“Progetto Locale”, Alberto Magnaghi. Una recensione…

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Un Progetto sul Territorio
Suggestioni alternative per una lettura di “Progetto Locale”


Nonostante la globalizzazione, la circolazione mondiale delle merci e delle comunicazioni, l’istantaneizzazione della Vita e dei rapporti individuali e commerciali ed il dominio del virtuale e dell’aria, la Terra non è scomparsa. Senza Terra non c’è speranza. I punti di partenza e di arrivo sono sempre ben radicati al suolo. Ci si imbarca su un aereo, si accede ai network virtuali, si attraversano i mari e gli oceani (per turismo o per lavoro), sempre a “partire da” e a “finire con” la terraferma. Porti, aereoporti, stazioni, postazioni internet. Sono proprio questi luoghi “terrestri” dell’incontro e della comunicazione, di imbarco e di sbarco delle cose e degli Esseri umani, che cominciano ad assumere un significato diverso. Sono i crocevia della retorica imperiale, spazi di conflitto tra piani e striature. Come le strade disegnate e realizzate dai romani in Età repubblicana, la striatura del Potere che mostrava ai barbari le vie della presenza e della diffusione della cittadinanza romana e della legge, della civitas e dell’ordine. Oltre il limes della pianificazione stradale poteva esserci solo la foresta, con i suoi sentieri oscuri e la sua barbarie da ordinare, disciplinare e controllare. La retorica del potere, quindi, ha ancora entusiasticamente bisogno della Terra per esprimersi e per costruire un discorso che sia visibile, che sia reale. Lo sguardo e l’udito si perdono senza la materialità della Terra. Per questa ragione i Luoghi diventano, più di ieri, potenziali veicoli di diffusione, organizzazione e controllo di massa. Ci ritroviamo nel ben mezzo di quel conflitto-confronto tra “spazio liscio” e “spazio striato” individuato dalle visioni estatiche di Deleuze e Guattari: “Lo spazio liscio e lo spazio striato – lo spazio nomade e lo spazio sedentario – lo spazio dove si sviluppa la macchina da guerra e lo spazio dove si istituisce l’apparato di Stato non sono della stessa natura. Ma a volte possiamo notare un’opposizione semplice tra i due tipi di spazio. Altre volte dobbiamo rilevare una differenza molto più complessa, per cui i termini successivi delle opposizioni considerate non coincidono del tutto. Altre volte ancora dobbiamo ricordare che i due spazi esistono in realtà solamente per i loro incroci reciproci: lo spazio liscio non cessa di essere tradotto, intersecato in uno spazio striato, lo spazio striato è costantemente trasferito, restituito ad uno spazio liscio.” (Deleuze e Guattari 1980, p. 698). Spazio liscio e spazio striato, quindi, non sono una perfetta dicotomia conflittuale ma due elementi in continua interazione, in equilibrio storico precario che potrebbe risolversi per l’uno o per l’altro a seconda delle circostanze. Siamo pienamente inseriti su questa bilancia che ora sembra essere a favore delle striature, laddove ogni spazialità è descritta da norme e funzionamenti processuali. La striatura, ad ogni modo, cerca sempre di chiudere lo spazio mentre “nel liscio ci si ‘distribuisce’ su uno spazio aperto”. (ivi, p. 706). Bisogna tenere in conto le interazioni.

Comunicazione e velocità sono solo catalizzatori di striature. Marc Augè ha definito non-luoghi gli spazi che sembrano sottrarsi alla storicità, alle relazioni sociali, diventando funzionali solo al transito, al trasporto, alla velocità della comunicazione e del viaggio. Sono spazi terrestri (centri commerciali, stazioni, aereoporti, campi profughi…) dove l’individualizzazione dell’esistenza umana si attualizza. Si vive dentro un’apologia continua del transito, della fluidità, della flessibilità, della precarietà dell’esistenza. Come scrivono sempre Deleuze e Guattari, nello spazio striato è più importante la linea tra due punti mentre nel liscio diventa preponderante il punto tra due linee. Non si abita più la Terra ma si è semplicemente condannati allo spostamento perpetuo. Un sandwich preso al fast food, tra una coincidenza e l’altra, lo sguardo basso, la solitudine dentro mentre fuori esplode la santa retorica commerciale dei consumi. Cartelloni pubblicitari, modelli di vita, la velocità, tutto fa parte della “nuova” simbologia. Tutto, però, accade sulla Terra, non altrove. È sulla terra che i non-luoghi vengono disseminati, tutti uguali, creando un senso di ripetizione e di sicurezza nella quotidiana (in)esistenza del “cittadino globale”. Dove un tempo si vedevano le insegne romane del potere imperiale (ovvero le triremi con i vessilli della Democrazia ateniese), ora appare una serie infinita di non-luoghi a segnare il passaggio. Il viaggio, lo spostamento globale delle cose degli Esseri umani che accade a velocità altissime, ha designato la “logica dell’occidentalizzazione”.

