{"id":1909,"date":"2012-03-12T11:09:48","date_gmt":"2012-03-12T11:09:48","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=1909"},"modified":"2012-03-13T15:43:07","modified_gmt":"2012-03-13T15:43:07","slug":"umberto-eco-cari-filosofi-e-lora-del-realismo-negativo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=1909","title":{"rendered":"Umberto Eco: cari filosofi \u00e8 l\u2019ora del Realismo Negativo"},"content":{"rendered":"<p><strong>(da La Repubblica, 11\/03\/2012)<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\"><em>Il dibattito sulla fine del postmoderno, iniziato da Ferraris, <\/em><em>ha suscitato diverse riflessioni. <\/em><em>Qui Eco spiega <\/em><em>la sua posizione da \u201crealista negativo\u201d: <\/em><em>ci sono fatti che vincono sulle interpretazioni<\/em><\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p>di Umberto Eco<br \/>\n<!--more--><\/p>\n<p>&#8212; &#8212; &#8212;<\/p>\n<p align=\"justify\">Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessanta e che avevo esposte poi nel saggio <em>Brevi cenni sull\u2019Essere<\/em>, del 1985. So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perch\u00e9 la mia tesi di laurea era su Tommaso d\u2019Aquino e Tommaso era certamente un Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una teoria corrispondentista della verit\u00e0: noi possiamo conoscere il mondo quale \u00e8 come se la nostra mente fosse uno specchio, per <em>adaequatio rei et intellectus<\/em>. Non era solo Tommaso a pensarla in tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una teoria corrispondentista, persino il Lenin di <em>Materialismo ed empiriocriticismo<\/em> per arrivare alle forme pi\u00f9 radicalmente tarskiane di una semantica dei valori di verit\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di posizioni per cui la conoscenza non funziona pi\u00f9 a specchio bens\u00ec per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza con varie accentuazioni del ruolo dell\u2019uno o dell\u2019altro polo di questa dialettica, dall\u2019idealismo magico al relativismo (bench\u00e9 quest\u2019ultimo termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che tenderei ad espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate sul principio che nella costruzione dell\u2019oggetto di conoscenza, l\u2019eventuale Cosa in S\u00e9 viene sempre attinta solo per via indiretta. E intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall\u2019Olismo al Realismo Interno \u2013 almeno sino a che Putnam non aveva ancora una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Nel convocarci oggi qui, ieri a New York, domani a Bonn e poi chiss\u00e0 dove a discutere di queste cose, Maurizio Ferraris ha fissato dei confini alla nostra discussione. Il Nuovo Realismo sarebbe un modo di reagire alla filosofia del postmodernismo. Ma qui nasce il problema di cosa si voglia intendere per postmodernismo, visto che questo termine viene usato equivocamente in tre casi che hanno pochissimo in comune. Il termine nasce, credo a opera di Charles Jenks, nell\u2019ambito delle teorie dell\u2019architettura, dove il postmoderno costituisce una reazione al modernismo e al razionalismo architettonico, e un invito a rivisitare le forme architettoniche del passato con leggerezza e ironia (e con una nuova prevalenza del decorativo sul funzionale).<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">L\u2019elemento ironico accomuna il postmodernismo architettonico a quello letterario, almeno come era stato teorizzato negli anni Settanta da alcuni narratori o critici americani come John Barth, Donald Barthelme e Leslie Fiedler. Il moderno ci apparirebbe come il momento a cui si perviene alla crisi descritta da Nietzsche nella <em>Seconda Inattuale<\/em>, sul danno degli studi storici. Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta. L\u2019avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di <em>Abbasso il chiaro di luna<\/em> aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le <em>Demoiselles d\u2019Avignon<\/em> erano state il gesto tipico dell\u2019avanguardia. Poi l\u2019avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l\u2019aveva annullata, era arriva all\u2019astratto, all\u2019informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del <em>curtain wall<\/em>, all\u2019edificio come stele, parallepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall\u2019atonalit\u00e0 al rumore, prima, e al silenzio assoluto poi.