{"id":371,"date":"2011-03-02T21:38:29","date_gmt":"2011-03-02T21:38:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=371"},"modified":"2012-03-05T12:15:02","modified_gmt":"2012-03-05T12:15:02","slug":"un-progetto-sul-territorio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=371","title":{"rendered":"&#8220;Progetto Locale&#8221;, Alberto Magnaghi. Una recensione&#8230;"},"content":{"rendered":"<p align=\"justify\"><strong>Se ordini il libro tramite il nostro link convenzionato usufruisci di uno sconto significativo<\/strong>: <a href=\"http:\/\/www.amazon.it\/gp\/product\/8833921506\/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=filosofipreca-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8833921506\">Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo (Temi)<\/a><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.assoc-amazon.it\/e\/ir?t=filosofipreca-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8833921506\" width=\"1\" height=\"1\" border=\"0\" alt=\"\" style=\"border:none !important; margin:0px !important;\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\">\n&#8212; &#8212; &#8212;<\/p>\n<p align=\"center\"><strong>Un Progetto sul Territorio<\/strong><\/strong><br \/>\n<em>Suggestioni alternative per una lettura di \u201cProgetto Locale\u201d<\/em><\/p>\n<p align=\"justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" src=\"http:\/\/www.ordinearchitetti.fi.it\/writable\/news\/OTTOBRE%202010\/il%20progetto%20locale.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"343\" \/><br \/>\nNonostante la globalizzazione, la circolazione mondiale delle merci e delle comunicazioni, l\u2019istantaneizzazione della Vita e dei rapporti individuali e commerciali ed il dominio del virtuale e dell\u2019aria, la Terra non \u00e8 scomparsa. Senza Terra non c\u2019\u00e8 speranza. I punti di partenza e di arrivo sono sempre ben radicati al suolo. Ci si imbarca su un aereo, si accede ai network virtuali, si attraversano i mari e gli oceani (per turismo o per lavoro), sempre a \u201cpartire da\u201d e a \u201cfinire con\u201d la terraferma. Porti, aereoporti, stazioni, postazioni internet. Sono proprio questi luoghi \u201cterrestri\u201d dell\u2019incontro e della comunicazione, di imbarco e di sbarco delle cose e degli Esseri umani, che cominciano ad assumere un significato diverso. Sono i crocevia della retorica imperiale, spazi di conflitto tra piani e striature. Come le strade disegnate e realizzate dai romani in Et\u00e0 repubblicana, la striatura del Potere che mostrava ai barbari le vie della presenza e della diffusione della cittadinanza romana e della legge, della <em>civitas<\/em> e dell\u2019ordine. Oltre il <em>limes<\/em> della pianificazione stradale poteva esserci solo la foresta, con i suoi sentieri oscuri e la sua barbarie da ordinare, disciplinare e controllare. La retorica del potere, quindi, ha ancora entusiasticamente bisogno della Terra per esprimersi e per costruire un discorso che sia visibile, che sia reale. Lo sguardo e l\u2019udito si perdono senza la materialit\u00e0 della Terra. Per questa ragione i Luoghi diventano, pi\u00f9 di ieri, potenziali veicoli di diffusione, organizzazione e controllo di massa. Ci ritroviamo nel ben mezzo di quel conflitto-confronto tra \u201cspazio liscio\u201d e \u201cspazio striato\u201d individuato dalle visioni estatiche di Deleuze e Guattari: \u201cLo spazio liscio e lo spazio striato \u2013 lo spazio nomade e lo spazio sedentario \u2013 lo spazio dove si sviluppa la macchina da guerra e lo spazio dove si istituisce l&#8217;apparato di Stato non sono della stessa natura. Ma a volte possiamo notare un&#8217;opposizione semplice tra i due tipi di spazio. Altre volte dobbiamo rilevare una differenza molto pi\u00f9 complessa, per cui i termini successivi delle opposizioni considerate non coincidono del tutto. Altre volte ancora dobbiamo ricordare che i due spazi esistono in realt\u00e0 solamente per i loro incroci reciproci: lo spazio liscio non cessa di essere tradotto, intersecato in uno spazio striato, lo spazio striato \u00e8 costantemente trasferito, restituito ad uno spazio liscio.