{"id":2350,"date":"2012-08-21T08:50:47","date_gmt":"2012-08-21T08:50:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=2350"},"modified":"2012-08-24T04:06:28","modified_gmt":"2012-08-24T04:06:28","slug":"paradigma-gerarchico-prima-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=2350","title":{"rendered":"Paradigma gerarchico &#8211; prima parte"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2012\/08\/gerarchiaa.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft  wp-image-2365\" title=\"gerarchiaa\" src=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2012\/08\/gerarchiaa.jpg\" alt=\"\" width=\"289\" height=\"401\" \/><\/a>Introduzione<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi l&#8217;idea stessa che il riflettere e il pensare in filosofia possano dare origine a un sistema di pensiero appare quasi anacronistica. Eppure un testo filosofico \u00e8 comunque l&#8217;esito di un percorso di esperienze e riflessioni dove, pur provvisoriamente, vengono organizzati e esposti gli esiti a cui quelle riflessioni sono approdate. Questo testo si occupa di paradigmi. Cosa sono i Paradigmi? Schemi? Strutture a priori? Aperture? Orizzonti? Forse il termine migliore per caratterizzarli \u00e8 &#8220;organizzazione&#8221;, anche se l&#8217;ambito semantico di questo termine \u00e8 troppo ampio e impreciso. Del resto, se si dovesse caratterizzare la differenza tra corpo e pensiero, tra spirito e materia, il discorso pi\u00f9 appropriato sarebbe proprio centrato su quella vasta area semantica coperta dal termine &#8220;organizzazione&#8221;. Insensato sarebbe ora cercare una maggior precisione e forse altrettanto insensato sperare di pervenire ad una definizione esplicita.Ogni trattato, ogni teoria ha una visione parziale dell&#8217;oggetto teorizzato; Teorizzando si conquista e si perde. Questa conquista e questa perdita assumono un significato profondamente diverso all&#8217;interno delle varie concettualit\u00e0 che organizzano i vari paradigmi. All&#8217;interno di quel paradigma &#8220;vincente&#8221;, qui battezzato &#8220;gerarchico&#8221;, \u00e8 l&#8217;uomo a costruire le teorie e, con esse, la conquista e la perdita, mentre questa semantica risulta del tutto inesprimibile all&#8217;interno di un altro paradigma &#8220;quello destinale&#8221; dove l\u2019attore dell\u2019agire teorico \u00e8 l&#8217;Essere, un termine molto usato da Heidegger e dai filosofi che in qualche modo si richiamano al suo pensiero, che ha per\u00f2 in questo scritto senso molto differente. Del resto l&#8217;argomento scelto come strumento e filo conduttore sono le teorie in generale e quelle scientifiche in particolare. Proprio quel tipo di sapere a cui Heidegger non attribuiva neppure lo statuto di aperture di verit\u00e0. Il nostro vivere e interpretare il mondo, non avviene secondo un unico paradigma ma \u00e8 indubbio che uno di questi si \u00e8 costituito come paradigma egemone nell&#8217;addivenire della storia biologica e culturale dell&#8217;uomo, prefigurando per noi un destino di vissuti dalle teorie. La prima parte si occupa appunto di questo paradigma egemone che, per motivi inerenti al suo funzionamento \u00e8 stato denominato &#8220;paradigma verticale&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vengono analizzate successivamente tre forme paradigmatiche: quella gerarchica dell\u2019agire-patire, del soggetto-oggetto, (paradigma vincente), quella circolare e quella destinale. All\u2019interno di ognuna assumono forma, connessioni e significati diversi, concetti quali verit\u00e0, architettura, complesso, ecc. Nessuno di questi paradigmi \u00e8 presentato come superiore agli altri: \u00e8 per\u00f2 evidente la loro diversa efficacia e la diversa maniera di mappare il nostro aggirarci nel mondo, come \u00e8 altrettanto evidente che, i gli altri paradigmi, agevolando un suo parziale superamento, consentono una diversa apertura verso il mondo. Il nostro accesso al mondo avviene secondo coacervi personalizzati di paradigmi, ma in ogni caso nuove aperture non rinnegano necessariamente le precedenti neppure quando le correggono o le negano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il discorso sulle teorie \u00e8 pi\u00f9 ampio rispetto alle normali indagini epistemologiche. Purtroppo si \u00e8 sempre guardato alle teorie con un atteggiamento asettico e aristocratico. Si \u00e8 sempre pensato ad esse come a organizzazioni di pensiero spirituali e passive che venivano scoperte o inventate, illustrate o imparate, approvate o smentite ma sempre secondo processi pi\u00f9 o meno tranquilli pi\u00f9 o meno e incruenti. Il pensiero sulle teorie \u00e8 sempre stato troppo schizzinoso ignorando proprio la dimensione delle teorie come \u201csoggetti\u201d attivi.<br \/>\nIn un certo senso si \u00e8 pensato alle teorie conformemente a moduli Lamarckiani, secondo i quali le teorie vengono apprese, elaborate, collaudate, trasmesse e non secondo moduli Darwiniani dove le teorie vengono selezionate e ci selezionano. Ma se questo atteggiamento \u00e8 apparentemente sensato in relazione alle teorie \u2018nobili\u2019 nate in un ambiente culturalmente sviluppato, non lo \u00e8 per nulla in relazione a comportamenti e abitudini di vita sopravvenute nel nostro passato, in forme che solo in tempi successivi e \u2018pi\u00f9 nobili\u2019, sono state lette e riconosciute come teorie.<br \/>\nQuesto atteggiamento, se da una parte ha allontanato le teorie stesse dalla carnalit\u00e0 dell&#8217;uomo, dall&#8217;altra ha contribuito a vedere l&#8217;uomo teorizzante un uomo disincarnato, spirituale, intellettuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma \u00e8 chiaro che le teorie non sono solo quelle nobili e istituzionalizzate come la fisica ed \u00e8 pure chiaro che, se si vuole comprendere l&#8217;agire teorico, si debba riflettere anche su quei comportamenti, quelle abitudini, quelle organizzazioni, con cui i nostri progenitori si orizzontavano nel mondo che emersero e si svilupparono molto prima che esistesse la parola \u201cteoria\u201d.\u00a0 Con questo allargamento si risale ben oltre la cosiddetta \u201cstoria\u201d di cui sono sopravvissute testimonianze o manufatti culturali, che ha imposto un confine, indefinito, ma concettualmente significativo, fra storia dell\u2019uomo storico e storia dell\u2019uomo biologico.\u00a0 Cos\u00ec intese le teorie perdono quell\u2019alone intellettuale di spiritualit\u00e0 che le ha sempre accompagnate e si presentano come quei soggetti che nel lontano passato sono emersi come soggetti agenti e sopravviventi sul dolore e sulla morte dei singoli individui, prefigurando per l&#8217;uomo un destino schizofrenico di conquista e di perdita.\u00a0 Nel saggio si adotta spesso il termine &#8220;preteoria&#8221;, volendo significare con esso teorie con pochi vincoli ed ampi gradi di libert\u00e0. Preteoria ad esempio, \u00e8 la concezione di un mondo formato da oggetti e fatti, preteoria \u00e8 l&#8217;istintiva fiducia condizionata nei sensi, preteorie sono i linguaggi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;esistenza di queste preteorie mette in luce l\u2019esistenza di configurazioni generali di comportamento con ampi gradi di libert\u00e0 che, presenti ed attive nel nostro modo di vivere come organizzazioni del nostro agire, vengono a costituire un pi\u00f9 o meno amalgamato coacervo di linee d\u2019interpretazione che costituiscono l&#8217;organizzazione del nostro interagire. Entro le configurazioni di questi paradigmi preteorici si esprimono le teorie, cos\u00ec come entro i sistemi operativi degli elaboratori si esprimono i programmi. Questa similitudine che ha poco dell&#8217;analogia e molto della metafora riesce comunque a dare almeno una vaga idea dei rapporti fra teorie e preteorie.\u00a0 Molte filosofie interpretano il nostro rapporto col mondo come una rappresentazione. Una rappresentazione sensibile o intellettuale, fedele o deformata, ma comunque pur sempre come una rappresentazione, in cui noi, abitando nel mondo, lo guardiamo asetticamente e senza reciproche contaminazioni. In sostanza si \u00e8 spesso voluto isolare ci\u00f2 che \u00e8 il nostro vivere nel mondo carnalmente, un vivere in cui noi respiriamo, lavoriamo, ci nutriamo ecc. da ci\u00f2 che \u00e8 il nostro rappresentare il mondo. Ma anche volendo isolare artificialmente questo fantomatico momento di rappresentazione e questa altrettanto fantomatica facolt\u00e0 rappresentativa, stranamente la si \u00e8 sempre interpretata e descritta come se il mondo fosse l\u00ec di fronte a noi e i nostri sensi in qualche modo lo rispecchiassero e non con un processo dal tutto simile a quello della nutrizione e digestione.\u00a0 Di fatto noi agiamo nel mondo orientandoci ed agendo su esso, non come osservatori ma come assimilatori che rendono simile il dissimile, ed espellono ci\u00f2 che non pu\u00f2 essere assimilato. L&#8217;atto di percepire il mondo \u00e8 gi\u00e0 una colonizzazione del mondo stesso in cui convergono il mondo, gli oggetti, i fatti, i termini, le proposizioni, il pensiero e il linguaggio. Questo \u00e8 un processo vincente e consolidato, una preteoria stabile e strutturalmente costitutiva del nostro essere: per noi \u00e8 quasi un binario su cui scorre il treno del nostro guardare\/ vivere\/ esperire. Un binario di cui abbiamo dimenticato l&#8217;esistenza proprio perch\u00e9 \u00e8 entrato a far parte del nostro mondo colonizzato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo queste brevi, parzialmente isolate considerazioni \u00e8 possibile indicare il percorso del saggio che inizia con l\u2019esame dei rapporti fra mondo, teorie e verit\u00e0 e individuando alcune caratteri problematici.\u00a0 Successivamente vengono analizzati le teorie come modelli, l&#8217;opposizione analogico\/digitale, gli enunciati intesi come modelli. Parallelamente si parla di costruzione, d&#8217;esistenza e di senso degli oggetti. Tale analisi e\u2019 di tipo intellettuale e lo \u00e8 volutamente perch\u00e9 sono \u201cintellettuali\u201d gli oggetti esaminati ed \u00e8\u201cintellettuale\u201d l\u2019uso. Il termine non deve, per\u00f2, trarre in inganno. E&#8217; proprio l\u2019analisi intellettuale di un oggetto intellettuale a favorire, successivamente, un rinvio di senso verso la loro genesi biologica.\u00a0La prima parte termina con il riconoscimento delle teorie e preteorie come soggetti che ci vivono prefigurando per noi un destino di perdita e di tirannia e con la constatazione dell&#8217;impossibilit\u00e0 di dare un senso a quel viverci e a quel destino.