Andrè Bazin, “Che cosa è il cinema?”, a cura di Elisa Scirocchi.

Rosabella era la sua slitta!”(*)

I francesi hanno inventato la fotografia, hanno ideato il cinema, lo hanno studiato e analizzato a fondo. Per questo siamo loro grati. Se pensiamo alla storia del cinema immediatamente un baschetto rosa confetto si posa sui nostri capelli castano cioccolato e la tour Eiffel ci sorride da lontano.

Irragionevolemte ancora oggi il cinema viene troppo spesso dimenticato, quasi mai dai più considerato come fondamento della nostra cultura, o come essenziale rappresentazione dell’umano. Sempre più banale e sciocco entertaiment, sempre meno opera d’arte.  E quindi, a meno che non abbiate la fortuna di abitare in una grande metropoli, ci tocca aspettare i “Lunedì d’essai” al cinema sotto casa, sperare che scelgano di proiettre il film che desideriamo ardentemente di vedere, e gustarci lo spettacolo in una sala semivuota.

Ma quando il cinema entra nel novero delle arti? E perché dovremmo considerarlo come tale? Per rispondere a queste domande, e per approfondire la storia di questa giovane espressione artistica, possiamo leggere il testo “Che cosa è il cinema?” di Andrè Bazin. Di nuovo sono i francesi a venirci in aiuto. Dunque, immaginiamo di gustare un delizoso macaron nel Cafè de Flore e, seduti ad un tavolo, leggiamo con attenzione il nostro libro.

Il testo in questione è una raccolta di articoli scritti dallo stesso Bazin tra il 1945 e il 1957 e poi pubblicati successivamente sulla rivista da lui fondata i “Cahiers du cinéma”, tuttora la rivista cinematrografica più prestigiosa di lingua francese. Quando Andrè scrive, il cinema ha solo cinquantanni, però il treno della stazione di La Ciotat dei fratelli Lumière ne ha fatta di strada. L’uomo ha già sognato un fantasioso viaggio sulla luna nelle ambientazioni circensi di Méliès, il Nosferatu di Murnau ha già terrorizzato gli spettatori, i quali si sono poi rasserenati con le atmosfere giocose di Buster Keaton, o sono rimasti incantati dalla poeticità di Charlot e dal pathos delle immagini ejzenštejniane (“L’occhio della madre!” cit. da “Il secondo tragico Fantozzi”).

“[…] Il cinema appare come il compimento nel tempo dell’oggettività fotografica. Il film non si contenta più di conservare l’oggetto avvolto nel suo istante, come, nell’ambra, il corpo intatto degli insetti di un’era trascorsa; esso libera l’arte barocca dalla su catalessi convulsiva. Per la prima volta, l’immagine delle cose è anche quella della loro durata […]”.

Fin dalla notte dei tempi l’uomo ha rappresentato se stesso attraverso l’arte. Lo ha fatto per un naturale bisogno artistico, per comunicare, per essere riconosciuto dgli altri, per divertimento nel lavorare la materia, per essere ricordato in eterno, per far parlare di sé. Sia che scelga le tonalità di colore che preferisce dalla sua tavolozza, sia che scelga di puntare il suo obbiettivo fotografico su un oggetto piuttosto che un altro, sia che scelga le note che più lo emozionano all’interno della scala musicale, sia che scelga le dinamiche di una sequenza filmica, l’uomo sta comunque dichiarando il carattere artistico della sua vita.

Teniamo a mente che Bazin sottolinea più volte nel corso del testo l’enorme bisogno di realismo che pertiene all’umano. Un’insaziabile sete appagata prima dalla pittura, poi dalla fotografia, e infine dal cinema. Un tempo riproducevamo la realtà con la punta del pennello, ma poi ci siamo accorti che la pittura fosse solo un surrogato dello splendore del reale. Poi ci siamo chiusi nelle camere oscure e abbiamo fissato su una pellicola quello che la macchina avevo colto, ma continuavamo a pensare che il mondo non fosse poi così statico. Infine, abbiamo deciso di ricostruire il mondo attraverso il cinema e finalmente siamo riusciti a farlo girare, piangere, e ballare. Se il cinema è la nostra “finestra sul mondo”, allora se cambia il modo con il quale percepiamo il mondo, mutano le modalità con le quali lo rappresentiamo.

Giunti a questo punto della nostra riflessione, possiamo dire merci beaucoup ai francesi e riconoscerci taluni meriti indiscussi. Il popolo italiano diretto dalle menti di Rossellini, De Sica e Visconti attraverso il Neorealismo ha visto per primo con occhi diversi il mondo. Ha saputo raccogliere i cocci delle città distrutte dalle bombe della guerra, ha lavato via il sangue dalle divise e non ha avuto paura di raccontare lo smembramento del reale. Quanto è difficile tornare a pensare quando nulla ha più lo stesso sapore, neppure quel pane tanto atteso.


“[…] Questa aderenza perfetta e naturale all’attualità si spiega e si giustifica tramite un’adesione spirituale all’epoca […] il cinema italiano è il solo a salvare, nel seno stesso dell’epoca che dipinge, un umanesimo rivoluzionario […]”.