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Ma era arrivato il momento in cui il moderno non poteva andare oltre, perch\u00e9 si era ridotto al metalinguaggio che parlava dei suoi testi impossibili (l\u2019arte concettuale). La risposta postmoderna al moderno \u00e8 consistita nel riconoscere che il passato, visto che la sua distruzione portava al silenzio, doveva essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente. Se il postmoderno \u00e8 questo, \u00e8 chiaro perch\u00e9 Sterne o Rabelais fossero postmoderni, perch\u00e9 lo \u00e8 certamente Borges, perch\u00e9 in uno stesso artista possano convivere, o seguirsi a breve distanza, o alternarsi, il momento moderno e quello postmoderno. Si veda cosa accade con Joyce. Il <em>Portrait<\/em> \u00e8 la storia di un tentativo moderno. I <em>Dubliners<\/em>, anche se vengono prima, sono pi\u00f9 moderni del <em>Portrait<\/em>. <em>Ulysses<\/em> sta al limite. <em>Finnegans Wake<\/em> \u00e8 gi\u00e0 postmoderno, o almeno apre il discorso postmoderno, richiede, per essere compreso, non la negazione del gi\u00e0 detto, ma la sua citazione ininterrotta.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Ma se questo \u00e8 stato il postmodernismo in architettura, arte e letteratura, che cosa aveva o ha in comune col postmodernismo filosofico, almeno quale lo si fa nascere con Lyotard? Certamente, teorizzando la fine delle grandi narrazioni e di un concetto trascendentale di verit\u00e0, si riconosce l\u2019inizio di epoca del disincanto \u2013 e nel celebrare la perdita della totalit\u00e0 e dando il benvenuto al molteplice, al frammentato, al polimorfo, all\u2019instabile, il postmodernismo filosofico mostra alcune connessioni con l\u2019ironia metanarrativa o con la rinuncia dell\u2019architettura a prescrivere modi di vita razionali. Ma queste analogie, questa comunit\u00e0 di clima culturale, non sembrano aver alcuna connessione diretta con la questione del realismo, perch\u00e9 si pu\u00f2 essere polimorfi e disincantati, rinunciare ai grandi racconti per coltivare saperi locali, senza per questo mettere in dubbio un rapporto quasi vetero-realistico con le cose di cui si parla. Caso mai verrebbe messo in dubbio il sapere degli universali, non la credenza anche fortissima nella persistenza dei particolari e nella nostra capacit\u00e0 di conoscerli per quel che sono (e in tal senso sarei tentato di ascrivere a una temperie postmoderna anche la teoria kripkiana della designazione rigida \u2013 e infine ricordiamo che il passaggio da Tommaso a Ockham, se sancisce la rinuncia agli universali, non mette in crisi i concetti di realt\u00e0 e di verit\u00e0).<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Quello che piuttosto emerge (nel cosiddetto postmodernismo filosofico), passando attraverso la decostruzione (sia quella di Derrida sia quella d\u2019oltre oceano, che \u00e8 solo un articolo prodotto dall\u2019industria accademica americana su licenza francese) e le forme del pensiero debole, \u00e8 un tratto molto riconoscibile (su cui in effetti si accentra la polemica di Ferraris), e cio\u00e8 il primato ermeneutico dell\u2019interpretazione, ovvero lo slogan per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni. A questa curiosa eresia avevo da gran tempo reagito, a tal segno che a una serie di miei studi degli anni Ottanta avevo dato nel 1990 il titolo <em>I limiti dell\u2019interpretazione<\/em>, partendo dall\u2019ovvio principio che, perch\u00e9 ci sia interpretazione ci deve essere qualcosa da interpretare \u2013 e se pure ogni interpretazione non fosse altro che l\u2019interpretazione di una interpretazione precedente, ogni interpretazione precedente assumerebbe, dal momento in cui viene identificata e offerta a una nuova interpretazione, la natura di un fatto \u2013 e che in ogni caso il <em>regressum ad infinitum<\/em> dovrebbe a un certo punto arrestarsi a ci\u00f2 da cui era partito e che Peirce chiamava l\u2019Oggetto Dinamico. Ovvero ritenevo che, quand\u2019anche conoscessimo <em>I promessi sposi<\/em> solo attraverso l\u2019interpretazione che ne dava Moravia nell\u2019edizione Einaudi, quando avessimo dovuto interpretare l\u2019interpretazione di Moravia avremmo avuto davanti a noi un fatto innegabile, il testo di Moravia, punto ineliminabile di riferimento per chiunque avesse voluto, sia pure liberissimamente, interpretarlo, e dunque fatto intersoggettivamente verificabile.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">\u00c8 vero che quando si cita lo slogan per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni anche il pi\u00f9 assatanato tra i post modernisti \u00e8 pronto ad asserire che lui o lei non hanno mai negato la presenza fisica non solo dell\u2019edizione Einaudi dei <em>Promessi sposi<\/em>, ma anche del tavolo a cui sto parlando. Il postmodernista dir\u00e0 semplicemente che questo tavolo diventa oggetto di conoscenza e di discorso solo se lo si interpreta come supporto per un\u2019operazione chirurgica, come tavolo da cucina, come cattedra, come oggetto ligneo a quattro gambe, come insieme di atomi, come forma geometrica imposta a una materia informe, persino come tavola galleggiante per salvarmi durante un naufragio. Sono sicuro che anche il postmodernista a tempo pieno la pensi cos\u00ec, salvo che quello che stenta ad ammettere \u00e8 che non pu\u00f2 usare questo tavolo come veicolo per viaggiare a pedali tra Torino e Agognate lungo l\u2019autostrada per Milano. Eppure questa forte limitazione alle interpretazioni possibili del tavolo era prevista dal suo costruttore, che seguiva il progetto di qualcosa interpretabile in molti modi ma non in tutti.