{"id":1004,"date":"2017-11-01T12:23:24","date_gmt":"2017-11-01T12:23:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=1004"},"modified":"2019-02-19T18:57:57","modified_gmt":"2019-02-19T18:57:57","slug":"volevo-essere-una-farfalla-una-recensione-per-una-filosofia-che-viene","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/?p=1004","title":{"rendered":"&#8220;Volevo essere una farfalla&#8221; di Michela Marzano. Una recensione per una filosofia a venire"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/HIATUS.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1009\" title=\"HIATUS\" src=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/HIATUS.jpg\" alt=\"\" width=\"590\" height=\"343\" srcset=\"https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/HIATUS.jpg 590w, https:\/\/www.filosofiprecari.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/HIATUS-300x174.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"center\">(nella foto, HIATUS, di Dino Valls)<\/p>\n<p align=\"justify\">&#8212; &#8212; &#8212;<br \/>\ndi <strong>Alessandro Stella<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">\u201c<em>L&#8217;homme n&#8217;est qu&#8217;un roseau, le plus faible de la nature; mais c&#8217;est un roseau pensant<\/em>\u201d. L\u2019uomo non \u00e8 che una canna, la pi\u00f9 fragile di tutta la natura; ma \u00e8 una canna pensante. Se <strong>Pascal<\/strong> voleva dire che siamo precari, deboli, \u201csapienti sul mondo\u201d ma cos\u00ec tremendamente ignoranti su noi stessi, ignari delle radici del nostro stesso pensare e vivere, dei poteri e legami che ci torturano e deformano, allora aveva ragione. Siamo degli illusi nella nostra volont\u00e0 di controllo, nel nostro autoinganno quotidiano biopolitico (i \u201cpoteri\u201d sfruttano la nostra illusione di libert\u00e0). Ma \u00e8 un autoinganno anche psicologico (con l\u2019illusione del controllo ci difendiamo dall\u2019angoscia e dal dolore), l\u2019illusione di possedere una libert\u00e0 e assieme ad essa una mente-ragione separata dal resto, che cos\u00ec pu\u00f2 ordinare noi stessi, il mondo, e cambiarlo, scovare i problemi e illuminarlo. Ma Pascal, il \u201cmisantropo sublime\u201d (cos\u00ec lo chiamava l\u2019illuminista Voltaire) si sbaglia sul \u201cpensiero\u201d. <strong>L\u2019uomo non \u00e8 un pensiero<\/strong>. E\u2019 un corpo, un corpo che comunica in tante maniere, qualche volta anche col pensiero che, a stento e con dolore, diventa parola (o succede viceversa?). Pascal, che combatteva il pensiero di Cartesio, ne era anch\u2019esso vittima, vittima del suo stesso dualismo, vittima dell\u2019odioso dualismo \u201cmente-corpo\u201d. Lo stesso dualismo che ammorba il pensiero occidentale e la filosofia. Lo stesso dualismo di quando i media dicono che <strong>Michela Marzano <\/strong>sia un \u201ccervello in fuga\u201d, lei che \u00e8 diventata un docente ordinario in Francia. Nel suo libro, giustamente si arrabbia per questo clich\u00e9 giornalistico, e rivendica il suo corpo, lei che per tanto tempo l\u2019ha bistrattato. \u201cVolevo essere una farfalla\u201d, non \u00e8 un libro sull\u2019anoressia. E\u2019 un libro che solo in piccola parte parla del sintomo, l\u2019anoressia, della \u201csua\u201d anoressia, perch\u00e9 Michela lo sa benissimo, ogni anoressia \u00e8 diversa ma \u00e8 uguale, poich\u00e9, \u201c<em>non esistono anoressiche e bulimiche, esistono solo tante persone che utilizzano il cibo per dire qualcosa<\/em>\u201d. Questo toccante diario, questo flusso di coscienza di una vita intera, parla del malessere che ne \u00e8 alla base, malessere a cui ognuno di noi risponde come pu\u00f2, alcuni (spesso donne, e sempre pi\u00f9 uomini) con i \u201cdisturbi alimentari\u201d. Ed \u00e8 un libro che parla di filosofia, ma di una filosofia che viene (o che, finalmente, ritorna). Una filosofia che si occupa della vita e affronta il dolore, senza finalmente rimuoverlo.