{"id":2320,"date":"2012-07-17T21:01:55","date_gmt":"2012-07-17T21:01:55","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=2320"},"modified":"2012-07-20T20:20:21","modified_gmt":"2012-07-20T20:20:21","slug":"fondamentalismo-darwiniano-di-stephen-jay-gould","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=2320","title":{"rendered":"Fondamentalismo darwiniano, di Stephen Jay Gould"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_2321\" style=\"width: 305px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/Stephen-Jay-Gould.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-2321\" class=\" wp-image-2321\" title=\"77582041UA002_Gould\" src=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/Stephen-Jay-Gould.jpeg\" alt=\"\" width=\"295\" height=\"259\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-2321\" class=\"wp-caption-text\">Stephen Jay Gould<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il seguente articolo, tradotto in italiano, \u00e8 apparso originariamente nel 1997 su \u201cThe New York Review of Books\u201d e potete leggerlo in <a href=\"http:\/\/www.nybooks.com\/articles\/archives\/1997\/jun\/12\/darwinian-fundamentalism\/?page=1\">inglese qui<\/a>. L&#8217;articolo s&#8217;inserisce in un vasto e laico dibattito internazionale sul significato del neodarwinismo e sul metodo riduzionista, il cui abuso metodologico non \u00e8 considerato al passo con i tempi a confronto del paradigma della complessit\u00e0 e dell&#8217;emergentismo. In particolare <strong>Stephen Gould<\/strong> oppone al metodo di <strong>John Maynard Smith, Richard Dawkins <\/strong>e <strong>Daniel Dennett <\/strong>un approccio pluralista e complesso al fenomeno della vita, pur rimanendo nei\u00a0laici canoni scientifici e neodarwiniani. Anzi, la sua proposta \u00e8 quella di tornare \u00a0al &#8220;vecchio&#8221; Darwin, che quanto a pluralit\u00e0 di cause nelle leggi dell&#8217;evoluzione avrebbe capito qualcosa in pi\u00f9 dei nuovi &#8220;ultras&#8221; darwiniani, prima ancora\u00a0che genetica e biologia cercassero di &#8220;totalizzare&#8221; il discorso neodarwinista. Sullo stesso argomento, prima della morte, Gould \u00e8 intervenuto in un altro articolo, che potete trovare al seguente link, intitolato <strong><a href=\"http:\/\/www.stephenjaygould.org\/reviews\/gould_pluralism.html\" target=\"_blank\">Evolution: The Pleasures of Pluralism<\/a><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8212; &#8212; &#8212;<br \/>\n<em><strong>Fondamentalismo darwiniano, <\/strong><\/em>di Stephen Jay Gould<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Numerosi esempi, dall&#8217;arroganza di Platone alle tirate di Beethoven, inducono a concludere che gli individui pi\u00f9 brillanti della storia tendono a essere tipi irascibili. Con l&#8217;eccezione di <strong>Charles Darwin<\/strong>, che deve essere stato il pi\u00f9 affabile di tutti i geni; era gentile all&#8217;eccesso, persino con gli immeritevoli, e non pronunci\u00f2 mai parole dure. <strong>George Romanes<\/strong>, discepolo di Darwin, espresse stupore per l&#8217;unica affermazione aspramente critica che avesse mai incontrato: &#8220;<em>Nell&#8217;intera gamma di scritti di Darwin, \u00e8 impossibile trovare un altro brano formulato con tanta risolutezza; esso rappresenta l&#8217;unica nota amara nelle migliaia di pagine da lui pubblicate.<\/em>&#8221; Il brano di Darwin che fece tanta impressione a Romanes era rivolto contro coloro che semplificavano e ridicolizzavano la sua teoria sostenendo che la selezione naturale, e soltanto la selezione naturale, \u00e8 la causa di tutti i cambiamenti evolutivi. Nell&#8217;ultima edizione de <em><strong>L&#8217;origine delle specie<\/strong><\/em><strong> <\/strong>(1872), Darwin scrive: &#8220;<em>Poich\u00e9 in tempi recenti le mie conclusioni sono state molto travisate, e si \u00e8 dichiarato che io attribuisco la modificazione delle specie esclusivamente alla selezione naturale, mi sia concesso rimarcare che nella prima edizione di quest&#8217;opera, e nelle successive, ho posto nella posizione pi\u00f9 appariscente &#8211; e precisamente a chiusura dell&#8217;Introduzione &#8211; le seguenti parole:<\/em> &#8220;<em>Sono convinto che la selezione naturale \u00e8 stata la causa principale, ma non l&#8217;unica, delle modificazioni<\/em>&#8220;. <em>Non \u00e8 servito a nulla: grande \u00e8 il potere del travisamento continuo<\/em>&#8220;.<br \/>\n<!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 chiaro che Darwin amava la propria particolare teoria della selezione naturale &#8211; l&#8217;idea potente a cui spesso nelle lettere si riferiva come all&#8217;amato &#8220;figlio&#8221;.Come ogni buon genitore, tuttavia, ne comprendeva i limiti ed esigeva disciplina. Sapeva che gli ampi e complessi fenomeni evolutivi non si possono attribuire a un&#8217;unica causa, seppur onnipresente e poderosa quanto l&#8217;idea di cui era padre. Alla luce di tutto ci\u00f2, specie data la tendenza della storia a riciclare le grandi questioni, trovo divertente l&#8217;ironica situazione in cui \u00e8 rimasta intrappolata di recente la teoria dell&#8217;evoluzione. In diversi settori \u00e8 emerso fino a raggiungere un certo risalto un movimento di costruttivismo rigido, una sedicente forma di fondamentalismo darwiniano; spazia dal cuore della biologia inglese di <strong>John Maynard Smith <\/strong>all&#8217;ideologia inflessibile (seppur formulata in una prosa leggiadra) di <strong>Richard Dawkins<\/strong>, suo compatriota, agli scritti altrettanto angusti e pi\u00f9 pesanti del filosofo americano <strong>Daniel Dennett<\/strong> (che ha intitolato il suo ultimo libro <em><strong>L&#8217;idea pericolosa di Darwin<\/strong><\/em>). Un