\u00a0 Nella seconda parte oggetto dell&#8217;indagine \u00e8 l&#8217;organizzazione. L&#8217;analisi verte pi\u00f9 che altro sui linguaggi, non perch\u00e9 nel linguaggio si manifesta l&#8217;essere ma semplicemente perch\u00e9 la riflessione sul linguaggio, preteoria aperta a pluralit\u00e0 concettuali, pu\u00f2 costituire un percorso privilegiato.<br \/>\nNella terza parte (paradigma destinale) le domande di Aristotele e di Kant sul senso della domanda fisica e metafisica innescano domande sul senso stesso dell&#8217;operare informatico mediante teorie, o meglio, sul destino dell\u2019operatore umano che si pone incessantemente domande e ricerca per quelle domande risposte adeguate.\u00a0 Se il paradigma gerarchico si organizza metaforicamente sulla disgiunzione agire-patire, quello circolare si organizza sul concetto di retroazione e quello destinale \u00e8 sull\u2019accadere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Forme di Teorie<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Teorie, verit\u00e0 e mondi &#8211; Proliferazione delle teorie<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un&#8217;asserzione molto debole sulle teorie riguarda il nostro muoversi nel mondo. Comunque sia il nostro pensiero in proposito non possiamo non constatare che ci muoviamo giudicando, cercando di dare un senso, aspettandoci eventi e conseguenze. Le teorie servono anche per fare previsioni come presupposto necessario per quell&#8217;agire \u2018sensato\u2019 per cui si realizza un qualche accordo fra teoria e intenzioni di azione. Forse \u00e8 proprio questo accordo a essere sentito come \u2018descrizione vera\u2019 del mondo, e a consentirci di definire minimalmente le teorie come sistemi d&#8217;orientamento nel mondo.<br \/>\nIn effetti, per\u00f2, si tende a leggere le teorie, almeno quelle che funzionano, come \u2018verit\u00e0\u2019 o come modelli di un mondo, che hanno con il mondo stesso, un rapporto d\u2019avvicinamento alla \u2018verit\u00e0\u2019. D&#8217;altro canto la molteplicit\u00e0 delle teorie che riguardano il mondo ci mette a disagio poich\u00e9 mentre le teorie sono molte, il mondo che presuppongono \u00e8 uno solo.<br \/>\nSe le teorie sono molte e il mondo, con cui esse intrattengono un rapporto di verit\u00e0, \u00e8 uno solo, non possiamo parlare di una verit\u00e0 ma 1) di molte verit\u00e0 e un unico mondo oppure 2) di molte verit\u00e0 e molti mondi. In effetti, si parla di \u2018mondo fisico\u2019, di \u2018mondo chimico\u2019, di \u2018mondo di oggetti\u2019, di \u2018mondo di sensazioni\u2019 e, contemporaneamente o in alternativa, di \u2018verit\u00e0\u2019 fisiche, di verit\u00e0 biologiche ecc., ma tutto ci\u00f2 urta contro quei concetti intuitivi di mondo e di verit\u00e0 in cui noi crediamo e secondo i quali non possono esistere n\u00e9 \u2018tipi\u2019 di verit\u00e0 n\u00e9 \u2018tipi\u2019 di mondi, ma un solo mondo e una sola verit\u00e0.<br \/>\nTutto ci\u00f2 \u00e8 disorientante e pare convalidare un&#8217;ipotesi sgradita di \u2018debolezza\u2019. Una teoria, in definitiva, sarebbe una favola, un romanzo in cui i protagonisti sono oggetti, idee, numeri e uomini ecc., e dove questi numeri, questi oggetti, questi uomini non sono i \u2018veri\u2019 numeri, i \u2018veri\u2019 oggetti, i \u2018veri\u2019 uomini, con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, ma dei loro simulacri, un po\u2019 veri e un po\u2019 fantastici. L&#8217;uomo fatto di atomi della fisica atomica non \u00e8 il vero uomo, come non lo \u00e8 l&#8217;uomo chimico o l&#8217;uomo storico delle teorie hegeliane. In sostanza non sembra di essere nel nostro mondo, ma piuttosto in un mondo di fantascienza, dove oggetti e abitanti hanno, sicuramente, una parentela con oggetti e abitanti del nostro, ma si presentano con l&#8217;inconsistenza dei simulacri o dei manichini.<br \/>\nDi fatto il fisico o il chimico non pretendono di raggiungere gli oggetti stessi. Nessun chimico pensa che le leggi della sua disciplina descrivano l&#8217;uomo; una descrizione dell&#8217;uomo non si esaurisce dando leggi su molecole e composti.<br \/>\nPer tener conto di questo fatto si usa parlare di \u2018verit\u00e0 parziali\u2019 o di verit\u00e0 \u2018sotto un certo punto di vista\u2019, ma questo artificio pi\u00f9 che dare risposte ai problemi sembra apporre delle etichette; si dice che il mondo viene solo in parte raggiunto, non si dice che cosa si raggiunge n\u00e9 cosa si perde.<br \/>\nLa variet\u00e0 e molteplicit\u00e0 delle teorie \u2018sotto i vari punti di vista\u2019 costituisce la proliferazione orizzontale delle teorie e delle verit\u00e0, ma, fermo restando il mondo, alla proliferazione orizzontale si aggiunge un ulteriore e perfido meccanismo che complica all&#8217;infinito il problema.<br \/>\nIl meccanismo \u00e8 questo: si costruisce una teoria sul mondo e ci si chiede se \u00e8 vera; per rispondere a questa domanda bisogna, per\u00f2, sapere cosa si intende per &#8220;verit\u00e0&#8221; e quindi avere una teoria a questo riguardo. In tal modo avremo non pi\u00f9 una sola teoria, ma due ed entrambe dovranno, essere giustificate da altre teorie e queste, a loro volta da altre. In fondo la teoria di Tarski produce questo meccanismo; costruisce una semantica per il concetto di &#8220;verit\u00e0&#8221; e ottiene come risultato una gerarchia ascendente senza fine di linguaggi, ciascuno con il suo concetto di verit\u00e0. Ognuna di questa verit\u00e0 verr\u00e0 definita, sempre, nel linguaggio di ordine superiore rispetto al linguaggio cui si riferisce. Il risultato sar\u00e0, non una definizione, ma un sistema di definizioni che, in definitiva, non definisce.<br \/>\nIl paradigma generatore di questa proliferazione orizzontale e verticale di teorie che indicheremo come paradigma gerarchico presuppone che: 1) esista un mondo e 2) esista una serie teorie sul mondo espresse in linguaggi, 3) esista un rapporto di rappresentazione fedele (Verit\u00e0) fra il mondo e le teorie, con la mediazione di uno o pi\u00f9 linguaggi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Teorie e raffigurazione<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Wittgenstein detestava questo modo di procedere. Aveva imparato a detestarlo valutando la \u201cbestiale&#8221; teoria dei tipi elaborata da Russell e da lui considerata un&#8217;inutile produzione di &#8220;chiacchiera&#8221; insensata proprio a causa della sua illimitata proliferazione di tipi, di ordini, di numeri e entit\u00e0. La sua teoria raffigurativa del linguaggio, esposta nel Tractatus, si proponeva proprio di evitare esiti di questo tipo.<br \/>\nPurtroppo il rimedio si rivel\u00f2 fin troppo efficace. Il Tractatus sviluppando coerentemente una teoria di ripartizione di senso fra ci\u00f2 che si pu\u00f2 &#8220;dire&#8221; e ci\u00f2 che non si pu\u00f2 &#8220;dire&#8221;, ma solo &#8220;mostrare&#8221;, perviene all\u2019eliminazione dell\u2019odiata chiacchiera, ma anche alla dissoluzione di se stessa. E&#8217; lo stesso Wittgenstein, a dichiarare, nelle ultime proposizioni del Tractatus, che chi ha ben compreso il senso le teorie esposte deve riconoscerle insensate.<br \/>\nChe tali dichiarazioni siano una capitolazione non \u00e8 per\u00f2 affatto scontato, come non \u00e8 scontato che, l\u2019eventuale fallimento sia da addebitare alla concezione raffigurativa. Il Tractatus condanna non il carattere raffigurativo del linguaggio, ma la teoria costruita per esporre questa raffigurativit\u00e0. E&#8217; come se Wittgenstein ci indicasse un paesaggio e, una volta ottenuta la nostra attenzione, ritirasse il braccio dicendo che il braccio non fa parte del paesaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le teorie raffigurative, almeno in prima approssimazione, hanno come presupposto l&#8217;eliminazione di ogni sorta d&#8217;intermediario tra il mondo e la sua rappresentazione. Eliminare ogni sorta d&#8217;intermediario \u00e8, anche, una maniera per dichiarare l&#8217;inutilit\u00e0 delle teorie attraverso la loro dissoluzione. All&#8217;interno di una trattazione come questa, che ha per argomento le teorie in generale, l&#8217;esame di una teoria che, nel suo dispiegarsi, si nega come teoria, costituisce certamente una priorit\u00e0.<br \/>\nLa teoria di Wittgenstein individua nella raffigurativit\u00e0 la natura descrittiva, costitutiva e comunicativa del linguaggio. La comunicazione avverrebbe quindi analogicamente, un\u2019analogia non specificata che accentua la sua parentela con il simboleggiare di tipo metaforico. Il carattere metaforico della teoria del Tractatus \u00e8 accentuato dal rifiuto di Wittgenstein di pronunciarsi, anche solo per via suppositiva o disgiuntiva, sulla forma delle proposizioni elementari. La forma delle proposizioni elementari \u00e8 un mistero, ma, nello stesso tempo, \u00e8 in base a quella forma, di cui noi sappiamo solo che il suo rapporto col rappresentato \u00e8 di natura analogica, che noi ci comprendiamo. Il linguaggio, come ce lo presenta il Tractatus, ha qualcosa di derridiano, una parentela con quel secondo termine di una metafora di cui s&#8217;\u00e8 perso il primo termine.<br \/>\nNel <em>Tractatus<\/em> la raffigurazione, nella sua funzione rappresentativa, non tocca n\u00e9 manipola il mondo: non ci sono residui linguistici nella rappresentazione. Una simile teoria \u00e8 quindi &#8220;contemplativa&#8221; e passiva in netta antitesi con quelle concezioni che giudicano il linguaggio come condizionante i processi di conoscenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Teorie e Modelli<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo scopo di quanto segue \u00e8 di approfondire la molteplicit\u00e0 orizzontale delle teorie. Termini non equivalenti quali \u2018modello\u2019 e \u2018teoria\u2019, vengono qua usati quasi come sinonimi per agevolare l\u2019esposizione, senza per questo pregiudicare l\u2019indagine.<br \/>\nSono modelli di un edificio sia 1) un plastico in scala, che 2) una serie di equazioni strutturali che ne descrivono le condizioni di equilibrio statico.<br \/>\nAccettata la pluralit\u00e0 dei modelli si pone il problema del tipo di relazioni esistenti fra i vari modelli, e l\u2019oggetto cui si riferiscono. Se usiamo come modello per un edificio un plastico tridimensionale che riproduce in scala la geometria dell&#8217;oggetto, da esso possiamo risalire alle misure dell&#8217;oggetto, possiamo farci un&#8217;idea di come appare alla vista, dare giudizi estetici e cos\u00ec via. Insomma, al modello, seguendo procedure codificate, possiamo porre certe domande e ottenere risposte;<br \/>\nSe ci chiediamo se un solaio dell\u2019edificio sia in grado di sorreggere un certo peso, non interrogheremo il modello plastico, ma quello strutturale. Questo, se adeguato, disporr\u00e0 di procedure e calcoli che ci permettono di ottenere una risposta.