Paul Virilio prova a descrivere questo paesaggio, questo tratto della nostra epoca che segna la desertificazione del mondo, raccontando del “nuovo” globo terrestre ormai appiattito dalla tecnologia della comunicazione istantanea e dalla velocità dei trasporti e del turismo, che ha annullato le distanze. È proprio la velocità, per Virilio, la cifra costitutiva del nostro Tempo, la nuova frontiera del nomos striato contemporaneo che ha trasformato radicalmente la spazialità facendo perdere i consueti riferimenti all’Essere umano. Virilio definisce “crepuscolo dei luoghi” la deterritorializzazione-despazializzazione provocata da questo processo che sembra aver completamente perso di vista la terraferma, i suoi punti di riferimento e di orientamento. Il Territorio, fondamento del vecchio Stato di diritto, con i suoi stabili posizionamenti spaziali (punti nello spazio liscio), sembra essere stato abolito dal vento di una “velocità di liberazione” dal suolo provocata dallo tsunami del progresso tecnologico. Il progresso è innanzitutto velocità. A causa di questo movimento di deterritorializzazione e di despazializzazione lo Stato nazionale moderno, scrive il filosofo ed urbanista francese, ha perso progressivamente la propria centralità, trasferendo le attività di direzione e di controllo economico e sociale dalle comunità locali alle “Città panico”, che diventano la maggiore catastrofe del Ventesimo secolo. Sono Città che sorgono sempre sui flussi di comunicazione, sui nodi di questa rete di circolazione globale che cerca di diventare sempre più veloce. Punti di transito, punti di regolazione-controllo-normalizzazione. E basta.

Saskia Sassen le definisce “Città globali”, ovvero nodi produttivi di una rete economica distesa sul mondo, dove circolano merci, informazioni ed Esseri umani e dove i Luoghi diventano elementi marginali di passaggio dell’esistenza umana: “Il luogo non ha più alcuna importanza”. Mike Davis, invece, ragiona sulle contraddizioni sociali che la costituzione di queste megalopoli produce ai propri confini. La crescita, in una fase di continui aggiustamenti strutturali e di crisi economica, produce slums, ossia spazi urbani fuori dal controllo del governo e criminalizzati, occupati da persone condannate a restare ai margini del sistema produttivo e senza alcuna protezione sociale, da Esseri umani che costruiscono autonomamente una propria dimensione urbana ed una, limitata, economia di sussistenza. Alla ricerca di un senso di appartenenza ed un proprio posto nel mondo, che qualche volta si manifesta attraverso profonde lacerazioni e conflitti sociali. Lo spazio si droga, si divide. Decide del proprio futuro. La striatura divide l’umanità. Se da una parte i “nuovi poveri” resistono all’espulsione dal centro urbano, i “nuovi ricchi” scambiano i loro vecchi quartieri con complessi fortificati in periferia dove regna l’ordine e la sicurezza, per proteggere i residenti dal disagio generalizzato. È l’apparato dello Stato, la nuova retorica imperiale, contro una macchina da Guerra nomade che si fa strada nel rizoma della Terra.

Michel Foucault descrive questi non-spazi come luoghi concreti, non utopie rassicuranti ma anti-utopie dove si esprimerebbero conflitti, crisi, tensioni, contraddizioni. L’eterotopia, in breve, sarebbe una “eccedenza di realizzazione”, una catastrofe nello spazio liscio provocata dalla pianificazione astratta o dell’urbanistica generale. Eccedenza come eccezione, come regola.