gruppo pi\u00f9 numeroso di rigidi costruttivisti \u00e8 inoltre impegnato in un tentativo consapevole in maniera quasi sarcastica di &#8220;rivoluzionare&#8221; lo studio del comportamento umano lungo la retta via darwiniana, sotto la dicitura di &#8220;psicologia evolutiva&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcune di queste idee sono finite sulla stampa non specialistica, ma il tema unificante del fondamentalismo darwiniano non \u00e8 stato sottolineato n\u00e9 identificato in modo adeguato. I professionisti, dal canto loro, sono ben consapevoli di tali connessioni. Il mio collega <strong>Niels Eldredge<\/strong>, per esempio, nel suo recente libro <em><strong>Reinventing Darwin<\/strong><\/em>, a proposito di questo movimento organizzato parla di &#8220;ultradarwinismo&#8221;. In tutta la variet\u00e0 delle tematiche da loro affrontate, gli ultradarwinisti hanno in comune la convinzione che la selezione naturale regoli tutto ci\u00f2 che ha una qualche importanza nell&#8217;evoluzione e che l&#8217;adattamento emerga come risultato universale e come prova conclusiva dell&#8217;onnipresenza della selezione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;ironia della situazione \u00e8 duplice. In primo luogo, come illustra il brano citato poc&#8217;anzi, lo stesso Darwin si oppose con forza agli ultras dei suoi tempi. (In un certo senso, una simile perla storica non dovrebbe interessare in alcun modo al giorno d&#8217;oggi; forse Darwin fu eccessivamente prudente e quindi gli ultra-moderni hanno una buona ragione per essere pi\u00f9 darwinisti di Darwin. Tuttavia, dato che questi ultras promuovono il proprio prodotto con un fervore quasi teologico e dato che le concezioni dei padri fondatori hanno importanza in ambito religioso, anche se non dovrebbero averne in quello scientifico, la strenua opposizione dello stesso Darwin diventa in realt\u00e0 pertinente). In secondo luogo, l&#8217;invigorimento della moderna biologia evolutiva grazie all&#8217;apporto di dati entusiasmanti che non sono selezionistici n\u00e9 adattazionistici e provengono da tre discipline fondamentali quali la genetica delle popolazioni, la biologia dello sviluppo e la paleontologia (si vedano gli esempi nel seguito) trasforma questi ultimi anni che precedono il nuovo millennio in un periodo particolarmente sfavorevole per il fondamentalismo darwiniano &#8211; e pare semplicemente confermare il pluralismo del tutto ragionevole dello stesso Darwin.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Charles Darwin rimarcava spesso che la sua opera rivoluzionaria si poneva due obiettivi distinti: primo, dimostrare il dato di fatto dell&#8217;evoluzione (la connessione genealogica di tutti gli organismi e un percorso storico della vita governato dalla &#8220;<em>discendenza con modificazioni<\/em>&#8220;); secondo, promuovere la teoria della selezione naturale come il meccanismo pi\u00f9 importante dell&#8217;evoluzione. Per quanto riguarda il primo obiettivo, Darwin trionf\u00f2 (a dispetto del creazionismo americano dell&#8217;estrema destra). Praticamente tutte le persone raziocinanti accettano l&#8217;evoluzione come dato di fatto e nella scienza non esiste un&#8217;altra conclusione che vanti evidenze pi\u00f9 convincenti. Darwin riusc\u00ec sostanzialmente a raggiungere anche il secondo obiettivo. La selezione naturale, un&#8217;idea potentissima dalle conseguenze filosofiche radicali, \u00e8 senz&#8217;altro una causa primaria dell&#8217;evoluzione, come conferma la teoria e dimostrano innumerevoli esperimenti. Ma la selezione naturale \u00e8 la causa onnipresente e realmente unica ed esclusiva come propongono gli ultras?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il radicalismo della selezione naturale sta nella sua capacit\u00e0 di detronizzare alcune delle pi\u00f9 profonde e tradizionali consolazioni del pensiero occidentale, in particolare l&#8217;idea che la benevolenza, l&#8217;ordine e lo squisito disegno della natura, con gli esseri umani posti su un confortevole vertice di potenza e superiorit\u00e0, provino l&#8217;esistenza di un creatore onnipotente e benevolo che ci ama pi\u00f9 di tutti (la versione teologica vecchio stile), o quanto meno che la natura segua direzioni privilegiate e che gli esseri umani facciano parte di uno schema sensato e prevedibile che governa il tutto (la versione moderna e pi\u00f9 laica).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rispetto a tali convinzioni, la selezione naturale di Darwin presenta il punto di vista pi\u00f9 contrario che si possa immaginare. Nel mondo di Darwin, una sola forza causale \u00e8 responsabile del cambiamento evolutivo: la lotta inconscia tra i singoli organismi per favorire il proprio successo riproduttivo personale &#8211; niente altro e niente di pi\u00f9 (non vi \u00e8 alcuna forza, per esempio, che operi esplicitamente a favore del bene delle specie o dell&#8217;armonia degli ecosistemi). <strong>Richard Dawkins<\/strong> vorrebbe restringere ulteriormente il punto focale della spiegazione fino ai geni che lottano per il successo riproduttivo all&#8217;interno di corpi passivi (gli organismi) posti sotto il controllo dei geni &#8211; un&#8217;idea iperdarwiniana che a mio giudizio \u00e8 una caricatura fondamentalmente sciocca e logicamente carente dell&#8217;intento autenticamente radicale di Darwin.