<br \/>\nAnche il modello strutturale non \u00e8 per\u00f2 un modello totale (informazione completa) perch\u00e9 non potr\u00e0 informarci, ad esempio, n\u00e9 sul colore delle pareti n\u00e9 sul numero delle finestre. Ogni modello \u00e8 un&#8217;organizzazione di alcuni tipi d&#8217;informazione, ma non di tutti; teorie e modelli, sono, dunque, sistemi organizzati d\u2019informazioni progettati in funzione dei tipi d\u2019informazioni che da essi si desidera ottenere. Il complesso dei fini e delle disponibilit\u00e0 conoscitive ne determinano la struttura.<br \/>\nQuesto \u00e8 fondamentale: un modello non pu\u00f2 contenere tutte le informazioni dell&#8217;oggetto di cui \u00e8 modello. Il modello totale di un sistema \u00e8 solo il sistema stesso: l&#8217;unico modello totale di un edificio non pu\u00f2 essere che l\u2019edificio stesso.<br \/>\nI modelli, differenziandosi per il tipo e la quantit\u00e0 d&#8217;informazioni, intrattengono con i loro oggetti relazioni differenti. Non si pu\u00f2 risalire da un modello a un sistema nello stesso senso in cui non si pu\u00f2 risalire da un plastico all&#8217;edificio originale. Modellizzare, teorizzare \u00e8, in certo senso, perdere e la perdita di informazioni \u00e8 connaturata con la procedura per formarle. Il modello totale dell&#8217;oggetto, del sistema, del mondo non pu\u00f2 essere che l&#8217;oggetto, il sistema, il mondo, ma in questi particolari modelli totali l&#8217;informazione \u00e8 scomparsa. Ogni modello, ogni teoria rivelano in quanto danno accesso a informazioni e perdono in quanto, la stessa costruzione dell\u2019accesso, comporta la perdita di altre informazioni. L\u2019acquisizione di informazioni esige un prezzo in perdita d\u2019informazioni: proprio quel prezzo che ci impedisce di risalire da un modello dell\u2019oggetto all\u2019oggetto stesso. Questa caratteristica delle teorie e dei modelli \u00e8 universale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Informazione e Verit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molti equivoci, molte conclusioni apocalittiche e totalizzanti svaniscono se si accetta l\u2019ipotesi che le teorie, anche quelle \u201cnobili\u201d come la fisica, sono modelli di mondo, ci danno un modello fisico o chimico del mondo, consentono un uso del mondo, ma non descrivono il mondo.<br \/>\nNon si pu\u00f2 chiedere a questi modelli ci\u00f2 che strutturalmente non possono dare. Assolvono il loro compito non fornendo \u201cverit\u00e0\u201d, o tutte le \u201cverit\u00e0\u201d, ma mettendoci in grado di ottenere quelle informazioni per cui sono stati costruiti. Non ha senso affermare che un modello plastico \u00e8 \u201cfalso\u201d perch\u00e9 non da informazioni strutturali. Eppure, se in riferimento al piccolo &#8220;quotidiano&#8221; questa considerazione appare ovvia, non altrettanto ovvia appare nei riguardi delle scienze in generale.<br \/>\nIl travisamento della natura informativa delle teorie porta, da una parte, a supporre che esse descrivano il mondo in maniera tale che, una volta pervenute alla loro completezza e riunificazione, possano costituire un suo specchio completo e, dall&#8217;altra, spingono a identificare l&#8217;impossibilit\u00e0 dei modelli di essere modelli totali, con il \u2018falso\u2019. Le grandi illusioni e le grandi delusioni sono legate alle &#8220;capacit\u00e0\u2019&#8221; delle teorie. Di fatto \u00e8 la loro natura funzionale e informativa a vietarci anche solo di pensare che una qualche riunificazione delle varie teorie in un&#8217;unica teoria o che, peggio ancora, la congiunzione di tutte le teorie possa approdare al modello totale; le teorie sul mondo, comunque formate, saranno sempre modelli di mondo e non saranno mai n\u00e9 il mondo n\u00e9 il suo modello totale, n\u00e9 la sua raffigurazione.<br \/>\nQuesta realt\u00e0 non viene spesso accettata. Di fronte alle teorie, l&#8217;atteggiamento filosofico \u00e8 sempre stato condizionato dalle aspettative in essi riposte. La constatazione dell&#8217;esistenza di un qualche rapporto fra modello e modello e fra modello e realt\u00e0 pu\u00f2 spingere verso due diversi tipi di credenze circa la capacit\u00e0 di rappresentazione della realt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1) la capacit\u00e0 del modello di rispondere a certe domande pu\u00f2 indurre a credere che sia in grado di rispondere a tutte le domande. Questo \u00e8 il tipo d\u2019illusione che porta ad identificare modello e realt\u00e0;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) la perdita collegata all\u2019attivit\u00e0 teorizzante, l&#8217;impossibilit\u00e0, per ogni singolo modello, di fornire ogni informazione pu\u00f2 indurre a concludere che esso, intrinsecamente inattendibile, costituisca una rappresentazione falsa della realt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da questo secondo atteggiamento nascono i miti delle scienze precategoriali e dei linguaggi precategoriali visti come paradisi perduti, come mitici Eden dove ritrovare, quella comunione con il mondo che con il linguaggio \u201cteorico\u201d \u00e8 andato perso. Non esistono n\u00e9 un linguaggio precategoriale n\u00e9 tantomeno una scienza precategoriale, anzi \u00e8 nella natura informativa del linguaggio l&#8217;essere categoriale, il dare certe informazioni e il perderne altre. Teorie e modelli intervengono sull\u2019oggetto con procedure di acquisizione che contengono i presupposti di una modificazione ( di per s\u00e9 sempre violenta) dell&#8217;oggetto. Queste procedure paiono irrevocabilmente legate alla natura stessa dell&#8217;informazione, divenendone condizioni di formazione e di accessibilit\u00e0, in contrapposizione alla natura passiva della raffigurazione.<br \/>\nTutti questi errori nascono da una confusione fra il concetto di VERIT\u00c0 e quello d\u2019INFORMAZIONE, fra il concetto di REALT\u00c0 e quello di TOTALITA&#8217; DELLE INFORMAZIONI e alla base di questi equivoci sta quell&#8217;ingombrante concetto di &#8220;verit\u00e0&#8221; a cui si vuol sempre far approdare ogni pensiero.<br \/>\nRiemerge, dunque, il problema, appena accennato, dell\u2019opposizione fra raffigurazione e informazione; un problema da cui ripartire per riprendere l\u2019indagine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>INFORMAZIONI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Introduzione<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si discute, ora, brevemente di informazione e di raffigurazione, per individuarne l\u2019opposizione. Si passa poi ad analizzare l\u2019opposizione analogico-digitale per meglio comprendere le caratteristiche dell\u2019informazione, il suo carattere violento e la generazione degli oggetti.<br \/>\nOgni informazione registra una differenza discreta. Se non ci fossero differenze discrete di colore non esisterebbero parole come \u201c ROSSO\u201d, \u201cVERDE o \u201cGIALLO \u201c e neppure esisterebbe la parola \u201c COLORE\u201d, rispetto alla quale quei termini sono sub-ordinati; in un ipotetico mondo tutto rosso la parola \u201cROSSO\u201d non avrebbe senso come non ne avrebbe la proposizione \u201cQUESTO \u00c8 ROSSO\u201d Che informazione potrebbe dare, in un mondo tutto di colore rosso, una proposizione che ci dice che una di quelle cose \u00e8 rossa? Come gi\u00e0 detto nel linguaggio degli abitanti di quel mondo non avrebbero ragione d\u2019esistere n\u00e9 la parola \u201cROSSO\u201d n\u00e9 la parola\u201d COLORE\u201d.<br \/>\nIn generale si pu\u00f2 quindi accettare che parole, proposizioni, informazioni esistono solo se: 1) esistono differenze discrete e 2) esistono classificazioni che codificano queste differenze. L\u2019esistenza della parola \u201crosso\u201d ci dice che esistono altri colori differenti dal rosso e che questi colori sono inseriti in una classificazione anche minima quale quella espressa dalla alternativa \u201crosso o non rosso\u201d.<br \/>\nAlla base dell\u2019informativit\u00e0 di un enunciato sta, dunque, l\u2019esistenza di un sistema di differenze organizzate in una qualche maniera ( ad esempio in una classificazione). Ma questo non \u00e8 sufficiente; quando si afferma, ad esempio, \u201cQUESTO \u00c8 ROSSO\u201d, si presuppone non solo di essere compresi e di trasmettere un&#8217;informazione, ma anche che questa affermazione sia vera o falsa. In altre parole noi comprendiamo quell\u2019informazione se sappiamo, non solo che una cosa pu\u00f2 avere questo o quel colore, ma che uno di questi deve averlo. L\u2019affermazione \u201cPIOVE \u201c \u00e8 sensata e ci d\u00e0 un\u2019informazione solo perch\u00e9 \u00e8 una parte della tautologia \u201c PIOVE O NON PIOVE\u201d; analogamente la proposizione \u201cA \u00e8 ROSSO \u201c ci d\u00e0 informazione solo perch\u00e9 \u00e8 parte di una tautologia che comprende una pur minima classificazione dei colori quale \u201cROSSO O NON ROSSO\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se immaginiamo di operare in un mondo finito in cui non esistano asserzioni di generalit\u00e0, possiamo affermare che in quel mondo i concetti di differenza, d\u2019informazione, di classificazione e di tautologia, si presuppongono l\u2019uno con l\u2019altro e che non pu\u00f2 esistere enunciato informativo senza che sia parte di una tautologia. Da tutto ci\u00f2 non \u00e8, per\u00f2, lecito pensare che, dato un enunciato, sia univocamente determinata la tautologia che ne sostiene la decidibilit\u00e0. Non \u00e8 necessario per la comprensione che parlante e ricevente presuppongano la stessa tautologia. L\u2019affermazione \u201cQUESTO \u00c8 ROSSO\u201d viene compresa, anche se presuppone nel parlante una tautologia basata su una classificazione di sei colori e nell\u2019ascoltatore solo il concetto che una cosa o \u00e8 rossa o non \u00e8 rossa, anche se in un simile contesto il senso e l\u2019informazione non saranno gli stessi. In ogni caso almeno una tautologia deve supportare un enunciato come presupposto della sua informativit\u00e0, del suo senso e della sua decidibilit\u00e0. Il fatto che siano possibili diverse tautologie a supporto di un enunciato, influisce non sul suo essere o non essere informativo, ma sulla sua quantit\u00e0 d\u2019informazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si tratta ora di mostrare la struttura attiva e violenta del generarsi dell\u2019informazione e la natura informativa del linguaggio in contrapposizione alla tesi che considera il linguaggio come raffigurazione, passiva e incontaminata del mondo. Una tesi di attivit\u00e0 e di violenza in contrapposizione ad una di passivit\u00e0 e di contemplazione.