: “con la croce di Cristo l’epoca dei sacrifici era giunto al termine” (p. 58). La cosa gli sta particolarmente a cuore e vi insiste più volte: “tanto più sorprendente è il fatto che su una cosa – come si è detto – ci fosse concordiafindall’inizio:i sacrifici del tempio – il centro cultuale della Torà – erano superati” (p. 257).

Questa affermazione è incontrovertibilmente falsa. Prendiamo gli “Atti degli apostoli” 24, 17: “ora, dopo molti anni, sono venuto a portare elemosine al mio popolo e per offrire sacrifici”. PER OFFRIRE SACRIFICI. Chi parla è l’apostolo Paolo, a Cesarea, dove è stato portato prigioniero per essere interrogato personalmente dal governatore Felice. Del resto, non potrebbe che essere così. L’offerta di sacrifici è il cuore della pratica religiosa ebraica, almeno quanto le preghiere. Per questo da tutta la Palestina e anche dalla diaspora–affrontando i rischi di lunghi viaggi – si viene in pellegrinaggio a Gerusalemme: il Tempio è il luogo per eccellenza dei sacrifici. Scannare e bruciare gli animali costituisce “il tratto più importante della vita liturgica del Tempio”, anche perché il sacrificio è cruciale come offerta di purificazione di peccati e colpe (voce Sacrifices and offerings in Eerdmans, Dictionary of the Bible, forse il più accreditato su scala internazionale). Del resto gli “Atti” (che poi sono la seconda parte del vangelo di Luca) avevano riferito che “anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede” (6,7), e la funzione peculiare del sacerdote è proprio quello di sgozzare e bruciare gli animali sull’altare.

La ricerca neutralizzata

Altrettanto sconcertante il rifiuto di Ratzinger (in quanto storico) di prendere atto che la prima generazione dei “cristiani” aspettava il compiersi dei tempi e l’avvento apocalittico del Regno nel corso della sua stessa esistenza . Anche qui la testimonianza di Paolo è di cristallina evidenza. Nella prima lettera ai Tessalonicesi, il testo più antico del Nuovo Testamento (probabilmente del 49) scrive : “Noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore” (4,15), segue la descrizione di quanto avverrà, voce di arcangelo, squillare della tromba di Dio, il Signore che discende dal cielo, e la sequenza delle risurrezioni e del rapimento comune dei fedeli tra le nuvole. Il vangelo di Marco, che è scritto a distanza di una generazione (circa il 70, quasi certamente subito dopo la distruzione del Tempio ad opera di Tito) tramanda la stessa convinzione già annunciata da Gesù: “In verità vi dico, non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute (13,30). Tralascio le ulteriori testimonianze presenti in Paolo. La definitiva prova “a contrario” è data dalla seconda lettera ai Tessalonicesi, che smentirebbe la prima perché invita a: “non lasciarvi così facilmente confondere e turbare… da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente ” (2,2). Ma mentre 1 Tessalonicesi costituisce la prima delle sette lettere certamente autentiche, 2 Tessalonicesi costituisce una delle “pseudoepigrafiche”, scritte da esponenti paolini della successiva generazione, quando le comunità devono costruirsi una giustificazione teologica per la Parusia che tarda a venire.

La risurrezione, l’evento capitale

Si potrebbe continuare a lungo, purtroppo, tali e tante sono le acrobazie interpretative con cui Ratzinger cerca di neutralizzare due secoli e passa di ricerca storiografica che sulla incompatibilità tra Gesù di Galilea e il Cristo di Nicea hanno condotto ormai a risultati acquisiti. Le aspre divisioni che ancora sussistono tra chi vede Gesù come uno “zelota” rivoluzionario oppure, sul versante opposto, come un semplice maestro di saggezza, e tutta la gamma delle posizioni intermedie che comunque contrastano con il “mainstream” del Gesù predicatore e guaritore di un incombente “fine dei tempi”, non mettono mai in discussione, infatti, ciò che è acquisizione comune: Gesù non si proclamò mai Figlio di Dio nel senso della “Seconda Persona”, non fondò nessuna Chiesa (ne nacquero moltissime, ciascuna con il suo “vangelo” spesso incompatibile con quelli concorrenti, e la tradizione che per prima scolorì fu proprio quella della comunità originaria di Gerusalemme – che sopravvive forse nella “eresia” degli ebioniti – il cui capo del resto era il fratello di Gesù, Giacomo, e non Pietro), i racconti delle “apparizioni” per provare la risurrezione “differiscono sotto ogni profilo” e “sono impossibili da conciliare” (Bart D. Ehrman).

La risurrezione ovviamente è l’evento capitale. Ratzinger riconosce che “nessuno aveva pensato ad un Messia crocefisso. Ora il ‘fatto’ era lì, e in base a tale fatto occorreva leggere la Scrittura in modo nuovo” (p. 273). Ma il “fatto” è la morte sulla croce. Della “risurrezione” abbiamo invece solo la testimonianza di come nel tempo (i vangeli sono redatti tra il 70 e il 110) si siano stratificate incompatibili “narrazioni” su come apostoli e discepoli elaborarono il “lutto”: si aspettavano il Regno, arriva la morte più infamante, fuggono (nessuno di loro è presente sul Golgota), poi qualcuno (Pietro, carico di sensi di colpa per averlo rinnegato? Una delle donne?) si convince di averlo “visto”, in un viandante, un giardiniere, o attraverso una apparizione di tipo mistico. E nelle Scritture cercano nuove interpretazioni che “prefigurino” gli eventi che hanno elaborato . Questo per quanto riguarda la storia. Altra cosa è la fede, ovviamente. Ratzinger pretende invece l’impossibile, l’accertamento storico del “credo quia absurdum” (così, con orgoglio, proclamano i primi secoli di cristianesimo) o addirittura la ricerca storica come ancella del dogmatismo teologico.