Nel cuore di questa discussione, nella bufera occidentalizzante che sta infuriando nuovamente sulla nostra Terra, si inserisce “Progetto Locale”. Un testo potente. La capacità evocativa delle argomentazioni di Alberto Magnaghi, a dieci anni dalla prima edizione del libro (sempre con Bollati Boringhieri, nel 2000), si presenta all’attualità come sostanza e non solo come forma. È sostanza, infatti, il “territorialismo” quando si cerca di declinare ogni struttura (materiale ed immateriale) in un versante prettamente “locale”, nell’accezione più comprensiva di “Luogo”. La riedizione dell’Economia Sociale di Mercato, infatti, potrebbe essere una lente per leggere l’attualità. Si vuole piegare la Contrattazione Collettiva Nazionale del Lavoro in senso “aziendale” (quando non individuale), anche se molte forme di precarizzazione hanno già applicato questa destrutturazione; la stessa Precarietà si presenta più come mancanza di suolo, di radicamento territoriale, che come necessità di inquadramento retributivo (il paradigma classico economicista, ormai, spiega poco o niente). Il “vecchio” sistema di Welfare State, statale e centralizzato, si sta diluendo nella “Welfare Society”, mettendo direttamente al lavoro gli Enti locali ed il Terzo settore. I sistemi di Project Financing definiscono nuovi modelli di pianificazione produttiva che dipendono esclusivamente dagli attori privati locali che si riescono a mobilitare, naturalmente per riprodurre interessi particolari. La chiusura dei vari Cicli naturali/economici/produttivi (uno su tutti, quello dei Rifiuti) ha portato a ridefinire radicalmente i contesti territoriali per renderli più idonei alla massimizzazione dei profitti. La stessa Protezione Civile sembra essere diventata la dimensione “territoriale” dello Stato, uno Stato che a livelli più ampi è legato dalle normative e dalla burocrazia mentre, attraverso le “particolarità emergenziali”, riesce ad agire come, appunto, “protezione civile” in deroga ad ogni norma esistente. Si tratta, in breve, di governare l’Emergenza. Si è passati dalla necessità dell’Economia classica (e, successivamente, liberale) di “pianificare” il Governo (mi riferisco tanto alle ombre del Capitalismo quanto alle pseudo-luci della pianificazione sovietica o del Welfare keynesiano) allo sviluppo neo-liberale dell’Urgenza da utilizzare per produrre una eccedenza di governamentalità, sospendendo (a tempo indeterminato) il “normale” Stato di Diritto liberale. Quando è accaduto la prima volta? Troppo semplice pensare alla “sospensione” costituzionale attuata dal Nazismo. In realtà potrebbe non essere così. Si dovrebbe indagare che cosa sia accaduto sul piano della Storia. Nel momento in cui la Filosofia della Storia è venuta meno, con le sue determinazioni strategiche e le ipoteche sul Futuro, il Presente ha cominciato ad irrompere nella Vita con tutta la sua drammatica attualità. La Vita è diventata tempo Presente, qui ed ora. Si è fatta Kairòs. Si è passati da pensare agli schemi eterni di una Filosofia della Storia a fare un’Ontologia dell’Attualità che narra una trasformazione “ecologica” fondamentale e strutturale. In questa trasformazione l’Evento, l’eventualità, l’Urgenza che emerge e che deve essere immediatamente affrontata, racconta di una modificazione radicale della governamentalità. Lo stesso “spazio politico”, o gli Ambienti di Vita, cadono sotto questi colpi profondi. Questo contesto generale ci parla di un “nuovo” Conflitto che non si mostra più attraverso i termini tradizionali di Capitale e Lavoro ma sembra piuttosto interagire tra il Capitale ed il Territorio. Anche il Lavoro, infatti, pare essere diventato una questione squisitamente territoriale. Come scrive lo stesso Magnaghi: “[…] il conflitto, nel contesto dell’Occidente postfordista, riguarda solo parzialmente la relazione tra capitale e lavoro, incentrandosi maggiormente sulla contraddizione tra le forme crescenti di eterodirezione della vita e istanze locali di autonomia e autogoverno del proprio futuro” (Magnaghi 2010, p. 298). La globalizzazione sembra aver creato una “seconda natura artificiale” che si è successivamente “liberata” della Terra (ivi, p. 18). Sono queste le coordinate attraverso cui passano le striature della nuova spazialità occidentale: “[…] il produttore/consumatore ha preso il posto dell’abitante, il sito quello del luogo, la regione economica quello della regione storica e della bioregione. Il territorio da cui ci si è progressivamente “liberati”, grazie anche allo sviluppo tecnologico, è stato rappresentato e utilizzato come un puro supporto tecnico di attività e funzioni economiche, che sono localizzate secondo razionalità interne al contesto socioeconomico e tecnologico, e sempre più indipendenti da relazioni con il luogo e le sue qualità ambientali, culturali, identitarie.” (ivi, p. 25)