<br \/>\nCome esempio paradigmatico di tesi raffigurativa considereremo quella esposta nel Tractatus. Non \u00e8 l\u2019unica, ma pu\u00f2 funzionare da esemplare per tutte le concezioni raffigurative, se s\u2019intende che queste siano caratterizzate dall&#8217;eliminazione di ogni sorta d&#8217;intermediario tra il mondo e la sua rappresentazione. Eliminare ogni sorta d&#8217;intermediario teorico \u00e8, anche, una maniera per dichiarare l&#8217;inutilit\u00e0 delle teorie attraverso la loro dissoluzione; la raffigurazione, infatti, nella sua funzione rappresentativa si pone separatamente dal mondo e nel rappresentarlo non lo tocca e non lo manipola. In altre parole il linguaggio non deforma, e non \u201ccontribuisce\u201d con qualcosa di suo a descrivere il mondo n\u00e9 interviene a condizionare i processi di conoscenza.<br \/>\nIl mondo del Tractatus \u00e8 un mondo minimo in cui non esiste la generalit\u00e0 illimitata. Le sue tesi sono note: &#8220;Il mondo \u00e8 la totalit\u00e0 dei fatti non delle cose&#8221; e &#8220;il fatto \u00e8 un nesso di oggetti&#8221;. Queste affermazioni ci dicono gi\u00e0 molto: ci dicono che esiste un mondo, e che questo mondo \u00e8 composto di \u201cfatti\u201d: fatti reali, esistenti e oggettivi indipendentemente dal nostro agire nel mondo, dal nostro osservarlo, dal nostro parlarne. Di questi fatti, secondo il Tractatus, noi ci facciamo immagini e queste immagini sono fatti che raffigurano fatti.<br \/>\nL&#8217;immagine logica dei fatti \u00e8 il pensiero che si esteriorizza in proposizioni. Le proposizioni sono esse stesse fatti che, articolandosi come i fatti rappresentati, li raffigurano. Un fatto raffigura un altro fatto quando i due fatti condividono la stessa forma logica; questa condivisione \u00e8 la condizione affinch\u00e9 l&#8217;uno possa essere utilizzato come simbolo dell&#8217;altro.<br \/>\nLa forma logica \u00e8 l&#8217;organizzazione, la connessione degli oggetti nel fatto; per condividere la forma logica di un fatto, un fatto-proposizione deve avere tanti nomi quanti sono gli oggetti del fatto, riferirsi a essi e presentarli fra loro interconnessi come lo stato di cose in cui intervengono.<br \/>\nQueste tesi paiono ben analizzare le proposizioni relazionali. Il fatto che il vaso stia sul tavolo e la proposizione:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">IL VASO STA SUL TAVOLO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">mostrano una corrispondenza biunivoca dei segni &#8220;tavolo&#8221; e &#8220;vaso&#8221; con i rispettivi oggetti denotati, mentre, non il segno &#8220;sopra &#8220;, ma la forma relazionale &#8220;(&#8230;) =&gt;sopra =&gt;(&#8230;)\u201d ci mostra la connessione effettiva degli oggetti nominati nella proposizione.<br \/>\nPotremmo anche tentare di immaginare una procedura di costruzione. Consideriamo l\u2019enunciato IL PIATTO STA SOPRA ALLA BOTTIGLIA come originato da una porzione di mondo di questo tipo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/filosofia.beepworld.it\/files\/immaginelibreria1.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Possiamo immaginare che per passare dalla porzione di mondo all\u2019enunciato sia necessario.<br \/>\n1) cancellare tutto ci\u00f2 che non \u00e8 n\u00e9 vaso n\u00e9 bottiglia<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/filosofia.beepworld.it\/files\/fig2p15.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) Introdurre un sistema di riferimento e proiettare su di esso gli oggetti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/filosofia.beepworld.it\/files\/fig3p16.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/filosofia.beepworld.it\/files\/fig4p16.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E scrivere seguendo la freccia<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">IL VASO STA SOPRA LA BOTTIGLIA<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 evidente che in tutti questi passaggi si \u00e8 operato una cancellazione (tutti gli oggetti ad eccezione di piatto e bottiglia) e una deformazione di posizione. Ma non solo; se si pensa che il primo disegno non rappresenta certo la porzione di mondo: sono assenti le ombre, le luci, i colori, l\u2019ambiente ecc. Cancellazioni e deformazioni sono operazioni violente (produttrici di perdite) funzionali allo scopo del modello linguistico (Enunciato) e in quanto alla raffigurazione o immagine logica, tutto sta in cosa s\u2019intende per \u201clogica\u201d A prima vista il modello enunciato sembra una\u2019immagine logica\u2019 non della porzione di mondo ma, al massimo di quanto mostrato in fig. 4. Ma se il Wittgenstein del Tractatus intendeva proprio tutto ci\u00f2 che dalla porzione di mondo permette di arrivare all\u2019enunciato modello, nulla da eccepire, perch\u00e9 si tratterebbe, comunque, solo di una questione linguistica su cui accordarci. E\u2019 tuttavia evidente come il modello enunciato presuppone oggetti e fatti digitali in corrispondenza di nomi e proposizioni digitali, quando invece la porzione di mondo appare analogica, ma dell\u2019opposizione analogico\/digitale si parler\u00e0 presto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non sembra, per\u00f2, che proposizioni predicative del tipo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">SOCRATE E&#8217; GRECO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">funzionino in questo modo ma Wittgenstein non ha dubbi: l&#8217;uso ha cos\u00ec alterato la vera forma logica delle proposizioni da renderla irriconoscibile: la struttura profonda, logica di ogni proposizione deve essere ed \u00e8 raffigurativa; si tratta soltanto di farla emergere, con l&#8217;analisi.<br \/>\nWittgenstein non descrive un metodo per condurre quest&#8217;analisi perch\u00e9 non lo conosce. Eppure ritiene di poter dimostrare che 1) questo metodo esiste, 2) che \u00e8 unico, 3) che deve approdare a proposizioni elementari in cui i simboli dei nomi si riferiscono a oggetti semplici, eterni e indecomponibili.<br \/>\nIl punto focale della teoria raffigurativa del Tractatus sta proprio in quest&#8217;analisi delle proposizioni dove al termine del processo il linguaggio tocca il mondo. Ma come lo tocca? Non ci possono essere che due possibilit\u00e0: 1) l&#8217;analisi ad un certo punto si ferma perch\u00e9 si trova impigliata nei limiti del linguaggio, 2) questi limiti non ci sono; l&#8217;articolazione del pensiero rispecchia l&#8217;articolazione dell&#8217;essere.<br \/>\nIl Tractatus ritiene che la seconda via sia l\u2019unica possibile per far s\u00ec che le proposizioni abbiano un senso e che con il linguaggio ci si possa intendere[1].<br \/>\nDunque linguaggio da una parte e mondo dall&#8217;altra; il primo raffigurazione del secondo, una raffigurazione in cui la struttura &#8220;si mostra&#8221; e non pu\u00f2 essere descritta.<br \/>\nQuesta distinzione fra \u201cdire\u201d e \u201cmostrare\u201d \u00e8 centrale nel Tractatus: una proposizione mostra, ma non dice la sua forma logica. Ora \u00e8 ovvio che la proposizione \u201cPaolo ama Maria\u201d non dica nulla della sua grammatica perch\u00e9 dice che Paolo ama Maria e null\u2019altro, ma ci\u00f2 che intende Wittgenstein non \u00e8 solo che una proposizione non pu\u00f2 dire nulla sulla sua forma logica, ma che nessuna proposizione pu\u00f2 dire qualcosa sulla forma logica di una qualsiasi proposizione. Nulla di sensato pu\u00f2 essere detto circa la forma logica: \u00e8 la proposizione a mostrare la sua forma logica.<br \/>\nPer approfondire l\u2019opposizione dire\/mostrare \u00e8 ora opportuno analizzare quella fra il rappresentare analogico e il rappresentare digitale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Rappresentazioni analogiche<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le fotografie, i solchi dei dischi musicali[2], gli strumenti a indice, le trascrizioni proporzionali sono rappresentazioni analogiche delle porzioni di mondo che rappresentano. Un pennino scrivente che segua l\u2019andamento di un qualsiasi fenomeno fisico (Livello di un liquido, velocit\u00e0 di un\u2019automobile ecc.) e lo riporti su un diagramma cartesiano \u00e8 un esempio di cosa sia una rappresentazione analogica (Di essa non fanno parte naturalmente n\u00e9 gli assi cartesiani n\u00e9 le eventuali tacche sul quadrante). Intuitivamente si pu\u00f2 dire che le rappresentazioni analogiche seguono con continuit\u00e0 e proporzionalit\u00e0 le porzioni di mondo che rappresentano.<br \/>\nPer sua natura una rappresentazione analogica non ha zeri, non ha sistemi di riferimento, non ha numeri n\u00e9 rappresenta mancanze, negazioni o oggetti. Sentiamo suonare un disco e all\u2019improvviso la musica cessa. Vien naturale pensare che questa mancanza di suono sia uno zero e che i solchi non incisi rappresentino analogicamente questo zero. In realt\u00e0, questa \u00e8 effettivamente una mancanza di suono, ma non \u00e8 uno zero: il solco del disco segue il suono anche nell\u2019interruzione del suono, ossia nel silenzio; qui il silenzio non \u00e8 uno zero della musica, ma \u00e8 parte integrante di quel brano musicale che prevede proprio il silenzio come evento musicale.<br \/>\nNella riproduzione sonora sono suoi \u201czeri\u201d i solchi non incisi (e quindi silenziosi) all\u2019inizio e alla fine del brano e lo sono proprio in virt\u00f9 della funzione che svolgono. Non rappresentano nulla; non fanno parte della rappresentazione, ma la circondano, la delimitano e ci dicono qualcosa della rappresentazione che isolano (ad esempio, ci dicono che la sinfonia \u00e8 finita) proprio perch\u00e9 non ne fanno parte. Nulla che appartenga a una rappresentazione analogica pu\u00f2 dare informazioni su se stessa o sul rapporto che intrattiene sul rappresentato. Nessuna porzione di fotografia o di dipinto potr\u00e0 mai informarci, non solo sulla propria o altrui natura di fotografia o dipinto, ma anche sul proprio essere fotografia o dipinto. Al contrario sono le cornici, i silenzi, i contorni delle rappresentazioni quegli zeri che danno compiutezza, definizione e, quindi, possibilit\u00e0 di denominazione alle rappresentazioni, consentendoci di considerarle unit\u00e0 di significato. Queste unit\u00e0 di significato sono \u201coggetti\u201d[3] che possono essere contrassegnati linguisticamente con \u201cnomi\u201d.