\u201d (Deleuze e Guattari 1980, p. 698). Spazio liscio e spazio striato, quindi, non sono una perfetta dicotomia conflittuale ma due elementi in continua interazione, in equilibrio storico precario che potrebbe risolversi per l&#8217;uno o per l&#8217;altro a seconda delle circostanze. Siamo pienamente inseriti su questa bilancia che ora sembra essere a favore delle striature, laddove ogni spazialit\u00e0 \u00e8 descritta da norme e funzionamenti processuali. La striatura, ad ogni modo, cerca sempre di chiudere lo spazio mentre \u201cnel liscio ci si &#8216;distribuisce&#8217; su uno spazio aperto\u201d. (ivi, p. 706). Bisogna tenere in conto le interazioni.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p align=\"justify\">Comunicazione e velocit\u00e0 sono solo catalizzatori di striature. Marc Aug\u00e8 ha definito <em>non-luoghi<\/em> gli spazi che sembrano sottrarsi alla storicit\u00e0, alle relazioni sociali, diventando funzionali solo al transito, al trasporto, alla velocit\u00e0 della comunicazione e del viaggio. Sono spazi terrestri (centri commerciali, stazioni, aereoporti, campi profughi\u2026) dove l\u2019individualizzazione dell\u2019esistenza umana si attualizza. Si vive dentro un\u2019apologia continua del transito, della fluidit\u00e0, della flessibilit\u00e0, della precariet\u00e0 dell\u2019esistenza. Come scrivono sempre Deleuze e Guattari, nello spazio striato \u00e8 pi\u00f9 importante la linea tra due punti mentre nel liscio diventa preponderante il punto tra due linee. Non si abita pi\u00f9 la Terra ma si \u00e8 semplicemente condannati allo spostamento perpetuo. Un sandwich preso al fast food, tra una coincidenza e l\u2019altra, lo sguardo basso, la solitudine dentro mentre fuori esplode la santa retorica commerciale dei consumi. Cartelloni pubblicitari, modelli di vita, la velocit\u00e0, tutto fa parte della \u201cnuova\u201d simbologia. Tutto, per\u00f2, accade sulla Terra, non altrove. \u00c8 sulla terra che i <em>non-luoghi<\/em> vengono disseminati, tutti uguali, creando un senso di ripetizione e di sicurezza nella quotidiana (<em>in<\/em>)esistenza del \u201ccittadino globale\u201d. Dove un tempo si vedevano le insegne romane del potere imperiale (ovvero le triremi con i vessilli della Democrazia ateniese), ora appare una serie infinita di non-luoghi a segnare il passaggio. Il viaggio, lo spostamento globale delle cose degli Esseri umani che accade a velocit\u00e0 altissime, ha designato la \u201clogica dell\u2019occidentalizzazione\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Paul Virilio prova a descrivere questo paesaggio, questo tratto della nostra epoca che segna la desertificazione del mondo, raccontando del \u201cnuovo\u201d globo terrestre ormai appiattito dalla tecnologia della comunicazione istantanea e dalla velocit\u00e0 dei trasporti e del turismo, che ha annullato le distanze. \u00c8 proprio la velocit\u00e0, per Virilio, la cifra costitutiva del nostro Tempo, la nuova frontiera del <em>nomos<\/em> striato contemporaneo che ha trasformato radicalmente la spazialit\u00e0 facendo perdere i consueti riferimenti all\u2019Essere umano. Virilio definisce \u201ccrepuscolo dei luoghi\u201d la deterritorializzazione-despazializzazione provocata da questo processo che sembra aver completamente perso di vista la terraferma, i suoi punti di riferimento e di orientamento. Il Territorio, fondamento del vecchio Stato di diritto, con i suoi stabili