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">L\u2019argomento, che non \u00e8 paradossale, bens\u00ec di assoluto buon senso, dipende dal problema delle cosiddette <em>affordances<\/em> teorizzate da Gibson (e che Luis Prieto avrebbe chiamato <em>pertinenze<\/em>), ovvero dalle propriet\u00e0 che un oggetto esibisce e che lo rendono pi\u00f9 adatto a un uso piuttosto che a un altro. Ricorder\u00f2 un mio dibattito con Rorty, svoltosi a Cambridge nel 1990, a proposito dell\u2019esistenza o meno di criteri d\u2019interpretazione testuali. Richard Rorty \u2013 allargando il discorso dai testi ai criteri d\u2019interpretazione delle cose che stanno nel mondo \u2013 ricordava che noi possiamo certo interpretare un cacciavite come strumento per avvitare le viti ma che sarebbe altrettanto legittimo vederlo e usarlo come strumento per aprire un pacco.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Nel dibattito orale Rorty alludeva al diritto che avremmo d\u2019interpretare un cacciavite anche come qualcosa di utile per grattarci un orecchio. Nell\u2019intervento poi consegnato da Rorty all\u2019editore l\u2019allusione alla grattata d\u2019orecchio era scomparsa, perch\u00e9 evidentemente Rorty l\u2019aveva intesa come semplice boutade, inserita a braccio durante l\u2019intervento orale. Possiamo astenerci dall\u2019attribuirgli questo esempio non pi\u00f9 documentato ma, visto che \u2013 se non lui \u2013 qualcun altro ha usato argomenti consimili, posso ricordare la mia contro-obiezione di allora, basata proprio sulla nozione di <em>affordance<\/em>. Un cacciavite pu\u00f2 servire anche per aprire un pacco (visto che \u00e8 strumento con una punta tagliente, facilmente manovrabile per far forza contro qualcosa di resistente); ma non \u00e8 consigliabile per frugarsi d\u2019entro l\u2019orecchio, perch\u00e9 \u00e8 appunto tagliente, e troppo lungo perch\u00e9 la mano possa controllarne l\u2019azione per una operazione cos\u00ec delicata; per cui sar\u00e0 meglio usare un bastoncino leggero che rechi in cima un batuffolo di cotone. C\u2019\u00e8 dunque qualcosa sia nella conformazione del mio corpo che in quella del cacciavite che non mi permette di interpretare quest\u2019ultimo a capriccio.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Rorty aveva rinunciato all\u2019argomento dell\u2019orecchio, ma che dire di tanto decostruzionismo che rivisita l\u2019antico detto di Val\u00e9ry per cui <em>il n\u2019y a pas de vrai sens d\u2019un texte<\/em> e di Stanley Fish che nel suo <em>There a Text in This Class?<\/em> Consentiva alla libera interpretazione di ogni testo? Che non vi siano fatti ma solo interpretazioni viene attribuito a Nietzsche e credo che persino Nietzsche ritenesse che il cavallo che aveva baciato non lontano da qui esistesse come fatto prima che lui decidesse di farlo oggetto dei suoi eccessi affettivi. Per\u00f2 ciascuno deve assumersi le proprie responsabilit\u00e0, e queste responsabilit\u00e0 emergono chiaramente in quel testo che \u00e8 <em>Su verit\u00e0 e menzogna in senso extramorale<\/em>. Qui Nietzsche dice che, poich\u00e9 la natura ha gettato via la chiave, l\u2019intelletto gioca su finzioni che chiama verit\u00e0, o sistema dei concetti, basato sulla legislazione del linguaggio. Noi crediamo di parlare di (e conoscere) alberi, colori, neve e fiori, ma sono metafore che non corrispondono alle essenze originarie. Ogni parola diventa concetto sbiadendo nella sua pallida universalit\u00e0 le differenze tra cose fondamentalmente disuguali: cos\u00ec pensiamo che a fronte della molteplicit\u00e0 delle foglie individuale esista una \u00abfoglia\u00bb primordiale \u00absul modello della quale sarebbero tessute, disegnate, circoscritte, colorate, increspate, dipinte \u2013 ma da mani maldestre \u2013 tutte le foglie, in modo tale che nessun esemplare risulterebbe corretto e attendibile in quanto copia fedele della forma originale\u00bb.