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9 Commenti a “Gesù di Nazaret. Recensione di Flores d’Arcais all’ultimo libro di Ratzinger”

  • Per capire il Cristianesimo è necessario studiare e capire i vangeli, che sono l’unica consistenza reale nelle nostre mani di uomini moderni. La figura di Cristo è stata manipolata da secoli anche a fini di potere (Chiesa). I Vangeli sono l’essenza del Cristianesimo, ed uno studio attento ci svela che l’essenza del Cristianesimo altro non è che una suggestione illusoria, finalizzata a cambiare la realtà dell’uomo; la realtà sempre soggiace alle pretese alla volontà del credente che si illude di ottenere quello che immagina. Un esempio eclatante è il rito della eucarestia, dove l’officiante trasforma il pane in corpo,ed il vino in sangue di Cristo, ma all’apparenza nulla è cambiato,il vino è ancora vino,ed il pane pane. Qui si ottine il sortilegio cristiano, dove la fantasia è l’illusione sono tutto,e l’evidente realtà non conta più niente. Stessa logica perversa attraversa tutto il racconto evangelico, dove Cristo compie miracoli, sortilgi dove attraverso la sua volontà vince la morte, la malattia, la carestia. Salvando l’uomo dalla realtà avversa. Post mortem nihil est. Colla Bruno. bruno.colla@libero.it

    • alba:

      La conoscenza è realtà vivente. La realtà vivente che ultimamente stiamo vivendo è l’unione con l’altro simile e distinto che si fà possibile nella relazione intersoggettiva, laddove l’uno e l’altro sono connessi sulla stessa lunghezza d’onda del pensiero.
      Chi ha dato origine a tutto ciò che è ? Soltanto il pensiero
      E che cosa è il pensiero ? Il pensiero è il pensare del soggetto che pensa senza ricorrere ad alcuna appropriazione.
      Il pensiero è presente nell’uomo, tutto è venuto ad essere grazie al pensiero ma non grazie al pensato dell’uomo entro il limite del proprio io.

  • Geniomaligno:

    ciao, sono sostanzialmente d’accordo. Aggiungo che capire il Nazareno è pittosto complicato, è più facile capire cosa è stato il primissimo cristianesimo, e per far questo è indispensabile capire la cultura ellenistica e quella giudaica, specie della diaspora…

  • Eusippo:

    Il nobile intellettuale mi ha dato un’dea: scriverò “Einstein non era un fisico”. Voglio avere anch’io successo nei salotti

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  • fabio:

    Il livore con il quale Flores d’Arcais commenta il libro di Ratzinger non mi stupisce e, a dire il vero, nemmeno la valanga di imprecisioni e insulsaggini che ne seguono. Per quanto riguarda la questione dei sacrifici, per dirne solo una ma ci sarebbe da scriverci un libro, la loro fine, con l’avvento del Regno di Cristo, è da assumersi come valore spirituale effettivo, cioè, questi erano teologicamente inefficaci in quanto il sacrificio supremo di Cristo sulla Croce ha assunto un valore assoluto. In oltre, sarebbe opportuno segnalare quanto segue: presso la Chiesa di Gerusalemme si era all’interno della dimensione giudaica del cristianesimo e, in quanto tale, si continuava l’usanza mosaica dei sacrifici. Questi, infatti, ebbero fine con la distruzione del Tempio avvenuta nel 70 D.C. Paolo fu a Cesarea e, da lì, a Gerusalemme nel 58 D.C. ed è morto martirizzato nel 67 D.C. Paolo portò nel Tempio, come elemosine, i denari raccolti nel suo precedente viaggio.

    Specialmente l’autore dell’epistola agli Ebrei mostrò la transitorietà del sistema sacrificale del vecchio patto. Egli scrisse: «Ora, dov’è remissione di queste cose, non c’è più luogo a offerta per il peccato» (Eb 10,18). Il motto ricorrente era «una volta per sempre» (Eb 7,27; 9,12; 10,10), affermato in contrasto con i sacrifici del vecchio patto; ciò non può essere certo trascurato. L’idea di base era questa per il tempo di tale autore: «S’offrono doni e sacrifici che non possono, quanto alla coscienza, rendere perfetto colui che offre il culto, poiché si tratta solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, insomma, di regole carnali imposte fino al tempo della riforma. Ma venuto Cristo…» (Eb 9,9ss; 10,1). I «sacrifici, che non possono mai togliere i peccati», furono contrapposti a quell’«unico sacrificio per i peccati, e per sempre» (Eb 10,11). Egli parlò perciò di ben altri sacrifici di cui Dio si compiace: oltre al sacrificio di lode, anche la beneficenza e far parte agli altri dei propri beni (Eb 13,15s).

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