Magnaghi fa risalire alla seconda metà del XX secolo il processo di urbanizzazione fordista che ha riorganizzato le “megalopoli” (come spazi chiusi e striati), provocando una profonda lacerazione tra spazio urbano e luoghi dell’insediamento e creando una sorta di “vampirismo spaziale” laddove le Città panico esauriscono le funzioni vitali degli spazi per poi inglobarli nella continua riproduzione metropolitana: “se l’abitante è dissolto e frammentato spazialmente nei siti del lavoro, dello svago, della fruizione della natura, del consumo, della cura, della riproduzione, e quindi non ha più luoghi da abitare nei quali integrare e socializzare tutte queste funzioni, esso non ha più relazione di scambio e identificazione con il proprio ambiente di vita, che gli appare solcato da flussi di oggetti e funzioni a lui estranei e degradanti” (ivi, p. 33). A questa frammentazione corrisponderebbe anche una ridotta capacità di agire sulla sfera pubblica, nell’ambito del governo e delle decisioni sul Territorio. Al tramonto del fordismo, scrive Magnaghi, il nuovo ciclo di civilizzazione che si presenta all’attualità rischia di essere un processo di non ritorno perchè tendenzialmente strutturale, in quanto con il fordismo sono state attivate “forme di comando della produzione completamente aspazializzate, atemporalizzate, fondate su sistemi reticolari non lineari”. Insomma, non c’è più nulla da cui “liberare” la Terra. Il capitalismo, parafrasando sempre Deleuze e Guattari, è una storia di deterritorializzazioni. È questa la forma della deterritorializzazione-despazializzazione occidentale a cui cerca di rispondere il territorialismo, sostanzialmente pensando a modalità alternative “territorializzanti”. Il locale, in questo senso, diventa una questione ambientale (ecologica, in senso ampio) inserita in una dimensione identitaria perchè deve costituire momenti di condensazione di Comunità e appartenenza territoriale. Le economie territoriali, di conseguenza, rappresentano un livello indispensabile per ripensare il ruolo del Territorio nei contesti socio-produttivi degradati dai cicli fordisti di civilizzazione e, quindi, per produrre nuova territorialità.

Progetto Locale sembra evocare le discussioni attorno al “piano(-spazio)” degli anni Sessanta/Settanta. Non perchè le richiami direttamente citandone i protagonisti, il dibattito o le intenzioni. Tutt’altro. Di pianificazione, però, nel testo di Alberto Magnaghi se ne parla ampiamente. E non di pianificazione sic et simpliciter, intesa in senso “moderno” come modello di profitto (economico o sociale) da realizzarsi qui ed ora (o, al massimo, nel corso di qualche anno), bensì si interroga su come strutturare il Territorio in modo da produrre Cicli virtuosi ed auto-sostenibili di lunga durata: “il territorio è prodotto attraverso un dialogo, una relazione fra entità viventi, l’uomo stesso e la natura, nel tempo lungo della storia” (ivi, p. 17). Questa dimensione del Territorio come “evento culturale”, costituito dalla “fecondazione della natura da parte della cultura”, lo libera dalle derive tecnicistiche a cui è stato sottomesso. A partire dalla critica ad un modello di piano che ha letteralmente sconvolto i nostri territori, l’approccio territorialista (radicalmente differente da quello funzionalista o dall’approccio ambientalista) propone una costruzione complessa del Territorio, in grado di organizzare e strutturare tutti gli aspetti della Vita comune (sociale ed economica) legata ai Luoghi dove si sviluppano le Comunità locali. Si tratta di pensare ad un Progetto che, a differenza della pianificazione tradizionale, deve produrre innanzitutto possibilità di autogoverno del Territorio.