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">L\u2019uccello o l\u2019insetto percepiscono il mondo in un modo diverso dal nostro, e non ha senso dire quale delle percezioni sia la pi\u00f9 giusta, perch\u00e9 occorrerebbe quel criterio di \u00abpercezione esatta\u00bb che non esiste, perch\u00e9 \u00abla natura non conosce invece nessuna forma e nessun concetto, e quindi neppure alcun genere, ma soltanto una x, per noi inattingibile e indefinibile\u00bb. Dunque un kantismo, ma senza fondazione trascendentale.A questo punto per Nietzsche la verit\u00e0 \u00e8 solo \u00abun mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi\u00bb elaborati poeticamente, e che poi si sono irrigiditi in sapere, \u00abillusioni di cui si \u00e8 dimenticata la natura illusoria\u00bb, monete la cui immagine si \u00e8 consumata e che vengono prese in considerazione solo come metallo, cos\u00ec che ci abituiamo a mentire secondo convenzione, avendo sminuito le metafore in schemi e concetti. E di l\u00ec un ordine piramidale di caste e gradi, leggi e delimitazioni, interamente costruito dal linguaggio, un immenso \u00abcolombaio romano\u00bb, cimitero delle intuizioni. Che questo sia un ottimo ritratto di come l\u2019edificio del linguaggio irreggimenti il paesaggio degli enti, o forse un essere che rifiuta a essere irrigidito in sistemi categoriali, \u00e8 innegabile. Ma rimangono assenti, anche dai brani che seguono, due domande: se adeguandoci alle costrizioni di questo colombaio si riesce in qualche modo a fare i conti col mondo, per esempio decidendo che avendo la febbre \u00e8 pi\u00f9 opportuno assumere aspirina che cocaina (che non sarebbe osservazione da nulla); e se non avvenga che ogni tanto il mondo ci costringa a ristrutturare il colombaio, o addirittura a sceglierne una forma alternativa (che \u00e8 poi il problema della rivoluzione dei paradigmi conoscitivi). Nietzsche non sembra chiedersi se e perch\u00e9 e da dove un qualche giudizio fattuale possa intervenire a mettere in crisi il sistema-colombaio.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Ovvero, a dir la verit\u00e0, egli avverte l\u2019esistenza di costrizioni naturali e conosce un modo del cambiamento. Le costrizioni gli appaiono come \u00abforze terribili\u00bb che premono continuamente su di noi, contrapponendo alle verit\u00e0 \u00abscientifiche\u00bb altre verit\u00e0 di natura diversa; ma evidentemente rifiuta di riconoscerle concettualizzandole a loro volta, visto che \u00e8 stato per sfuggire ad esse che ci siamo costruiti, quale difesa, l\u2019armatura concettuale. Il cambiamento \u00e8 possibile, ma non come ristrutturazione, bens\u00ec come rivoluzione poetica permanente. \u00abSe ciascuno di noi, per s\u00e9, avesse una differente sensazione, se noi stessi potessimo percepire ora come uccelli, ora come vermi, ora come piante, oppure se uno di noi vedesse il medesimo stimolo come rosso e un altro lo vedesse come azzurro, se un terzo udisse addirittura tale stimolo come suono, nessuno potrebbe allora parlare di una tale regolarit\u00e0 della natura\u00bb. Bella coincidenza, queste righe vengono scritte due anni dopo che Rimbaud, nella lettera a Demeny, aveva proclamato che \u00able Po\u00e8te se fait <em>voyant<\/em> par un long, immense et raisonn\u00e9 <em>d\u00e9r\u00e8glement de tous les sens<\/em>\u00bb, e nello stesso periodo vedeva \u00abA noir, corset velu de mouches \u00e9clatantes\u00bb e \u00abO supr\u00e8me Clairon plein des strideurs \u00e9tranges\u00bb. Cos\u00ec infatti per Nietzsche l\u2019arte (e con essa il mito) \u00abconfonde continuamente le rubriche e gli scomparti dei concetti, presentando nuove trasposizioni, metafore, metonimie; continuamente svela il desiderio di dare al mondo sussistente dell\u2019uomo desto una figura cos\u00ec variopinta, irregolare, priva di conseguenze, incoerente, eccitante ed eternamente nuova, quale \u00e8 data dal mondo del sogno\u00bb. Un sogno fatto di alberi che nascondo ninfe, e di d\u00e8i in forma di toro che trascinano vergini.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Ma qui manca la decisione finale. O si accetta che quello che ci attornia, e il modo in cui abbiamo cercato di ordinarlo, sia invivibile, e lo si rifiuta, scegliendo il sogno come fuga dalla realt\u00e0 (e si cita Pascal, per cui basterebbe sognare davvero <em>tutte le notti<\/em> di essere re, per essere felice \u2013 ma \u00e8 Nietzsche stesso ad ammettere che si tratterebbe d\u2019inganno, anche se supremamente giocondo), oppure, ed \u00e8 quello che la posterit\u00e0 nicciana ha accolto come vera lezione, l\u2019arte pu\u00f2 dire quello che dice perch\u00e9 \u00e8 l\u2019essere stesso, nella sua languida debolezza e generosit\u00e0, che accetta anche questa definizione, e gode nel vedersi visto come mutevole, sognatore, estenuatamente vigoroso e vittoriosamente debole. Per\u00f2, nello stesso tempo, non pi\u00f9 come \u00abpienezza, presenza, fondamento, ma pensato invece come frattura, assenza di fondamento, in definitiva travaglio e dolore\u00bb (e cito Vattimo, <em>Le avventure della differenza<\/em>, p. 84). L\u2019essere allora pu\u00f2 essere parlato solo in quanto \u00e8 in declino, non s\u2019impone ma si dilegua. Siamo allora a una \u00abontologia retta da categorie \u00abdeboli\u00bb (Vattimo p. 9). L\u2019annuncio nicciano della morte di Dio altro non sar\u00e0 che l\u2019affermazione della fine della struttura stabile dell\u2019essere (Introduzione al <em>Pensiero debole<\/em>, p. 1983: 21) L\u2019essere si dar\u00e0 solo \u00abcome sospensione e come sottrarsi\u00bb (Vattimo <em>Oltre l\u2019interpretazione<\/em>, p. 18).