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><strong>Etica del riconoscimento, sadici e masochisti<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">Questo toccante saggio scritto come un flusso di coscienza psicoanalitico mi \u00e8 apparso subito sincero, e sofferto. Premessa: era diverso tempo che non leggevo il lavoro di un \u201cfilosofo di professione\u201d che mi toccasse l\u2019emotivit\u00e0, quella da cui parte tutto, anche il \u201cpensiero\u201d (ben sapendo che entrambe sono astrazioni inseparabili). In alcuni punti, il libro mi ha commosso. Le pagine trasudavano umanit\u00e0 e rabbia, tanto amore ma anche tanta raggiunta autoconsapevolezza. Con questo libro, Michela Marzano si \u00e8 sottoposta al giudizio, allo sguardo, alle critiche di un pubblico indeterminato. E su argomenti che la filosofia, specie quella accademica, snobba. Perch\u00e9, direbbero tanti accademici, la letteratura \u00e8 letteratura, la psicanalisi \u00e8 psicanalisi, la filosofia \u00e8 filosofia, ha le sue regole! Michela si \u00e8 esposta su argomenti del tutto personali (ma che occupano paradossalmente il 99% della nostra vita), su figure autobiografiche che le sono care. Col pericolo di offrirsi (e offrirli) ancora ad un giudizio, ad un <strong>riconoscimento<\/strong>, ad un misconoscimento, questa volta del pubblico, dei suoi studenti, colleghi, del proprio compagno ecc. Proprio lei che ha riconosciuto nello <strong>sguardo del padre <\/strong>il suo problema. Proprio lei che ha lottato tutta la sua vita per non dipendere dallo sguardo paterno, dai suoi giudizi, dalle sue aspettative, dal suo amore sbagliato. Un\u2019ulteriore sfida, forse proprio per confermare a se stessa di essere \u201cguarita\u201d. Proprio alla fine del libro, lancia una \u201csfida\u201d al suo pubblico, ai suoi lettori: \u201c<em>Allora venite pure avanti, voi che sputate sentenze. E affondate pure i vostri coltelli. A me, di voi, importa ben poco&#8230; L\u2019unica cosa che conta veramente per me \u00e8 che oggi il cibo \u00e8 cibo, e basta<\/em>\u201d. Una sfida che traduco cos\u00ec: non dipendo dai vostri sguardi, dai vostri giudizi. Sono autonoma (pi\u00f9 autonoma di prima). L\u2019occhio paterno non \u00e8 pi\u00f9 dio (Freud), non \u00e8 societ\u00e0 (Durkheim), non \u00e8 pi\u00f9 nulla per me.<\/p>\n<p align=\"justify\">Michela sa benissimo che ogni persona vive di \u201criconoscimento\u201d, specie di quel primissimo riconoscimento sviscerato fino all\u2019inverosimile dalla psicanalisi: il riconoscimento da parte delle figure genitoriali. Michela ha scoperto, grazie alla psicanalisi, la sua dipendenza dal padre. Il padre che le intimava di essere autonoma, di \u201cvolere\u201d sempre, e a qualsiasi costo. Di combattere i propri desideri in nome del dovere assoluto, quotidiano. In nome dell\u2019autocontrollo. Come il mito di <strong>Atlante<\/strong>, che sorregge il mondo, ma che se solo lo lasciasse un attimo per riposarsi o per tornare in se stesso, il mondo continuerebbe a girare ed a reggersi anche senza di lui. Come il mito di <strong>Sisifo<\/strong>, sempre pronti a ricominciare a salire quel monte con quel pesante macigno, in eterno. Sisifo: i Greci, come Camus, ben lo sapevano. E\u2019 il prezzo che bisogna pagare per