Rompendo gli schemi spaziali e temporali il cinema neorealista ha mostrato in modo puro il reale per quello che è, ancor prima di giudicarlo, o edulcorarlo. L’umiliazione dei miseri ha di colpo messo in disparte lo charme delle dive hollywoodiane. La purezza della vita si è imposta attraverso la voce del dialetto. La naturalezza dei volti anonimi, ma indimenticabili, ci ha reso tutti protagonisti, nessuno escluso. Lo spazio virtuale dell’immaginario cinematografico raccoglie così in sé l’attualità di tutto il reale e l’immagine che noi di questo abbiamo. Dunque, chiedersi che cosa è il cinema significa chiedersi cosa è la realtà che ci scorre di fronte agli occhi. “[…] Lo schermo stesso è la membrana cerebrale in cui si affrontano immediatamente, direttamente, il passato e il futuro, l’interno e l’esterno senza distanza assegnabile, indipendentemente da qualsiasi punto […]” [1].

Certo è che nella storia del cinema questo è solo l’inzio di un lungo viaggio che non ho la possiblità, il tempo, e non ultimo le capacità, di raccontarvi in questa sede. Questo libro di Bazin mi ha da subito messo appetito. Mentre mi intestardivo a comprendere meglio il linguaggio cinematografico, o appuntavo i film da vedere, o premevo il tasto rewind per ritornare su alcune scene, ho riflettuto a lungo sulla cruda dolcezza dell’esistenza. A distanza di anni dalla prima lettura di questo testo il mio appettito non si è ancora sopito.

Abbiamo ancora molto da vedere, che sia sul grande schermo o nella vita poco importa.[2]

Elisa Scirocchi



(*) Sì, Rosabella era la sua slitta. Dunque, chiedo scusa a quanti di voi, spero pochi, non hanno ancora visto “Quarto Potere”. Cosa state aspettando? In fondo, la trama era proprio l’ultimo dei pensieri di Orson Welles nel film.

[1] Gilles Deleuze, L’Immagine-Tempo, Ubilibri, Milano, 1985

[2] Un grazie va alla Prof.ssa Daniela Angelucci, Docente di Estetica presso l’Università degli Studi di Roma Tre, che mi ha mostrato con dolcezza come amare il cinema e tutto ciò che in esso si nasconde.


 

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6 Commenti a “Andrè Bazin, “Che cosa è il cinema?”, a cura di Elisa Scirocchi.”

  • bertrand russel:

    In realtà il neorealismo inizia con “Furore” di John Ford. È del 1940.

  • elisa scirocchi:

    @bertrand russel
    Ti ringrazio per avermi consigliato un film che non ho ancora visto.
    Io credo, e non sono l’unica, che sia un fenomeno prettamente italiano.
    Questione di vis pressiva.

    • bertrand russel:

      Tempo fa un docente di storia del cinema propose l’audace ipotesi che, in realtà, il neorealismo fosse figlio del sogno americano esploso con la crisi del ’39. Si riferiva naturalmente al film “Furore” tratto dal romanzo di John Steinbeck “The grapes of wrath” (che nella traduzione italiana suona più o meno come “I grappoli della collera” o “I grappoli dell’odio”). Se il realismo era il modo con cui veniva raccontata la realtà, una realtà che come diceva Engels era la “[…] riproduzione fedele di caratteri tipici in circostanze tipiche”, il neorealismo fu il modo con cui quelle stesse realtà (o altre realtà) venivano declinate secondo canoni in cui la società, la politica e le istituzioni venivano prima destrutturate e poi denunciate. Cosa che Steinbeck nel ’39 e poi Ford nel ’40, fanno rispettivamente con “The grapes of wrath” e, appunto, “Furore”.

  • elisa scirocchi:

    @bertrand russel
    Devo vedere questo film.
    Proverò a farmi un’idea a riguardo.
    Grazie per questo scambio.
    L’abbondamza abbondanza di ipotesi arricchisce il mondo.

  • elisa scirocchi:

    *una sola abbondanza.
    (Anche se rende meglio l’odea).

    • gianfranco:

      ciao…io di cinema so solo che viene considerata la settima arte…e quando vado al cinema non riesco a seguire bene …tutto..lo devo sempre rivedere…e cosi ..lo reinterpreto ..come per dire ..ah questa parte non l avevo capita…cioè…mi perdo nel messaggio precedente ..a riflettere…perchè l arte sopratutto la musica…serve anche ad ispirare ..l uomo…una volta la parola musica non esisteva ..per indicare la musica si diceva l arte…comunque è molto interessante quello che avete scritto…ah dimenticavo ..io scrivo canzoni..e spero chissa di scrivere una colonna sonora per un film…mi accontento anche per una pubblicita…bob dylan ha scritto knokin on heaven door guaardando il film pat garret e billy the kid…commissionato dal regista che gli ha detto guarda il film e scrivici delle canzoni da usare come colonna sonora. consigliatemi qualche film…ciao

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