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli stessi fenomeni che le concezioni tradizionali citano come prova della benevolenza e dell&#8217;ordine intenzionale &#8211; lo squisito disegno degli organismi e l&#8217;armonia degli ecosistemi &#8211; emergono a causa del processo darwiniano di selezione naturale soltanto come effetti collaterali di un singolare principio causale di significato apparentemente opposto: gli organismi lottano soltanto per se stessi. (Un buon piano strutturale porta al successo riproduttivo, mentre l&#8217;armonia degli ecosistemi registra l&#8217;equilibrio competitivo tra i vincitori). Il sistema di Darwin andrebbe considerato liberatorio dal punto di vista morale e non deprimente in modo cosmico. In ogni caso, le risposte agli interrogativi morali non si possono trovare nella fattualit\u00e0 della natura, quindi perch\u00e9 non accettare la &#8220;doccia fredda&#8221; e riconoscere che la natura non \u00e8 morale e che non \u00e8 organizzata per corrispondere alle nostre speranze? Dopo tutto, la vita esiste sulla Terra da 3,5 miliardi di anni prima del nostro arrivo; perch\u00e9 mai i suoi percorsi causali dovrebbero corrispondere ai nostri bisogni di significato o di decenza?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si arriva cos\u00ec al punto tecnico e pratico che determina le priorit\u00e0 di ricerca ultradarwiniane. La selezione naturale si pu\u00f2 osservare direttamente, ma soltanto nelle insolite condizioni di esperimenti controllati in laboratorio (su organismi che si riproducono a un ritmo molto veloce, come i moscerini della frutta) o di sistemi naturali semplificati e tenuti sotto stretto controllo. Poich\u00e9 l&#8217;evoluzione, in ogni senso rilevante, impiega cos\u00ec tanto tempo (pi\u00f9 dell&#8217;intera storia potenziale dell&#8217;osservazione umana!), non possiamo, tranne in circostanze particolari, osservare il processo in azione e dobbiamo pertanto tentare di inferire le cause dai risultati (si tratta della procedura standard in ogni scienza storica, per inciso, e non di un ostacolo particolare che gli evoluzionisti si trovano a fronteggiare).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il risultato generalmente accettato della selezione naturale \u00e8 l&#8217;adattamento &#8211; la forma, la funzione e il comportamento di un organismo si configurano per realizzare il summum bonum darwiniano di un aumentato successo riproduttivo. Dobbiamo quindi studiare la selezione naturale principalmente dai suoi risultati &#8211; vale a dire concentrandoci sui presunti adattamenti degli organismi. <strong>Se riusciamo a interpretare tutte le caratteristiche significative degli organismi come adattamenti rivolti al successo riproduttivo, possiamo inferire che la selezione naturale \u00e8 stata la causa del cambiamento evolutivo.<\/strong> Questa strategia di ricerca \u2013 il cosiddetto programma adattazionistico &#8211; \u00e8 il <strong>cuore della biologia darwiniana e il credo fervente e monocorde degli ultras.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poich\u00e9 gli ultras sono nell&#8217;intimo dei fondamentalisti e poich\u00e9 i fondamentalisti in genere tentano di stigmatizzare gli avversari ritraendoli come apostati dall&#8217;unica via giusta, vorrei dichiarare ufficialmente che personalmente (insieme a tutti gli altri sostenitori del pluralismo darwiniano) non nego l&#8217;esistenza e l&#8217;importanza fondamentale dell&#8217;adattamento n\u00e9 il fatto che la selezione naturale produca adattamento. S\u00ec, gli occhi sono fatti per vedere e le zampe per muoversi. E ancora s\u00ec, \u00e8 vero, non conosco altri meccanismi scientifici oltre alla selezione naturale che abbiano una dimostrata capacit\u00e0 di costruire strutture dotate di un disegno di tale efficacia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma \u00e8 poi vero che tutto il resto dell&#8217;evoluzione &#8211; tutti i fenomeni relativi alla diversit\u00e0 organica, all&#8217;architettura dell&#8217;embrione e alla struttura genetica, per esempio &#8211; discenda per semplice estrapolazione dalla capacit\u00e0 della selezione di creare lo squisito disegno degli organismi? La forza che realizza un occhio con caratteristiche funzionali spiega anche il motivo per cui il mondo ospita pi\u00f9 di cinquecentomila specie di coleotteri e meno di cinquanta specie di vermi priapulidi? O perch\u00e9 la maggior parte dei nucleotidi &#8211; le catene di molecole che formano il DNA e l&#8217;RNA \u2013 delle creature multicellulari non codifica per un enzima o per una proteina necessari alla costruzione di un organismo? O perch\u00e9 i dinosauri che dominavano morirono e i mammiferi che erano subordinati sopravvissero, arrivando a prosperare e a evolvere, lungo un percorso bizzarramente accidentale, una creatura capace di costruire citt\u00e0 e comprendere la selezione naturale?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non nego che la selezione naturale ci abbia aiutati a spiegare fenomeni su scale molto distanti da quella dei singoli organismi, dal comportamento di una colonia di formiche alla sopravvivenza di una foresta di sequoie. Ma la selezione non pu\u00f2 bastare come spiegazione completa di molti aspetti dell&#8217;evoluzione; altri tipi e stili di cause diventano pertinenti, o addirittura prevalenti, in domini molto al di sotto o al di sopra dell&#8217;organismo, il classico locus darwiniano. Queste altre cause non sono, come gli ultras spesso sostengono, il prodotto di tentativi debolmente mascherati di re-introdurre clandestinamente il fine nella biologia. Questi ulteriori princ\u00ecpi sono privi di una direzione, non teleologici e materialistici tanto quanto la stessa selezione, ma operano in modo diverso dal meccanismo fondamentale di Darwin. In altre parole, concordo con Darwin che la selezione naturale &#8220;non \u00e8 l&#8217;unica causa delle modificazioni&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che momento singolare per essere fondamentalisti nei confronti dell&#8217;adattamento e della