le passioni della terra. L\u2019uomo moderno ha sostituito le passioni con il dovere e con la realizzazione neoliberale perenne (ma agli occhi di chi? Esiste un luogo separato dalla societ\u00e0 chiamato famiglia?). Si vivono vite che non sono le proprie, si desiderano cose che non si desiderano veramente. Il desiderio \u00e8 triangolare, il desiderio \u00e8 mimetico (Ren\u00e9 Girard, quando non fa il teologo, serve a qualcosa). Michela descrive come una rivelazione religiosa il fatto che un giorno si \u00e8 resa conto che l\u2019origine dei suoi problemi fosse suo padre. O meglio, il cercare il riconoscimento di suo padre. <strong>Henry Murray<\/strong> \u00e8 uno studioso che ha elencato la necessit\u00e0 di \u201c<strong>evitare il biasimo<\/strong>\u201d come uno dei bisogni umani universali. Ne parla abbondantemente <strong>Adriano Prosperi <\/strong>in \u201cTribunali della Coscienza\u201d, un\u2019opera storica dedicata alle forme di biopotere ecclesiastiche del passato. Michela ha per buona parte della sua vita atrofizzato se stessa, \u201cin nome del padre\u201d, in nome di \u201cevitare il biasimo\u201d. Con quel famoso <strong>double-bind <\/strong>che gli psicologi conoscono bene e che cos\u00ec lei descrive:<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201c<em>Per anni sono stata prigioniera di quello che gli esperti chiamano un double bind, un doppio legame. Dovevo essere come mio padre voleva che io fossi. Al tempo stesso, per\u00f2, dovevo essere indipendente. Per mio padre, le due cose andavano di pari passo. Perch\u00e9 l\u2019indipendenza non poteva non passare per la conformit\u00e0 alle sue attese. Era come se ogni giorno mi ripetesse due cose del tutto inconciliabili: \u00abAscolta tuo padre\u00bb e \u00abDiventa autonoma\u00bb. Con tutti i sottintesi inevitabili&#8230; ossimori e paradossi insormontabili. Se non ascolti tuo padre, sbagli, perch\u00e9 solo lui ti vuole veramente bene. Solo una donna autonoma riesce nella vita. Per lui non c\u2019era nessuna contraddizione. Era evidente<\/em>.\u201d<\/p>\n<p align=\"justify\">Michela, col suo flusso di coscienza, decostruisce cos\u00ec un mito dell\u2019et\u00e0 neoliberale, l\u2019autonomia. Di fronte ad un \u201camore\u201d paterno cos\u00ec invasivo, ci sono due strade: ribellarsi e scappare, o assoggettarsi e rinnegare se stessi. Michela non ebbe la forza di ribellarsi, di tagliare il cordone ombelicale paterno. Ha cominciato a respirare ed a guarire solo quando \u00e8 scappata in Francia, anzi, quando \u00e8 stata \u201ctrasportata\u201d in Francia. Il problema \u00e8 proprio questo: la progressiva guarigione dal sintomo dell&#8217;anoressia non \u00e8 solo un \u201cdiscorso\u201d, una consapevolezza. La consapevolezza diventa corpo, sana e cura, solo quando diventa una pratica. Michela si \u00e8 sottratta dal padre, ha cercato di ricostruirsi una vita altrove, \u00e8 guarita.<\/p>\n<p align=\"justify\">Sembra che nel mondo ci siano solo personalit\u00e0 sadiche e masochiste, un concetto-limite che, fra gli altri, il regista nipponico <strong>Koji Wakamatsu <\/strong>spiega nel crudo \u201cYuke Yuke Nidome No Shojo\u201d. La violenza (in tutte le sue forme, anche quella dell\u2019amore esigente e possessivo) crea malessere, e al malessere che ti divora si risponde con la personalit\u00e0 \u201csadica\u201d o, all\u2019opposto, \u201cmasochista\u201d(uno schema, fra gli altri, di <strong>Erich Fromm<\/strong>). Senza generalizzare e senza estremizzare, ma prendendo questo discorso con la pi\u00f9 assoluta licenza di sbagliare, Michela un brutto giorno seppe rispondere