{"id":5423,"date":"2026-04-13T09:51:31","date_gmt":"2026-04-13T09:51:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=5423"},"modified":"2026-04-13T17:16:16","modified_gmt":"2026-04-13T17:16:16","slug":"il-merito-e-i-suoi-inganni-a-proposito-de-la-tirannia-del-merito-di-michael-sandel","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=5423","title":{"rendered":"Il merito e i suoi inganni. A proposito de La tirannia del merito di Michael Sandel"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/copertina.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-5424\" src=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/copertina.jpg\" alt=\"\" width=\"543\" height=\"703\" \/><\/a><br \/>\n\u00ab<em>Il vincitore non crede al caso<\/em>\u00bb: in questo aforisma nietzscheano \u00e8 racchiuso, con fulminante concisione, il nucleo ideologico della societ\u00e0 meritocratica e del libro di Sandel. Chi vince tende a interpretare il proprio successo come il frutto esclusivo delle proprie qualit\u00e0 \u2014 l&#8217;impegno, il talento, la volont\u00e0 \u2014 rimuovendo sistematicamente dalla propria narrazione tutto ci\u00f2 che non rientra nella categoria del merito: la fortuna, le condizioni di partenza, il contesto familiare e sociale, la sfera biologico\/ereditaria. Non si tratta di mera ipocrisia individuale, ma di qualcosa di pi\u00f9 radicato: un vero e proprio <em>bias<\/em> cognitivo che <strong>Melvin Lerner<\/strong> ha descritto negli anni \u201960 con il concetto di <em>Belief in a Just World<\/em> \u2014 la credenza in un mondo giusto. Secondo questo meccanismo psicologico, le persone tendono a convincersi che gli individui ottengano ci\u00f2 che meritano e meritino ci\u00f2 che ottengono: i ricchi sono ricchi perch\u00e9 se lo sono guadagnato, i poveri sono poveri perch\u00e9 lo hanno \u00abscelto\u00bb, con le loro debolezze, la loro inerzia, il loro scarso impegno. Per reggere il copione ed evitare <strong>dissonanze cognitive<\/strong>, le vittime vengono colpevolizzate, i vincitori glorificati. Il successo individuale viene cos\u00ec moralizzato e trasformato in sentenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su questo doppio pilastro \u2014 la negazione del caso da parte del vincitore e la naturalizzazione della disuguaglianza da parte dell&#8217;ideologia dominante \u2014 si regge la legittimazione del sistema socio-economico contemporaneo. L&#8217;ordine economico liberale ha sempre avuto bisogno di una narrazione che ne giustificasse gli esiti: e la <strong>meritocrazia<\/strong> assolve precisamente questa funzione. Essa trasforma la diseguaglianza in verdetto morale, <strong>presentando la posizione sociale di ciascuno come la traduzione fedele del proprio valore personale<\/strong>. Chi occupa i gradini alti della gerarchia vi si trova perch\u00e9 se lo \u00e8 conquistato; chi occupa quelli bassi non pu\u00f2 che attribuirlo a s\u00e9 stesso. Questo schema narrativo ha un corollario politico immediato: qualsiasi intervento dello Stato volto a correggere gli esiti del mercato appare, nella logica meritocratica, non solo controproducente sul piano economico, ma intrinsecamente ingiusto \u2014 una violazione del principio secondo cui a ciascuno spetta ci\u00f2 che ha saputo produrre. Di qui, la distruzione del <em>welfare<\/em> dagli anni Ottanta in poi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure questa equazione tra mercato e meritocrazia \u00e8 contestata persino dai teorici neoliberali pi\u00f9 rigorosi: lo stesso Friedrich von Hayek, in <em>Legge, legislazione e libert\u00e0<\/em>, metteva in guardia dall&#8217;identificare il successo di mercato con il merito individuale, riconoscendo che la remunerazione dipende in larga misura da circostanze fortuite \u2014 dall&#8217;essere al posto giusto nel momento giusto, dall&#8217;aver incrociato le persone giuste, dagli imprevisti che colpiscono i concorrenti. <strong>Il mercato, insomma, remunera il risultato oggettivo, non la qualit\u00e0 morale soggettiva dello sforzo compiuto per raggiungerlo<\/strong>. N\u00e9 va dimenticato il problema strutturale dell&#8217;uguaglianza di partenza: competere in condizioni radicalmente asimmetriche non \u00e8 garanzia di alcun merito autentico. Le risorse culturali, economiche e relazionali che una famiglia trasmette ai propri figli costituiscono un vantaggio accumulato nel tempo che nessuna retorica dell&#8217;impegno individuale pu\u00f2 neutralizzare. In un sistema fondato sulla trasmissione ereditaria della propriet\u00e0, l&#8217;uguaglianza delle opportunit\u00e0 rimane una finzione ideologica \u2014 e la meritocrazia, privata di quella finzione, si rivela per quello che \u00e8: una forma di legittimazione ex post della disuguaglianza.<\/p>\n<div id=\"attachment_5425\" style=\"width: 540px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/sandel.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-5425\" class=\" wp-image-5425\" src=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/sandel.jpg\" alt=\"\" width=\"530\" height=\"434\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-5425\" class=\"wp-caption-text\">Il filosofo Michael Sandel<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 in questo contesto che si inscrive il saggio di <strong>Michael J. Sandel<\/strong>, <em>La tirannia del merito<\/em> (2020). Il termine &#8220;meritocrazia&#8221; fu coniato nel 1958 dal sociologo Michael Young in senso satirico e ammonitore. Per Young, una societ\u00e0 che seleziona perfettamente in base al talento non riduce la disuguaglianza, ma la rende pi\u00f9 rigida e crudele. Sandel non si limita a decostruire il mito meritocratico sul piano economico: lo analizza nelle sue conseguenze politiche e antropologiche, sostenendo che l&#8217;ideologia del merito abbia prodotto una frattura profonda nel tessuto sociale delle democrazie liberali. <strong>L&#8217;ascesa dei populismi<\/strong> negli ultimi decenni viene letta da Sandel \u2014 in una chiave che si potrebbe definire di <em>etica del riconoscimento<\/em>, pur senza che l&#8217;autore faccia esplicito riferimento a questo filone teorico \u2014 come il risentimento di coloro che si sentono giudicati e umiliati da un sistema che attribuisce il fallimento interamente all&#8217;individuo. I \u00abperdenti\u00bb della globalizzazione meritocratica non rivendicano soltanto condizioni materiali migliori: rivendicano dignit\u00e0, rispetto, il diritto a non essere considerati gli <strong>autori esclusivi della propria sconfitta<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa lettura \u2014 per quanto suggestiva e ricca di implicazioni \u2014 non \u00e8 priva di limiti. Privilegiando la dimensione del <strong>riconoscimento e del risentimento simbolico<\/strong>, Sandel tende a mettere in secondo piano le determinanti strutturali e materiali della diseguaglianza, quelle che una prospettiva di \u201cmaterialismo storico\u201d metterebbe invece al centro dell&#8217;analisi. <strong>Il populismo non \u00e8 soltanto psicologia del perdente<\/strong>: \u00e8 anche \u2014 e forse prima di tutto \u2014 la risposta politica a decenni di precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare e concentrazione della ricchezza. <strong>Tenere insieme queste due dimensioni<\/strong> \u2014 il riconoscimento e la redistribuzione, il simbolico e il materiale \u2014 \u00e8 la sfida teorica che il libro di Sandel pone senza risolverla del tutto, ma che ha il merito innegabile di rimettere al centro del dibattito pubblico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;autore sostiene che il progetto della globalizzazione guidata dai mercati ha creato una <strong>frattura tra &#8220;vincitori&#8221; e &#8220;perdenti&#8221;<\/strong>. I vincitori della globalizzazione hanno smesso di dipendere dai propri concittadini, sviluppando identit\u00e0 cosmopolite e praticando una propria forma di distanziamento sociale dai meno fortunati. In questo contesto, il successo viene visto come una prova di merito personale: chi arriva in cima crede di meritare il proprio successo, e implicitamente crede che chi rimane indietro meriti il proprio destino. Questa mentalit\u00e0 ha alimentato una miscela tossica di <strong>tracotanza meritocratica<\/strong> tra le \u00e9lite e <strong>risentimento<\/strong> tra le classi lavoratrici, portando a reazioni populiste (come l&#8217;elezione di Trump) che rendono difficile il rinnovamento civile necessario per affrontare sfide comuni. Il libro si pone l&#8217;obiettivo di spiegare come si siano disgregati i legami sociali e di riflettere su una possibile via verso una <strong>politica del bene comune<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;introduzione del libro inizia con un fatto di cronaca: il racconto del clamoroso <strong>scandalo delle ammissioni ai college statunitensi<\/strong> del 2019. Trentatr\u00e9 genitori facoltosi furono accusati di aver pagato William Singer per manipolare il sistema di ammissione alle universit\u00e0 d\u2019\u00e9lite attraverso imbrogli nei test e corruzione di allenatori per far apparire i propri figli come atleti reclutati. Sandel analizza l&#8217;etica dietro questo scandalo distinguendo tre modalit\u00e0 d&#8217;accesso:<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>La &#8220;porta principale&#8221;:<\/strong> L&#8217;ammissione basata sul merito, considerata equa dalla maggior parte delle persone.<\/li>\n<li><strong>La &#8220;porta sul retro&#8221;:<\/strong> Donazioni legali alle universit\u00e0 per favorire l&#8217;ammissione, un sistema che gi\u00e0 premia la ricchezza.<\/li>\n<li><strong>La &#8220;porta laterale&#8221;:<\/strong> Il sistema illegale di Singer basato su frode e inganno.<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;autore osserva che, sebbene la porta principale sembri la pi\u00f9 giusta, in pratica <strong>il denaro aleggia anche sopra di essa<\/strong>. Esiste infatti una stretta correlazione tra i punteggi del SAT (un test attitudinale richiesto per l&#8217;ammissione ai college e alle universit\u00e0 negli USA) e il reddito familiare: i genitori benestanti dotano i figli di tutor, consulenti e attivit\u00e0 extracurricolari costose, trasformando la competizione meritocratica in una sorta di &#8220;aristocrazia ereditaria&#8221;. Sandel scava pi\u00f9 a fondo per capire <strong>perch\u00e9 l&#8217;ammissione a queste universit\u00e0 sia diventata un&#8217;ossessione cos\u00ec feroce<\/strong>. La ragione secondo l\u2019autore risiede nella crescente disuguaglianza: negli ultimi decenni, il divario di reddito tra chi ha una laurea e chi no \u00e8 aumentato enormemente, rendendo la posta in gioco molto pi\u00f9 alta. Questo ha generato l&#8217;epidemia dei <strong>genitori &#8220;elicottero&#8221;<\/strong>, ansiosi di risparmiare ai figli la precariet\u00e0 economica. Tuttavia, oltre alla sicurezza economica, i genitori cercavano il <strong>&#8220;lustro prestato del merito&#8221;<\/strong>. In una societ\u00e0 meritocratica, il successo deve essere visto come guadagnato attraverso il talento e il duro lavoro per essere moralmente giustificato. Sandel critica questa visione, sottolineando che anche una meritocrazia &#8220;equa&#8221; (senza imbrogli) porta a conclusioni fallaci:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>L&#8217;illusione dell&#8217;autosufficienza:<\/strong> Fa credere ai vincitori di aver fatto tutto da soli, dimenticando il ruolo della fortuna, dei genitori, degli insegnanti e delle doti naturali che non sono merito proprio.<\/li>\n<li><strong>Erosione della sensibilit\u00e0 civica:<\/strong> Pi\u00f9 pensiamo di esserci fatti da soli, pi\u00f9 \u00e8 difficile imparare la <strong>gratitudine e l&#8217;umilt\u00e0<\/strong>, sentimenti necessari per prendersi cura del bene comune.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">La questione del merito \u00e8 diventata urgente perch\u00e9 la democrazia \u00e8 sull&#8217;orlo del baratro a causa della rabbia contro le \u00e9lite. Sandel invita a chiederci se la soluzione sia vivere in modo pi\u00f9 fedele al principio del merito o se occorra ricercare un <strong>bene comune che vada oltre il semplice selezionare e lottare<\/strong>.<\/p>\n<p><em><strong>Di seguito, un report dettagliato, capitolo per capitolo, del testo di Sandel.<\/strong><\/em><\/p>\n<p><!--more--><br \/>\n<strong>ANALISI PRIMO CAPITOLO: VINCITORI E PERDENTI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo capitolo de <em>La tirannia del merito<\/em>, intitolato <strong>&#8220;Vincitori e perdenti&#8221;<\/strong>, analizza le radici profonde del malcontento che agita le democrazie moderne, sostenendo che la rivolta populista (esemplificata dall&#8217;elezione di Trump e dalla Brexit) non sia solo una reazione economica o un&#8217;esplosione di intolleranza, ma una risposta morale ai fallimenti della <strong>tecnocrazia<\/strong> e della <strong>globalizzazione<\/strong>. Sandel esordisce criticando le \u00e9lite e i partiti mainstream per non aver compreso la vera natura della rabbia dei cittadini. In genere, il malcontento viene diagnosticato in due modi: come animosit\u00e0 razzista\/xenofoba o come ansia per i cambiamenti tecnologici. Sandel ritiene queste spiegazioni insufficienti: &#8220;<em>Interpretare la protesta populista come malevola o come mal diretta assolve le \u00e9lite governative dalla responsabilit\u00e0 per la creazione delle condizioni che hanno eroso la dignit\u00e0 del lavoro e che hanno lasciato che in molti si sentano privati di rispetto e di potere<\/em>&#8220;. L&#8217;autore sottolinea che le rimostranze sono <strong>morali e culturali<\/strong>, riguardando la <strong>stima sociale<\/strong> ancor pi\u00f9 che i semplici salari: &#8220;<em>Queste rimostranze non sono soltanto di carattere economico, ma sono anche morali e culturali; non riguardano soltanto i salari e i posti di lavoro, ma anche la stima sociale<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il cuore del fallimento politico risiede nel progetto di globalizzazione portato avanti negli ultimi quarant&#8217;anni. Sandel identifica una svolta <strong>tecnocratica<\/strong> che ha svuotato il dibattito pubblico: &#8220;<em>La concezione tecnocratica della politica \u00e8 legata alla fede