selezione naturale, ora che tutte le principali sottodiscipline della biologia evolutiva hanno scoperto che esistono altri meccanismi che si affiancano alla posizione centrale occupata dalla selezione! La genetica delle popolazioni ha elaborato dal punto di vista teorico, e confermato nella pratica, una elegante spiegazione matematica dell&#8217;importante ruolo giocato dai cambiamenti neutrali, e quindi non adattativi, nell&#8217;evoluzione dei nucleotidi, le unit\u00e0 individuali dei programmi del DNA. L&#8217;occhio pu\u00f2 essere un adattamento, ma la maggior parte delle sostituzioni di un nucleotide con un altro nell&#8217;ambito delle popolazioni pu\u00f2 non esserlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nelle pi\u00f9 straordinarie scoperte evoluzionistiche di questo decennio, i biologi evolutivi hanno documentato una stupefacente &#8220;conservazione&#8221;, o una stretta similarit\u00e0, dei percorsi di sviluppo fondamentali tra phyla che si sono evoluti in maniera indipendente per pi\u00f9 di 500 milioni di anni e che appaiono molto diversi per gli aspetti anatomici di base (insetti e vertebrati, per esempio). I famosi geni omeotici del moscerino della frutta &#8211; responsabili delle bizzarre mutazioni che sconvolgono l&#8217;ordine delle parti lungo l&#8217;asse principale del corpo, piazzando, per esempio, gli arti al posto delle antenne o di parti della bocca &#8211; sono presenti (e si ripetono quattro volte su quattro cromosomi distinti) anche nei vertebrati, nei quali in effetti funzionano nello stesso modo. Il principale percorso di sviluppo degli occhi viene conservato e mediato dal medesimo gene nei calamari, nelle mosche e nei vertebrati, bench\u00e9 i prodotti finali differiscano in maniera sostanziale (si pensi al nostro occhio a una sola lente e a quello sfaccettato degli insetti). Gli stessi geni regolano la formazione della superficie superiore e di quella inferiore negli insetti e nei vertebrati, per quanto nell&#8217;ordine opposto &#8211; dato che la nostra schiena, con il midollo spinale che corre sopra le viscere, dal punto di vista anatomico \u00e8 equivalente all&#8217;addome di un insetto, in cui le catene nervose corrono lungo la superficie inferiore, al di sotto delle viscere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si potrebbe sostenere, immagino, che questi casi di conservazione registrano semplicemente gli adattamenti, immutati nel corso di tutte le vicissitudini della vita, poich\u00e9 la loro ottimalit\u00e0 rende impossibile un miglioramento. La maggior parte dei biologi, tuttavia, ha l&#8217;impressione che tale stabilit\u00e0 agisca principalmente come un vincolo alla gamma e alle potenzialit\u00e0 dell&#8217;adattamento: se il corpo di organismi che presentano funzioni e caratteristiche ecologiche tanto diverse si deve formare seguendo i medesimi percorsi di base, allora \u00e8 una limitazione delle possibilit\u00e0, pi\u00f9 che un adattamento anelante alla perfezione, a diventare un tema dominante nell&#8217;evoluzione. Quando si spiegano i percorsi evolutivi nel corso del tempo, i vincoli imposti dalla storia raggiungono quanto meno la stessa rilevanza dei vantaggi immediati dell&#8217;adattamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche il mio settore, la paleontologia, ha messo in discussione con grande vigore la premessa darwiniana che sia possibile spiegare le trasformazioni principali della vita sommando, attraverso l&#8217;immensit\u00e0 del tempo geologico, i minuscoli cambiamenti successivi prodotti generazione dopo generazione dalla selezione naturale. La protratta stabilit\u00e0 della maggior parte delle specie e la diramazione di nuove specie in determinati &#8220;istanti&#8221; geologici (per quanto lenti alla scala irrilevante di una vita umana), vale a dire lo schema noto come equilibro punteggiato, impone di spiegare le tendenze evolutive a lungo termine come il peculiare successo di alcune specie nei confronti di altre e non come accumulo graduale di adattamenti generati da organismi all&#8217;interno di una popolazione che si evolve continuamente. Si pu\u00f2 determinare una tendenza a causa dei rapidi ritmi di ramificazione di alcune specie nell&#8217;ambito di un pi\u00f9 vasto gruppo. Ma i singoli organismi non ramificano; soltanto le popolazioni mettono rami &#8211; ed \u00e8 raro che le cause del ramificarsi di una popolazione si possano ridurre al miglioramento adattativo dei suoi singoli membri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche lo studio delle estinzioni di massa ha sconvolto molte opinioni comuni tra gli ultradarwinisti. Oggi sappiamo, quanto meno per quanto riguarda l&#8217;evento della fine del Cretacico che spazz\u00f2 via i dinosauri insieme a circa il 50 % delle specie di invertebrati marini (all&#8217;incirca 65 milioni di anni fa), che alcuni episodi di estinzione di massa ebbero realmente effetti catastrofici e furono provocati dall&#8217;impatto con masse di provenienza extraterrestre. La morte di alcuni gruppi (come i dinosauri) in una estinzione di massa e la sopravvivenza di altri gruppi (come i mammiferi), pur essendo senza dubbio eventi non casuali, probabilmente hanno poco a che fare con le ragioni di successo dei vari ceppi, legate all&#8217;evoluzione e all&#8217;adattamento, in normali epoche darwiniane dominate dalla competizione. Forse i mammiferi sopravvissero (dando origine infine all&#8217;evoluzione degli esseri umani) perch\u00e9 le creature piccole sono pi\u00f9 resistenti nei confronti di un&#8217;estinzione catastrofica. E forse i mammiferi del Cretacico erano piccoli principalmente perch\u00e9 con dimensioni maggiori non potevano aver successo nella competizione con i dinosauri dominanti. \u00c8 possibile che un adattamento immediato non abbia nulla a che fare con il successo nell&#8217;arco di immensi periodi di cambiamento geologico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Perch\u00e9 il fondamentalismo darwiniano deve esprimersi in modo cos\u00ec stridente quando per la maggior parte i biologi evolutivi sono diventati pi\u00f9 pluralistici alla luce di queste nuove scoperte e teorie? <\/strong>Non sono uno psicologo, ma immagino che i fedeli di una qualsiasi <strong>religione <\/strong>superficialmente affascinante debbano gettarsi in trincea ogniqualvolta si profili una generica minaccia. &#8220;Quella bella religione vecchio stampo, ecco quel che fa per me.