posizionamenti spaziali (punti nello spazio liscio), sembra essere stato abolito dal vento di una \u201cvelocit\u00e0 di liberazione\u201d dal suolo provocata dallo tsunami del progresso tecnologico. Il progresso \u00e8 innanzitutto velocit\u00e0. A causa di questo movimento di deterritorializzazione e di despazializzazione lo Stato nazionale moderno, scrive il filosofo ed urbanista francese, ha perso progressivamente la propria centralit\u00e0, trasferendo le attivit\u00e0 di direzione e di controllo economico e sociale dalle comunit\u00e0 locali alle \u201cCitt\u00e0 panico\u201d, che diventano la maggiore catastrofe del Ventesimo secolo. Sono Citt\u00e0 che sorgono sempre sui flussi di comunicazione, sui nodi di questa rete di circolazione globale che cerca di diventare sempre pi\u00f9 veloce. Punti di transito, punti di regolazione-controllo-normalizzazione. E basta.<\/p>\n<p align=\"justify\">Saskia Sassen le definisce \u201cCitt\u00e0 globali\u201d, ovvero nodi produttivi di una rete economica distesa sul mondo, dove circolano merci, informazioni ed Esseri umani e dove i Luoghi diventano elementi marginali di passaggio dell\u2019esistenza umana: \u201cIl luogo non ha pi\u00f9 alcuna importanza\u201d. Mike Davis, invece, ragiona sulle contraddizioni sociali che la costituzione di queste megalopoli produce ai propri confini. La crescita, in una fase di continui aggiustamenti strutturali e di crisi economica, produce <em>slums,<\/em> ossia spazi urbani fuori dal controllo del governo e criminalizzati, occupati da persone condannate a restare ai margini del sistema produttivo e senza alcuna protezione sociale, da Esseri umani che costruiscono autonomamente una propria dimensione urbana ed una, limitata, economia di sussistenza. Alla ricerca di un senso di appartenenza ed un proprio posto nel mondo, che qualche volta si manifesta attraverso profonde lacerazioni e conflitti sociali. Lo spazio si droga, si divide. <em>Decide<\/em> del proprio futuro. La striatura divide l&#8217;umanit\u00e0. Se da una parte i \u201cnuovi poveri\u201d resistono all\u2019espulsione dal centro urbano, i \u201cnuovi ricchi\u201d scambiano i loro vecchi quartieri con complessi fortificati in periferia dove regna l\u2019ordine e la sicurezza, per proteggere i residenti dal disagio generalizzato. \u00c8 l&#8217;apparato dello Stato, la nuova retorica imperiale, contro una macchina da Guerra nomade che si fa strada nel rizoma della Terra.<\/p>\n<p align=\"justify\">Michel Foucault descrive questi non-spazi come luoghi concreti, non utopie rassicuranti ma anti-utopie dove si esprimerebbero conflitti, crisi, tensioni, contraddizioni. L\u2019eterotopia, in breve, sarebbe una \u201ceccedenza di realizzazione\u201d, una catastrofe nello spazio liscio provocata dalla pianificazione astratta o dell\u2019urbanistica generale. Eccedenza come eccezione, come regola.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nel cuore di questa discussione, nella bufera occidentalizzante che sta infuriando nuovamente sulla nostra Terra, si inserisce \u201cProgetto Locale\u201d. Un testo potente. La capacit\u00e0 evocativa delle argomentazioni di Alberto Magnaghi, a dieci anni dalla prima edizione del libro (sempre con Bollati Boringhieri, nel 2000), si presenta all&#8217;attualit\u00e0 come sostanza e non solo come forma. \u00c8 sostanza, infatti, il \u201cterritorialismo\u201d quando si cerca di declinare ogni struttura (materiale ed immateriale) in un versante prettamente \u201clocale\u201d, nell&#8217;accezione pi\u00f9 comprensiva di \u201cLuogo\u201d. La riedizione dell&#8217;<em>Economia Sociale di Mercato<\/em>, infatti, potrebbe essere una lente per leggere l&#8217;attualit\u00e0. Si vuole piegare la Contrattazione Collettiva Nazionale del Lavoro in senso \u201caziendale\u201d (quando non individuale), anche se molte forme di precarizzazione hanno gi\u00e0 applicato questa destrutturazione; la stessa Precariet\u00e0 si presenta pi\u00f9 come mancanza di suolo, di radicamento territoriale, che come necessit\u00e0 di inquadramento retributivo (il paradigma classico economicista, ormai, spiega poco o niente). Il \u201cvecchio\u201d sistema di Welfare State, statale e centralizzato, si sta diluendo nella \u201cWelfare Society\u201d, mettendo direttamente al lavoro gli Enti locali ed il Terzo settore. I sistemi di Project Financing definiscono nuovi modelli di pianificazione produttiva che dipendono esclusivamente dagli attori privati locali che si riescono a mobilitare, naturalmente per riprodurre interessi particolari. La chiusura dei vari Cicli naturali\/economici\/produttivi (uno su tutti, quello dei Rifiuti) ha portato a ridefinire radicalmente i contesti territoriali per renderli pi\u00f9 idonei alla massimizzazione dei profitti. La stessa Protezione Civile sembra essere diventata la dimensione \u201cterritoriale\u201d dello Stato, uno Stato che a livelli pi\u00f9 ampi \u00e8 legato dalle normative e dalla burocrazia mentre, attraverso le \u201cparticolarit\u00e0 emergenziali\u201d, riesce ad agire come, appunto, \u201cprotezione civile\u201d in deroga ad ogni norma esistente. Si tratta, in breve, di governare l\u2019Emergenza. Si \u00e8 passati dalla necessit\u00e0 dell\u2019Economia classica (e, successivamente, liberale) di \u201cpianificare\u201d il Governo (mi riferisco tanto alle ombre del Capitalismo quanto alle pseudo-luci della pianificazione sovietica o del Welfare keynesiano) allo sviluppo neo-liberale dell\u2019Urgenza da utilizzare per produrre una eccedenza di governamentalit\u00e0, sospendendo (a tempo indeterminato) il \u201cnormale\u201d Stato di Diritto liberale. Quando \u00e8 accaduto la prima volta? Troppo semplice pensare alla \u201csospensione\u201d costituzionale attuata dal Nazismo. In realt\u00e0 potrebbe non essere cos\u00ec. Si dovrebbe indagare che cosa sia accaduto sul piano della Storia. Nel momento in cui la Filosofia della Storia \u00e8 venuta meno, con le sue determinazioni strategiche e le ipoteche sul Futuro, il Presente ha cominciato ad irrompere nella Vita con tutta la sua drammatica attualit\u00e0. La Vita \u00e8 diventata tempo Presente, qui ed ora. Si \u00e8 fatta <em>Kair\u00f2s<\/em>. Si \u00e8 passati da pensare agli schemi eterni di una Filosofia della Storia a fare un\u2019Ontologia dell\u2019Attualit\u00e0 che narra una trasformazione \u201cecologica\u201d fondamentale e strutturale. In questa trasformazione l\u2019Evento, l\u2019eventualit\u00e0, l\u2019Urgenza che emerge e che deve essere immediatamente affrontata, racconta di una modificazione radicale della governamentalit\u00e0. Lo stesso \u201cspazio politico\u201d, o gli Ambienti di Vita, cadono sotto questi colpi profondi. Questo contesto generale ci parla di un \u201cnuovo\u201d Conflitto che non si mostra pi\u00f9 attraverso i termini tradizionali di Capitale e Lavoro ma sembra piuttosto interagire tra il Capitale ed il Territorio. Anche il Lavoro, infatti, pare essere diventato una questione squisitamente territoriale. Come scrive lo stesso Magnaghi: \u201c[&#8230;] il conflitto, nel contesto dell&#8217;Occidente postfordista, riguarda solo parzialmente la relazione tra capitale e lavoro, incentrandosi maggiormente sulla contraddizione tra le forme crescenti di eterodirezione della vita e istanze locali di autonomia e autogoverno del proprio futuro\u201d (Magnaghi 2010, p. 298). La globalizzazione sembra aver creato una \u201cseconda natura artificiale\u201d che si \u00e8 successivamente \u201cliberata\u201d della Terra (ivi, p. 18). Sono queste le coordinate attraverso cui passano le striature