nei mercati <\/em>[\u2026]<em> prosciuga il dibattito pubblico da argomentazioni morali sostanziali, trattando le questioni controverse dal punto di vista ideologico come se fossero materia di efficienza economica e, quindi, \u00e0mbito degli esperti<\/em>&#8220;. Questo approccio ha fatto sentire i cittadini comuni impotenti, poich\u00e9 le decisioni importanti sono state spostate fuori dalla portata della discussione democratica, verso agenzie amministrative, banche centrali e mercati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel inoltre analizza il mantra politico secondo cui, in una societ\u00e0 equa, chi lavora sodo pu\u00f2 arrivare ovunque il proprio talento lo porti. Questa <strong>&#8220;retorica dell&#8217;ascesa&#8221;<\/strong>, difesa da presidenti come Reagan, Clinton e Obama (che us\u00f2 la frase &#8220;<em>You can make it if you try<\/em>&#8221; oltre 140 volte), \u00e8 diventata oggi un insulto: &#8220;<em>Ma ora la retorica dell\u2019ascesa suona falsa. Nel sistema economico odierno, non \u00e8 facile emergere <\/em>[\u2026]<em> La capacit\u00e0 di emergere sembra dipendere meno dallo sprone della povert\u00e0 e pi\u00f9 dall\u2019accesso all\u2019istruzione<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019autore osserva con amarezza che, paradossalmente, gli Stati Uniti hanno oggi meno mobilit\u00e0 sociale rispetto a molte democrazie europee, trasformando la meritocrazia in una forma di privilegio stabile: &#8220;<em>La meritocrazia odierna si \u00e8 rafforzata come un\u2019aristocrazia ereditaria<\/em>&#8220;. Ma l&#8217;aspetto pi\u00f9 originale del pensiero di Sandel riguarda le conseguenze psicologiche e morali della meritocrazia. Essa incoraggia i &#8220;vincitori&#8221; a credere che il loro successo sia merito esclusivo della loro virt\u00f9, dimenticando la fortuna e il debito verso la comunit\u00e0: &#8220;<em>La tracotanza meritocratica riflette la tendenza dei vincitori a godere troppo del proprio successo, dimenticandosi della fortuna e della buona sorte che li ha aiutati nel proprio cammino<\/em>&#8220;. Dall&#8217;altro lato, i &#8220;perdenti&#8221; non si sentono solo vittime di ingiustizia (il sistema truccato), ma subiscono l&#8217;<strong>umiliazione<\/strong> di pensare che la colpa del fallimento sia solo loro: &#8220;<em>Ci si congratula con i vincitori ma si denigrano i perdenti, anche ai loro stessi occhi. Per coloro che non riescono a trovare lavoro <\/em>[\u2026]<em> risulta difficile sfuggire al pensiero demoralizzante di essere la causa del proprio fallimento<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel conclude che la rivolta populista \u00e8, in ultima istanza, una ribellione contro questo giudizio di valore. Le \u00e9lite meritocratiche hanno talmente valorizzato la laurea da svalutare il contributo sociale di chi non l&#8217;ha conseguita: &#8220;<em>Pi\u00f9 che essere una protesta contro gli immigrati e la delocalizzazione, la rimostranza populista riguarda la tirannia del merito. Ed \u00e8 una rimostranza giustificata<\/em>&#8220;. L&#8217;autore richiama il sociologo <strong>Michael Young<\/strong>, che nel 1958 previde che una meritocrazia perfetta avrebbe portato alla discordia sociale, poich\u00e9 non avrebbe lasciato ai &#8220;perdenti&#8221; alcun appiglio all&#8217;amor proprio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il capitolo si chiude con l&#8217;appello di Sandel a <strong>rinvigorire la politica democratica<\/strong> superando l&#8217;approccio tecnocratico. \u00c8 necessario tornare a discutere dei grandi interrogativi morali: cosa dobbiamo gli uni agli altri come cittadini e come possiamo restituire dignit\u00e0 al lavoro in una societ\u00e0 che ha sacrificato la solidariet\u00e0 sull&#8217;altare del successo individuale: &#8220;<em>Condurre il nostro discorso pubblico come se fosse possibile esternalizzare il giudizio morale e politico ai mercati <\/em>[\u2026] <em>ha svuotato la discussione democratica di significato e di finalit\u00e0&#8221;.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ANALISI DEL SECONDO CAPITOLO: GREAT BECAUSE GOOD<br \/>\n<\/strong><br \/>\nIl secondo capitolo, intitolato <strong>&#8220;Great because good. Una breve storia morale del merito&#8221;<\/strong>, traccia l&#8217;evoluzione del concetto di merito dalle sue <strong>radici teologiche<\/strong> fino alla sua attuale forma secolare e politica. Sandel argomenta che la nostra moderna ossessione per il merito non \u00e8 solo una questione economica, ma una forma di &#8220;provvidenzialismo secolare&#8221; che divide la societ\u00e0 tra chi si sente benedetto dal successo e chi si sente condannato dal fallimento. L\u2019autore ammette che l&#8217;idea di premiare il merito \u00e8 inizialmente attraente per ragioni di <strong>efficienza ed equit\u00e0<\/strong>. Una societ\u00e0 meritocratica promette libert\u00e0: l&#8217;idea che il nostro destino sia nelle nostre mani. Tuttavia, questa promessa nasconde un fardello: &#8220;<em>L\u2019ideale meritocratico attribuisce un grande peso all\u2019idea di responsabilit\u00e0 individuale<\/em>[&#8230;]<em> ma una cosa \u00e8 ritenere le persone responsabili dell\u2019agire moralmente, un\u2019altra \u00e8 postulare che noi \u2013 ciascuno di noi \u2013 siamo totalmente responsabili della nostra sorte in vita<\/em>&#8220;. Sandel osserva che parlare di &#8220;sorte&#8221; implica un limite alla responsabilit\u00e0 umana, evocando il caso o la grazia, concetti che la meritocrazia moderna tende a cancellare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019autore rintraccia l&#8217;origine del pensiero meritocratico nella teologia biblica, dove gli eventi naturali erano letti come <strong>ricompense o punizioni divine<\/strong>. Questo crea una &#8220;logica crudele&#8221; verso chi soffre: &#8220;<em>Questo modo meritocratico di pensare genera atteggiamenti crudeli verso coloro che patiscono la sfortuna. Pi\u00f9 acuta \u00e8 la sofferenza, maggiore \u00e8 il sospetto che la vittima se la sia procurata<\/em>&#8220;. Il <strong>Libro di Giobbe<\/strong> sarebbe il primo grande attacco alla &#8220;tirannia del merito&#8221;. Gli amici di Giobbe insistono che la sua sofferenza debba essere colpa di un peccato, ma Dio interviene per negare questa connessione: &#8220;<em>Nel rinunciare all\u2019idea che Egli presieda una meritocrazia cosmica, Dio afferma il proprio potere illimitato e impartisce a Giobbe una lezione di umilt\u00e0<\/em>&#8220;. Di qui l\u2019autore esamina il dibattito cristiano sulla salvezza. Da un lato <strong>Pelagio<\/strong> (in un certo qual modo precursore del liberalismo) sosteneva il libero arbitrio e la capacit\u00e0 umana di guadagnarsi la salvezza; dall&#8217;altro <strong>Agostino<\/strong> insisteva sulla salvezza per sola grazia, vedendo nell&#8217;idea del merito una forma di orgoglio blasfemo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <strong>Riforma protestante<\/strong> di Lutero nacque come una protesta contro il merito (le indulgenze), ma paradossalmente, come analizzato da <strong>Max Weber<\/strong>, port\u00f2 a un&#8217;etica del lavoro