<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">In altre parole: una volta accettato il principio che dell\u2019essere si parla solo in molti modi, che cosa \u00e8 che ci impedisce di credere che tutte le prospettive siano buone, e che quindi non solo l\u2019essere ci appaia come effetto di linguaggio ma sia radicalmente e altro non sia che effetto di linguaggio, e proprio di quella forma di linguaggio che si pu\u00f2 concedere i maggiori sregolamenti, il linguaggio del mito o della poesia? L\u2019essere allora, oltre che (come ha detto una volta Vattimo con efficace piemontesismo) \u00abcamolato\u00bb, malleabile, debole, sarebbe puro <em>flatus vocis<\/em>. A questo punto esso sarebbe davvero opera dei Poeti, intesi come fantasticatori, mentitori, imitatori del nulla, capaci di porre irresponsabilmente una cervice equina su un corpo umano, e far d\u2019ogni ente una Chimera.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Decisione per nulla confortante, visto che, una volta regolati i conti con l\u2019essere ci ritroveremmo a doverli fare con il soggetto che emette questo <em>flatus vocis<\/em> (che \u00e8 poi il limite di ogni idealismo magico). Qual \u00e8 lo statuto ontologico di colui che dice che non vi \u00e8 alcun statuto ontologico? Non solo. Se \u00e8 principio ermeneutico che non ci siano fatti ma solo interpretazioni, questo non esclude che ci possano essere per caso interpretazioni \u00abcattive\u00bb. Dire che non c\u2019\u00e8 figura vincente del poker che non sia costruita da una scelta del giocatore (magari incoraggiata dal caso) non significa dire che ogni figura proposta dal giocatore sia vincente. Basterebbe che al mio tris d\u2019assi l\u2019altro opponesse una scala reale, e la mia scommessa si sarebbe dimostrata fallace. Ci sono nella nostra partita con l\u2019essere dei momenti in cui Qualcosa risponde con una scala reale al nostro tris d\u2019assi?<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Tornando al cacciavite di Rorty si noti che la mia obiezione non escludeva che un cacciavite possa permettermi infinite altre operazioni: per esempio potrei utilmente usarlo per uccidere o sfregiare qualcuno, per forzare una serratura o per fare un buco in pi\u00f9 in una fetta di groviera. Quello che \u00e8 sconsigliabile farne \u00e8 usarlo per grattarmi l\u2019orecchio. Per non dire (il che sembra ovvio ma non \u00e8) che non posso usarlo come bicchiere perch\u00e9 non contiene cavit\u00e0 che possano ospitare del liquido. Il cacciavite risponde di SI a molte delle mie interpretazioni ma a molte, e almeno ad una risponde di NO.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Riflettiamo su questo NO, che sta alla base di quello che chiamer\u00f2 il mio Realismo Negativo. Il vero problema di ogni argomentazione \u00abdecostruttiva\u00bb del concetto classico di verit\u00e0 non \u00e8 di dimostrare che il paradigma in base al quale ragioniamo potrebbe essere fallace. Su questo pare che siano d\u2019accordo tutti, ormai. Il mondo quale ce lo rappresentiamo \u00e8 certamente un effetto d\u2019interpretazione, e sino a ieri lo interpretavamo come se i neutrini viaggiassero anch\u2019essi alla velocit\u00e0 della luce e forse domani dovremo deciderci a cambiare idea mettendo in crisi una presunta costante universale. Il problema \u00e8 piuttosto quali siano le garanzie che ci autorizzano a tentare un nuovo paradigma che gli altri non debbano riconoscere come delirio, pura immaginazione dell\u2019impossibile. Quale \u00e8 il criterio che ci permette di distinguere tra sogno, invenzione poetica, <em>trip<\/em> da acido lisergico (perch\u00e9 esistono pure persone che dopo averlo assunto si gettano dalla finestra convinti di volare, e si spiaccicano al suolo -e badiamo, contro i propri propositi e speranze), e affermazioni accettabili sulle cose del mondo fisico o storico che ci circonda?