{"id":5142,"date":"2016-01-03T12:59:36","date_gmt":"2016-01-03T12:59:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=5142"},"modified":"2016-01-03T13:01:38","modified_gmt":"2016-01-03T13:01:38","slug":"5142","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=5142","title":{"rendered":"La pi\u00f9 bella delle teorie"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/tramonto.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft  wp-image-5146\" title=\"tramonto\" src=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/tramonto.png\" alt=\"\" width=\"470\" height=\"243\" srcset=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/tramonto.png 672w, https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/tramonto-300x154.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 470px) 100vw, 470px\" \/><\/a><br \/>\n(Il presente articolo \u00e8 tratto da &#8220;<em>Sette brevi lezioni di fisica<\/em>&#8221; di <strong>Carlo Rovelli)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da ragazzo, <strong>Albert Einstein<\/strong> ha trascorso quasi un anno a bighellonare oziosamente. Era a Pavia, dove aveva raggiunto la famiglia, dopo avere abbandonato gli studi in Germania. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, fatto che spesso dimenticano i genitori degli adolescenti. Era l\u2019inizio della rivoluzione industriale, e il padre, ingegnere, installava le prime centrali elettriche in Italia. Poi Albert si era iscritto all\u2019Universit\u00e0 di Zurigo e si era immerso nella fisica. Pochi anni dopo, nel 1905, aveva spedito tre articoli in un\u2019unica busta alla principale rivista scientifica del tempo, gli \u00abAnnalen der Physik\u00bb. <strong>Ciascuno dei tre valeva un Nobel<\/strong>. Il primo mostrava che gli atomi esistono davvero. Il secondo apriva la porta alla Meccanica dei Quanti, di cui spero di dire qualcosa in futuro su questa pagina. Il terzo presentava la Teoria della Relativit\u00e0 (oggi chiamata \u00abrelativit\u00e0 ristretta\u00bb), che chiarisce che il tempo non passa eguale per tutti: due gemelli si ritrovano di et\u00e0 diversa, se uno dei due ha viaggiato velocemente. Einstein diventa un fisico rinomato e riceve offerte di lavoro da diverse universit\u00e0. Ma qualcosa lo turba: la sua Teoria della Relativit\u00e0 non quadra con quanto sappiamo sulla gravit\u00e0. Se ne accorge scrivendo un articolo di rassegna sulla nuova teoria, e si chiede se la vetusta e paludata \u00abgravitazione universale\u00bb del grande padre Newton non debba essere riveduta anch\u2019essa, per renderla compatibile con la nuova relativit\u00e0. S\u2019immerge nel problema.<strong> Ci vorranno dieci anni per risolverlo.<\/strong> Dieci anni di studi pazzi, tentativi, errori, confusione, idee folgoranti, idee sbagliate. Finalmente, nel novembre del 1915, manda alle stampe un articolo con la soluzione completa: una nuova teoria della gravit\u00e0, cui d\u00e0 nome \u00abTeoria della Relativit\u00e0 Generale\u00bb, il suo capolavoro. La \u00abpi\u00f9 bella delle teorie\u00bb l\u2019ha chiamata il grande fisico russo Lev Landau.<br \/>\n<!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l\u2019Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear\u2026 Coglierne lo splendore pu\u00f2 richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio \u00e8 la pura bellezza. E non solo: anche l\u2019aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relativit\u00e0 Generale, il gioiello di Albert Einstein, \u00e8 uno di questi.\u00a0Ricordo l\u2019emozione quando cominciai a capirne qualcosa. Era estate. Ero su una spiaggia della Calabria, a Condofuri, immerso nel sole della grecit\u00e0 mediterranea, al tempo dell\u2019ultimo anno di universit\u00e0. Studiavo su un libro un po\u2019 rosicchiato dai topi, perch\u00e9 l\u2019avevo usato per chiudere le tane di queste bestiole, di notte, nella casa un po\u2019 malandata sulla collina umbra, dove andavo a rifugiarmi dalla noia delle lezioni universitarie di Bologna. Ogni tanto alzavo gli occhi dal libro per guardare lo scintillio del mare: mi sembrava di vedere l\u2019incurvarsi dello spazio e del tempo immaginati da Einstein. Era come una magia: come se un amico mi sussurrasse all\u2019orecchio una straordinaria verit\u00e0 nascosta, e d\u2019un tratto scostasse un velo dalla realt\u00e0, per