ferocemente meritocratica. Poich\u00e9 i calvinisti non potevano sapere se fossero &#8220;eletti&#8221;, cercarono nel successo mondano un <em>segno<\/em> della propria elezione: &#8220;<em>Dio aiuta colui che si aiuta<\/em>[&#8230;]<em> il calvinista crea egli stesso la propria beatitudine (ma si dovrebbe dire, pi\u00f9 correttamente: la certezza di essa)<\/em>&#8220;. Questa transizione psicologica ha trasformato l&#8217;umilt\u00e0 di fronte alla grazia nella <strong>tracotanza meritocratica<\/strong> del successo. Oggi, anche se la societ\u00e0 \u00e8 secolarizzata, abbiamo mantenuto la struttura morale del pensiero provvidenzialistico: chi ha successo crede di averlo &#8220;meritato&#8221; e che il ricco sia &#8220;pi\u00f9 meritevole&#8221; del povero: &#8220;<em>Questo aspetto trionfalistico della meritocrazia \u00e8 una specie di provvidenzialismo senza Dio<\/em>[&#8230;] <em>Quanti hanno successo lo ottengono da soli, ma il loro successo attesta la loro virt\u00f9<\/em>&#8220;. L&#8217;autore cita casi moderni come la crisi finanziaria del 2008, dove l&#8217;AD di Goldman Sachs difese i bonus miliardari dicendo che stavano &#8220;facendo il lavoro di Dio&#8221;. Menziona anche il <strong>&#8220;Vangelo della prosperit\u00e0&#8221;<\/strong>, che insegna che Dio ricompensa la fede con salute e ricchezza, rendendo la malattia o la povert\u00e0 un &#8220;verdetto sulla nostra virt\u00f9&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel critica anche la politica liberal (esemplificata da Bill Clinton e Barack Obama) per aver adottato questo linguaggio provvidenziale. Lo slogan <strong>&#8220;L&#8217;America \u00e8 grande perch\u00e9 \u00e8 buona&#8221;<\/strong> \u00e8 visto come la fede meritocratica applicata a una nazione. In particolare, la retorica dell&#8217;essere dalla <strong>&#8220;parte giusta della storia&#8221;<\/strong>: &#8220;<em>Tali argomentazioni poggiano sulla credenza che la storia si svolga in un modo che \u00e8 diretto da Dio o da una tendenza secolare verso il progresso e il miglioramento morale<\/em>&#8220;. Basti vedere l&#8217;uso frequente che Obama faceva della frase di Martin Luther King Jr.: <em>&#8220;l&#8217;arco dell\u2019universo morale \u00e8 lungo, ma tende verso la giustizia&#8221;<\/em>. Se per King questa era una chiamata profetica all&#8217;azione, per le \u00e9lite al potere \u00e8 diventata una forma di &#8220;trionfalismo compiaciuto&#8221; che giustifica lo status quo della globalizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il capitolo si chiude con una riflessione sulla canzone <em>America the Beautiful<\/em>. Sandel nota come l&#8217;originale fosse una preghiera affinch\u00e9 Dio &#8220;riversasse&#8221; la sua grazia (un desiderio), mentre nella cultura moderna viene spesso inteso come un fatto compiuto: Dio <em>ha<\/em> riversato la sua grazia perch\u00e9 ce la meritiamo. \u201c<em>L\u2019equilibrio tra merito e grazia non \u00e8 facile da sostenere<\/em>[&#8230;]<em> Il merito scaccia la grazia, oppure la ridisegna a propria immagine, come qualcosa che meritiamo<\/em>&#8220;. Sandel conclude che questa vittoria del merito sulla grazia ha eliminato l&#8217;umilt\u00e0 e la gratitudine, rendendo impossibile la solidariet\u00e0 necessaria per una democrazia sana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ANALISI DEL TERZO CAPITOLO: LA RETORICA DELL\u2019ASCESA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il terzo capitolo, intitolato <strong>&#8220;La retorica dell\u2019ascesa&#8221;<\/strong>, analizza come l\u2019ideale meritocratico si sia radicato nella vita pubblica delle democrazie occidentali negli ultimi quarant\u2019anni, trasformandosi da promessa di libert\u00e0 in una forma di oppressione sociale. Sandel sostiene che questa retorica, pur sembrando emancipatoria, ha finito per erodere la solidariet\u00e0 e alimentare la polarizzazione politica. Sandel innanzitutto traccia un parallelo tra la mentalit\u00e0 moderna e l\u2019etica puritana descritta nel capitolo precedente. Oggi consideriamo il successo economico e sociale come i puritani (\u00e8 la lettura di Weber qui ripresa) consideravano la salvezza: non un dono della grazia, ma qualcosa che ci si guadagna con lo sforzo personale: &#8220;<em>Oggi consideriamo il successo nel modo in cui i puritani consideravano la salvezza: non come una questione di fortuna o di grazia, ma come qualcosa che guadagniamo con il nostro sforzo e con il nostro impegno. Questo \u00e8 il cuore dell\u2019etica meritocratica<\/em>&#8220;. Questa visione ha per\u00f2 un lato oscuro: se il successo \u00e8 merito mio, il fallimento \u00e8 colpa tua. Questa logica rende difficile provare empatia per chi \u00e8 rimasto indietro, poich\u00e9 si tende a pensare che chi fallisce non abbia avuto abbastanza talento o grinta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019autore nota come questa fede meritocratica sia particolarmente forte tra i suoi studenti a <strong>Harvard<\/strong>, che tendono a vedere la loro ammissione come il risultato esclusivo del proprio duro lavoro, ignorando il ruolo della fortuna o dei vantaggi familiari. L\u2019autore riporta un aneddoto avvenuto in Cina nel 2012, dove uno studente sostenne che i ricchi meritano di vivere pi\u00f9 a lungo (comprando reni dai poveri) perch\u00e9 hanno guadagnato la loro ricchezza. Commenta: &#8220;<em>Fui sorpreso da questa sfrontata applicazione del modo di pensare meritocratico<\/em>[&#8230;]<em> \u00e8 moralmente affine alla credenza del vangelo della prosperit\u00e0 secondo la quale la salute e la ricchezza sono segni del favore di Dio<\/em>&#8220;. Negli anni Ottanta, Reagan e Thatcher prepararono il terreno per la meritocrazia enfatizzando la fiducia nei mercati. Tuttavia, sono stati i politici di centro-sinistra (come Bill Clinton e Tony Blair) a completare questo progetto. Essi accettarono la logica di mercato, cercando per\u00f2 di renderla &#8220;equa&#8221; attraverso le pari opportunit\u00e0. <strong>L&#8217;ideale era che, in una societ\u00e0 con opportunit\u00e0 realmente uguali, i mercati darebbero alle persone &#8220;esattamente quel che si meritano&#8221;. <\/strong>Dagli anni Ottanta, i dibattiti sul <em>welfare state<\/em> si sono spostati dalla solidariet\u00e0 alla <strong>responsabilit\u00e0 personale<\/strong>. Si \u00e8 iniziato a distinguere tra &#8220;poveri meritevoli&#8221; (vittime della sfortuna) e &#8220;poveri non meritevoli&#8221; (vittime delle proprie scelte). Sandel osserva che i presidenti democratici Clinton e Obama hanno usato la frase &#8220;non per colpa loro&#8221; (riferita agli svantaggiati) molto pi\u00f9 spesso di Reagan. Il <em>welfare state<\/em> \u00e8 diventato un &#8220;tracciatore di responsabilit\u00e0&#8221; anzich\u00e9 un ammortizzatore sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il cuore del capitolo \u00e8 l&#8217;analisi della <strong>&#8220;retorica dell&#8217;ascesa&#8221;<\/strong>, ovvero il mantra secondo cui ognuno pu\u00f2 arrivare fin dove il suo talento e il suo duro lavoro lo porteranno. Sebbene Reagan sia stato il primo a farne un punto di forza, \u00e8 stato <strong>Barack