<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Poniamo pure, con Vattimo (<em>Oltre l\u2019interpretazione<\/em>, p.100) una differenza tra epistemologia, che \u00e8 \u00abla costruzione di corpi di sapere rigorosi e la soluzione di problemi alla luce di paradigmi che dettano le regole la verifica delle proposizioni\u00bb (e ci\u00f2 sembra corrispondere al ritratto che Nietzsche d\u00e0 dell\u2019universo concettuale di una data cultura) e ermeneutica come \u00abl\u2019attivit\u00e0 che si dispiega nell\u2019incontro con orizzonti paradigmatici diversi, che non si lasciano valutare in base a una qualche conformit\u00e0 (a regole o, da ultimo, alla cosa), ma si danno come proposte \u00abpoetiche\u00bb di mondi altri, di istituzione di regole nuove\u00bb. Quale regola nuova la Comunit\u00e0 deve preferire, e quale altra condannare come follia? Vi sono pur sempre, e sempre ancora, coloro che vogliono dimostrare che la terra \u00e8 quadra, o che viviamo non all\u2019esterno bens\u00ec all\u2019interno della sua crosta, o che le statue piangono, o che si possono flettere forchette per televisione, o che la scimmia discende dall\u2019 uomo \u2013 e ad essere flessibilmente onesti e non dogmatici bisogna pure trovare un criterio pubblico onde giudicare se le loro idee siano in qualche modo accettabili.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Di l\u00ec l\u2019idea di un Realismo Negativo che si potrebbe riassumere, sia parlando di testi che di aspetti del mondo, nella formula: ogni ipotesi interpretativa \u00e8 sempre rivedibile (e come voleva Peirce sempre esposta al rischio del fallibilismo) ma, se non si pu\u00f2 mai dire definitivamente se una interpretazione sia giusta, si pu\u00f2 sempre dire quando \u00e8 sbagliata. Ci sono interpretazioni che l\u2019oggetto da interpretare non ammette. Poniamo che su quel muro sia dipinto uno splendido<em> trompe l\u2019oeil<\/em> che rappresenta una porta aperta. Posso interpretarlo come <em>trompe l\u2019oeil<\/em> che intende ingannarmi, come porta vera (e aperta), come rappresentazione con finalit\u00e0 estetiche di una porta aperta, come simbolo di ogni Varco a un Altrove, e cos\u00ec via, forse all\u2019infinito. Ma se l\u2019interpreto come vera porta aperta e cerco di attraversarla, batto il naso contro il muro. Il mio naso ferito mi dice che il fatto che cercavo di interpretare si \u00e8 ribellato alla mia interpretazione.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Certamente la nostra rappresentazione del mondo \u00e8 prospettica, legata al modo in cui siamo biologicamente, etnicamente, psicologicamente e culturalmente radicati cos\u00ec da non ritenere mai che le nostre risposte, anche quando appaiono tutto sommato \u00abbuone\u00bb, debbano essere ritenute definitive. Ma questo frammentarsi delle interpretazioni possibili non vuole dire che <em>everything goes<\/em>. In altre parole: esiste uno <em>zoccolo duro dell\u2019essere<\/em>, tale che alcune cose che diciamo su di esso e per esso non possano e non debbano essere prese per buone. Chi ha mai detto che i fatti che interpreto possano pormi dei Limiti? Come posso fondare il concetto di Limite?<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Questo potrebbe essere un semplice postulato dell\u2019interpretazione, perch\u00e9 se assumessimo che delle cose si pu\u00f2 dire tutto non avrebbe pi\u00f9 senso l\u2019avventura della loro interrogazione continua. A questo punto anche il pi\u00f9 radicale dei relativisti potrebbe decidere di assumere l\u2019interpretazione del pi\u00f9 radicale dei realisti vecchio stampo, visto che ogni interpretazione vale l\u2019altra. Noi abbiamo invece la fondamentale esperienza di un Limite di fronte al quale il nostro linguaggio sfuma nel silenzio: \u00e8 l\u2019esperienza della Morte. Siccome mi avvicino al mondo sapendo che almeno un limite c\u2019\u00e8, non posso che proseguire la mia interrogazione per vedere se, per caso, di limiti non ce ne siano altri ancora. Ci\u00f2 che voglio dire ora si ispira a una teoria non metafisica ma semiotico-linguistica, quella di Hjelmslev. Noi usiamo segni come espressioni per esprimere un contenuto, e questo contenuto viene ritagliato e organizzato in forme diverse da culture (e lingue) diverse. Su che cosa viene ritagliato? Su una pasta amorfa, amorfa prima che il linguaggio vi abbia operato le sue vivisezioni, che chiameremo il <em>continuum<\/em> del contenuto, tutto l\u2019esperibile, il dicibile, il pensabile \u2013 se volete, l\u2019orizzonte infinito di ci\u00f2 che \u00e8, \u00e8 stato e sar\u00e0, sia per necessit\u00e0 che per contingenza. Chiamiamolo pure essere o Mondo, come ci\u00f2 che presiede ogni costruzione e donazione di forma operata dal linguaggio. Parrebbe che, prima che una cultura non l\u2019abbia linguisticamente organizzato in forma del contenuto, questo continuum sia tutto e nulla, e sfugga quindi a ogni determinazione. E in tal senso Hjelmslev non avrebbe detto nulla di diverso da Nietzsche. Tuttavia ha sempre imbarazzato studiosi e traduttori il fatto che Hjelmslev chiamasse il continuo, in danese, <em>mening<\/em>, che \u00e8 inevitabile tradurre con \u00absenso\u00bb (ma non necessariamente nel senso di \u00absignificato\u00bb bens\u00ec nel senso di \u00abdirezione\u00bb, nello stesso senso in cui in una citt\u00e0 esistono sensi permessi e sensi vietati).