Il territorialismo affronta la questione della sostenibilità a partire “dall’ambiente dell’uomo”. Il concetto di sostenibilità, però, “non si risolve nella ottimizzazione della qualità ambientale a qualunque condizione, ma nella ricerca di relazioni virtuose fra sostenibilità ambientale, sociale, territoriale, economica, politica che renda coerenti basic needs, self-reliance, ecosviluppo, verso l’autosostenibilità” (ivi, p. 72). L’approccio territorialista prende in considerazione il degrado ambientale mettendolo in relazione ai processi di civilizzazione (deterritorializzazione-despazializzazione) che hanno prodotto la rottura delle relazioni produttive tra ambiente fisico ed antropico. Gli “atti territorializzanti”, sarebbero momenti creativi di ricostruzione di queste relazioni. Il Progetto locale sembra volersi dare come primo obiettivo da raggiungere, una ritessitura del rapporto (interrotto) tra natura e cultura. Il Territorio, infatti, non è un prodotto naturale in quanto non esiste in natura bensì rappresenta l’azione di una Comunità locale che agisce in un determinato spazio, producendo relazioni culturali con l’ambiente circostante. L’autosostenibilità, ovvero la capacità di autogoverno di un Territorio senza la necessità di continui sostegni esterni, diventa un aspetto fondamentale perchè mette pienamente a valore i saperi ambientali capaci di produrre atti territorializzanti ed identità dei luoghi. “La massa territoriale è costituita dall’accumulo storico di atti territorializzanti di diversa natura (quali edifici, monumenti, città, infrastrutture di comunicazione, porti, ponti, terrazzamenti, apponderamenti, bonifiche, canali, sistemazioni idrogeologiche e ambientali ecc…) che nel loro insieme determinano il valore del patrimonio territoriale” (ivi, p. 75).

In questa prospettiva il Conflitto ritorna ad essere elemento importante perchè si ridefinisce nelle modalità di appropriazione, gestione e redistribuzione del valore prodotto dagli atti territorializzanti e dal Territorio ormai “messo a valore”. La governance diventerebbe un fattore di discussione democratica e di partecipazione, dove le soggettività costituenti territorio e Comunità locale potrebbero assumere un ruolo di primo piano: “l’antagonismo si ridefinisce allora come conflitto tra eterodirezione e autogoverno” (ivi, p. 82).

Le sostenibilità di cui parla Alberto Magnaghi sono differenti. Egli si riferisce, infatti, alla sostenibilità politica in quanto capacità di autogoverno della Comunità locale “rispetto alle relazioni con sistemi esogeni e sovraordinati”; per sostenibilità sociale intende la capacità di integrare gli “attori deboli” nei meccanismi di decisione; la sostenibilità economica, invece, dovrebbe produrre “valore aggiunto territoriale” ritessendo le relazioni interrotte tra territorio, ambiente e produzione; nella sostenibilità ambientale si pone la costruzione di processi virtuosi per gli insediamenti umani, in modo che non divengano preponderanti rispetto all’ecosistema; infine con la sensibilità territoriale si vuole fare riferimento ad un sistema riproduttivo capace di generare forme di territorializzazione.

Il concetto di auto-sostenibilità (economica e di governo) sarebbe il nodo attorno a cui costruire il “locale” che, sempre rimanendo alle affermazioni di Magnaghi: “è divenuto un terreno, anzi il vero terreno di scontro” (ivi, p. 92). Questo concetto aspira a creare una nuova relazione co-evolutiva tra abitanti-produttori e territorio; una relazione che possa essere capace, attraverso la “cura” della Comunità, di determinare nuovi rapporti di lunga durata tra insediamento umano e ambiente.

Da queste premesse, quindi, “si delinea un processo che dalla partecipazione evolve verso la produzione sociale di piano, fino alla produzione sociale del territorio” (pp. 105-106). questo concetto di “produzione sociale del territorio” diventa fondamentale perchè è anche la chiave di volta della critica ad un modello societario “fordista” basato sul lavoro salariato (che, di fatto, allontana l’abitante dalle scelte sociale riguardanti la propria Vita). Il lavoro autonomo, per Alberto Magnaghi, deve essere il connettore di informazione e conoscenza, capace di mettere in modo un meccanismo virtuoso di creazione di relazioni sociali che, appunto, producano Comunità (e Territorio). Così l’abitante-consumatore creato dal fordismo, dalla parcellizzazione del lavoro e della vitalità urbana, potrà finalmente tramontare favorendo la nascita di un abitante-produttore, pienamente consapevole del proprio contesto sociale.