Obama<\/strong> a usarla pi\u00f9 di chiunque altro, facendone il tema centrale della sua presidenza: &#8220;<em>In questo paese, se lavori sodo, se sei disposto ad assumerti delle responsabilit\u00e0, allora puoi farcela. Puoi andare avanti<\/em>&#8220;. Questa retorica ha creato un nesso tossico: se le opportunit\u00e0 sono uguali, il successo \u00e8 dovuto esclusivamente a se stessi e, di conseguenza, le ricompense ottenute sono moralmente meritate. Nel 2016, questa retorica ha perso la sua capacit\u00e0 di ispirare. Sandel sostiene che per chi \u00e8 bloccato in basso o fatica a sbarcare il lunario, l&#8217;invito a &#8220;<em>farcela se ci provi<\/em>&#8221; \u00e8 diventato un insulto. Donald Trump ha intercettato questo risentimento; i suoi sostenitori non rifiutano la meritocrazia, ma credono che il sistema fosse gi\u00e0 cos\u00ec: avevano accettato il &#8220;<em>verdetto crudele del mercato<\/em>&#8221; su di loro e provavano rabbia verso le \u00e9lite che li guardavano dall&#8217;alto in basso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel confronta la fede americana nel duro lavoro con la realt\u00e0 dei dati. Mentre il 77% degli americani crede che si possa avere successo lavorando sodo, la mobilit\u00e0 sociale negli Stati Uniti \u00e8 oggi inferiore a quella di molti paesi europei (come Danimarca, Canada o Svezia). La retorica dell&#8217;ascesa \u00e8 diventata perci\u00f2 <strong>congratulatoria<\/strong> per i vincitori e <strong>demoralizzante<\/strong> per i perdenti. Mescolando i fatti (la disuguaglianza reale) con le speranze (l&#8217;ideale delle pari opportunit\u00e0), la meritocrazia costringe chi fallisce a incolpare s\u00e9 stesso, distruggendo la dignit\u00e0 del lavoro e la possibilit\u00e0 di una vera vita civile comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ANALISI DEL QUARTO CAPITOLO: CREDENZIALISMO.<\/strong><\/p>\n<p>Il quarto capitolo \u00e8 intitolato <strong>&#8220;Credenzialismo. L\u2019ultimo pregiudizio accettabile&#8221;<\/strong>, e approfondisce come il possesso di un titolo di studio sia diventato la nuova barriera di classe, trasformando l\u2019istruzione da mezzo di emancipazione a strumento di umiliazione sociale e di dominio tecnocratico. Sandel apre il capitolo analizzando il valore pubblico assunto dai voti scolastici. Cita il caso di <strong>Donald Trump<\/strong>, che minacci\u00f2 i propri college di azioni legali se avessero diffuso i suoi risultati accademici, e contemporaneamente sfid\u00f2 Barack Obama a mostrare il proprio curriculum. Questa ossessione rivela che, nella societ\u00e0 odierna, il valore di un leader non \u00e8 pi\u00f9 giudicato solo dal carattere o dalle idee, ma dalle sue credenziali meritocratiche: &#8220;<em>A partire dagli anni duemila, quanto bene uno era andato al college, o anche solo agli esami di ammissione al college, assunse un rilievo tale da procurare gloria o discredito a un presidente<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli ultimi quattro decenni, i partiti di centro-sinistra e centro-destra hanno smesso di proporre riforme strutturali dell\u2019economia, puntando tutto sull&#8217;istruzione come soluzione universale. Il mantra di Bill Clinton \u2014 <strong>&#8220;ci\u00f2 che guadagni dipende da ci\u00f2 che impari&#8221;<\/strong> \u2014 \u00e8 diventato il fulcro della politica neoliberale. Sandel critica aspramente questa visione, sostenendo che essa sposta la colpa del fallimento economico dal sistema all&#8217;individuo. Il cuore della sua tesi \u00e8 che il disprezzo per chi ha meno istruzione sia diventato socialmente accettabile, a differenza del razzismo o del sessismo che sono (almeno ufficialmente) condannati. Le \u00e9lite istruite tendono a guardare dall&#8217;alto in basso chi non ha una laurea, considerandolo responsabile della propria condizione di svantaggio. L\u2019autore cita studi che dimostrano come i non laureati stessi finiscano per interiorizzare questo giudizio negativo, sentendosi &#8220;inferiori&#8221; per non aver superato la selezione meritocratica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel osserva che i parlamenti moderni sono diventati esclusivo appannaggio delle classi istruite. Al Congresso degli Stati Uniti, quasi il 100% dei membri ha una laurea, sebbene due terzi della popolazione adulta non ne possieda una. Questo crea una frattura rappresentativa: le classi lavoratrici non si sentono pi\u00f9 ascoltate da un&#8217;\u00e9lite che parla un linguaggio tecnocratico distante dalla vita reale. Inoltre nota un cambiamento nel lessico politico: i termini &#8220;giusto&#8221; e &#8220;sbagliato&#8221; sono stati sostituiti da <strong>&#8220;intelligente&#8221; (smart)<\/strong> e <strong>&#8220;stupido&#8221; (dumb)<\/strong>. Questo approccio svuota la politica di contenuti morali, trasformando questioni ideologiche in problemi tecnici riservati agli esperti: &#8220;<em>Come contrasto valutativo, \u2018smart versus dumb\u2019 (intelligente contro stupido) cominci\u00f2 a sostituire contrasti etici o ideologici, come \u2018giusto contro ingiusto\u2019 o \u2018giusto contro sbagliato\u2019<\/em>&#8220;. Obama sarebbe stato l&#8217;emblema di questa svolta tecnocratica, vedendo la presidenza non come un luogo di ispirazione morale, ma come un centro di raccolta di &#8220;buone informazioni&#8221; da fornire a cittadini considerati poco professionali nel selezionare i fatti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La divisione pi\u00f9 profonda oggi non sarebbe tra destra e sinistra, ma tra chi ha un titolo di studio e chi non ce l&#8217;ha. Sandel cita <strong>Thomas Piketty<\/strong> per mostrare come i partiti di sinistra siano passati dall&#8217;essere i partiti dei lavoratori a essere i partiti delle \u00e9lite intellettuali (&#8220;<strong><em>Brahmin Left<\/em><\/strong>&#8220;), spingendo i lavoratori verso il populismo nazionalista. Cosa giusta sarebbe quindi smantellare questo sistema, riducendo la dipendenza dal titolo di studio per l&#8217;accesso a una vita dignitosa e restituendo importanza alla saggezza pratica e alla dignit\u00e0 di ogni tipo di lavoro. Solo affrontando i fallimenti della tecnocrazia e della meritocrazia sar\u00e0 possibile reimmaginare una politica del bene comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ANALISI DEL QUINTO CAPITOLO: L\u2019ETICA DE SUCCESSO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il quinto capitolo intitolato <strong>&#8220;L\u2019etica del successo&#8221;<\/strong>, rappresenta il cuore filosofico della critica di Michael J. Sandel all&#8217;ideale meritocratico. L&#8217;autore mette in discussione la convinzione che una meritocrazia perfetta sia necessariamente una societ\u00e0 giusta o buona, analizzando come il concetto di &#8220;merito&#8221; finisca per giustificare la disuguaglianza e corrodere i legami sociali. Sandel inizia invitando a confrontare due societ\u00e0 ugualmente disuguali: una basata sul <strong>privilegio ereditario<\/strong> (aristocrazia) e l&#8217;altra basata sul <strong>talento e lo sforzo<\/strong> (meritocrazia). Sebbene la meritocrazia sembri preferibile perch\u00e9 permette la mobilit\u00e0 sociale, essa porta con s\u00e9 una conseguenza morale pesante: &#8220;<em>Diversamente dal privilegio aristocratico, il successo meritocratico porta con s\u00e9 un senso di realizzazione per essersi guadagnati il proprio posto. Da questo punto di vista, \u00e8 meglio essere ricchi in una meritocrazia che in un\u2019aristocrazia<\/em>&#8220;. Tuttavia, questo implica che <strong>essere poveri in una meritocrazia sia molto pi\u00f9 demoralizzante<\/strong>. Mentre un servo in un sistema feudale sapeva che la sua povert\u00e0 era dovuta alla sfortuna della nascita e non a una mancanza di valore personale, il povero in una meritocrazia \u00e8 portato a credere che il suo fallimento sia colpa sua.