&#8221; Il rigido adattazionismo &#8211; <strong>il sogno di una grande semplicit\u00e0 alla base di un mondo di enorme complessit\u00e0<\/strong> e variet\u00e0 &#8211; ha una immensa capacit\u00e0 di seduzione. Se l&#8217;evoluzione fosse alimentata da un&#8217;unica forza che produce un determinato tipo di risultati e se quindi fosse possibile spiegare la lunga e tortuosa storia della vita estendendo piccoli e sistematici incrementi di adattamento attraverso l&#8217;immensit\u00e0 del tempo geologico, allora una rasserenante semplicit\u00e0 esplicativa potrebbe discendere sulla manifesta ricchezza della vita. A quel punto l&#8217;evoluzione potrebbe diventare &#8220;algoritmica&#8221;, una procedura logica garantita, come nel sogno a occhi aperti di <strong>Daniel Dennett<\/strong>. Ma perch\u00e9 ce l&#8217;hanno con la ricchezza disordinata della vita, a condizione che si riesca a costruire una trama altrettanto ricca di spiegazioni soddisfacenti?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il libro di <strong>Daniel Dennett<\/strong>, <em><strong>L&#8217;idea pericolosa di Darwin<\/strong><\/em>, pubblicato nel 1995, si presenta come il manifesto filosofico dell&#8217;adattazionismo puro degli ultras. Dennett spiega abbastanza bene la concezione rigidamente adattazionista, ma difende un&#8217;immagine ben misera e angusta dell&#8217;evoluzione, supponendo che tutti i fenomeni importanti si possano spiegare in questo modo. Il suo libro limitato e superficiale sembra la caricatura di una caricatura &#8211; infatti se Richard Dawkins ha banalizzato la ricchezza di Darwin aderendo alla forma pi\u00f9 bigotta di ragionamento adattazionista caratterizzata da un <strong>estremo riduzionismo<\/strong>, Dennett, in qualit\u00e0 di agente pubblicitario di Dawkins, riesce a convertire un resoconto gi\u00e0 viziato e improbabile in un postulato ancor pi\u00f9 semplicistico e inflessibile. Se la storia, come spesso si \u00e8 potuto osservare, ripete eventi grandiosi trasformandoli in farse, e se <strong>T.H. Huxley<\/strong> si comport\u00f2 realmente come il &#8220;mastino di Darwin&#8221;, \u00e8 difficile fare a meno di pensare a <strong>Dennett<\/strong>, in questo libro, come al &#8220;cagnolino di <strong>Dawkins<\/strong>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ragionamento di <strong>Dennett<\/strong> si basa su tre immagini, tre metafore, che hanno in comune l&#8217;erroneo assunto che la selezione naturale convenzionale, agendo nel modo adattazionistico, possa render conto, per estensione, di tutti gli aspetti dell&#8217;evoluzione &#8211; cosicch\u00e9 l&#8217;intera storia della vita diventa un&#8217;unica grandiosa soluzione ai problemi di disegno strutturale. &#8220;<em>La biologia \u00e8 ingegneria<\/em>&#8220;, continua a ripetere Dennett. In una recensione critica demolitrice, apparsa sulla pi\u00f9 importante rivista di questo settore, <em><strong>Evolution<\/strong><\/em>, e intitolata &#8220;<em><strong>L&#8217;idea pericolosa di Dennett<\/strong><\/em>&#8220;, <strong>H. Allen Orr <\/strong>osserva: &#8220;<em>La sua rassegna dei tentativi dei biologi di circoscrivere il ruolo della selezione naturale sconfina in una zelante difesa del panselezionismo. \u00c8 anche di una scorrettezza assurda. (&#8230;) Dennett fraintende in modo sostanziale le preoccupazioni dei biologi nei confronti dell&#8217;adattazionismo. Gli evoluzionisti sono essenzialmente d&#8217;accordo che &#8211; laddove si ha un &#8220;Disegno intelligente&#8221; &#8211; la causa \u00e8 la selezione naturale. (&#8230;) Il nostro problema \u00e8 che, in molte storie di adattamento, il protagonista non mostra affatto segni pi\u00f9 che evidenti di un &#8220;Disegno&#8221;<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella sua prima metafora, <strong>Dennett<\/strong> descrive l&#8217;idea pericolosa di Darwin come un &#8220;<em>acido universale<\/em>&#8221; &#8211; per rendere onore alla sua onnipresenza e alla sua capacit\u00e0 di corrodere le convinzioni occidentali tradizionali. Parlando di adattamento, la conseguenza pi\u00f9 importante della selezione naturale, <strong>Dennett <\/strong>scrive: &#8220;<em>Gioca un ruolo determinante nell&#8217;analisi di tutti gli eventi biologici, su ogni scala, dalla creazione della prima macromolecola capace di riprodursi autonomamente in avanti.<\/em>&#8221; Accetto senz&#8217;altro la designazione acida &#8211; infatti la potenza e l&#8217;influsso dell&#8217;idea di selezione naturale stanno proprio nel suo contenuto filosofico radicale &#8211; ma pochi biologi sarebbero disposti a difendere la spensierata pretesa di onnipresenza. <strong>Se Dennett sceglie di restringere i propri interessi all&#8217;aspetto ingegneristico della biologia &#8211; la parte effettivamente costruita dalla selezione naturale &#8211; \u00e8 libero di farlo. Ma potrebbe non imporre questa limitazione ad altri, che sanno che la storia documentata della vita contiene molti pi\u00f9 eventi evolutivi di quanti se ne immaginino nella filosofia di Dennett.