<br \/>\nQuando si parla di una fotografia o di un dipinto, si parla di \u201coggetti\u201d che hanno una delimitazione (in questo caso spaziale). Questo \u201cessere oggetto\u201d \u00e8 gi\u00e0 al di fuori di quel rappresentare fotografico, pittorico o sonoro che \u00e8, di per s\u00e9, un rappresentare illimitato. E\u2019 il contorno, o il confine o la cornice di un quadro a definire come oggetto il quadro, mentre nulla all\u2019interno di esso potrebbe dircelo. Le rappresentazioni analogiche diventano oggetti al di fuori del loro essere analogiche e ovviamente non contengono oggetti. Non vi pu\u00f2 essere in alcun quadro uno zero se non nella cornice, n\u00e9 vi pu\u00f2 essere rappresentato alcun oggetto positivo o negativo; quindi non una \u201ccasa\u201d, n\u00e9, tantomeno, una \u201cnon casa\u201d; non uno stato di cose e non un \u201cnon stato di cose\u201d. Siamo noi a oggettivare quell\u2019insieme di colori, segmentando e ponendo confini che permettono cos\u00ec di leggere le case e le non-case. Questi oggetti non nascono senza gli zeri ( nel senso sopra indicato ) cos\u00ec come Democrito non avrebbe potuto parlare dei suoi atomi senza un \u201cnulla\u201d che li circondasse e li isolasse nello spazio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Rappresentazioni digitali<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Consideriamo una rappresentazione analogica ( l\u2019andamento nel tempo del livello di un bacino) come quella di Fig. A1.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/filosofia.beepworld.it\/files\/figa1p19.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questo punto immaginiamo una situazione reale in cui si debba segnalare un livello di 3mt come livello di pericolo. Per realizzare questo dispositivo \u00e8 sufficiente disporre di un galleggiante[4] che trasmetta un segnale accendendo, ad esempio, una lampada di segnalazione quando il livello di pericolo viene raggiunto. Matematicamente ci\u00f2 equivale ad applicare alla funzione rappresentata dalla curva A1 una funzione F1 che assuma:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1) il valore 0 al disotto del livello dei tre metri (situazione normale di non pericolo);<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) il valore 1 al di sopra del livello dei tre metri (situazione di pericolo.)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/filosofia.beepworld.it\/files\/figa4p21.jpg\" alt=\"\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La funzione F1 avr\u00e0 quindi l\u2019andamento di fig. A2 dove compaiono la funzione F e la retta di pericolo (3 Mt.).<br \/>\nIn figura A3, ottenuta dalla due per conversione A=&gt;D, compaiono livelli fra loro non ambigui, differenziati e disgiunti che, proprio in virt\u00f9 di queste propriet\u00e0, possono essere accoppiati biunivocamente con simboli, non ambigui, differenziati e disgiunti. Si sono ottenuti degli \u201coggetti\u201d nel pi\u00f9\u2019 ampio significato di questo termine; oggetti a cui possiamo, senza equivoci, accoppiare biunivocamente \u201cnomi&#8221;. Questo \u00e8 il salto, l\u2019operazione, che, permettendo di codificare, consente di passare da una rappresentazione a un linguaggio.<br \/>\nVolendo introdurre una sorta di analogia fra il linguaggio e il processo di digitalizzazione, si pu\u00f2 verificare come la rappresentazione della fig. A3 rappresenti rispetto a quello di figura A1 una conversione per segmentazione, cos\u00ec come i termini del linguaggio descrivono la realt\u00e0 segmentandola, mentre la rappresentazione di figura A4 realizza l\u2019assegnazione di un nome agli \u201coggetti\u201d di fig. A3 mediante codici diversi per oggetti diversi. L\u2019assegnazione dei singoli codici compatibilmente con la grammatica del codice \u00e8 assolutamente arbitraria. In un certo senso la successione di conversioni da fig. A2 a fig. A3 e a fig. A4 realizza con operazioni successive ci\u00f2 che, in riferimento al linguaggio, viene indicato come segmentazione dei significati e arbitrariet\u00e0 dei segni.<br \/>\nLe rappresentazioni A1, A2, A3, A4 rappresentano la realt\u00e0? Si pu\u00f2 sensatamente parlare di \u201cverit\u00e0\u201d? E\u2019 difficile dare una risposta positiva. La \u201cporzione di realt\u00e0\u201d rappresentata, quella del bacino, \u00e8 tutt\u2019altra cosa da una lampada che si accende e si spegne. Ma, se la risposta \u00e8 negativa qual \u00e8 l\u2019uso e il significato del termine \u201cverit\u00e0\u201d in relazione alle rappresentazioni di questo tipo?<br \/>\nRiprendiamo in esame i rapporti fra le funzioni A1 e A2, con particolare attenzione a ci\u00f2 che in proposito ci dice il Tractatus. A2 ci dice, istante per istante, se il livello in questione \u00e8 superiore o inferiore ai 3 Mt. per cui in ogni istante noi possiamo acquisire le informazioni proposizionali:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1) il livello \u00e8 inferiore a 3 Mt.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) il livello \u00e8 superiore a 3 Mt<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3) il livello \u00e8 uguale a tre metri<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste proposizioni trasmettono informazioni che potrebbero essere date altrimenti; ad esempio mediante l\u2019accensione di una lampada. In questo caso ad 1), 2), 3) corrispondono rispettivamente le situazioni di:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">a) lampada spenta<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">b) lampada accesa<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">c) lampada in accensione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">che ci danno le stesse informazioni delle proposizione sopra indicate.<br \/>\nTutti quelli elencati (le due serie 1, 2, 3- a, b, c, ) rappresentano, secondo il Tractatus, \u201cstati di cose\u201d che, condividendo la forma logica, sono in grado di essere usati per significarsi gli uni con gli altri. Non stupisce quindi che Wittgenstein vedesse in questa \u201ccondivisione di forma logica\u201d la ragione per cui si possono trasmettere informazioni utilizzando quei \u201cfatti\u201d particolari che sono le proposizioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019operazione di conversione \u00e8 funzionale all\u2019informazione richiesta. Il fine proposto (l\u2019identificazione del momento \u201cpericolo\u201d) \u00e8 stato effettivamente raggiunto. Si \u00e8 passati da una raffigurazione a una serie di informazioni. Ma cosa si \u00e8 effettivamente ottenuto? Non avevamo gi\u00e0 queste informazioni nella curva A1? Non solo le avevamo, ma passando da A1 ad A4 si sono perse tutte le informazioni con l\u2019eccezione di quella per cui l\u2019operazione \u00e8 stata condotta. Ma tutto ci\u00f2 cosa vuol dire? Il punto focale sta proprio nel concetto di fine collegato a quello di informazione. C\u2019\u00e8 informazione solo quando ci sono differenze discrete[5]. Queste vengono prodotte per realizzare un fine informativo e generano oggetti. Nel senso di questi oggetti entrano la storia della loro generazione, il fine e il loro utilizzo.<br \/>\nCome si \u00e8 visto per il <em>Tractatus<\/em> le proposizioni non condizionano il mondo e il mondo rappresentato dalle proposizioni non contiene residui linguistici. Dunque proposizioni da una parte e mondo dall\u2019altra. Comunque la si teorizzi, una concezione raffigurativa deve funzionare come uno specchio, deformante quanto si vuole, della realt\u00e0. La raffigurazione di Wittgenstein nel suo mostrare, nel suo essere disinteressata e contemplativa, nella sua impossibilit\u00e0 di dire \u00e8 straordinariamente simile alla rappresentazione analogica, mentre non si parla di quel rappresentare digitale che sicuramente \u00e8 in grado di \u201cdire\u201d. Una funzione, quella del \u201cdire\u201d che non pu\u00f2 essere ottenuta se non avendo con il mondo, che rappresenta gi\u00e0 informato, un rapporto di manipolazione violenta.<br \/>\nSiamo quindi di fronte a due metodi di rappresentare quello analogico-raffigurativo e quello digitale-informativo che sono in grado di illustrare il senso di quell\u2019opposizione DIRE\/ MOSTRARE che Wittgenstein introduce nel Tractatus .<br \/>\nTutte le rappresentazioni analogiche, raffigurando, MOSTRANO e non sono in grado di DIRE: nessuna rappresentazione analogica pu\u00f2 dire nulla non solo circa la propria struttura, ma neppure circa quella di una qualsiasi altra rappresentazione analogica o digitale. Le rappresentazioni digitali, informando, possono, al contrario, solo DIRE. E\u2019 bens\u00ec vero che qualsiasi rappresentazione digitale o analogica pu\u00f2 essere non solo letta, ma anche riprodotta come rappresentazione analogica di se stessa[6], ma ci\u00f2 non cambia nulla; dipende, infatti, da come la si guarda, poich\u00e9 nell\u2019attimo stesso in cui la consideriamo come analogica, l\u2019informazione scompare e la notazione perde il suo valore di segno e di simbolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Raffigurativit\u00e0 delle proposizioni<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Wittgenstein non fornisce, nel Tractatus una definizione del termine \u201cproposizione\u201d ma le \u201ccose\u201d che considera proposizioni e a cui, conseguentemente, applica la sua analisi sono troppe, troppo diverse e troppo disomogenee fra loro: per il Tractatus sono proposizioni, non solo quelle linguistiche, ma anche gli spartiti, i solchi dei dischi, le fotografie, i quadri e le disposizioni spaziali di tavoli e sedie. Questa disomogeneit\u00e0 \u00e8 la possibile fonte di fraintendimento fra le propriet\u00e0 del \u201cdire\u201d e del \u201cmostrare\u201d.<br \/>\nLa notazione di uno spartito di un brano musicale avviene con simboli discreti, mentre i solchi di un disco che di quel brano rappresentano la registrazione di una sua esecuzione, costituiscono una rappresentazione analogica; i solchi seguono con continuit\u00e0, e quindi analogicamente, l\u2019esecuzione che hanno memorizzato, non cos\u00ec le pagine dello spartito. Questa diversit\u00e0, che non viene registrata nel Tractatus, \u00e8 chiaramente da addebitarsi a una non riconosciuta distinzione tra il rappresentare ANALOGICO e il rappresentare DIGITALE. Mancando questo riconoscimento Wittgenstein viene indotto a compiere quel madornale errore che consiste nel trasferire al secondo le propriet\u00e0 del primo.