al suo malessere solo imparando a subire, interiorizzando l\u2019occhio paterno. A guardarsi come lui la guarderebbe. Proprio lo \u201csguardo\u201d interiorizzato non \u00e8 una scoperta recente qui in Occidente. Oltre alla psicanalisi ed alla sociologia, l\u2019 \u201cetica del riconoscimento\u201d che va da <strong>Adam Smith <\/strong>a <strong>Axel Honnet <\/strong>ha affrontato continuamente la presenza di un \u201cterzo uomo\u201d, all\u2019approvazione del quale sottoporremmo qualsiasi nostro atto, anche qualsiasi nostro recondito desiderio. Tutto per l\u2019istinto di essere apprezzati, preferiti, di ottenere un posto nello sguardo altrui:<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201c<em>Perch\u00e9 \u00e8 vero che le anoressiche vogliono essere guardate. Per attirare l&#8217;attenzione. Per avere l&#8217;illusione di esistere anche solo qualche istante nello sguardo della gente. Ma quel corpo che cerca attenzione \u00e8 solo un sintomo. \u00abIo sono qui, voi dove siete?\u00bb \u00c8 il sintomo di una parola che non riesce a esprimersi altrimenti. \u00c8 il sintomo di un desiderio perso nel tentativo disperato di adattarsi alle aspettative degli altri.\u201d<\/em><\/p>\n<p align=\"justify\">Michela diventa anoressica, cosa che spiega in molte maniere, con i tipici sentieri spezzati di un flusso di coscienza certo rielaborato: \u201c<em>Al di l\u00e0 del corpo, quello che si cerca di controllare e cancellare sono la fame e le emozioni, i bisogni, tutto quello che sfugge al famoso autocontrollo e che, proprio perch\u00e9 sfugge, fa paura<\/em>\u201d. Michela diventa smaniosa di riconoscimento, di sentirsi presente a qualcuno. Smaniosa di riempire con dei surrogati idealizzati, con degli \u201csguardi\u201d qualsiasi quel vuoto di riconoscimento a cui l\u2019aveva abituata suo padre. <strong>Meglio, quell\u2019assurdo e dannoso riconoscimento che otteneva solo tramite la negazione di se stessa<\/strong>. Nel suo libro, legge i suoi amori, i suoi disturbi alimentari e la sua vita accademica proprio in quest\u2019ottica. Pi\u00f9 s\u2019immergeva nel \u201cfare\u201d, nell\u2019attivismo educativo, competitivo e neoliberale, pi\u00f9 rimuoveva il suo malessere, relegandolo nelle tenebre dell\u2019inconsapevolezza. Ma il dolore riaffiorava in continuazione, portandola pi\u00f9 volte vicina alla morte ed al suicidio. Negando quella consapevolezza somatizzata che raggiunger\u00e0 solo dopo un lungo cammino: \u201c<em>per vivere veramente si deve poter trovare il coraggio di attraversare i propri desideri<\/em>\u201d. Michela, fra le altre cose, combatteva contro un\u2019ossessione competitiva, un\u2019ossessione calvinista-neoliberale che si faceva corpo, anzi, non-corpo, emaciando il corpo fino a dissolverlo. Che ci sia un legame fra ideologia neoliberale e schiavit\u00f9 del corpo? La domanda \u00e8 ironica, come Pasolini ben sapeva. L\u2019amore stesso di oggi \u00e8 un amore sempre pi\u00f9 spesso ridotto a clich\u00e9, per buona pace di <strong>Khalil Gibran<\/strong>, Erich Fromm e tanti altri che attingendo ad una saggezza antica (e fra i filosofi, purtroppo d\u00e9mod\u00e9) parlavano dell\u2019amore (piuttosto che del filosofico \u201criconoscimento\u201d) in questi termini:<\/p>\n<p align=\"justify\"><em>&#8220;Amatevi vicendevolmente, ma il vostro amore non sia una prigione; Lasciate piuttosto un mare ondoso tra le due sponde delle vostre anime. Riempitevi la coppa uno con l&#8217;altro, ma non bevete da una sola coppa. Scambiatevi a vicenda il vostro pane, ma non mangiate dallo stesso pane. Cantate insieme e danzate e siate allegri, ma che ciascuno sia solo. Come le corde di un liuto, che sono sole, anche se vibrano per la stessa musica. Datevi il vostro cuore, ma non lo date in custodia uno dell&#8217;altro. Perch\u00e9 solo la mano della Vita pu\u00f2 contenere i vostri cuori. E state insieme ma non troppo vicini: Poich\u00e9 le colonne del tempio sono istanziate. E la quercia e il cipresso non crescono l&#8217;una all&#8217;ombra dell&#8217;altro&#8221;.