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La selezione naturale non spiega perch\u00e9 molte transizioni evolutive da un nucleotide all&#8217;altro sono neutrali, e quindi non adattative. La selezione naturale non spiega perch\u00e9 una meteora si schiant\u00f2 sulla Terra 65 milioni di anni fa, avviando l&#8217;estinzione di met\u00e0 di tutte le specie del mondo. Come sottolinea <strong>Orr,<\/strong> l&#8217;invalidante ristrettezza di vedute di <strong>Dennett<\/strong> appare quanto mai manifesta quando trascura di discutere <strong>la teoria neutrale dell&#8217;evoluzione molecolare<\/strong>, o addirittura di citare il nome del suo fondatore, il grande genetista giapponese <strong>Motoo Kimura<\/strong>: pochi biologi evolutivi negherebbero che la teoria di Kimura \u00e8 tra le pi\u00f9 interessanti e potenti aggiunte alle spiegazioni evoluzionistiche che si siano mai avute dopo la formulazione darwiniana della selezione naturale. Non \u00e8 obbligatorio apprezzare l&#8217;idea, ma come si fa a tralasciarla?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella seconda metafora, Dennett invoca continuamente l&#8217;immagine di gru e ganci appesi al cielo. Nella sua <strong>descrizione riduzionistica dell&#8217;evoluzione<\/strong>, le gru costruiscono gli ottimali disegni strutturali degli organismi procedendo dal basso verso l&#8217;alto, a partire dal substrato fisico-chimico della natura. Le gru sono una buona cosa. La selezione naturale \u00e8 la gru fondamenta le dell&#8217;evoluzione; tutte le altre (la riproduzione sessuata, per esempio) agiscono come meri ausili per accrescere la velocit\u00e0 o la potenza della selezione naturale nella costruzione di organismi di buon disegno. I ganci appesi al cielo, d&#8217;altro canto, sono forme spurie di argomenti speciosi che arrivano da cieli sovrannaturali e tentano di costruire una complessit\u00e0 organica con congetture e fallacie ad hoc del tutto disgiunte da altre cause dimostrate. I ganci appesi al cielo, naturalmente, non vanno bene. Tutto ci\u00f2 che non \u00e8 la selezione naturale, o un qualche ausilio alla sua azione, \u00e8 un gancio appeso al cielo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se il lettore pensa che io sia semplicistico o scorretto nei confronti di <strong>Dennett<\/strong> in questa mia caratterizzazione, si legga il libro e veda se riesce a scoprire qualcosa di pi\u00f9 sostanzioso in questa metafora. Io sono riuscito a trovare soltanto un bastone retorico per battere i pluralisti e metterli in riga. \u00c8 possibile che <strong>Dennett<\/strong> non riesca proprio a capire che esiste una terza (e corretta) possibilit\u00e0 oltre alla sua dicotomica scelta obbligata: accettare l&#8217;idea di una gru fondamentale a cui si aggiungono altre gru ausiliarie, oppure credere nei ganci appesi al cielo. Mi si permetta di suggerire che la piattaforma di spiegazione evolutiva ospita un assortimento di gru fondamentali, che contribuiscono tutte a costruire l&#8217;edificio della storia della vita in tutta la sua maestosit\u00e0 (non soltanto l&#8217;architettura di organismi dal disegno ingegneristico eccellente). La selezione naturale pu\u00f2 essere la gru pi\u00f9 grossa, dotata dell&#8217;insieme pi\u00f9 numeroso di ausiliari, ma anche la teoria del neutralismo di <strong>Kimura<\/strong> \u00e8 una gru e sono gru anche gli equilibri punteggiati e l&#8217;incanalamento della trasformazione evolutiva da parte dei vincoli dello sviluppo. &#8220;Nella casa del Padre mio vi sono molti posti&#8221; &#8211; e sono necessarie molte gru per costruire qualcosa di cos\u00ec splendido e variegato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per la sua terza metafora &#8211; anche se so che obietterebbe e classificherebbe erroneamente la sua tesi come un&#8217;affermazione fondamentale sulle cause &#8211; <strong>Dennett <\/strong>descrive l&#8217;evoluzione come un &#8220;<em>processo algoritmico<\/em>&#8220;. Gli algoritmi sono regole di calcolo astratte e tanto generali da non fare riferimento a contenuti particolari. Per citare <strong>Dennett<\/strong>: &#8220;<em>Per quel genere di processo formale che \u00e8 un algoritmo, si ha la garanzia &#8211; logica &#8211; che, quando lo si fa &#8220;girare&#8221;, vale a dire funzionare, produce sempre un certo tipo di risultato.<\/em>&#8221; Se l&#8217;evoluzione funziona davvero per mezzo di un algoritmo, allora tutto il resto del sistema semplicistico di <strong>Dennett<\/strong> ne segue: <strong>per fornire l&#8217;acido universale abbiamo bisogno soltanto di un tipo di gru.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ho alcun problema a riconoscere &#8211; di fatto non vedo come qualcuno potrebbe negarlo &#8211; che la selezione naturale, agendo per mezzo dei suoi meccanismi essenziali, \u00e8 algoritmica: la variazione propone e la selezione dispone. Quindi, se la selezione naturale produce tutta l&#8217;evoluzione, senza l&#8217;intervento di processi ausiliari o complessit\u00e0 intermedie, allora immagino che anche l&#8217;evoluzione sia algoritmica. Tuttavia &#8211; e qui incontriamo ancora una volta l&#8217;errore invalidante di <strong>Dennett<\/strong> &#8211; l&#8217;evoluzione abbraccia ben di pi\u00f9 della selezione naturale, tanto da non poter essere algoritmica nel semplice senso computazionale di <strong>Dennett.