<br \/>\nLe motivazioni che spinsero Wittgenstein verso il modello raffigurativo sono complesse. Wittgenstein detestava non solo la teoria dei tipi, ma in generale tutta la filosofia espressa dai Principia, sovraccarichi di teoria e, nonostante tutta la loro teoria, incapaci di evitare il ricorso al linguaggio comune per puntualizzare, definire e spiegare quella stessa teoria. Lo scopo del Tractatus si definisce anche e soprattutto in funzione di una revisione della Logica che non abbia bisogno che un\u2019altra teoria che la spieghi e di ulteriori teorie che giustifichino quella teoria. Per ottenere questo risultato \u00e8 necessario che la logica \u201cmostri se stessa\u201d Quando Wittgenstein scopr\u00ec le propriet\u00e0 analogiche della raffigurazione, la sua capacit\u00e0 di \u201cmostrare\u201d e di non \u201cdire\u201d, dovette pensare di aver scovato il suo uovo di Colombo, perfettamente funzionale ai suoi scopi; non solo, come per incanto, spariva la necessit\u00e0 di ogni teoria di ordini e di tipi, ma anche tutto quell\u2019assurdo proliferare, in orizzontale e in verticale, di teorie, di teorie sulle teorie ecc. Disgraziatamente questa propriet\u00e0 di poter \u201cmostrare \u201c e di non poter \u201cdire\u201d pu\u00f2 essere sensatamente affermata solo in riferimento alle rappresentazioni analogiche o a quanto di analogico vi sia in quelle ibride, ma non in riferimento ad altri tipi di rappresentazioni. Sfugge a Wittgenstein la differenza tra linguaggio e rappresentazione e, in particolare, sfugge quel concetto di differenza informativa discriminante tra una rappresentazione analogica e un sistema informativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Oggetti e fatti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il concetto di differenza discreta \u00e8 connaturato al processo di conversione A=&gt;D poich\u00e9 nasce da un qualche tipo di conversione A=&gt;D e dal processo di codifica.<br \/>\nI &#8220;fatti&#8221;, gli &#8220;oggetti&#8221; di cui parla Wittgenstein non sono \u201crealt\u00e0\u201d, ma costruzioni digitali, manipolazioni di realt\u00e0. Il problema del rapporto di verit\u00e0 diviene non un problema di relazione fra linguaggio e mondo ma quello fra il linguaggio e l\u2019insieme dei &#8220;fatti&#8221; di un mondo che \u00e8 gi\u00e0 digitalizzato, che \u00e8 gi\u00e0 un linguaggio. In sostanza il Tractatus confonde non solo fra rappresentazione analogica e rappresentazione digitale, ma anche fra verit\u00e0 e informazione.<br \/>\nWittgenstein aveva certamente ragione nel dichiarare che la proposizione &#8220;La lampada rossa si \u00e8 accesa&#8221; pu\u00f2 significare il fatto che il livello ha superato i tre Mt. e aveva pure ragione nell&#8217;individuare nell&#8217;identit\u00e0 delle &#8220;forme logiche&#8221; la condizione per cui ci\u00f2 pu\u00f2 accadere, ma questo non vuol dire che avesse centrato il problema. L&#8217;errore di Wittgenstein sta nel trarre conclusioni da forme gi\u00e0 manipolate, quando i giochi sono gi\u00e0 fatti. Modella il mondo sul linguaggio e con ci\u00f2 lo dota di oggetti e relazioni di oggetti, per poi scoprire che il linguaggio ha la stessa struttura del mondo. Il mondo di Wittgenstein, quello del Tractatus, nel suo essere un mondo\u201d di oggetti \u201ce di \u201cfatti\u201d, \u00e8 un linguaggio.<br \/>\nProposizioni come quelle che esprimono l\u2019essere del livello sopra i tre metri, l\u2019essere accesa della lampada o le corrispettive proposizioni linguistiche sono gi\u00e0 digitalizzate e hanno una ugual struttura solo perch\u00e9 ottenute mediante le stesse procedure; sono, in sostanza, valori della stessa funzione calcolate in corrispondenza di uguali valori delle variabili indipendenti. Non stupisce il fatto che abbiano la stessa forma logica, stupirebbe casomai il contrario.<br \/>\nIl problema non sta nel rapporto di queste proposizioni fra loro, ma nel rapporto ben pi\u00f9 problematico fra queste e la rappresentazione di fig. A1 o, meglio, fra queste e la porzione di mondo di cui A1 \u00e8 gi\u00e0 il valore di una funzione. In nessun modo si pu\u00f2 dire che A1 \u00e8 l&#8217;accensione e lo spegnimento di una lampada hanno la stessa forma logica nel senso inteso dal Tractatus, semplicemente perch\u00e9 A1, come rappresentazione analogica, non possiede nessuna forma logica. Wittgenstein partiva gi\u00e0 da &#8220;cose&#8221; in connessione con &#8220;cose&#8221; rappresentabili da &#8220;nomi di cose\u201d in connessione con \u201cnomi di cose&#8221;. Saltava, per cos\u00ec dire, il primo passaggio. Il suo mondo metafisicamente nasce gi\u00e0 digitale (almeno per quanto riguarda gli oggetti) ed \u00e8 ovvio che le condizioni di rappresentazione siano digitali. Il &#8220;mondo&#8221; del Tractatus \u00e8 gi\u00e0 un modello di mondo, un modello di mondo di oggetti predisposto per essere rappresentato in un linguaggio di nomi, ma il mondo delle cose, degli oggetti e degli stati di cose non \u00e8 altro che il nostro mondo assimilato al linguaggio, ossia un linguaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Oggetti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se si \u00e8 compreso l\u2019esempio fatto in precedenza, non pu\u00f2 essere sfuggito come la genesi dell&#8217;oggetto avvenga nel suo essere oggetto in generale e quell\u2019oggetto in particolare, anche nelle sue connessioni con altri oggetti, sotto delle condizioni imposte dal fine, dallo scopo, dall&#8217;utilizzabilit\u00e0 dell&#8217;oggetto stesso. Questo fatto, come si vedr\u00e0, \u00e8 del tutto generale. Il mondo degli oggetti e dei fatti, che tanto spontaneamente consideriamo il mondo \u201coggettivo\u201d e reale \u00e8 in realt\u00e0 gi\u00e0 una funzione di mondo. Non \u00e8 un mondo falso, ma \u00e8 un mondo generato attraverso una procedura, una chiave attraverso cui utilizziamo il mondo o, meglio, &#8220;viviamo&#8221; il mondo.<br \/>\nGli oggetti sono chiavi (non le uniche) di accesso al mondo. Lo si comprende chiaramente dalla genesi degli oggetti e da quelle finalit\u00e0 che condizionano il loro nascere, il loro &#8220;come-nascere&#8221; e il loro significato. Le finalit\u00e0, gli utilizzi degli oggetti non sono cose che si ritrovano osservando come vengono utilizzati, ma sono essenziali significazioni che hanno condizionato e condizionano il loro essere come sono. In effetti, noi produciamo valori di funzioni secondo procedure che nello stesso tempo sono chiavi che producono il mondo e forniscono queste chiavi.<br \/>\nQuando parliamo del concetto di &#8220;verit\u00e0'&#8221; come &#8220;corrispondenza&#8221; in realt\u00e0 o riconfermiamo uno schema di produzione o affermiamo questo schema nel senso che affermiamo che ci\u00f2 che dichiariamo \u201cvero\u201d \u00e8 stato ottenuto con una corretta applicazione di quello schema. Non \u00e8 falso, in se stesso, parlare di verit\u00e0 come corrispondenza, ma \u00e8 falso parlarne in assoluto come unico accesso al mondo. E&#8217; come se, per esplorare il mondo, noi lo adeguassimo ai nostri strumenti di misura e nello stesso tempo, da quel lavoro uscissero quegli strumenti che si rivelano poi adatti al nostro lavoro. Il concetto di \u201cverit\u00e0\u201d come \u201ccorrispondenza\u201d non \u00e8 dunque di per se erroneo, ma \u00e8 parte di una procedura; ci da non &#8220;l&#8217;accesso al mondo&#8221;, ma un accesso a un mondo. Lo d\u00e0 in maniera tale che il mondo, a cui si perviene e che ci viene aperto, non \u00e8 il mondo ma una funzione di quel mondo. Conquistiamo le informazioni, ma perdiamo il mondo. [7]<br \/>\nSi ritorna, in sostanza, al problema dei rapporti tra verit\u00e0 e informazione su cui possiamo gi\u00e0 esprimere qualche considerazione. Intanto si pu\u00f2 affermare che rappresentazioni come A1 e A2 possono essere codificare mentre con A questa operazione non \u00e8 possibile. Il presupposto di questa possibilit\u00e0 \u00e8 l&#8217;esistenza di &#8220;oggetti&#8221; dove questo termine ha un significato tecnico e procedurale. La nascita di questi enti chiamati &#8220;oggetti&#8221; \u00e8 dovuta alla creazione di differenze discrete. Una possibile costruzione di queste differenze, come si \u00e8 visto, non comporta il ritrovamento di entit\u00e0 ontologiche, ma \u00e8 il risultato di procedure operative e di decisioni. La conversione A=&gt;D inizia proprio con questo atto di violenza sul mondo; violenza con la quale si interviene sul mondo mappandolo, piegandolo a essere un mondo d\u2019informazione e di differenze che si ottengono decidendo, nella segmentazione funzionale, di CONSIDERARE UGUALE CIO&#8217; CHE E&#8217; DIVERSO. A tutti gli effetti questa \u00e8 un&#8217;operazione di assimilazione che rende simile il dissimile e uguale il diverso. La formazione dei termini universali, quali &#8220;uomini&#8221;, &#8220;bianchi&#8221;, &#8220;neri&#8221;, il cui radunare sotto un unico simbolo individui profondamente diversi, ha spesso scandalizzato i filosofi, trova origine proprio in questa operazione di assimilazione violenta, il cui presupposto e&#8217; la formazione stesse di quelle differenze che sono le basi strutturali del linguaggio informativo. Senza di questa &#8220;assimilazione&#8221; violenta che \u00e8 una vera digestione in senso aristotelico, non nasce n\u00e9 informazione n\u00e9 linguaggio inteso come linguaggio di verit\u00e0 e corrispondenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le operazioni di produzione del mondo degli oggetti e dei fatti (che non sono solo del tipo A=&gt;D) non sono descrizioni di un mondo che ci sta dinanzi, ma operazioni e decisioni di trasformazione del mondo in un mondo assimilato e utilizzabile. Su questi progetti di vita, che, come si vedr\u00e0, sono volontari solo in apparenza[8], si determinano le formazioni delle differenze che ci danno le informazioni possibili e, con esse, la semantica di quel simulacro di mondo che, solo cos\u00ec, si presenta adeguato alle sue descrizioni. Il mondo delle informazioni che si lascia descrivere dal linguaggio informativo \u00e8 proprio quello gi\u00e0 segmentato e violentato in &#8220;oggetti&#8221; e &#8220;fatti&#8221;. Non l&#8217;essere o l&#8217;analogon, ma il complesso dei valori delle funzioni tutto-niente che forzano il diverso a presentarsi uguale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una rappresentazione puramente analogica non esiste. In precedenza si \u00e8 detto che una rappresentazione come quella della fig. A1 sotto riprodotta, purch\u00e9 depurata di ogni riferimento metrico, poteva essere considerata analogica, ma ci\u00f2 \u00e8 solo parzialmente vero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/filosofia.beepworld.it\/files\/figa1p27.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti, essa \u00e8 tale come esito dell\u2019azione di un trasduttore che, galleggiando, pilota un pennino scrivente su un rullo in rotazione uniforme.