<\/em> (<strong>Il profeta<\/strong>)<\/p>\n<p><strong>La filosofia che viene<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">\u201c<em>L\u2019uomo \u00e8 tutto un desiderio, e quale \u00e8 il suo desiderio, tale \u00e8 la sua decisione; quale \u00e8 la sua decisione, tale la sua azione; quale la sua azione, tale \u00e8 la sua sorte<\/em>\u201d (Brhadaranyaka Upanishad, citato in \u201cOltre la filosofia\u201d, di <strong>Giangiorgio Pasqualotto<\/strong>). Michela \u00e8 una filosofa. Ma che d\u00e0 spazio a tutte quelle cose piccole che fanno la mente-corpo di un essere umano, quelle cose spesso definite \u201cpiccole\u201d, ma cos\u00ec infinitamente importanti, oscure, che conosciamo tutti, di cui non parla mai nessun filosofo. \u201c<strong>Volevo essere una farfalla<\/strong>\u201d \u00e8 anche un diario di conversione alla vita, da una filosofia astratta ad una \u201c<strong>filosofia che viene<\/strong>\u201d, quella del corpo. Usando i paroloni degli accademici, \u00e8 un\u2019 \u201c<strong>ermeneutica del soggetto<\/strong>\u201d. Che Michela abbia mortificato il \u201ccorpo\u201d, in passato, appare gi\u00e0 chiaro dai suoi studi e dai suoi interessi. La nostra vita \u00e8 una passione, alcune volte, un desiderio inespresso e occulto. Questo, prima della psicanalisi, lo diceva la filosofia antica e lo ripete incessantemente l\u2019Oriente. Per ricostruire il nostro pensiero (e le nostre conclusioni) \u00e8 necessario perci\u00f2 ricostruire le nostre passioni, e spesso, le nostre ossessioni. Alla Normale di Pisa, l\u2019accademia dei superman (chiss\u00e0 quanti di loro, purtroppo, hanno disturbi alimentari, o altri malesseri evidenti) Michela dedica alcuni passaggi:<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201c<em>Arrivata in Normale, \u00e8 stato il trionfo del dovere. Mi ricordo che nei corridoi si raccontava che il \u00abpi\u00f9 bravo\u00bb avesse fatto sei esami il primo anno. Io, allora, ne ho fatti nove. E in due anni li ho finiti tutti . E mi sono laureata in \u00abtre anni e una sessione\u00bb. Con una tesi in due volumi sul rapporto tra \u00abessere\u00bb e \u00abdover essere\u00bb . Quei problemi logici sull&#8217;impossibilit\u00e0 o meno di derivare le proposizioni normative da quelle descrittive mi divertivano. La logica mi rassicurava. Tutto era chiaro. Limpido. Cristallino . E poi era bello vedere che tra l&#8217;essere e il dover essere non c&#8217;era alcun rapporto. Che potevo anche non \u00abessere\u00bb la persona giusta e perfetta che pap\u00e0 avrebbe voluto che fossi. Ma che potevo diventarlo. Perch\u00e9 il \u00abdovere\u00bb implica il \u00abpotere\u00bb, come mostrava Kant. Quindi bastava \u00abdovere\u00bb. Come volevasi dimostrare . \u00c8 buffo come l&#8217;inconscio sia talvolta a fior di pelle&#8230; e si insinui nei meandri pi\u00f9 reconditi della mente senza che nessuno se ne accorga&#8230; meno che mai i diretti interessati.