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure <strong>Dennett<\/strong> arde dal desiderio di sussumere tutta la fenomenologia naturale sotto l&#8217;egida limitata dell&#8217;adattamento come risultato algoritmico della selezione naturale. Scrive <strong>Dennett<\/strong>: &#8220;<em>Ecco, allora, l&#8217;idea pericolosa di Darwin: il livello algoritmico \u00e8 il livello che spiega nel modo migliore la velocit\u00e0 dell&#8217;antilope, l&#8217;ala dell&#8217;aquila, la forma dell&#8217;orchidea, la diversit\u00e0 delle specie, e tutte le altre occasioni di meraviglia offerte dal mondo della natura<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non esito a concedere la corsa dell&#8217;antilope, l&#8217;ala dell&#8217;aquila e gran parte della forma dell&#8217;orchidea: essendo adattamenti, prodotti dalla selezione naturale, sono membri legittimi del dominio degli algoritmi. Ma \u00e8 possibile che <strong>Dennett<\/strong> creda davvero alle sue estensioni imperialistiche? La diversit\u00e0 delle specie non \u00e8 altro che la conseguenza computazionale della selezione naturale? Qualcuno pu\u00f2 credere davvero, al di l\u00e0 della retorica, che &#8220;<em>tutte le altre occasioni di meraviglia offerte dal mondo della natura<\/em>&#8221; derivino dall&#8217;adattamento?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Forse <strong>Dennett<\/strong> si emoziona soltanto quando pu\u00f2 osservare progetti adattativi, vale a dire il legittimo dominio algoritmico; un tale atteggiamento, tuttavia, corrisponde senza dubbio a una concezione molto limitata dell&#8217;interesse potenziale della natura. A mio avviso la sostituzione neutrale di nucleotidi \u00e8 una &#8220;<em>occasione di meraviglia offerta dal mondo della natura<\/em>&#8220;. E mi meraviglio alla probabilit\u00e0 di un evento quale l&#8217;impatto di una meteora che spazza via i dinosauri e d\u00e0 una possibilit\u00e0 ai mammiferi. Se questo evento accidentale non si fosse realizzato, imprimendo una certa configurazione all&#8217;evoluzione della vita, non saremmo certo qui a riflettere su questo e su quello!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Stretta \u00e8 la porta e angusta \u00e8 la via.&#8221; I fondamentalisti di ogni sorta ispirano la propria vita a questo venerabile motto e quindi devono brandire senza sosta le proprie spade in una continua battaglia mentale contro le opinioni antitetiche degli apostati e dei rivali (che di solito costituiscono una cospicua maggioranza &#8211; infatti, come osserv\u00f2 anche Ges\u00f9, &#8220;Larga \u00e8 la porta e spaziosa la via che porta alla distruzione&#8221;).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il destino che augurano di preferenza ai non eletti varia secondo il temperamento e il potere dei veri credenti e si va dalla benevolenza della sincera piet\u00e0 alle fiamme dello sterminio invocate da chi \u00e8 per la purificazione. Ma \u00e8 raro che l&#8217;arma ideologica basilare del fondamentalismo si allontani di molto dalle tecniche sperimentate dell&#8217;anatema.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sfortunatamente, quanto meno per gli ideali del discorrere intellettuale, gli anatemi seguono raramente i dettami della logica e delle prove di fatto e ottengono quasi sempre un punteggio penosamente alto per quanto riguarda il rapporto tra il calore e la luce prodotti. Quando si ha un anatema si ha anche un anatematizzato; pare che in questo caso l&#8217;eletto sia io. (La mia ipotesi \u00e8 che, quali che siano i miei contributi professionali al pluralismo darwiniano corretto, mi si dichiara colpevole principalmente per i miei sforzi di trasmettere tutta la materia oggetto del dibattito tecnico, con tutte le sue complessit\u00e0 e tortuosit\u00e0, ma senza perdite di sostanza, al<br \/>\nlettore non specializzato.)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli attacchi personali in genere meritano il silenzio come risposta. Tuttavia, come mi hanno suggerito due vecchi commilitoni (<strong>Noam Chomsky<\/strong> e <strong>Salvador Luria<\/strong>) in occasione del solo incidente confrontabile in cui io sia stato coinvolto in precedenza, vi \u00e8 un unico caso in cui va fatta un&#8217;eccezione: quando i denigratori fanno circolare un&#8217;accusa dimostrabilmente falsa che, non ricevendo risposta, potrebbe acquisire &#8220;una vita a s\u00e9&#8221;. Un fatto falso si pu\u00f2 confutare, un ragionamento viziato si pu\u00f2 smascherare; ma come si fa a rispondere a un attacco ad hominem? Per portare a termine nel modo migliore questo compito pi\u00f9 difficile, e tutto sommato<br \/>\npi\u00f9 scoraggiante, vanno messe allo scoperto la contraddizione interna e la mancanza di correttezza della retorica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>John Maynard Smith<\/strong>, professore emerito all&#8217;Universit\u00e0 del Sussex e decano degli ultradarwinisti inglesi, ha recensito il libro di <strong>Dennett<\/strong> su questa rivista &#8211; e quindi non era molto probabile che si trattasse di un commento critico. <strong>Maynard Smith<\/strong> inizia la presunta analisi della critica ultradarwinista con la seguente osservazione gratuita: &#8220;<em><strong>Gould <\/strong><\/em><em>occupa una posizione piuttosto curiosa, specie dalla sua parte dell&#8217;Atlantico. A causa dei pregi dei suoi saggi, chi non si occupa di biologia ha finito per considerarlo il pi\u00f9 eminente teorico dell&#8217;evoluzione. Di contro, i biologi evolutivi con cui ho discusso i suoi lavori tendono a considerarlo un uomo le cui idee sono tanto confuse che non vale certamente la pena preoccuparsene, ma che non si dovrebbe criticare pubblicamente poich\u00e9 quanto meno sta dalla nostra parte contro i creazionisti<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi pare inutile replicare a un attacco cos\u00ec privo di contenuti e basato soltanto sui commenti di critici anonimi; ho il sospetto che, se li si citasse per nome, alla fine risulterebbe trattarsi di una cerchia molto ristretta di veri