<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Che cosa significa che ci sia del senso, prima di ogni articolazione sensata operata dalle conoscenza umana? Hjelmslev lascia a un certo momento capire che per \u00absenso\u00bb intende il fatto che espressioni diverse in lingue diverse come <em>piove, il pleut, it rains<\/em>, si riferiscano tutte allo stesso fenomeno. Come a dire che nel magma del continuo ci sono delle linee di resistenza e delle possibilit\u00e0 di flusso, come delle nervature del legno o del marmo che rendano pi\u00f9 agevole tagliare in una direzione piuttosto che nell\u2019altra. \u00c8 come per il bue o il vitello: in civilt\u00e0 diverse viene tagliato in modi diversi, per cui la <em>sirloin steak<\/em> americana non corrisponde a nessuna bistecca nostrana. Eppure sarebbe molto difficile concepire un taglio che offrisse nello stesso momento l\u2019estremit\u00e0 del muso e la coda. Se il continuum ha delle linee di tendenza, per impreviste e misteriose che siano, non si pu\u00f2 dire tutto quello che si vuole. Il mondo pu\u00f2 non avere un senso, ma ha dei sensi; forse non dei sensi obbligati, ma certo dei sensi vietati. <em>Ci sono delle cose che non si possono dire<\/em>.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Non importa che queste cose siano state dette un tempo. In seguito abbiamo per cos\u00ec dire \u00absbattuto la testa\u00bb contro qualche evidenza che ci ha convinto che non si poteva pi\u00f9 dire quello che si era detto prima. Naturalmente ci sono dei gradi di costrizione. Si prendano due esempi, la confutazione del sistema tolemaico e quella dell\u2019esistenza della Terra Australis Incognita come una immensa calotta -fertilissima- che avrebbe avvolto l\u2019emisfero sud del pianeta. Quando vigevano le due ipotesi, ora refutate, il mondo noto permetteva di essere spiegato in modo verosimile e ragionevole: la teoria tolemaica per secoli ha dato ragione di moltissimi fenomeni, e la persuasione dell\u2019esistenza di una terra australe ha incoraggiato innumerevoli viaggi di scoperta, che di quella terra avevano persino toccato le presunte propaggini. Poi si \u00e8 scoperto che il sistema copernicano (con le varie correzioni apportatevi sino a Keplero) spiegava meglio i fenomeni celesti, e che la Terra Australe in quanto calotta globale non esiste. Potremmo persino pensare che un giorno \u2013 anche se per ora la teoria eliocentrica risponde a pi\u00f9 quesiti e ci permette pi\u00f9 previsioni di quanto non potesse la teoria geocentrica \u2013 emerga un sistema pi\u00f9 esplicativo che mette in crisi entrambe le teorie. Ma per ora noi dobbiamo scommettere sul sistema di Keplero, <em>come se<\/em> fosse vero, e non possiamo usare pi\u00f9 la teoria geocentrica. Quanto alla Terra Australe, nella misura in cui dobbiamo prestar fede ai dati di una esperienza provata da migliaia di testimoni e da misurazioni scientifiche, pare assolutamente impossibile affermare che esiste un continente che copre a calotta l\u2019emisfero sud del pianeta, a meno che non decidiamo di definire come Terra Australis l\u2019Antartide (ma si tratterebbe di un puro gioco sui nomi). <em>Ci sono delle cose che non si possono dire<\/em>. Ci sono dei momenti in cui il mondo, di fronte alle nostre interpretazioni, ci dice NO. Questo NO \u00e8 la cosa pi\u00f9 vicina che si possa trovare, prima di ogni Filosofia Prima o Teologia, alla idea di Dio o di Legge. Certamente \u00e8 un Dio che si presenta (se e quando si presenta) come pura Negativit\u00e0, puro Limite, pura interdizione.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">E qui debbo fare una precisazione, perch\u00e9 mi rendo conto che la metafora dello zoccolo duro pu\u00f2 fare pensare che esista un nocciolo definitivo che un giorno o l\u2019altro la scienza o la filosofia metteranno a nudo; e nello stesso tempo la metafora pu\u00f2 fare pensare che questo zoccolo, questi limiti di cui ho parlato, siano quelli che corrispondono alle leggi naturali. Vorrei chiarire (anche a costo di ripiombare nello sconforto gli ascoltatori che per un attimo avevano creduto di ritrovare una idea consolatoria della Realt\u00e0) che la mia metafora allude a qualcosa che sta ancora al di qua delle leggi naturali, che persisterebbe anche se le leggi newtoniane si rivelassero un giorno sbagliate \u2013 ed anzi sarebbe proprio quel qualcosa che obbligherebbe la scienza a rivedere persino l\u2019idea di leggi che parevano definitivamente adeguare la natura dell\u2019universo. Quello che voglio dire \u00e8 che noi elaboriamo leggi proprio come risposta a questa scoperta di limiti, che cosa siano questi limiti non sappiamo dire con certezza, se non appunto che sono dei \u00abgesti di rifiuto\u00bb, delle negazioni che ogni tanto incontriamo. Potremmo persino pensare che il mondo sia capriccioso, e cambi queste sue linee di tendenza \u2013 ogni giorno o ogni milione di anni. Ci\u00f2 non eliminerebbe il fatto che noi le incontriamo.