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel ricorda che il termine &#8220;meritocrazia&#8221; fu coniato nel 1958 da Michael Young in senso accusatorio e ammonitore. Per Young, una societ\u00e0 che seleziona perfettamente in base al talento si traduce in una distopia. In passato, se eri povero potevi dare la colpa al sistema. Sapevi che la tua condizione dipendeva dalla sfortuna di essere nato in una famiglia umile e non dalla tua mancanza di valore. Il tuo &#8220;amor proprio&#8221; era salvo. Ma se il sistema ti d\u00e0 &#8220;tutte le possibilit\u00e0&#8221; (pari opportunit\u00e0) e tu fallisci comunque, la conclusione logica \u00e8 devastante: la colpa \u00e8 solo tua. Non puoi pi\u00f9 dire &#8220;non ho avuto l&#8217;occasione&#8221;, ma devi ammettere di essere &#8220;inferiore&#8221; rispetto a chi ce l&#8217;ha fatta. Sandel sottolinea che le \u00e9lite hanno ignorato l&#8217;avvertimento di Young, trasformando quello che era un monito distopico nel loro ideale supremo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il fulcro dell&#8217;argomentazione dell\u2019autore riguarda il motivo per cui non &#8220;meritiamo&#8221; i nostri talenti. Propone quindi due ragioni fondamentali:<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>La lotteria genetica:<\/strong> Possedere un certo talento non \u00e8 merito nostro, ma una questione di buona sorte.<\/li>\n<li><strong>La contingenza sociale:<\/strong> Il fatto di vivere in una societ\u00e0 che premia proprio quel talento \u00e8 puramente fortuito. Se LeBron James fosse nato nella Firenze del Rinascimento, la sua abilit\u00e0 nel basket non gli avrebbe garantito il successo che ha oggi.<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Contro questa tesi, i difensori della meritocrazia invocano il <strong>duro lavoro<\/strong>. Sandel <strong>ammette che lo sforzo conti<\/strong>, ma osserva che esso raramente \u00e8 la sola causa del successo e che spesso tendiamo a &#8220;gonfiare&#8221; il valore morale dell&#8217;impegno per autoconvincerci di aver meritato tutto. A questo punto l\u2019autore esamina due grandi filosofi che, pur essendo opposti politicamente, rifiutano entrambi l&#8217;idea di merito come base della giustizia:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Friedrich von Hayek (Liberalismo del mercato):<\/strong> Sostiene che il mercato non premi il merito morale, ma solo il &#8220;valore&#8221; che i consumatori attribuiscono a un bene. Tuttavia, Sandel nota che, psicologicamente, \u00e8 difficile distinguere tra essere premiati per il proprio valore di mercato ed essere considerati superiori.<\/li>\n<li><strong>John Rawls (Liberalismo egualitario):<\/strong> Propone il <strong>&#8220;principio di differenza&#8221;<\/strong>, secondo cui i talentuosi possono godere dei propri vantaggi solo se questi operano a favore dei pi\u00f9 svantaggiati. Rawls insiste che non meritiamo il nostro carattere o le doti naturali: &#8220;<em>Coloro che sono stati favoriti dalla natura&#8230; possono trarre vantaggio dalla loro buona sorte solo a patto che migliorino la situazione di coloro che ne sono rimasti esclusi<\/em>&#8220;.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel conclude analizzando la filosofia &#8220;egualitaria della sorte&#8221;, che cerca di compensare le persone per la sfortuna involontaria ma le ritiene responsabili per le scelte sbagliate. Questo approccio, secondo l&#8217;autore, finisce per essere <strong>umiliante<\/strong>, poich\u00e9 costringe chi riceve aiuto a presentarsi come una vittima priva di agentivit\u00e0 o di talento. In conclusione: il successo non \u00e8 mai un&#8217;impresa puramente individuale e riconoscere il ruolo della fortuna \u00e8 l&#8217;unico modo per recuperare l&#8217;umilt\u00e0 e la solidariet\u00e0 necessarie a una democrazia sana<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00a0<\/strong><strong>ANALISI DEL SESTO CAPITOLO: LA MACCHINA SELEZIONATRICE <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il sesto capitolo \u00e8 intitolato <strong>&#8220;La macchina selezionatrice&#8221;<\/strong>, e analizza il ruolo cruciale e problematico che l&#8217;istruzione superiore ha assunto nelle societ\u00e0 moderne. Sandel sostiene che le universit\u00e0 si siano trasformate in arbitri delle opportunit\u00e0, creando una gerarchia sociale basata sulle credenziali che, invece di favorire la mobilit\u00e0, finisce per consolidare il privilegio e corrodere la democrazia. Sandel ripercorre la storia dell\u2019ammissione ai college d\u2019\u00e9lite, evidenziando come la missione meritocratica sia nata negli anni Quaranta con <strong>James Bryant Conant<\/strong>, allora presidente di Harvard. Conant voleva abbattere l\u2019aristocrazia ereditaria dei &#8220;giovani ricchi e distratti&#8221; per sostituirla con un&#8217;\u00e9lite basata sul talento e sul senso civico: &#8220;<em>L\u2019ambizione di Conant era di rovesciare questa \u00e9lite ereditaria e sostituirla con una meritocratica&#8230; un piano audace per progettare un cambiamento nel gruppo dirigente e nella struttura sociale del paese: una sorta di quieto colpo di stato programmato<\/em>&#8220;. A tal fine, Conant scelse il test <strong>SAT<\/strong> per identificare l&#8217;intelligenza &#8220;innata&#8221; indipendentemente dal ceto sociale, ispirandosi all&#8217;ideale di <strong>Thomas Jefferson<\/strong> di una &#8220;aristocrazia naturale&#8221;. Tuttavia, Sandel osserva che il linguaggio di Jefferson rivelava gi\u00e0 un lato oscuro: l&#8217;idea di &#8220;rastrellare i migliori geni dalla spazzatura&#8221; suggeriva una tendenza intrinseca a denigrare chi non superava la selezione. Contrariamente alle speranze di Conant, il sistema meritocratico non ha creato una societ\u00e0 senza classi. Sandel <strong>documenta studi alla mano come il punteggio del SAT sia oggi strettamente correlato al reddito familiare<\/strong>: pi\u00f9 la famiglia \u00e8 ricca, pi\u00f9 alto \u00e8 il punteggio probabile del figlio. L&#8217;industria miliardaria del tutoraggio privato e dei corsi di preparazione ha trasformato quello che doveva essere un test di attitudine in un indicatore di privilegio economico. L\u2019autore conclude amaramente che l&#8217;istruzione superiore non \u00e8 un motore di mobilit\u00e0, ma un mezzo per consolidare i vantaggi: l\u2019istruzione superiore americana sarebbe come un