svelarne un ordine pi\u00f9 semplice e profondo. Da quando abbiamo imparato che la Terra \u00e8 rotonda e gira come una trottola pazza, abbiamo capito che la realt\u00e0 non \u00e8 come ci appare: ogni volta che ne intravediamo un pezzo nuovo \u00e8 un\u2019emozione. Un altro velo che cade. Ma il salto compiuto da Einstein \u00e8 un salto forse senza eguale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9? Per prima cosa, perch\u00e9 una volta capito come funziona, la teoria \u00e8 di una semplicit\u00e0 mozzafiato. Provo a riassumerne l\u2019idea. Newton aveva cercato di spiegare perch\u00e9 le cose cadono e i pianeti girano. Aveva immaginato una \u00abforza\u00bb che tira tutti i corpi l\u2019uno verso l\u2019altro: l\u2019aveva chiamata \u00abforza di gravit\u00e0\u00bb. Come facesse questa forza a tirare le cose da lontano, senza che ci fosse niente in mezzo, non era dato sapere. Newton aveva anche immaginato che i corpi si muovessero nello spazio, e lo spazio fosse un grande contenitore vuoto, uno scatolone rigido per l\u2019Universo. Un\u2019immensa scaffalatura nella quale corrono diritti gli oggetti, fino a che una forza non li faccia curvare. Di cosa fosse fatto questo \u00abspazio\u00bb contenitore del mondo, neppure era dato sapere. Ma pochi anni prima della nascita di Albert, due grandi fisici britannici, Faraday e Maxwell, avevano aggiunto un ingrediente nuovo al freddo mondo di Newton: il campo elettromagnetico. Il campo \u00e8 un\u2019entit\u00e0 reale diffusa, che porta le onde radio, riempie lo spazio, pu\u00f2 vibrare e ondulare come la superficie di un lago, e \u201cporta in giro\u201d la forza elettrica. Einstein, affascinato fin da ragazzo dal campo elettromagnetico, che faceva girare i rotori delle centrali elettriche che costruiva pap\u00e0, capisce che anche la gravit\u00e0, come l\u2019elettricit\u00e0, deve essere portata da un campo: ci deve essere un \u00abcampo gravitazionale\u00bb; e cerca di capire come possa essere fatto e quali equazioni lo possano descrivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E qui arriva l\u2019idea straordinaria, il puro genio: il campo gravitazionale non \u00e8 diffuso nello spazio, il campo gravitazionale \u00e8 lo spazio. Lo \u00abspazio\u00bb di Newton, nel quale si muovono le cose, e il \u00abcampo gravitazionale\u00bb, che porta la forza di gravit\u00e0, sono la stessa cosa. \u00c8 una folgorazione. Una semplificazione impressionante del mondo: lo spazio non \u00e8 pi\u00f9 qualcosa di diverso dalla materia; \u00e8 una delle componenti \u00abmateriali\u00bb del mondo. Un\u2019entit\u00e0 che ondula, si flette, si incurva, si storce. Non siamo contenuti in una invisibile scaffalatura rigida: siamo immersi in un gigantesco mollusco flessibile. Il Sole piega lo spazio intorno a s\u00e9 e la Terra non gli gira intorno perch\u00e9 \u00e8 tirata da una misteriosa forza, ma perch\u00e9 sta correndo diritta in uno spazio che si inclina. Come una pallina che rotoli in un imbuto: non ci sono forze misteriose generate dal centro dell\u2019imbuto, \u00e8 la natura curva delle pareti a fare ruotare la pallina. I pianeti girano intorno al Sole e le cose cadono perch\u00e9 lo spazio si incurva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\nCome descrivere questo incurvarsi dello spazio? Il pi\u00f9 grande matematico dell\u2019Ottocento, Carl Friedrich Gauss, \u00abprincipe dei matematici\u00bb, aveva scritto la matematica per descrivere le superfici curve bidimensionali, come la superficie delle colline. Poi aveva chiesto a un suo bravo studente di generalizzare il tutto a spazi curvi di dimensione tre o pi\u00f9. Lo studente, Bernhard Riemann, aveva prodotto una ponderosa tesi di dottorato, di quelle che sembrano completamente inutili. Il risultato era che le propriet\u00e0 di uno spazio curvo sono catturate da un certo oggetto matematico, che oggi chiamiamo la curvatura di Riemann e indichiamo con R. Einstein scrive un\u2019equazione che dice che R \u00e8 proporzionale all\u2019energia della materia. Cio\u00e8: lo spazio si incurva l\u00e0 dove ci sia materia. \u00c8 tutto. L\u2019equazione sta in una mezza riga, non c\u2019\u00e8 altro. Una visione e un\u2019equazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\nMa dentro quest\u2019equazione, c\u2019\u00e8 un universo rutilante. E qui si apre