C’è un magma creativo di insorgenze (p. 123) che potrebbero caratterizzare questa nuova e continua attività costituente. Certo gli elementi che caratterizzano questi movimenti sono molto differenti da quelli distinti, in passato, dal rapporto tra Capitale e Lavoro. Borghesia e Proletariato un po’ si sono dispersi nel terremoto territoriale che ha sconvolto gli assetti del dominio e delle forme di governance delle società contemporanee. Oggi si dovrebbero rintracciare e riconnettere, minuziosamente, tutte quelle pratiche vitali di “critica, rifiuto, conflitto” e di “riappropriazione diretta dei saperi produttivi, costruzione di nuovi simbolici e immaginari” (p. 124) che si riproducono caoticamente sui territori. Perchè nella connessione di queste pratiche c’è l’alternativa di Comunità ed “il passaggio dalla coscienza di classe (unità tra i simili nell’autoriconoscimento della condizione di sfruttamento) alla coscienza di luogo (unità fra diverse componenti sociali in un progetto locale condiviso fondato sull’autoriconoscimento delle caratteristiche identitarie e patrimoniali del luogo)” (pp. 127-128). Tra coscienza di classe e coscienza di luogo, insomma, sembra esserci un valore comune, un fil rouge che unisce la Storia: la consapevolezza. In entrambi i casi, infatti, si ha consapevolezza di qualcosa. Di un triplice sfruttamento: del proprio Lavoro, della propria Vita e del proprio Abitare (della propria Terra). Questi tre sfruttamenti, queste tre Ecologie, si riuniscono nella “coscienza di Luogo”.

Anche la coscienza di Luogo, però, ha bisogno di una propria utopia, di uno “scenario” in cui potersi lanciare: “lo scopo principale dello scenario è quello di aprire concreti spazi di trasformazione sociale: lo scenario come strumento per la dislocazione in avanti dell’immaginario collettivo, come strumento euristico per alzare il tiro sugli orizzonti di trasformazione […]” (p. 180). Non è il “sol dell’Avvenire”, ma anche il Progetto locale si nutre di possibilità di futuro, perchè si cercano elementi costituenti di lunga durata, che vincano la contingenza emergenziale dell’attualità per tuffarsi nella costruzione di domani.

Distruzione dei Luoghi, banalizzazione dell’Abitare, trasformazione dell’Abitante in mero consumatore di suolo e dei prodotti commerciali, sottrazione delle funzioni di Governo del Territorio, completa ed inesorabile de-territorializzazione della Vita. Sono questi i nodi intorno ai quali si articola il “piano” progettuale proposto dal territorialismo. Un piano che, come già detto, assume il nome di Progetto perchè guarda ai Cicli di lunga durata e definisce nel Territorio il proprio spazio di condensazione (tanto di soggettività quanto di programmazione).

Per concludere (e, forse, banalizzare), sembrano essere principalmente tre le fondamenta del “Progetto territorialista”: il Territorio, descritto e vissuto come una spazialità viva e concreta da organizzare; il “processo decisionale”, inteso nelle forme molteplici della Democrazia diretta e dell’autogoverno territoriale; gli “attori costituenti”, ovvero la complessità insorgente provocata dalla Comunità locale.

Come Marx ha cercato di organizzare il Lavoro, così il territorialismo si propone di organizzare il Territorio. Come Marx ha provato ad introdurre un accenno di Futuro nella Vita del proletariato, allo stesso modo il territorialismo vuole dare un Futuro “di lunga durata” alla Vita del Territorio. Come Marx ha tracciato i lineamenti del soggetto “rivoluzionario”, così il territorialismo cerca le peculiarità costituenti delle soggettività territoriali.

A questo punto, però, il paragone potrebbe cominciare a farsi scomodo.

Bibliografia

  • Augé M., Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera 2005, Milano.
  • Davis M., Il Pianeta degli Slums, Feltrinelli 2006, Milano.
  • Deleuze G. e Guattari F., Millepiani, Castelvecchi 1980, Roma.
  • Magnaghi A., Progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Bollati Boringhieri 2010, Torino.
  • Sassen S., Le città nell’economia globale, Il Mulino 2003, Bologna.
  • Virilio P., Città Panico. L’altrove comincia qui, Cortina Raffaello 2004, Milano.
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