Jean Paul Sartre, Orfeo Negro. A cura di Elisa Scirocchi

“La libertà è del color della notte”

Un fotogramma del film "Black Orpheus" (1959) del regista Marcel Camus

1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
2. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale Paese o territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.
(Articolo n°2, Dichiarazione universale dei diritti umani)

Se ci si addentra nel mondo dei miti lontani, dedicati alla creazione dell’uomo, si potrà notare come tra le differenti culture ci siano dei punti comuni. Che sia fatto di fango con l’aggiunta della saliva del dio creatore, o di un semplice impasto di farina e acqua, la tradizione vuole che l’uomo sia stato impastato e plasmato dalle mani stesse del dio e poi cotto, o sotto il sole cocente, o all’interno di un forno. Sprovvisto però di timer il Dio/Demiurgo/Creatore/Apprendista cuoco fu costretto a cuocere più volte la sua creatura ricavando ogni volta un risultato differente. Poco cotto, quasi bruciato, o di media cottura. Interessante è notare come ognuna delle etnie personalizzi il mito considerando come perfettamente riuscita solo la cottura dell’uomo cui appartiene. L’uomo, dunque, appare da sempre artefice di una palese e dichiarata forma di apologia del proprio colore della pelle. In passato, e inspiegabilmente ancora oggi, proprio quel diverso colore di pelle ci ha reso dimentichi di appartenere allo stesso grande insieme, l’umanità, e di essere uomini di diversi colori, idiomi, culture, e tradizioni, ma pur sempre uomini allo stesso modo (finito) di essere al mondo.

 Nel 1948, anno in cui fu firmata a Parigi la Dichiarazione universale dei diritti umani, Jean Paul Sartre pubblica un interessante testo dal titolo “Che cos’è la letteratura?” all’interno del quale inserisce un capitolo, quasi a sé stante, intitolato “Orfeo Negro”. Queste pagine sono state scritte e pensate come prefazione a una raccolta di poesie africane, scritte da poeti come Aimé Cesaire e Léopold Sédar Senghor. Come in ogni poesia il messaggio trapassa le parole in modo rapido e violento e raggiunge l’anima di chi ascolta, e il significato si trasmette direttamente per via emotiva dall’autore al lettore, così la voce dell’uomo nero passa attraverso la sua poesia che rappresenta quella forza immediata in grado di rivoluzionare il senso delle parole, l’immagine stessa del mondo.

 Il contesto storico sul quale si muove il testo di Sartre è riassumibile in poche parole: Nord-Africa/Francia, imperialismo, imposizione di una cultura considerata come dominante, guerre di liberazione, razzismo, violenza che risponde a violenza. “[…] Che cosa speravate dopo aver tolto il bavaglio che chiudeva queste bocche nere? Forse che intonassero le vostre lodi? Queste teste, che i nostri padri avevano piegato sino a terra con la forza, pensavate forse che, quando si fossero risollevate, vi avrebbero guardato con occhi adoranti? […]”. Con queste parole intense di significati si apre il testo “Orfeo Negro” di Sartre. L’uomo bianco ha imbavagliato l’uomo dalla bocca nera, lo ha costretto a chinare il capo, e poi? Poteva forse pretendere che l’uomo nero non provasse risentimento nei suoi confronti, o che lo guardasse con rispetto anziché con disprezzo? Di grande interesse, inoltre, è qui il riferimento alla tematica dello sguardo, punto cardine della filosofia esistenzialista di Sartre. Se siamo ciò che gli altri vedono di noi, di ciò che noi mostriamo loro di essere, l’uomo dal volto nero mostra se stesso all’uomo pallido, mostra un sé come sottomesso e inferiore. Dunque, l’essenza dell’uomo nero è stata filtrata dallo sguardo dell’uomo bianco, il quale guardandolo lo rendeva oggetto dei suoi occhi, delle sue mani dedite alle percosse, della sua inclinazione ad impartire ordini. Solo oggi comprendiamo l’errore dei nostri padri, oggi siamo vittime di noi stessi, come coloro sui quali un miasma si riflette. Con “[…] il nostro pallore di gente mal cotta […]” non riusciamo più a dominare il mondo, perché colui che prima guardavano con orrore come un oggetto, ora, per fortuna, alza lo sguardo e ci fissa. Come nella mitologia greca Orfeo (il bianco) scende nell’Ade per riportare sulla terra la sua amata Euridice, ma non resiste al desiderio di non guardarla e la perde per sempre, così l’Orfeo Negro si immerge nella sua interiorità e recupera la sua essenza di uomo nero, guarda negli occhi la sua negritudine. “[…] La negritudine, sempre presente eppure nascosta, lo perseguita (riferito all’uomo nero), lo sfiora e si strofina alla sua ala di seta, e palpita tutta spiegata su lui come la sua memoria profonda e la sua esigenza più alta, come la sua infanzia sepolta e tradita e l’infanzia della sua razza, come il formicolare degli istinti e l’indivisibile semplicità della Natura, come il puro legato dei suoi antenati e come la Morale che dovrebbe riunificare la sua vita spezzata. Ma basta che egli si volga su di essa a guardarla in viso, ed ecco che si disperde in fumo: le muraglie della cultura bianca si frappongono fra lui e lei, la loro scienza, le loro parole, i loro costumi […]”.

 Come un profeta dell’intercultura, Sartre è il primo tra gli intellettuali a mettere in luce il problema dell’uomo nero collegandolo al tema della negazione. Come scrive Frantz Fanon, ne “I dannati della terra”, “[…] I popoli africani, i popoli sottosviluppati, contrariamente a ciò che si è soliti credere, edificano rapidamente la loro coscienza politica e sociale […]”. […] L’azione del negro è innanzitutto azione su se stesso […] infatti, solo negando fino in fondo quel sé oppresso egli può scoprire la sua vera essenza, il suo vero colore, il profumo della sua terra, il ritmo dei suoi tamburi, la soavità delle sue poesie, il calore del suo sole. Solo guardando veramente dentro se stesso l’uomo nero può negare ciò che l’uomo bianco ha visto da sempre dentro di lui, e in questo percorso di riconoscimento del sé egli può cantare a gran voce che “[…] l’atto poetico allora è una danza dell’anima […]”. L’uomo nero diviene poeta e danzatore, egli da voce alla sua anima, si stacca dalla cultura europea che lo ha allontanato da sé, e per farlo usa la lingua dell’oppressore, il francese. Fondamentali appaiono in questo senso le parole del poeta Aimè Césaire il quale sostiene la necessità di “pousser d’un telle raideur le grand cri négre que les assises du monde en seront ébranléss” (lanciare con tale durezza il grande grido negro che le fondamenta del mondo ne saranno scosse).

 Oggi abbiamo il dovere morale di imparare dal nostro passato, e di comprendere a fondo il nostro univoco essere nel mondo. Oggi dobbiamo imparare ad essere uomini umani, qualsiasi sia il nostro colore.

 Elisa Scirocchi

 






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Un Commento a “Jean Paul Sartre, Orfeo Negro. A cura di Elisa Scirocchi”

  • Chiara Pilozzi:

    Forse c’è meno di Elisa Scirocchi in questo “articolo” rispetto agli altri. È comunque piacevole, semplice ma profondo allo stesso tempo. Lo “specchio dell’anima”

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