della nuova spazialit\u00e0 occidentale: \u201c[\u2026] il produttore\/consumatore ha preso il posto dell&#8217;abitante, il sito quello del luogo, la regione economica quello della regione storica e della bioregione. Il territorio da cui ci si \u00e8 progressivamente \u201cliberati\u201d, grazie anche allo sviluppo tecnologico, \u00e8 stato rappresentato e utilizzato come un puro supporto tecnico di attivit\u00e0 e funzioni economiche, che sono localizzate secondo razionalit\u00e0 interne al contesto socioeconomico e tecnologico, e sempre pi\u00f9 indipendenti da relazioni con il luogo e le sue qualit\u00e0 ambientali, culturali, identitarie.\u201d (ivi, p. 25)<\/p>\n<p align=\"justify\">Magnaghi fa risalire alla seconda met\u00e0 del XX secolo il processo di urbanizzazione fordista che ha riorganizzato le \u201cmegalopoli\u201d (come spazi chiusi e striati), provocando una profonda lacerazione tra spazio urbano e luoghi dell&#8217;insediamento e creando una sorta di \u201cvampirismo spaziale\u201d laddove le Citt\u00e0 panico esauriscono le funzioni vitali degli spazi per poi inglobarli nella continua riproduzione metropolitana: \u201cse l&#8217;abitante \u00e8 dissolto e frammentato spazialmente nei siti del lavoro, dello svago, della fruizione della natura, del consumo, della cura, della riproduzione, e quindi non ha pi\u00f9 luoghi da abitare nei quali integrare e socializzare tutte queste funzioni, esso non ha pi\u00f9 relazione di scambio e identificazione con il proprio ambiente di vita, che gli appare solcato da flussi di oggetti e funzioni a lui estranei e degradanti\u201d (ivi, p. 33). A questa frammentazione corrisponderebbe anche una ridotta capacit\u00e0 di agire sulla sfera pubblica, nell&#8217;ambito del governo e delle decisioni sul Territorio. Al tramonto del fordismo, scrive Magnaghi, il nuovo ciclo di civilizzazione che si presenta all&#8217;attualit\u00e0 rischia di essere un processo di non ritorno perch\u00e8 tendenzialmente strutturale, in quanto con il fordismo sono state attivate \u201cforme di comando della produzione completamente aspazializzate, atemporalizzate, fondate su sistemi reticolari non lineari\u201d. Insomma, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 nulla da cui \u201cliberare\u201d la Terra. Il capitalismo, parafrasando sempre Deleuze e Guattari, \u00e8 una storia di deterritorializzazioni. \u00c8 questa la forma della deterritorializzazione-despazializzazione occidentale a cui cerca di rispondere il territorialismo, sostanzialmente pensando a modalit\u00e0 alternative \u201cterritorializzanti\u201d. Il locale, in questo senso, diventa una questione ambientale (ecologica, in senso ampio) inserita in una dimensione identitaria perch\u00e8 deve costituire momenti di condensazione di Comunit\u00e0 e appartenenza territoriale. Le economie territoriali, di conseguenza, rappresentano un livello indispensabile per ripensare il ruolo del Territorio nei contesti socio-produttivi degradati dai cicli fordisti di civilizzazione e, quindi, per produrre nuova territorialit\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">Progetto Locale sembra evocare le discussioni attorno al \u201cpiano(-spazio)\u201d degli anni Sessanta\/Settanta. Non perch\u00e8 le richiami direttamente citandone i protagonisti, il dibattito o le intenzioni. Tutt&#8217;altro. Di pianificazione, per\u00f2, nel testo di Alberto Magnaghi se ne parla ampiamente. E non di pianificazione <em>sic et simpliciter<\/em>, intesa in senso \u201cmoderno\u201d come modello di profitto (economico o sociale) da realizzarsi <em>qui ed ora<\/em> (o, al massimo, nel corso di qualche anno), bens\u00ec si interroga su come strutturare il Territorio in modo da produrre Cicli virtuosi ed auto-sostenibili di lunga durata: \u201cil territorio \u00e8 