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Esiste uno Zoccolo Duro persino nel Dio delle religioni rivelate, dove Dio prescrive dei limiti persino a se stesso. C\u2019\u00e8 una bella <em>Quaestio Quodlibetalis<\/em> di San Tommaso in cui il filosofo chiede <em>utrum Deus possit reparare virginis ruinam<\/em> e cio\u00e8 se Dio possa riparare al fatto che una vergine abbia perso la propria verginit\u00e0. La risposta di San Tommaso \u00e8 chiara: se la domanda riguarda questioni spirituali, Dio pu\u00f2 certamente riparare al peccato commesso e restituire alla peccatrice lo stato di grazia; se riguarda questioni fisiche, Dio pu\u00f2 con un miracolo ricostituire l\u2019integrit\u00e0 fisica della fanciulla; ma se la questione \u00e8 logica e cosmologica, ebbene, neppure Dio pu\u00f2 fare che ci\u00f2 che \u00e8 stato non sia stato. Lascio da decidere se questa necessit\u00e0 sia stata posta liberamente da Dio o faccia parte della stessa natura divina. In ogni caso, dal momento che c\u2019\u00e8, anche Dio ne \u00e8 limitato.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Credo che ci siano dei rapporti tra questo mio modestissimo Realismo Negativo (per cui avvertiamo qualcosa fuori di noi e dalle nostre interpretazioni solo quando riceviamo un diniego) e l\u2019idea popperiana per cui l\u2019unica prova a cui possiamo sottoporre le nostre teorie scientifiche \u00e8 quella della loro falsificabilit\u00e0. Non sapremo mai definitivamente se una interpretazione \u00e8 giusta ma sappiamo con certezza quando non tiene. Credo di essermi attenuto a questo principio di realismo negativo sin da quando, all\u2019inizio degli anni Sessanta, nel sostenere l\u2019indispensabile collaborazione del fruitore a ogni testo artistico, intitolavo il mio libro <em>Opera Aperta<\/em>. Questo apparente ossimoro mirava a sostenere che l\u2019apertura, potenzialmente infinita, si misurava di fronte all\u2019esistenza concreta dell\u2019opera da interpretare.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">Che era poi da parte mia una ripresa dell\u2019idea pareysoniana che l\u2019interpretazione si articola sempre in una dialettica di iniziativa dell\u2019interprete e fedelt\u00e0 alla forma da interpretare. Infinite sono le interpretazioni possibili del<em> Finnegans Wake<\/em> ma neppure il pi\u00f9 selvaggio tra i decostruzionisti pu\u00f2 dire che esso racconta la storia di una contessa russa che si uccide gettandosi sotto il treno. Potrei tradurre questa mia idea di Realismo Negativo in termini peirceani. Ogni nostra interpretazione \u00e8 sollecitata da un Oggetto Dinamico che noi conosceremo sempre e solo attraverso una serie di Oggetti Immediati (l\u2019Oggetto Immediato essendo gi\u00e0 un segno, che pu\u00f2 essere chiarito solo da una serie successiva di Interpretanti, ciascun interpretante successivo spiegando sotto un certo profilo il precedente, in un processo di semiosi illimitata). Ma nel corso di questo processo produciamo degli Abiti, delle forme di comportamento, che ci portano ad agire sull\u2019Oggetto Dinamico da cui eravamo partiti e a modificare la Cosa in S\u00e9 da cui eravamo partiti, offrendo un nuovo stimolo al processo della semiosi. Questi abiti possono avere o meno successo, ma quando non l\u2019ottengono il principio del fallibilismo deve portarci a ritenere che alcune delle nostre interpretazioni non erano adeguate.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n<p align=\"justify\">\u00c8 sufficiente intrattenere questa idea minimale di realismo, che coincide benissimo col fatto che conosciamo i fatti solo attraverso il modo in cui li interpretiamo? Una volta Searle aveva detto che realismo significa che siamo convinti che le cose vadano in un certo modo, che forse non riusciremo mai a decidere in che modo vadano, ma che siamo sicuri che esse vadano in un certo qual modo anche se non sapremo mai quale. E questo ci basta per credere (e qui Peirce viene in soccorso a Searle) che <em>in the long run<\/em>, alla fin fine, sia pure sempre parzialmente noi possiamo portare avanti la torcia della verit\u00e0. La forma modesta del Realismo Negativo non ci garantisce che noi possiamo domani possedere la verit\u00e0, ovvero sapere definitivamente <em>what is the case<\/em>, ma ci incoraggia a cercare ci\u00f2 che in qualche modo sta davanti a noi; e la nostra consolazione di fronte a ci\u00f2 che altrimenti ci parrebbe per sempre inafferrabile consiste nel fatto che noi possiamo sempre dire, anche ora, che alcune delle nostre idee sono sbagliate perch\u00e9 certamente ci\u00f2 che avevamo asserito<em> non era il caso<\/em>.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(da La Repubblica, 11\/03\/2012) Il dibattito sulla fine del postmoderno, iniziato da Ferraris, ha suscitato diverse riflessioni. 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