Di Cesare, Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo

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recensione di Stella Maria Sablone

«Le camere a gas non sono mai esistite, lo sterminio non ha avuto luogo. Piuttosto la Shoà è una “favola”che gli ebrei vanno raccontando da decenni, un “mito” accortamente costruito per raggiungere i loro scopi politici e finanziari». Queste le argomentazioni fondanti del negazionismo denunciate nel testo Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo, in cui l’autrice Donatella Di Cesare sposta l’attenzione dal come al perché della negazione, ritenendola l’unica via percorribile per dimostrare la stretta relazione che intercorre tra quest’ultima e l’annientamento, nesso fin ora pericolosamente rimasto inosservato. Ma che cosa vuol dire negare? La domanda non è solo storica ma anche politica e filosofica e apre a altre questioni da chiarire: chi sono i negazionisti? Perché negano? Qual’è l’intento che li muove, lo scopo che hanno di mira? L’evidenza dei contenuti sottesi alle parole «non è» e «non esiste» mostra il reale rischio del negare in quanto «il non-essere nega l’essere, lo annienta e lo nullifica»; questa «patologia del negare» sconfina dunque in un nichilismo aberrante, senza possibilità dialogica e apre a problemi urgenti come quello ontologico – dettato dalla rimozione del reale che invece dovrebbe essere parte integrante della realtà condivisa – e quello politico – strettamente legato alle domande sul chi e sul perché, sul fine ultimo della negazione.


L’allarme denunciato dall’autrice è lo stesso che tormentava Primo Levi il quale, nella conclusione de I sommersi e i salvati, scriveva: «E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo», così come la Di Cesare afferma che «La negazione di ciò che ha avuto luogo è il dover-essere dell’antisemitismo assoluto», la conclusione del progetto lasciato irrisolto. L’autrice prosegue la sua disamina del profilo del negazionista osservandone la storia e le modalità d’affermazione che lo accompagnano: il negazionista è colui che si serve della «lingua» prima che del «sangue» – rovescia i ruoli servendosi dell’astuzia dialettica cosicché la realtà venga mistificata e la responsabilità dissolta, con il risultato nefasto che «i veri carnefici sono le presunte vittime e le vere vittime sono i pretesi carnefici». Come nel caso, fra i tanti, di Robert Faurisson professore di letteratura francese all’università di Lione 2 che «verso la metà degli anni settanta ha cominciato a focalizzare la sua pretesa capacità di scovare truffe e contraffazioni sui testi e i documenti della seconda guerra mondiale» con il risultato di mettere in dubbio l’autenticità dei diari di Anne Frank e quindi il «primo accesso alla storia della Shoà», insinuando il «dubbio che tutto sia un’invenzione», che Auschwitz non sia altro che una “diceria”. Il caso di Faurisson, molto più articolato e controverso, ben si accoda al profilo del negazionista tipo come Butz e Irving che saldi nell’intenzione di screditare i fatti oltre a predicare la negazione, pubblicano articoli e raccolte nella speranza di fare proseliti.

Si può allora dire che il negazionismo sia un’opinione? È giusto ammettere la partecipazione di chi nega nel discorso pubblico e democratico? La riflessione dell’autrice sulle questioni poste sembrano condurre all’ingiunzione ebraica zakhòr, “ricorda” parola d’ordine, passepartout per un futuro libero da aberrazioni e strappi all’umanità; è fondamentale inoltre aprirsi alla comprensione – nonostante quest’ultima non conduca alla spiegazione – perché «la lotta contro i negazionisti sarebbe già persa se si concedesse l’indicibilità di Auschwitz», infatti «trincerarsi dietro l’indicibile, l’incomprensibile, comporta gravi pericoli: dal non dire al negare il passo è breve».

Stella Maria Sablone

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