prodotto attraverso un dialogo, una relazione fra entit\u00e0 viventi, l&#8217;uomo stesso e la natura, nel tempo lungo della storia\u201d (ivi, p. 17). Questa dimensione del Territorio come \u201cevento culturale\u201d, costituito dalla \u201cfecondazione della natura da parte della cultura\u201d, lo libera dalle derive tecnicistiche a cui \u00e8 stato sottomesso. A partire dalla critica ad un modello di piano che ha letteralmente sconvolto i nostri territori, l&#8217;approccio territorialista (radicalmente differente da quello funzionalista o dall&#8217;approccio ambientalista) propone una costruzione complessa del Territorio, in grado di organizzare e strutturare tutti gli aspetti della Vita comune (sociale ed economica) legata ai Luoghi dove si sviluppano le Comunit\u00e0 locali. Si tratta di pensare ad un Progetto che, a differenza della pianificazione tradizionale, deve produrre innanzitutto possibilit\u00e0 di autogoverno del Territorio.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il territorialismo affronta la questione della sostenibilit\u00e0 a partire \u201cdall&#8217;ambiente dell&#8217;uomo\u201d. Il concetto di sostenibilit\u00e0, per\u00f2, \u201cnon si risolve nella ottimizzazione della qualit\u00e0 ambientale <em>a qualunque condizione<\/em>, ma nella ricerca di relazioni virtuose fra sostenibilit\u00e0 ambientale, sociale, territoriale, economica, politica che renda coerenti <em>basic needs<\/em>, <em>self-reliance<\/em>, ecosviluppo, verso l&#8217;autosostenibilit\u00e0\u201d (ivi, p. 72). L&#8217;approccio territorialista prende in considerazione il degrado ambientale mettendolo in relazione ai processi di civilizzazione (deterritorializzazione-despazializzazione) che hanno prodotto la rottura delle relazioni produttive tra ambiente fisico ed antropico. Gli \u201catti territorializzanti\u201d, sarebbero momenti creativi di ricostruzione di queste relazioni. Il Progetto locale sembra volersi dare come primo obiettivo da raggiungere, una ritessitura del rapporto (interrotto) tra natura e cultura. Il Territorio, infatti, non \u00e8 un prodotto naturale in quanto non esiste in natura bens\u00ec rappresenta l&#8217;azione di una Comunit\u00e0 locale che agisce in un determinato spazio, producendo relazioni culturali con l&#8217;ambiente circostante. L&#8217;autosostenibilit\u00e0, ovvero la capacit\u00e0 di autogoverno di un Territorio senza la necessit\u00e0 di continui sostegni esterni, diventa un aspetto fondamentale perch\u00e8 mette pienamente a valore i saperi ambientali capaci di produrre atti territorializzanti ed identit\u00e0 dei luoghi. \u201cLa massa territoriale \u00e8 costituita dall&#8217;accumulo storico di atti territorializzanti di diversa natura (quali edifici, monumenti, citt\u00e0, infrastrutture di comunicazione, porti, ponti, terrazzamenti, apponderamenti, bonifiche, canali, sistemazioni idrogeologiche e ambientali ecc&#8230;) che nel loro insieme determinano il valore del patrimonio territoriale\u201d (ivi, p. 75).<\/p>\n<p align=\"justify\">In questa prospettiva il Conflitto ritorna ad essere elemento importante perch\u00e8 si ridefinisce nelle modalit\u00e0 di appropriazione, gestione e redistribuzione del valore prodotto dagli atti territorializzanti e dal Territorio ormai \u201cmesso a valore\u201d. La <em>governance <\/em>diventerebbe un fattore di discussione democratica e di partecipazione, dove le soggettivit\u00e0 costituenti territorio e Comunit\u00e0 locale potrebbero assumere un ruolo di primo piano: \u201cl&#8217;antagonismo si ridefinisce allora come conflitto tra eterodirezione e autogoverno\u201d (ivi, p. 82).