[9]<br \/>\nCiononostante una simile traccia non pu\u00f2 essere considerata una rappresentazione analogica di quel fenomeno reale e complesso per cui \u201cin un certo, definito e reale bacino entra e defluisce un liquido\u201d: \u00e8 qualcosa in pi\u00f9 e qualcosa in meno del fenomeno che rappresenta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il fenomeno &#8220;Bacino che viene alimentato e da cui fuoriesce liquido&#8221; \u00e8 un fenomeno complesso che comprende il tipo di liquido, le impurit\u00e0, la temperatura, il clima, i pesci, le sponde ecc. Quando noi riduciamo la globalit\u00e0 del fenomeno al pi\u00f9 ristretto &#8220;Andamento nel tempo del livello del fluido nel bacino&#8221; \u00e8 come se chiudessimo gli occhi di fronte a tutto il fenomeno e lo osservassimo riducendo i nostri sensi al solo &#8220;occhio\u201d del misuratore di livello.<br \/>\nQuesto \u201cchiudere gli occhi\u201d \u00e8 in realt\u00e0 un&#8217;operazione di conversione A=&gt; D; in particolare \u00e8 quel tipo di operazione tutto-niente che agisce come un interruttore la cui funzione \u00e8 bloccare (assegnare il valore 0) a tutto ci\u00f2 che non \u00e8 livello. Il trasduttore che converte il livello in spostamento del pennino. \u00c8 cieco, sordo, e insensibile a tutto eccetto che al livello del liquido. La curva A1 \u00e8 dunque gi\u00e0 il prodotto di una conversione A=&gt;D. [10]<br \/>\nLa conclusione \u00e8 che non si riesce a rappresentare se non funzionalizzando in senso digitale e che, in contrapposizione, radicandosi il senso dell\u2019oggetto nella storia della sua genesi, questo in qualche maniera non pu\u00f2 non comprendere un residuo analogico.<br \/>\nIl mondo degli oggetti e dei fatti e il linguaggio dei nomi e delle proposizioni si assimilano nel convergere in una struttura di \u201clinguaggio-mondo\u201d che \u00e8 gi\u00e0 preteoria. Il mondo, cos\u00ec come si presenta, strutturato per essere descritto dal nostro linguaggio, \u00e8 gi\u00e0 contaminato, assimilato a quel complesso d\u2019usi e di utilizzi che ci consentono di vivere in esso.<br \/>\nDire che il mondo degli oggetti e dei fatti \u00e8 preteoria significa che esso gi\u00e0 ci orienta verso teorie e credenze entro le quali esprimiamo le teorie. La differenza fra teoria e preteoria \u00e8 a questo punto di comodo, ma anche se difficile da definire, corrisponde a differenti livelli di assestamento e d\u2019equilibrio; ma questa \u00e8 solo un\u2019anticipazione indebita. Essa trova una sua giustificazione nella differenza di consolidamento, nel numero e tipo di vincoli che vengono imposti e, correlativamente, nell\u2019entit\u00e0 dei tipi di gradi di libert\u00e0. Il complesso delle anticipazioni teoriche, delle loro correlazioni, dei vincoli e dei gradi di libert\u00e0 costituiscono una rete di concettualit\u00e0 largamente sovradimensionata rispetto alla \u201crealt\u00e0\u201d a cui si richiamano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con questa constatazione siamo gi\u00e0 di fronte al problema della determinazione della concettualit\u00e0 organizzata nel nostro sapere linguistico e preteorico, termini, questi, da tenere distinti e da intendere come una pluralit\u00e0: non \u00e8 assolutamente detto che ci\u00f2 che intendiamo come sapere primitivo, teorico costituisca un unico paradigma e che questo unico paradigma sia depositato nel linguaggio. In ogni caso i linguaggi sono gi\u00e0 preteorie in cui trovano posto, sintatticamente e semanticamente, alcune possibilit\u00e0 di codifica di differenze finite e alcune correlazioni fra queste differenze, mentre altre non possono essere correttamente espresse. Di fatto questa preteoria funge da schema per informare su mondi possibili e nello stesso tempo vieta la possibilit\u00e0 di esprimerne altri poich\u00e9 se il linguaggio \u00e8 preteoria deve porre dei vincoli alle teorie che con essa possono essere espresse o dichiarate, limitando il campo del teorizzabile.<br \/>\nIl fatto che il linguaggio sia sovra determinato rispetto al mondo \u00e8 perfettamente compatibile con il suo essere preteoria. Gi\u00e0 fin dal 1929[11] Ramsey giunse alla conclusione che la sovra determinazione delle teorie \u00e8 condizione necessaria alle stesse teorie per essere &#8220;utili&#8221; come teorie, capaci di espressione, di evoluzione e di crescita. Le stesse conclusioni a maggior ragione valgono per quella preteoria che \u00e8 il linguaggio in rapporto alla sua capacit\u00e0 di esprimere teorie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>IL LINGUAGGIO COME MODELLO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Enunciati predicativ<\/strong>i<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se il linguaggio \u00e8 preteoria, in esso e nella sua organizzazione si dovranno ritrovare le propriet\u00e0 gi\u00e0 individuate nelle teorie. Questo dovr\u00e0 valere anche per le singole proposizioni linguistiche che sono unit\u00e0 organizzate di senso. Lo scopo \u00e8 ora l\u2019individuazione di queste caratteristiche a cominciare dagli enunciati predicativi.<br \/>\nSe teorie e modelli sono interpretabili secondo una forma F(A)= b dove F \u00e8 un segno di funzione e A un segno di oggetto e, se gli enunciati sono modelli, essi devono dimostrarsi modelli informativi.<br \/>\nL\u2019analisi dovr\u00e0 evidenziare questa forma, ma anche il suo carattere informativo; dovr\u00e0, in altre parole, rispondere alle domande: come comprendiamo un enunciato? Come comprendiamo l\u2019informazione?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se ci chiediamo come avvenga l&#8217;informazione nell&#8217;enunciato predicativo non possiamo che rispondere che essa avviene mediante l&#8217;attribuzione di un predicato (fra i vari possibili) a un individuo. Se, poi, ci chiediamo come avvenga questa attribuzione, dobbiamo rispondere che il veicolo logico attraverso cui avviene \u00e8, s\u00ec, il verbo ESSERE, ma nel suo significato speciale di ESSERE predicativo. Ossia abbiamo bisogno del verbo ESSERE per definire la predicazione, ma dobbiamo subito aggiungere che \u00e8 un ESSERE speciale usato unicamente per la predicazione.<br \/>\nTutto ci\u00f2 \u00e8 un circolo vizioso. Non lo sarebbe unicamente nel caso in cui il verbo ESSERE avesse un significato univoco nei vari contesti ma pare che non sia cos\u00ec; pare, proprio che non si possa evitare che questo verbo compaia nell&#8217;enunciato predicativo con quel suo significato peculiare, che assolve, appunto, la funzione predicativa.<br \/>\nDel resto Frege, Russell e, sulle loro orme, il Wittgenstein del Tractatus distinguono fra:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1) ESSERE come identit\u00e0,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) ESSERE come predicazione,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3) ESSERE come esistenza (usato normalmente in maniera erronea.)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">mettendoci in guardia contro gli errori di analisi in cui si incorre confondendo i diversi significati.<br \/>\nStando cos\u00ec le cose si avr\u00e0 un&#8217;operazione logica primitiva (la predicazione) e un senso specifico e logicamente distinto del verbo ESSERE (quello predicativo) senza che con questo si possa comprendere le modalit\u00e0 con cui un simile enunciato possa dare informazione.<br \/>\nUna possibile via d\u2019uscita da questo vicolo potrebbe essere quella di interpretare il segno \u201cE\u2019\u201c predicativo come un segno di uguaglianza; se, infatti, l&#8217;enunciato predicativo potesse essere interpretato come un&#8217;asserzione d&#8217;uguaglianza non avremmo bisogno di un significato speciale del verbo &#8220;essere&#8221; per la predicazione, poich\u00e9 nell&#8217;enunciato predicativo si verrebbe a asserire l&#8217;identit\u00e0 tra due termini. Ma come \u00e8 possibile l&#8217;identit\u00e0 tra individui e predicati che sono termini categorialmente disomogenei?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Precedenti storici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli enunciati sia relazionali che predicativi sconcertavano il filosofo Bradley tanto che, dalla loro analisi riusc\u00ec a trarre forti argomenti per affermare l&#8217;intrinseca contraddittoriet\u00e0 delle conoscenze particolari. Bradley giudicava inesplicabile la predicazione; da una parte, se la si considera un&#8217;asserzione d&#8217;identit\u00e0, essa diviene fonte di contraddizioni, perch\u00e9 dichiara che sono uguali cose diverse e dall&#8217;altra, ancor pi\u00f9 incredibilmente, si afferma che la predicazione si riduce all&#8217;incollaggio di un predicato a un soggetto. Insomma, secondo Bradley, tutto questo rigirarsi fra ci\u00f2 che \u00e8 differente per ridurlo all&#8217;unit\u00e0 o \u00e8 banale asserzione tautologica, oppure \u00e8 solo un arbitrario tentativo di mettere insieme ci\u00f2 che col linguaggio abbiamo diviso.<br \/>\nIn fondo Bradley non asseriva nulla di nuovo. In un diverso contesto (metafisica dell&#8217;essere) lo stesso problema compare gi\u00e0 in Parmenide. Successivamente filosofi Cinici e filosofi Megarici misero in evidenza le difficolt\u00e0 di un&#8217;interpretazione dell&#8217;enunciato predicativo come asserzione d&#8217;identit\u00e0, dandone versioni paradossali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La proposizione:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;IL CAVALLO CORRE VELOCEMENTE&#8221; ossia IL CAVALLO E&#8217; CORRIDORE,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00e8 uno degli esempi proposti dal megarico Stilpone per illustrare il paradosso. Se, infatti, interpretiamo quell&#8217;\u201cE\u2019\u201c come un &#8220;uguale&#8221; allora l&#8217;enunciato diviene:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">CAVALLO = CORRIDORE,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">ma, poich\u00e9 anche il cane \u00e8 corridore, si ha:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">CANE = CORRIDORE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">da cui transitivamente:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">CANE = CAVALLO.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello di Stilpone non \u00e8 l&#8217;unico paradosso. La scuola cinica ce ne ha tramandato altri. Siamo ancora in presenza di un enunciato predicativo qualsiasi del tipo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;UOMO E&#8217; BUONO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">da cui si ricava che l&#8217;uomo \u00e8 uno perch\u00e9 \u00e8 uomo, ma \u00e8 anche due perch\u00e9 \u00e8 contemporaneamente sia uomo che buono.<br \/>\nUna teoria che interpreta la predicazione come asserzione d&#8217;identit\u00e0 deve ovviamente superare paradossi di questo tipo.