la ricchezza magica di questa teoria. Una successione fantasmagorica di predizioni che sembrano i deliri di un pazzo, e invece sono state tutte verificate dall\u2019esperienza. L\u2019equazione descrive come si curva lo spazio intorno a una stella. A causa di questa curvatura, la luce devia. Einstein predice che il Sole devii la luce. Nel 1919 viene compiuta la misura, e risulta essere vero. Non \u00e8 solo lo spazio a incurvarsi, ma anche il tempo; ed Einstein predice che il tempo passi pi\u00f9 veloce in alto e pi\u00f9 lento in basso, vicino alla Terra. Si misura, e risulta essere vero. Di poco, ma il gemello che ha vissuto al mare ritrova il gemello che ha vissuto in montagna un poco pi\u00f9 vecchio di lui. \u00c8 solo l\u2019inizio. Quando una grande stella ha bruciato tutto l\u2019idrogeno, si spegne e quanto resta viene schiacciato sotto il proprio stesso peso, fino a curvare lo spazio cos\u00ec fortemente da sprofondare dentro un vero e proprio buco. Sono i famosi buchi neri. Quando studiavo all\u2019universit\u00e0, erano poco credibili predizioni di una teoria esoterica. Oggi sono osservati nel cielo a centinaia. Ma non basta. Lo spazio intero pu\u00f2 distendersi e dilatarsi; anzi, l\u2019equazione indica che non pu\u00f2 stare fermo, deve essere in espansione. Nel 1930, l\u2019espansione dell\u2019Universo viene effettivamente osservata. E la stessa equazione predice che l\u2019espansione debba essere nata dall\u2019esplosione di un giovane universo piccolissimo e caldissimo: \u00e8 il Big Bang. Ancora una volta, nessuno ci crede, ma le prove si accumulano, fino a che nel cielo viene osservata la radiazione cosmica di fondo: il bagliore diffuso che rimane dal calore dell\u2019esplosione iniziale. E ancora, la teoria predice che lo spazio si increspi come la superficie del mare, e gli effetti di queste \u00abonde gravitazionali\u00bb sono osservati nel cielo sulle stelle binarie, e combaciano con le previsioni della teoria con la sbalorditiva precisione di una parte su cento miliardi. E cos\u00ec via.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Insomma, la teoria descrive un mondo colorato e stupefacente, dove esplodono universi, lo spazio sprofonda in buchi senza uscita, il tempo rallenta abbassandosi su un pianeta, e le sconfinate distese di spazio interstellare si increspano come la superficie del mare\u2026 e tutto questo, che emergeva pian piano dal mio libro rosicchiato dai topi, non era una favola raccontata da un idiota in un accesso di furore, o l\u2019effetto del sole della Calabria, un\u2019allucinazione sul baluginare del mare. Era realt\u00e0. O meglio, uno sguardo verso la realt\u00e0, un po\u2019 meno velato di quello della nostra offuscata banalit\u00e0 quotidiana. Una realt\u00e0 che sembra anch\u2019essa fatta della materia di cui son fatti i sogni, ma pur tuttavia pi\u00f9 reale del nostro annebbiato sogno quotidiano. E tutto questo, il risultato di un\u2019intuizione elementare: lo spazio e il campo sono la stessa cosa. E di un\u2019equazione semplice, che non resisto a ricopiare qui, anche se il lettore non potr\u00e0 certo decifrarla, ma vorrei che almeno ne vedesse la semplicit\u00e0:<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/relativita.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-5145 aligncenter\" title=\"relativita\" src=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/relativita.png\" alt=\"\" width=\"377\" height=\"134\" srcset=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/relativita.png 377w, https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/relativita-300x106.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 377px) 100vw, 377px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto qui. Certo, ci vuole un percorso di apprendistato per digerire la matematica di Riemann e impadronirsi della tecnica per leggere quest\u2019equazione. Ci vuole un po\u2019 d\u2019impegno e fatica. Ma meno di quelli necessari per arrivare a sentire la rarefatta bellezza di uno degli ultimi quartetti di Beethoven.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Il presente articolo \u00e8 tratto da &#8220;Sette brevi lezioni di fisica&#8221; di Carlo Rovelli) Da ragazzo, Albert Einstein ha trascorso quasi un anno a bighellonare oziosamente. 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