<\/p>\n<p align=\"justify\">Le sostenibilit\u00e0 di cui parla Alberto Magnaghi sono differenti. Egli si riferisce, infatti, alla sostenibilit\u00e0 politica in quanto capacit\u00e0 di autogoverno della Comunit\u00e0 locale \u201crispetto alle relazioni con sistemi esogeni e sovraordinati\u201d; per sostenibilit\u00e0 sociale intende la capacit\u00e0 di integrare gli \u201cattori deboli\u201d nei meccanismi di decisione; la sostenibilit\u00e0 economica, invece, dovrebbe produrre \u201cvalore aggiunto territoriale\u201d ritessendo le relazioni interrotte tra territorio, ambiente e produzione; nella sostenibilit\u00e0 ambientale si pone la costruzione di processi virtuosi per gli insediamenti umani, in modo che non divengano preponderanti rispetto all&#8217;ecosistema; infine con la sensibilit\u00e0 territoriale si vuole fare riferimento ad un sistema riproduttivo capace di generare forme di territorializzazione.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il concetto di auto-sostenibilit\u00e0 (economica e di governo) sarebbe il nodo attorno a cui costruire il \u201clocale\u201d che, sempre rimanendo alle affermazioni di Magnaghi: \u201c\u00e8 divenuto un terreno, anzi il vero terreno di scontro\u201d (ivi, p. 92). Questo concetto aspira a creare una nuova relazione co-evolutiva tra abitanti-produttori e territorio; una relazione che possa essere capace, attraverso la \u201ccura\u201d della Comunit\u00e0, di determinare nuovi rapporti di lunga durata tra insediamento umano e ambiente.<\/p>\n<p align=\"justify\">Da queste premesse, quindi, \u201csi delinea un processo che dalla partecipazione evolve verso la produzione sociale di piano, fino alla produzione sociale del territorio\u201d (pp. 105-106). questo concetto di \u201cproduzione sociale del territorio\u201d diventa fondamentale perch\u00e8 \u00e8 anche la chiave di volta della critica ad un modello societario \u201cfordista\u201d basato sul lavoro salariato (che, di fatto, allontana l&#8217;abitante dalle scelte sociale riguardanti la propria Vita). Il lavoro autonomo, per Alberto Magnaghi, deve essere il connettore di informazione e conoscenza, capace di mettere in modo un meccanismo virtuoso di creazione di relazioni sociali che, appunto, producano Comunit\u00e0 (e Territorio). Cos\u00ec l&#8217;abitante-consumatore creato dal fordismo, dalla parcellizzazione del lavoro e della vitalit\u00e0 urbana, potr\u00e0 finalmente tramontare favorendo la nascita di un abitante-produttore, pienamente consapevole del proprio contesto sociale.<\/p>\n<p align=\"justify\">C&#8217;\u00e8 un magma creativo di insorgenze (p. 123) che potrebbero caratterizzare questa nuova e continua attivit\u00e0 costituente. Certo gli elementi che caratterizzano questi movimenti sono molto differenti da quelli distinti, in passato, dal rapporto tra Capitale e Lavoro. Borghesia e Proletariato un po&#8217; si sono dispersi nel terremoto territoriale che ha sconvolto gli assetti del dominio e delle forme di governance delle societ\u00e0 contemporanee. Oggi si dovrebbero rintracciare e riconnettere, minuziosamente, tutte quelle pratiche vitali di \u201ccritica, rifiuto, conflitto\u201d e di \u201criappropriazione diretta dei saperi produttivi, costruzione di nuovi simbolici e immaginari\u201d (p. 124) che si riproducono caoticamente sui territori. Perch\u00e8 nella connessione di queste pratiche c&#8217;\u00e8 l&#8217;alternativa di Comunit\u00e0 ed \u201cil passaggio dalla coscienza di classe (unit\u00e0 tra i simili nell&#8217;autoriconoscimento della condizione di sfruttamento) alla coscienza di luogo (unit\u00e0 fra diverse componenti sociali in un progetto locale condiviso fondato sull&#8217;autoriconoscimento delle caratteristiche identitarie e patrimoniali del luogo)\u201d (pp. 127-128). Tra coscienza di classe e coscienza di luogo, insomma, sembra esserci un valore comune, un fil rouge che unisce la Storia: la consapevolezza. In entrambi i casi, infatti, si ha