<br \/>\nAristotele nella sua metafisica distingue fra un significato forte dell&#8217;essere (della sostanza) e un significato debole (dell&#8217;accidente). Anche se questa distinzione non coincide con quella tra predicato ed individuo, introduce, di fatto, l&#8217;impossibilit\u00e0 d&#8217;identit\u00e0 fra essi. Se l&#8217;identit\u00e0 fra predicato e individuo \u00e8 categorialmente impossibile, l&#8217;enunciato predicativo non pu\u00f2 essere un&#8217;asserzione d&#8217;identit\u00e0.<br \/>\nDuns Scoto sostenne l&#8217;univocit\u00e0 dell&#8217;essere e non sorprende che, accanto ad altri argomenti, proponga a sostegno della tesi l&#8217;analisi dell&#8217;enunciato predicativo, i cui componenti (soggetto e predicato) devono essere, secondo Duns Scoto, omogenei (come essere) per poter esprimere un senso. E&#8217; chiaro che, sostenendo questa tesi, Duns Scoto presupponeva un&#8217;interpretazione della predicazione come identit\u00e0.<br \/>\nDal punto di vista grammaticale entrambe le tesi paiono esprimere esigenze reali, ma, in realt\u00e0, il problema non sta nell&#8217;univocit\u00e0 assoluta dell&#8217;essere o nella sua pluralit\u00e0 assoluta. Se consideriamo i due enunciati:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1) SOCRATE (A) E&#8217; GRECO (B)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) L&#8217;AUTORE DI X (C) E&#8217; L&#8217;AUTORE DI Y (D)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Duns Scoto avrebbe affermato l&#8217;univocit\u00e0 dell&#8217;essere di A, B, C, D, mentre Aristotele avrebbe negato quella fra A e B.<br \/>\nIn sostanza Aristotele nega l&#8217;univocit\u00e0 dell&#8217;essere anche all&#8217;interno dello stesso enunciato, Duns Scoto, al contrario, l&#8217;afferma in riferimento a ogni enunciato. E&#8217; per\u00f2 evidente che fra queste posizioni estreme possa esserci la posizione intermedia che afferma l&#8217;univocit\u00e0 all&#8217;interno del singolo enunciato e la pluralit\u00e0 fra enunciati diversi ed \u00e8 proprio questa la via che consente di uscire dai paradossi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Usciamo dal linguaggio corrente e consideriamo il linguaggio delle proiezioni ortogonali. In questo linguaggio (che non un linguaggio ma solo un sistema informativo perch\u00e9 non riesce a parlare di se stesso) noi eseguiamo operazioni di proiezione con le quali, per esempio, riusciamo a trasferire su pi\u00f9 piani bidimensionali e mediante figure bidimensionali le stesse informazioni a noi accessibili in uno spazio tridimensionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/filosofia.beepworld.it\/files\/figp31.jpg\" alt=\"\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche chi ha minime cognizioni del disegno tecnico, non ignora che \u00e8 possibile rappresentare un parallelepipedo mediante due proiezioni su due piani (preferibilmente ortogonali); due proiezioni ortogonali individuano un cubo mediante due quadrati e, da questi due quadrati, possiamo ottenere tutte le informazioni geometrico-dimensionali riguardanti il cubo originario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando vogliamo tradurre in lingua italiana le informazioni relative a una di queste operazioni e leggere una delle proiezioni, non diciamo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">IL CUBO E&#8217; UN QUADRATO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">anche se, effettivamente, siamo proprio di fronte a un quadrato che sta per un cubo, perch\u00e9 sarebbe come affermare che una figura a tre dimensioni \u00e8 uguale a una figura a due dimensioni. Diciamo invece:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">LA PROIEZIONE DI UN CUBO E&#8217; UN QUADRATO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dove il termine LA PROIEZIONE non \u00e8 un abbellimento stilistico o un&#8217;inutile precisazione, ma \u00e8 un segno di funzione; pi\u00f9 precisamente di una funzione che riassume tutte le operazioni codificate e normalizzate che consentono di ottenere da un cubo nello spazio a tre dimensioni un quadrato in uno spazio a due dimensioni.<br \/>\nL&#8217;espressione LA PROIEZIONE DI UN CUBO \u00e8 l&#8217;applicazione della funzione PROIEZIONE all&#8217;oggetto CUBO, applicazione che genera come valore la figura piana: LA PROIEZIONE DI UN CUBO; \u00e8 in quest\u2019ottica che possiamo interpretare quell&#8217;\u201c\u00e8\u201d come un segno d&#8217;identit\u00e0 e considerare l&#8217;enunciato come un&#8217;asserzione d&#8217;identit\u00e0 del tipo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">PROIEZIONE DEL CUBO = QUADRATO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nello stesso senso si pu\u00f2 analizzare l&#8217;enunciato SOCRATE \u00c8 GRECO. GRECO sarebbe, cos\u00ec, interpretabile come il valore di una funzione applicata all&#8217;individuo SOCRATE; una metaforica &#8220;proiezione&#8221; dell&#8217;individuo SOCRATE sul piano della NAZIONALITA&#8217;. In tal caso LA NAZIONALITA&#8217; diverrebbe la funzione che applicata all&#8217;individuo SOCRATE genera il predicato GRECO.<br \/>\nCon questa interpretazione LA NAZIONALITA&#8217; DI SOCRATE apparterrebbe alla categoria logico-grammaticale del predicato e diventerebbe sensato asserire l&#8217;identit\u00e0:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">LA NAZIONALITA&#8217; di SOCRATE = GRECA<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">senza incorrere nei paradossi cinici e megarici e evitando la necessit\u00e0 di un significato speciale del verbo &#8220;essere&#8221; come predicazione.<br \/>\nIl paradosso di Stilpone sparisce se esso viene riscritto come:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">F(CAVALLO) = CORRIDORE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">dove F \u00e8 difficilmente esprimibile con un termine in lingua italiana, perch\u00e9 non esiste un termine che indichi la capacit\u00e0 di percorrere terreno pi\u00f9 o meno velocemente. Quasi adatta sarebbe la funzione &#8220;L&#8217;andatura da&#8221;, ma il trovare o il non trovare questo termine non pregiudica l&#8217;interpretazione. Anche:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">SOCRATE E&#8217; GRECO e PLATONE E&#8217; GRECO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">se interpretati come asserzioni d&#8217;identit\u00e0 avrebbero generato l&#8217;enunciato paradossale:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">SOCRATE E&#8217; PLATONE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nessun paradosso genera invece l&#8217;enunciato:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">LA NAZIONALITA&#8217; DI SOCRATE = GRECA<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">con:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">LA NAZIONALITA&#8217; DI PLATONE = GRECA<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">se non l&#8217;ovvia conseguenza che:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">LA NAZIONALITA&#8217; DI SOCRATE = LA NAZIONALITA&#8217; DI PLATONE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quanto al secondo paradosso anche se SOCRATE e GRECO sono<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">uno e due, non cos\u00ec LA NAZIONALITA&#8217; DI SOCRATE e GRECO.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">6. Questa interpretazione permette di evidenziare meglio gli aspetti dell&#8217;enunciato come calcolo semantico. Quando noi applichiamo la funzione NAZIONALITA&#8217; all&#8217;individuo SOCRATE, in effetti, applichiamo una procedura di calcolo. Non interessa se questo calcolo sia aritmetico o consista nella consultazione di un&#8217;enciclopedia, o in un accertamento empirico o in qualcos&#8217;altro ancora; l&#8217;importante \u00e8 che si possa eseguire una procedura che permette di decidere. Non abbiamo bisogno di tutto l&#8217;enunciato LA NAZIONALITA&#8217; DI SOCRATE E&#8217; GRECA per decidere; in effetti, ci basta LA NAZIONALITA&#8217; DI SOCRATE per eseguire il calcolo \u00e8 concludere, ottenendo il valore GRECO come risultato. Quando decidiamo sulla verit\u00e0 o sulla falsit\u00e0 dell&#8217;enunciato, in effetti, l&#8217;individuo Socrate non compare pi\u00f9; l&#8217;enunciato si riduce a una delle possibili uguaglianze di tipo a) o di tipo b):<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">a) GRECO = GRECO ,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">b) GRECO = TURCO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A fronte delle quali si effettuare una constatazione, che non pu\u00f2 essere che di verit\u00e0 per il primo e di falsit\u00e0 per il secondo considerando poi che dati a) e b) non pu\u00f2 essere che sintattica e formale, essendo gi\u00e0 stato definito, l&#8217;accertamento semantico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se indichiamo gli individui con lettere maiuscole A, B, C, i predicati con le lettere minuscole a, b, c, i termini astratti con segni di funzione F, G, H, avremo i possibili enunciati non relazionali:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1) F(A)= b<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) A = B<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">che ben mettono in evidenza:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">a) come sia necessaria l&#8217;univocit\u00e0 dell&#8217;essere all&#8217;interno di ogni enunciato (Duns Scoto),<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">b) come questa univocit\u00e0 non possa essere estesa a tutti gli enunciati (Aristotele)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">c) come con questa interpretazione l&#8217;enunciato predicativo sia un&#8217;asserzione d&#8217;identit\u00e0 e come, non rendendo necessario un uso speciale del verbo essere e dando un ben preciso significato ai termini astratti (di collocazione sempre difficile), quali la NAZIONALITA&#8217;, il COLORE, ecc. si abbia una teoria che funziona.<br \/>\nAlcune delle conseguenze di questa teoria verranno esaminate in seguito, ma almeno si evidenzia immediatamente e si riconferma che il linguaggio non \u00e8 passivo rispecchiamento ma attivit\u00e0 sul mondo. Noi c&#8217;impadroniamo mediante funzioni degli oggetti e ne ricaviamo predicati, assimilando cos\u00ec fra loro due diverse categorie semantiche e grammaticali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Introduzione Oggi l&#8217;idea stessa che il riflettere e il pensare in filosofia possano dare origine a un sistema di pensiero appare quasi anacronistica. 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