“Lire 26900” di Frédéric Beigbeder. Recensione del manuale scomodo dei pubblicitari e del marketing

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Siamo il prodotto di un’epoca. O forse no. Così diventa troppo facile dare la colpa ad un’epoca. Più che altro siamo prodotti e basta. Merce posta in uno scaffale. Il mondo neoliberale non discute con degli uomini, non li ha minimamente presente fino a che essi non diventino dei prodotti seriali schematizzabili in note dinamiche del desiderio riproducibili in una macchina di Turing. E’ solo allora che può cominciare a discutere con dei soggetti, che ci ha presente. Le sue regole trasformano le persone in yogurt deperibili, in drogati di spettacoli pubblicitari, show, drammi e commedie. Consumatori di desideri creati a tavolino, consumatori di vite non proprie. L’unico spazio di libertà dalla pubblicità è trascinare il nome del prodotto nel cestino del vostro desktop, e poi selezionare “Svuota cestino”. Sperando, ovviamente, che con esso sparisca pure il desiderio. E qui entra in gioco la filosofia. Il desiderio: l’unico vero mostro che ci appartiene, che possiamo controllare e che dobbiamo forgiare, anche grazie alla filosofia. Quando ho finito di leggere “Lire 26900” di Frédéric Beigbeder ho avvertito sollievo, come se fosse finito un incubo. La stessa sensazione che ho provato dopo aver visto lo straordinario Requiem for a dream di Darren Aronofsky, un film solo un po’ più terribile e nichilista impegnato su un tema simile, la dipendenza (uno dei segreti del marketing è creare dei “dipendenti”). Certo, argomenti triti e ritriti, che la filosofia e la letteratura, il cinema e la musica hanno ampliamente sviscerato. Ma se scritti bene e con uno stile abbastanza originale (come in questo caso), vale ancora la pena di una ripassata. Il libro è una analisi cinica del desiderio, ed un abbozzo pratico e nichilista verso una filosofia della pubblicità. E’ anche un metodo affidato alla letteratura per scoprire la sindrome di Madame Bovary che è in ciascuno di noi, così efficacemente analizzata da quel geniaccio di Gustave Flaubert senza scomodare Lacan e Freud. Magari voi stessi state leggendo questa recensione perché attratti da una immagine, da una parola, o da un aforisma particolare che hanno suscitato curiosità e risvegliato un desiderio. Chiamati qui magari da un social network come facebook dove le nostre vite spesso si riducono a comunicazione pubblicitaria e reality. Come scrive Beigbeder “uno scrittore in pubblicità è l’autore di aforismi che vendono”, se state leggendo vuol dire che vi siete imbattutiti in un bravo pubblicitario (oppure uno fortunato). La prossima volta, pensateci prima di cliccare. La libertà è prima di tutto un atto radicale di anticonformismo.

Lire 26900 (titolo originale “99 franchi”) è la storia di Octave Parrango, alter ego di Frédéric Beigbeder, pubblicitario che inizia ad odiare il suo lavoro e la sua vita, con un climax che lo porta alla distruzione di se stesso ed al suo imbattersi verso una esistenziale e perenne insoddisfazione, che è la leva del consumo. Già il titolo del libro è una tecnica pubblicitaria e di vendita, quella del “prezzo psicologico”. Con freddezza e cinismo, l’autore descrive il suo mestiere: le tecniche, gli slogan, il linguaggio sfavillante ed il mondo di lupi e sciacalli dei copywriter e degli art director, i nuovi guro secolarizzati. I veri plasmatori del mondo, se escludiamo i loro mandanti ed i loro finanziatori. L’incipit del romanzo è molto significativo:

Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta, ritoccata in Photoshop. Immagini leccate, musiche nel vento. Quando, a forza di risparmi, voi riuscirete a pagarvi l’auto dei vostri sogni, quella che ho lanciato nella mia ultima campagna, io l’avrò già fatta passare di moda. Sarò già tre tendenze più avanti, riuscendo così a farvi sentire sempre insoddisfatti. Il Glamour è il paese dove non si arriva mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma. La vostra sofferenza dopa il commercio“.

Da notare che dopo l’uscita del libro, Frédéric Beigbeder venne effettivamente licenziato dall’azienda pubblicitaria in cui lavorava. La sua era un’accusa troppo spietata, i suoi capi non la ressero. Ma come avviene sempre, questo fu il trampolino di lancio per la notorietà. Tutto è pubblicità, tutto serve a vendere ed a vendersi. Specie le persone che credono di essere libere: esse sono i mattoni di un sistema blindato, senza vie di fughe: “Anzi, questo sistema punta tutto sulla libertà, è questa la sua più grande trovata. Le critiche servono solo a dargli più risalto, i pamphlet a rafforzare l’illusione della sua melliflua tolleranza. Vi sottomettete con eleganza. Tutto è permesso, nessuno viene a malmenarti se fai casino. Il sistema ha raggiunto il suo scopo: anche la disobbedienza è diventata una forma di obbedienza […] Quest’inverno bisognerà avere le tette più su delle spalle e la topa spopolata. Più io gioco con il vostro subconscio, più voi mi obbedite. Se osanno uno yogurt sui muri della vostra città, vi garantisco che andrete a comprarvelo. Credete di possedere il libero arbitrio, ma un giorno o l’altro riconoscerete il mio prodotto negli scaffali di un supermercato e lo acquisterete, così, tanto per assaggiarlo, credetemi, conosco il mio mestiere“.

Il trailer del film Requiem for a dream

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Sulla tematica del desiderio e filosofia vedi anche questi nostri interventi:

Volevo essere una farfalla
Oltre la filosofia

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