\u201d<\/em><\/p>\n<p align=\"justify\">Michela si laurea e si addottora studiando la famosa <strong>legge di Hume <\/strong>e la filosofia analitica. L\u2019impossibilit\u00e0 logica di derivare il \u201cdover essere\u201d &#8211; tipico dell\u2019etica &#8211; dall\u2019 \u201cessere\u201d. Studia la logica, e cio\u00e8 il software binario di un programma pc. Un software che si crede separato dal suo hardware, come direbbe il nostro <strong>Roberto Marchesini <\/strong>in &#8220;Post Human&#8221;. Anche <strong>Wittgenstein<\/strong> ci era passato, a scapito della sua precaria salute, prima di approdare ai \u201cgiochi linguistici\u201d. Un&#8217;altra ossessione. Catalogare, pesare, dicotomizzare, liberarsi dai condizionamenti. La logica pura. L\u2019assoluto puro. L\u2019idea pura, e astratta. La purezza. L\u2019incondizionato. Nuove forme laiche di religione. In parole povere, la metafisica ellenistico-paolina dell\u2019io separato dal suo corpo, dal suo contesto, verso la pi\u00f9 illusoria delle libert\u00e0, quella che crede di fare a meno del \u201ccorpo\u201d. Nel ricordare il concorso del dottorato, scrive: \u201c<em>Tutto mi \u00e8 tornato in mente. Kant, Hegel, Moore&#8230; Perch\u00e9 il valore intrinseco dipende dalle propriet\u00e0 naturali delle cose. Anche se la relazione resta asimmetrica. Non si pu\u00f2 derivare il \u00abdover essere\u00bb dall\u2019\u00abessere\u00bb: \u00e8 la legge di Hume. Il bene \u00e8 indefinibile. Altrimenti si commette la naturalistic fallacy\u2026<\/em>\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ogni <strong>fallacia<\/strong> \u00e8 un ostacolo alla purezza del ragionamento, \u00e8 un ostacolo alla purezza comunicativa. Alla purezza. Michela, ora, finalmente \u00e8 pi\u00f9 sporca, meno pura, mangia senza sensi di colpa (e senza vomitare), e ama senza troppo idealizzare, senza pretendere che la sua relazione di coppia riempia il suo malessere; alla sua guarigione dal \u201csintomo\u201d (ma quando ci si pu\u00f2 definire definitivamente guariti?) corrisponde anche un suo interesse filosofico radicalmente mutato rispetto a prima. Ora, l\u2019etica e il corpo sono la sua passione e l&#8217;oggetto del suo insegnamento a Parigi. Quotidianamente, cerca di spiegare ai suoi studenti \u201c<em>la differenza che esiste tra una concezione teorica e ideale dell\u2019essere umano e la realt\u00e0 dell\u2019esistenza quotidiana, l\u2019astrattezza delle teorie contemporanee della giustizia e la vulnerabilit\u00e0 di ogni persona dell\u2019etica della cura<\/em>\u201d. Scrive che \u201c<em>l\u2019ontologia si eleva al di sopra del mondo, per poterlo pensare. Si siede in cattedra. Concettualizza l\u2019essere. Non pu\u00f2 lasciarsi andare. E cancella sempre la fragilit\u00e0 della condizione umana<\/em>\u201d. A me ricorda tantissimo <strong>Nietzsche\u00a0<\/strong>quando scrive:<\/p>\n<p align=\"justify\"><em>Chi ha veramente compreso la preposizione \u201csopra\u201d, ha anche compreso tutta l\u2019estensione dell\u2019orgoglio e della miseria dell\u2019uomo. Chi \u00e8 sopra le cose, non \u00e8 nelle cose \u2013 dunque non \u00e8 nemmeno \u201cin s\u00e9\u201d<\/em>(Frammenti postumi).<\/p>\n<p align=\"justify\">Sembra perci\u00f2 che Michela sia finalmente tornata \u201cin s\u00e9\u201d, non rimuovendo con la logica analitica o con l\u2019etica del dovere il suo malessere, ma affrontandolo, dopo averlo riconosciuto. Scegliendo quella che per lei, ora, \u00e8 una rivoluzione copernicana: passare dal dover essere all\u2019essere. Ma il riconoscimento del malessere non passa solo da quel luogo astratto che chiamiamo mente: se non diventa corpo, non serve. E\u2019 un processo lungo, pieno di ricadute. Ma prima o poi gli stati emotivi e le idee che ne dipendono si somatizzano, tanto che Michela scrive: \u201c<em>La filosofia