credenti. Se posso chiedere l&#8217;indulgenza del direttore di questa rivista per un unico sfogo emotivo, vorrei dire, quanto meno, che <strong>Maynard Smith<\/strong> mi offende offrendomi pomposamente la sua riluttante approvazione per essermi reso utile nella lotta al creazionismo. Non ho agito cos\u00ec per aggiudicarmi l&#8217;ammissione al suo circolo di professionisti autentici (credo infatti che entrambi ne possediamo un&#8217;onorata tessera d&#8217;appartenenza), ma piuttosto in qualit\u00e0 di membro della comunit\u00e0 scientifica pi\u00f9 ampia e come piccolo contributo all&#8217;eterna lotta delle persone che hanno cara la razionalit\u00e0. Non vinceremo questa battaglia, che \u00e8 la pi\u00f9 importante di tutte, se ci abbassiamo a usare la stessa tattica della maldicenza e dell&#8217;anatema che caratterizza i nostri veri avversari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Invece di rispondere all&#8217;attacco di <strong>Maynard Smith<\/strong> alla mia integrit\u00e0 e al mio sapere, citando sconosciuti e omettendo le argomentazioni, mi sia permesso ricordargli semplicemente la lampante incoerenza tra il suo ammirevole passato e il suo deplorevole presente. Una quindicina di anni fa, <strong>Maynard Smith<\/strong> scrisse una recensione, molto critica seppur stupendamente incoraggiante, della mia prima raccolta di saggi, Il pollice del panda, in cui affermava: &#8220;<em>Spero che sia evidente che il mio desiderio di discutere con <\/em><em><strong>Gould<\/strong><\/em><em> \u00e8 un complimento, non una critica.<\/em>&#8221; Poi segu\u00ec una serie di <strong>Tanner Lectures<\/strong> che tenni a Cambridge nel 1984 e ne scrisse un resoconto per <strong>Nature<\/strong>, dal sorprendente titolo &#8220;<em><strong>La paleontologia al tavolo d&#8217;onore<\/strong><\/em>&#8221; \u2013 il commento critico pi\u00f9 gentile e incoraggiante che abbia mai ricevuto. <strong>Maynard Smith<\/strong> sosteneva che il lavoro di un piccolo gruppo di paleontologi americani aveva riportato l&#8217;intero soggetto alla centralit\u00e0 teorica nell&#8217;ambito delle scienze evolutive.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;<em>Gli studiosi di genetica delle popolazioni reagivano a qualsiasi paleontologo tanto avventato da offrire un contributo alla teoria dell&#8217;evoluzione dicendogli di andarsene via a cercare altri fossili e di non scocciare i grandi. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, la situazione \u00e8 cambiata per il lavoro di un gruppo di paleontologi, di cui <\/em><em><strong>Gould<\/strong><\/em><em> \u00e8 stato una delle figure principali.<\/em>&#8221; <strong>Maynard Smith <\/strong>terminava l&#8217;articolo con la quintessenza delle metafore da universitari di Oxford o Cambridge: &#8220;<em>Le conferenze Tanner sono state un&#8217;occasione di divertimento e di stimolo. I paleontologi sono stati troppo a lungo assenti dalla tavola dei professori. Bentornati.<\/em>&#8220;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Maynard Smith<\/strong> ha poi ripubblicato entrambi gli articoli (insieme ad altri due che attribuiscono al mio lavoro il ruolo centrale di una sezione intitolata &#8220;<em><strong>Did Darwin Get it Right?<\/strong><\/em>&#8220;) nel suo volume di saggi del 1988, <strong>Did Darwin Get it Right? Essays on Games, Sex and Evolution<\/strong>. La cosa pi\u00f9 singolare \u00e8 che <strong>Maynard Smith<\/strong> ha poi recensito due libri sui dinosauri su questa rivista, dedicando pi\u00f9 di met\u00e0 dello spazio (con grande afflizione &#8211; ne sono certo &#8211; degli autori dei libri che avrebbero dovuto essere recensiti) a una critica tagliente delle mie opinioni sull&#8217;adattamento. Ecco l&#8217;inizio dell&#8217;articolo: &#8220;<em>Quando, come capita spesso, mi ritrovo a dissentire da qualcosa scritto da <\/em><em><strong>Stephen Jay Gould,<\/strong><\/em><em> ricordo a me stesso che da bambini abbiamo avuto tutt&#8217;e due la stessa esperienza. Eravamo entrambi appassionati di dinosauri.<\/em>&#8221; Ed ecco l&#8217;apologia finale: &#8220;T<em>emo che quella che \u00e8 iniziata come recensione di due libri sui dinosauri si sia trasformata in una discussione dell&#8217;impostazione funzionale e di quella adattazionista all&#8217;anatomia<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eccoci quindi di fronte all&#8217;enigma di un uomo che ha scritto numerosi articoli, per un totale di decine di migliaia di parole, sul mio lavoro &#8211; sempre di critica dura e mordente, sempre riccamente documentati (e, potrei aggiungere, sempre apprezzati in misura enorme da parte mia). Ma ora <strong>Maynard Smith <\/strong>ha bisogno di un sondaggio d&#8217;opinione tra colleghi innominati per scoprire che &#8220;<em>non vale certamente la pena preoccuparsi<\/em>&#8221; delle mie idee. Dovrebbe proprio chiedersi perch\u00e9 si \u00e8 preoccupato cos\u00ec tanto, e per tanti anni, del mio lavoro. Qual \u00e8 il motivo di questo cambiamento drammatico? \u00c8 stato trascinato da un fervore apocalittico ultradarwiniano? Mi addolora, in ogni caso, che le sue capacit\u00e0 critiche un tempo davvero strabilianti sembrino non essere pi\u00f9 visibili dentro al dogmatismo semplicistico sintetizzato dall&#8217;idea pericolosa di Darwin, un dogmatismo che minaccia di compromettere la vera complessit\u00e0, sottigliezza (e bellezza) della teoria evoluzionistica e della spiegazione della storia della vita.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il seguente articolo, tradotto in italiano, \u00e8 apparso originariamente nel 1997 su \u201cThe New York Review of Books\u201d e potete leggerlo in inglese qui. 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