ascensore in un edificio al quale la maggior parte delle persone non accede dall\u2019attico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sebbene i college d\u2019\u00e9lite vantino diversit\u00e0 razziale ed etnica, il divario di classe rimane estremo. Posti come Yale e Princeton ospitano pi\u00f9 studenti provenienti dall&#8217;1% pi\u00f9 ricco che dall&#8217;intero 60% inferiore della popolazione. Questo squilibrio \u00e8 aggravato dalle <strong>preferenze per i &#8220;legacy&#8221;<\/strong> (figli di ex alunni), i figli dei donatori e gli atleti di sport d&#8217;\u00e9lite. Sandel sostiene che questa selezione iper-competitiva non \u00e8 solo iniqua, ma cambia la percezione del successo: i vincitori sono portati a credere di essersi fatti da soli e di meritare moralmente il proprio posto, dimenticando il ruolo della fortuna e del privilegio. Un punto centrale del capitolo \u00e8 il <strong>costo psicologico<\/strong> che la macchina selezionatrice impone ai giovani che &#8220;riescono a entrare&#8221;. La competizione senza tregua ha trasformato l&#8217;adolescenza in un periodo di stress estremo, dominato da una genitorialit\u00e0 &#8220;elicottero&#8221; ossessiva: &#8220;<em>Il perfezionismo \u00e8 l\u2019emblematico malanno meritocratico&#8230; Anni di lotta angosciante lasciano i giovani con un fragile senso di autostima, condizionati dai risultati e vulnerabili ai giudizi severi<\/em>&#8220;. Sandel descrive una generazione di studenti che, pur essendo ai vertici, soffre di burnout, depressione e ansia, poich\u00e9 il loro valore \u00e8 stato costantemente legato alle performance e ai voti. Per contrastare la &#8220;tirannia del merito&#8221;, l\u2019autore avanza una proposta provocatoria: una volta stabilita una soglia di competenza accademica, i candidati qualificati dovrebbero essere <strong>estratti a sorte<\/strong>. Questo sistema ridurrebbe la pressione sugli adolescenti e ripristinerebbe l&#8217;umilt\u00e0, ricordando che il successo in un&#8217;universit\u00e0 d&#8217;\u00e9lite \u00e8, in ultima analisi, un colpo di fortuna simile a una lotteria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il capitolo si conclude con l&#8217;appello a ridurre la dipendenza del successo dal possesso di una laurea quadriennale. Sandel critica la sproporzione nei finanziamenti: negli Stati Uniti si spendono 162 miliardi di dollari l&#8217;anno per l&#8217;istruzione superiore, ma solo 1,1 miliardi per l&#8217;istruzione professionale e tecnica: &#8220;<em>Imparare a diventare un idraulico o un elettricista o un igienista dentale dovrebbe essere rispettato come un prezioso contributo al bene comune, non considerato come un premio di consolazione per coloro che non hanno ottenuto i punteggi SAT <\/em>[&#8230;]<em> per entrare alla Ivy League<\/em>&#8220;. L&#8217;educazione civica e morale non deve essere un monopolio delle universit\u00e0 d&#8217;\u00e9lite, ma deve prosperare ovunque, restituendo dignit\u00e0 a ogni tipo di lavoro e permettendo a tutti i cittadini di sentirsi parte di un progetto comune<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ANALISI DEL SETTIMO CAPITOLO: DARE RICONOSCIMENTO AL LAVORO<br \/>\n<\/strong><br \/>\nIl settimo capitolo, <strong>&#8220;Dare riconoscimento al lavoro&#8221;<\/strong>, affronta la crisi d&#8217;identit\u00e0 e di stima che ha colpito le classi lavoratrici nelle democrazie occidentali. Sandel sostiene che il problema non sia solo la disuguaglianza economica, ma l&#8217;<strong>erosione della dignit\u00e0 del lavoro<\/strong> provocata da una cultura meritocratica che valorizza solo le credenziali accademiche. Sandel inizia analizzando il divario crescente tra chi possiede un diploma di laurea e chi no. Negli ultimi quarant\u2019anni, il cosiddetto &#8220;premio per la laurea&#8221; (<em>college premium<\/em>) \u00e8 raddoppiato, lasciando indietro la maggior parte dei lavoratori comuni. Mentre la produttivit\u00e0 \u00e8 aumentata, i salari reali degli uomini senza laurea sono rimasti fermi o sono calati rispetto al 1979. L&#8217;autore sottolinea che il danno \u00e8 prima di tutto morale: valorizzando i \u201ccervelli\u201d necessari a un buon punteggio ai test di ammissione al college, la <strong>macchina selezionatrice<\/strong> svilisce quanti non hanno credenziali meritocratiche. Dice loro che il lavoro che svolgono \u00e8 un contributo minore al bene comune, e quindi meno degno di riconoscimento e stima sociali. Un indicatore tragico di questo malessere \u00e8 l&#8217;aumento delle <strong>&#8220;morti per disperazione&#8221;<\/strong> (suicidi, overdose, alcolismo), termine coniato dagli economisti <strong>Case<\/strong> e <strong>Deaton<\/strong>. Sandel evidenzia che questo fenomeno colpisce in modo sproporzionato chi non ha una laurea: &#8220;<em>Un diploma di laurea quadriennale \u00e8 diventato l\u2019indicatore chiave dello status sociale, come se venisse richiesto ai non laureati di indossare una specie di distintivo scarlatto con cucite le lettere BA <\/em>[Bachelor of Arts]<em> sbarrate da una linea rossa diagonale<\/em>&#8220;. Queste morti non sono solo figlie della <strong>povert\u00e0 materiale<\/strong>, ma di un processo di <strong>&#8220;perdita dello stile di vita&#8221;<\/strong> e di umiliazione sociale in un sistema che dice ai perdenti che la colpa del loro fallimento \u00e8 solo loro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel cos\u00ec analizza le radici del risentimento che ha portato all&#8217;elezione di Trump. Le \u00e9lite meritocratiche hanno sviluppato una cultura di condiscendenza, di superiorit\u00e0 mista a disprezzo verso chi vive negli stati rurali o svolge lavori manuali. Citando la sociologa <strong>Arlie Hochschild<\/strong>, Sandel descrive il lavoratore della classe operaia come uno <strong>&#8220;straniero nella propria terra&#8221;<\/strong>, che sente che altri gli stiano &#8220;saltando la fila&#8221; (immigrati, minoranze favorite dalle azioni positive) con il beneplacito delle \u00e9lite. Di qui, il cuore filosofico del capitolo, cio\u00e8 la distinzione tra due modi di intendere la giustizia:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Giustizia Distributiva:<\/strong> L&#8217;approccio liberal classico, che si concentra su come dividere la &#8220;torta&#8221; economica (accesso ai consumi e welfare).<\/li>\n<li><strong>Giustizia Contributiva:<\/strong> L&#8217;idea che le persone abbiano bisogno di sentirsi utili e di guadagnare la stima sociale attraverso il proprio contributo al bene comune.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel sostiene che i cittadini non vogliono solo consumare, ma produrre:\u00a0 &#8220;<em>Il desiderio umano fondamentale \u00e8 quello di essere necessari a coloro con i quali condividiamo una vita in comune. La dignit\u00e0 del lavoro consiste nell\u2019esercitare le nostre capacit\u00e0 per rispondere a tali bisogni<\/em>&#8220;. Egli richiama la tradizione di <strong>Aristotele<\/strong>, <strong>Hegel<\/strong> e <strong>Martin Luther King<\/strong> per ricordare che <strong>ogni lavoro ha dignit\u00e0<\/strong> se contribuisce alla sopravvivenza e al benessere della comunit\u00e0. Poi distingue due diverse concezioni di bene comune:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Concezione Consumistica:<\/strong> Il bene comune \u00e8 la somma delle preferenze individuali e la massimizzazione del PIL. In questa visione, chi guadagna di pi\u00f9 \u00e8 considerato il miglior contributore.