non serve pi\u00f9 a nulla quando la si riduce a un insieme di \u00abtesi\u00bb, \u00abantitesi\u00bb e \u00absintesi\u00bb oppure quando la si banalizza facendone un insieme di povere ricette per essere felici. [\u2026] Tutto comincia e finisce sempre l\u00ec, nell\u2019angoscia di un S\u00f8ren Kierkegaard che non pu\u00f2 smettere di parlarne dopo averla incrociata da bambino, di fronte al padre che maledice il Signore&#8230; nella banalit\u00e0 del male che Hannah Arendt ha vissuto prima ancora di farne un concetto&#8230; nella stanza tutta per s\u00e9 di Virginia Woolf [anoressica, NdA] che forse lei stessa, per\u00f2, non ha mai veramente trovato&#8230; perch\u00e9 ci vuole un coraggio immenso per smetterla di soffrire\u201d. <\/em>Michela passa dall\u2019illuminista Kant alla filosofia post-kantiana, dove il corpo non \u00e8 pi\u00f9 un oggetto, e paradossalmente torna a Hume; ma ad Hume che sfrutta la sua \u201clegge\u201d per parlare della non scindibilit\u00e0 fra passione e ragione, fra <strong>sense e sensibility<\/strong>; <strong>il centro dell\u2019attuale riflessione filosofica della Marzano <\/strong>mi pare sia espresso a pieno da queste sue parole:<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201c<em>Perch\u00e9 le parole e gli affetti si incrociano costantemente: parole che dicono gli affetti; affetti che fanno le parole. Come diceva gi\u00e0 Nietzsche, che queste cose le capiva, certamente meglio di un Cartesio o di un Kant che si illudevano che l&#8217;anima avesse la forza e la capacit\u00e0 di vincere le emozioni e di sottomettere il corpo . Perch\u00e9 \u00abdietro ogni pensiero si nasconde un affetto\u00bb. E i nostri pensieri sono sempre i segni di un gioco pi\u00f9 grande di noi. Come il nostro essere. E le mutevoli tonalit\u00e0 affettive del nostro inconscio. Il cui significato profondo continua a sfuggirci. Sempre e comunque. Anche se ce la mettiamo tutta per cercare di interpretarle . \u00c8 per questo che lo stato di servit\u00f9 nel quale ci ritroviamo tante volte nel corso della vita non \u00e8 mai del tutto legato alla dipendenza emotiva. Al contrario. La servit\u00f9 \u00e8 il prezzo che si paga quando ci si illude di poter controllare i nostri sentimenti. Quando si pensa che la ragione possa essere sovrana. Quando si cerca la saggezza estendendo il dominio del pensiero chiaro e distinto<\/em>\u201d<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201c<em>Non si pu\u00f2 andare contro ci\u00f2 che l\u2019anima ha scelto<\/em>\u201d scriveva <strong>Jeromski<\/strong>. E per Nietzsche, \u201c<em>tutta la vita \u00e8 una disputa su gusto e sapore<\/em>\u201d (Cos\u00ec parl\u00f2 Zarathustra). Una conclusione a cui giunge anche il sociologo francese <strong>Pierre Bourdieu <\/strong>(chiss\u00e0 grazie a quali altri vissuti?). Se sento e credo che il mondo sia viola, cercher\u00f2 di giustificare questo mio sentire razionalmente, col discorso, pi\u00f9 o meno articolato, pi\u00f9 o meno complesso, a seconda del mio capitale educativo. Capitalizzer\u00f2 il mio bagaglio educativo su tale credenza, tale sentire, inesorabilmente. Ma vi \u00e8 prima il sentire, il corpo, l\u2019esperienza, poi la costruzione \u201crazionale\u201d, meglio, \u201cragionevole\u201d (i Greci furbescamente distinguevano tra <strong>sophia<\/strong> e <strong>phronesis<\/strong>). Questo vale a maggior ragione se pensiamo non solo ai condizionamenti corporali, emotivi, educativi, sentimentali, formativi. O ai traumi e alle dipendenze nascoste (insomma, l\u2019ambito psicologico). Ma vale anche se pensiamo ai condizionamenti