consapevolezza di qualcosa. Di un triplice sfruttamento: del proprio Lavoro, della propria Vita e del proprio Abitare (della propria Terra). Questi tre sfruttamenti, queste tre Ecologie, si riuniscono nella \u201ccoscienza di Luogo\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Anche la coscienza di Luogo, per\u00f2, ha bisogno di una propria utopia, di uno \u201cscenario\u201d in cui potersi lanciare: \u201clo scopo principale dello scenario \u00e8 quello di aprire concreti spazi di trasformazione sociale: lo scenario come strumento per la dislocazione in avanti dell&#8217;immaginario collettivo, come strumento euristico per alzare il tiro sugli orizzonti di trasformazione [&#8230;]\u201d (p. 180). Non \u00e8 il \u201csol dell&#8217;Avvenire\u201d, ma anche il Progetto locale si nutre di possibilit\u00e0 di futuro, perch\u00e8 si cercano elementi costituenti di lunga durata, che vincano la contingenza emergenziale dell&#8217;attualit\u00e0 per tuffarsi nella costruzione di domani.<\/p>\n<p align=\"justify\">Distruzione dei Luoghi, banalizzazione dell&#8217;Abitare, trasformazione dell&#8217;Abitante in mero consumatore di suolo e dei prodotti commerciali, sottrazione delle funzioni di Governo del Territorio, completa ed inesorabile de-territorializzazione della Vita. Sono questi i nodi intorno ai quali si articola il \u201cpiano\u201d progettuale proposto dal territorialismo. Un piano che, come gi\u00e0 detto, assume il nome di Progetto perch\u00e8 guarda ai Cicli di lunga durata e definisce nel Territorio il proprio spazio di condensazione (tanto di soggettivit\u00e0 quanto di programmazione).<\/p>\n<p align=\"justify\">Per concludere (e, forse, banalizzare), sembrano essere principalmente tre le fondamenta del \u201cProgetto territorialista\u201d: il Territorio, descritto e vissuto come una spazialit\u00e0 viva e concreta da organizzare; il \u201cprocesso decisionale\u201d, inteso nelle forme molteplici della Democrazia diretta e dell&#8217;autogoverno territoriale; gli \u201cattori costituenti\u201d, ovvero la complessit\u00e0 insorgente provocata dalla Comunit\u00e0 locale.<\/p>\n<p align=\"justify\">Come Marx ha cercato di organizzare il Lavoro, cos\u00ec il territorialismo si propone di organizzare il Territorio. Come Marx ha provato ad introdurre un accenno di Futuro nella Vita del proletariato, allo stesso modo il territorialismo vuole dare un Futuro \u201cdi lunga durata\u201d alla Vita del Territorio. Come Marx ha tracciato i lineamenti del soggetto \u201crivoluzionario\u201d, cos\u00ec il territorialismo cerca le peculiarit\u00e0 costituenti delle soggettivit\u00e0 territoriali.<\/p>\n<p align=\"justify\">A questo punto, per\u00f2, il paragone potrebbe cominciare a farsi scomodo.<\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<ul>\n<li><strong>Aug\u00e9 M.<\/strong>, \t<em>Nonluoghi<\/em>. <em>Introduzione \ta un&#8217;antropologia della surmodernit\u00e0<\/em>, El\u00e8uthera 2005, \tMilano.<\/li>\n<li><strong>Davis M.<\/strong>, <em>Il \tPianeta degli Slums<\/em>, Feltrinelli 2006, Milano.<\/li>\n<li><strong>Deleuze \tG. e Guattari F.<\/strong>, <em>Millepiani<\/em>, Castelvecchi 1980, \tRoma.<\/li>\n<li><strong>Magnaghi \tA.<\/strong>, <em>Progetto locale. Verso la coscienza di luogo<\/em>, \tBollati Boringhieri 2010, Torino.<\/li>\n<li><strong>Sassen S.<\/strong>, <em>Le \tcitt\u00e0 nell&#8217;economia globale<\/em>, Il Mulino 2003, Bologna.<\/li>\n<li><strong>Virilio P.<\/strong>, \t<em>Citt\u00e0 Panico. L&#8217;altrove comincia qui<\/em>, Cortina Raffaello \t2004, Milano.<\/li>\n<\/ul>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se ordini il libro tramite il nostro link convenzionato usufruisci di uno sconto significativo: Il progetto locale. 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