<\/li>\n<li><strong>Concezione Civica:<\/strong> Il bene comune consiste nel ragionare insieme sugli obiettivi della comunit\u00e0 e nel riconoscere il valore morale del contributo di ciascuno, che non sempre coincide con lo stipendio di mercato.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel suggerisce di spostare l&#8217;attenzione dalla massimizzazione del PIL alla creazione di un mercato del lavoro che favorisca la coesione sociale, tramite alcuni strumenti strutturali:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Sussidi salariali:<\/strong> Invece di limitarsi ai sussidi di disoccupazione, il governo dovrebbe integrare i salari bassi per permettere ai lavoratori di mantenere una vita dignitosa e restare &#8220;produttori&#8221;.<\/li>\n<li><strong>Contrasto alla finanziarizzazione:<\/strong> L&#8217;industria finanziaria \u00e8 cresciuta a dismisura, ma gran parte delle sue attivit\u00e0 \u00e8 speculativa e non aiuta l&#8217;economia reale.<\/li>\n<li><strong>Riforma Fiscale:<\/strong> Sandel propone di spostare il carico fiscale dal <strong>lavoro<\/strong> (riducendo le imposte sui salari) alla <strong>speculazione<\/strong> (tassa sulle transazioni finanziarie).<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tassazione, secondo Sandel, ha un valore &#8220;espressivo&#8221;: tassare il lavoro e non la speculazione invia un messaggio sbagliato su cosa la societ\u00e0 considera meritorio. Il capitolo si conclude con l&#8217;appello a ricostruire i legami morali che la globalizzazione e la meritocrazia hanno sciolto. La solidariet\u00e0 richiede di riconoscere la nostra reciproca dipendenza: &#8220;<em>Soltanto nella misura in cui dipendiamo dagli altri, e riconosciamo la nostra dipendenza, abbiamo ragione di apprezzare il loro contributo al nostro benessere collettivo<\/em>&#8220;. Restituire dignit\u00e0 al lavoro significa smettere di credere che il successo sia un&#8217;impresa puramente individuale e tornare a vedere noi stessi come membri di una comunit\u00e0 a cui siamo debitori<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00a0<\/strong><strong>CONCLUSIONI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nelle <strong>Conclusioni<\/strong> Michael Sandel tira le fila della sua analisi, proponendo un superamento dell&#8217;ideale meritocratico a favore di una &#8220;uguaglianza di condizione&#8221; e di una rinnovata umilt\u00e0 civile. Sandel apre le conclusioni con la storia di <strong>Henry Aaron<\/strong>, leggendario giocatore di baseball cresciuto nel Sud segregazionista degli Stati Uniti. Aaron riusc\u00ec a battere i record di <strong>Babe Ruth<\/strong> grazie al suo immenso talento, dimostrando che il campo da gioco era l&#8217;unico luogo dove il razzismo non poteva fermarlo. Sebbene questa storia porti ad &#8220;amare la meritocrazia&#8221; come risposta definitiva all&#8217;ingiustizia, Sandel avverte che si tratta di un errore prospettico:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;<em>La morale della storia di Henry Aaron non \u00e8 che dovremmo amare la meritocrazia, ma che dovremmo disprezzare un sistema di ingiustizia razziale da cui si pu\u00f2 fuggire soltanto segnando dei fuoricampo<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;autore critica la politica moderna per aver fatto della <strong>mobilit\u00e0 sociale<\/strong> l&#8217;unica risposta alla disuguaglianza. Questo approccio si basa sull&#8217;idea che il successo consista nel &#8220;fuggire&#8221; dalle proprie origini umili. Tuttavia, una societ\u00e0 buona non pu\u00f2 fondarsi solo sulla promessa di una fuga, poich\u00e9 ci\u00f2 lascia &#8220;moralmente a nudo&#8221; chi non riesce o non vuole emergere. Sandel sostiene invece la necessit\u00e0 di &#8220;<em>un\u2019ampia uguaglianza di condizione che permetta a quanti non ottengono grandi ricchezze o posizioni di prestigio di vivere una vita decente e dignitosa, sviluppando ed esercitando le proprie capacit\u00e0 con un lavoro che conquisti la stima sociale<\/em>&#8220;. A questo proposito recupera pensatori come <strong>R.H. Tawney<\/strong> e <strong>James Truslow Adams<\/strong> (che coni\u00f2 l&#8217;espressione &#8220;sogno americano&#8221;) per ricordare che il vero benessere sociale dipende dalla <strong>coesione e dalla solidariet\u00e0<\/strong>, non solo dalla possibilit\u00e0 di ascesa. L&#8217;esempio citato da Adams \u00e8 la <strong>Library of Congress<\/strong>, un luogo dove ricchi e poveri, bianchi e neri, siedono insieme per leggere, condividendo una &#8220;<em>cultura dell&#8217;apprendimento ampiamente diffusa<\/em>&#8220;. Oggi, denuncia Sandel, questa uguaglianza di condizione \u00e8 sparita: &#8220;<em>Quattro decenni di globalizzazione guidata dal mercato hanno portato disuguaglianze di reddito e di ricchezza cos\u00ec marcate da condurci a vivere vite separate. Raramente chi \u00e8 benestante e chi ha mezzi modesti si incontrano nel corso della giornata<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sandel conclude riprendendo la distinzione tra due modi di intendere il bene comune, una concezione civica VS una consumistica, con un appello finale del libro all&#8217;<strong>umilt\u00e0<\/strong>. La convinzione meritocratica che il successo sia tutto merito nostro rende la solidariet\u00e0 impossibile. Sandel esorta i vincitori a riconoscere che il loro posto nella societ\u00e0 non \u00e8 solo frutto di sforzo, ma anche di &#8220;buona sorte&#8221;, del &#8220;mistero del destino&#8221; o della &#8220;grazia di Dio&#8221;:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;<em>Un vivo senso della contingenza della nostra sorte pu\u00f2 ispirare una certa umilt\u00e0: \u2018Se non fosse per la grazia di Dio o per accidente della nascita, o per il mistero del destino, sarei io al suo posto\u2019. Un\u2019umilt\u00e0 come questa \u00e8 l\u2019inizio della via del ritorno dalla dura etica del successo che ci separa. Va oltre la tirannia del merito, verso una meno rancorosa e pi\u00f9 generosa vita pubblica<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In sintesi, le conclusioni di Sandel propongono di riparare i legami sociali danneggiati non cercando di &#8220;perfezionare&#8221; la meritocrazia, ma spostando l&#8217;attenzione sulla <strong>dignit\u00e0 del lavoro<\/strong>, sulla <strong>democrazia deliberativa<\/strong> e sulla <strong>gratitudine<\/strong> verso ci\u00f2 che abbiamo ricevuto dal caso e dalla comunit\u00e0<\/p>\n<p>Alessandro Stella<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abIl vincitore non crede al caso\u00bb: in questo aforisma nietzscheano \u00e8 racchiuso, con fulminante concisione, il nucleo ideologico della societ\u00e0 meritocratica e del libro di Sandel. 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