economici e sociopolitici, quelli magari che affrontavano, in maniera diversa, <strong>Foucault<\/strong> (la Microfisica del potere) e la <strong>scuola di Francoforte<\/strong>. Il \u201cdiscorso\u201d, direbbe <strong>Lacan<\/strong>, \u201cle parole\u201d, vengono sempre dopo. La stessa cosa scrive Michela in merito al padre (il padre che, come abbiamo visto, identifica come \u201cil\u201d problema):<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201c<em>Pap\u00e0 ci ha imposto le sue parole. Senza rendersi conto di quello che le sue parole ci facevano. Falsificavano. Distruggevano. Pap\u00e0 non ha capito che le parole vengono sempre \u00abdopo\u00bb. Per cercare di spiegare ci\u00f2 che non si pu\u00f2 mai del tutto spiegare. Per dare un senso a quello che d\u00e0 solo le vertigini\u2026\u201d<\/em><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>Cos\u2019\u00e8 dunque, questa \u201cfilosofia che viene\u201d, o che torna?<\/strong> E\u2019 affrontare i problemi della vita con la filosofia, ma partendo da questa nuova quanto antica consapevolezza di \u201c<strong>dipendenza<\/strong>\u201d. Far diventare la filosofia uno stile di vita, calarla nella volont\u00e0, farla diventare corpo. Osservando e accorgendosi dei \u201c<strong>legami<\/strong>\u201d, senza rimuoverli freudianamente. La filosofia antica e quella orientale parlano all\u2019uomo proprio perch\u00e9 sono pratiche totali, coinvolgono la volont\u00e0 e le passioni, le riconoscono come primarie nella formazione del proprio pensiero. Bisogna rinunciare perci\u00f2 al <strong>definitivo bias logico<\/strong>, quello di pensiero chiaro e distinto, e dare spazio ad una filosofia della vita, delle emozioni e delle passioni. Una filosofia che per parlare all\u2019uomo, deve parlare al suo corpo, come spiega lungimirante <strong>Hadot<\/strong> nei suoi \u201cesercizi spirituali\u201d. Ben vengano i nuovi esercizi spirituali della filosofia. Spero che Michela Marzano ci lavori a lungo, in Francia come in Italia, e come lei, tanti altri. Ripartendo dal corpo, da quella fragile e umanissima canna, quel povero corpo martoriato. Rinunciando, ad esempio, a quella divisione fra sense e sensibility a cui nessuno, dentro di s\u00e9, crede, ma che tutti professiamo. Una filosofia che illumini quasi religiosamente l\u2019oscurit\u00e0 che \u00e8 in noi, per poi illuminare quella fuori di noi. Ma oltre a illuminare, sappia parlare al corpo, sappia usare il giusto percorso per fargli mutare la sua strada compulsiva: il corpo \u00e8 normalmente riottoso ai cambiamenti. Il corpo \u00e8 abitudinario, schiavo di tutto. Ed il pensiero con cui si mostra, con cui si comunica, \u00e8 straordinariamente debole, fragile, vissuto, delicato: questa \u00e8 la fondamentale testimonianza di Michela Marzano. <strong>Il pensiero \u201cdipende\u201d<\/strong>. Una lezione che ci viene anche da questo \u201cpovero vecchio pazzo\u201d qui sotto, un monito a chiunque s\u2019illuda altrimenti. <strong>Gli ultimi istanti di vita di Nietzsche<\/strong>, uno dei corpi pi\u00f9 complessi e affascinanti del diciannovesimo secolo<\/p>\n<p align=\"center\"><iframe loading=\"lazy\" src=\"http:\/\/www.youtube.com\/embed\/FYtArM4HWXE\" width=\"420\" height=\"315\" frameborder=\"0\"><\/iframe><\/p>\n<p align=\"center\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(nella foto, HIATUS, di Dino Valls) &#8212; &#8212; &#8212; di Alessandro Stella \u201cL&#8217;homme n&#8217;est qu&#8217;un roseau, le plus faible de la nature; mais c&#8217;est un roseau pensant\u201d. 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